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mercoledì 28 febbraio 2018

Rapporto MOBILARIA2018, la situazione di Torino

Decarbonizzare i trasporti è la parola chiave che ricorre nelle politiche europee per la mobilità, decisamente necessaria per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra dopo l’Accordo di Parigi. L’Europa punta infatti ad abbattere le emissioni di C02 del settore trasporti almeno del 60% entro il 2050. 
Le “disruptive technologies” dopo l’energia trasformeranno rapidamente il mondo dei trasporti: l’avanzata della mobilità elettrica nel mondo, la ricerca in corso sui veicoli a guida autonoma, la sharing mobility in crescita, ne sono una prova concreta. 
Ma l’Italia è ancora purtroppo uno dei paesi europei in cui l’inquinamento dell’aria fa più vittime, con 79.820 morti premature in Italia nel 2014, secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. E la componente traffico è tra quelle che producono più inquinanti.

Non va dimenticato che la Commissione Europea ha avviato da tempo una procedura di infrazione contro il Governo Italiano per i problemi di qualità dell’aria ed i superamenti di NO2 e PM10. Di recente - a gennaio 2018 - il Commissario Europeo per l’Ambiente ha comunicato al Governo Italiano, che se non prenderà adeguate e rapide misure per la riduzione dei due inquinanti, la Commissione procederà al deferimento alla Corte di Giustizia. Un nuovo pacchetto per la qualità dell’aria “Clean Air Policy Package”, è stato emanato dalla Commissione Europea nel 2013 per il conseguimento a breve termine degli obiettivi esistenti e per il raggiungimento al 2030 di nuovi limiti per la qualità dell’aria. 
Tutto questo avrà un forte impatto anche sulla situazione delle città italiane che dovranno confrontarsi con limiti sempre più restrittivi. La riduzione dell’inquinamento atmosferico in ambito urbano produce elevati benefici pubblici e privati: solo i vantaggi per la salute e l’ambiente consentirebbero alla collettività di risparmiare decine di miliardi di euro di esternalità negative. Peraltro il settore dei trasporti è responsabile di un quarto delle emissioni di C02 ed ha visto un leggero aumento delle emissioni, invece che una loro riduzione, rispetto al 1990. Considerati inoltre gli impegni al 2030 che prevedono per l’Italia un taglio del 33% delle emissioni dei trasporti rispetto al 2005, occorre un deciso cambio di marcia nei prossimi anni. Occorre quindi puntare i riflettori su questo settore. 

A questo serve il rapporto MobilitAria 2018 (QUI versione pdf):
fornire Uno stato reale della situazione della mobilità urbana e della qualità dell’aria nelle 14 grandi città negli ultimi 10 anni. Da questa analisi si deduce che nel complesso i provvedimenti adottati, la riduzione del traffico a causa della crisi e il miglioramento delle emissioni dei veicoli hanno fatto registrare un miglioramento della qualità dell’aria. Ma restano situazioni critiche, congestione e superamenti costanti dei parametri fissati dalle direttive europee: quindi il lavoro da fare a scala metropolitana è davvero ancora imponente. Sembra opportuna quindi, la definizione di un Piano Nazionale per la Qualità dell’Aria, che d’intesa con le Regioni, avvii una programmazione di lungo termine per il contrasto dell’inquinamento atmosferico a scala nazionale, per la messa a sistema di progetti ed investimenti nei settori della mobilità, per l’utilizzo e la produzione di energia pulita e rinnovabile nelle città. Far crescere la bicicletta, la mobilità pedonale, la sharing mobility, potenziare il trasporto collettivo e la cura del ferro, puntare sul veicolo elettrico e le innovazioni tecnologiche, sono gli ingredienti essenziali della soluzione. 

Gianni Silvestrini
direttore Scientifico Kyoto club 
Nicola Pirrone
direttore cnr-iia consiglio nazionale delle ricerche istituto sull’inquinamento atmosferico



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Pag. 105 - LA SITUAZIONE A TORINO
(per la visione del Rapporto completo si rimanda al link precedente)

La qualità dell’aria della città di Torino è monitorata da 5 stazioni di cui 3 di tipologia traffico urbano e 2 di fondo urbano, in particolare le stazioni di monitoraggio di Consolata, Grassi, Rebaudengo sono di traffico urbano mentre Lingotto e Rubino di fondo urbano.
La città di Torino presenta in media 77 giorni di pioggia con una precipitazione totale annua sulla media del periodo 2006-2016 di circa 987 mm.
Nel periodo temporale preso in esame (2006-2016), dalle analisi eseguite sulle stazioni di traffico, fondo e sulla media della città è emersa una riduzione delle concentrazioni dei tre inquinanti. Nel dettaglio si osserva un trend del valore medio della città in riduzione del -32% per l’NO2, -47% per il PM10 e -26% per il PM2,5.
Le elaborazioni dei dati, nella decade in esame, ha permesso di evidenziare una lieve diminuzione delle concentrazioni medie di no2, sia della media complessiva (-32%) sia per le singole stazioni di traffico e fondo urbano (rispettivamente -26% e -29%); tuttavia, nonostante questa generale riduzione le concentrazioni sono comunque maggiori rispetto al limite normativo in vigore. Diversamente, è possibile osservare una marcata riduzione delle concentrazioni medie di Pm10 per la città (-47%) che ha consentito negli ultimi quattro anni di avere valori medi prossimi o al di sotto del valore limite.
Per quanto attiene alle concentrazioni medie del Pm2,5 si osserva un andamento pressoché costante con concentrazioni comprese nell’intervallo 28-40 μg/m3, ma sempre superiori al valore limite.
Entrando nel merito dei superamenti orari dell’no2, nell’arco temporale considerato, si assiste ad un decremento degli stessi rispetto ai valori limite per entrambi gli inquinanti; tuttavia, il numero di superamenti risulta sempre maggiore rispetto al limite imposto dalla normativa (eccezion fatta per l’NO2 negli  anni  2008,  2011,  2012  e  2014).  Diversamente, nel caso del Pm10 i superamenti giornalieri sono sempre in numero maggiore rispetto al limite dei 35 annuali (fino a valori di 194 superamenti, registrati nel 2006).
Approfondendo la situazione relativa alla tipologia di stazione emerge che la media delle stazioni di traffico dell’no2 ha subìto un lieve decremento, drasticamente nel 2007 e poi nuovamente dal 2010, ma nonostante ciò presenta concentrazioni sempre superiori al limite. Lo stesso avviene per le stazioni di fondo che più regolarmente tendono a ridurre le concentrazioni che rimangono sempre sopra i limiti, ad eccezione delle annualità 2014 e 2015.
Entrando nel merito del Pm10 si osserva un decremento generale maggiormente evidente per le stazioni di fondo, che ha portato le concentrazioni a ridursi notevolmente, registrando valori anche al di sotto del limite a partire dal 2013; da questo anno per i tre successivi le concentrazioni sono rimaste stabili. Per le stazioni di traffico si osserva un decremento dal 2006 al 2010, dopo di che si sono registrate concentrazioni molto elevate per i due anni successivi, fino a ridursi e rimanere costanti a partire dal 2013. Probabilmente tale incremento risulta correlato con un numero ridotto di giorni piovosi (per l’anno 2011) e con le ridotte precipitazioni cumulate (per l’anno 2012).

Concludendo, per la città di Torino, pur osservando un miglioramento della qualità dell’aria, questo non è sufficiente a rientrare nei limiti normativi in particolare per PM10 e NO2. 
Risultano sfavorevoli in tale contesto le condizioni meteoclimatiche che non consentono una dispersione e diluizione degli inquinanti, e che richiedono azioni ancora più incisive di riduzione delle emissioni inquinanti.

giovedì 6 novembre 2014

Le origini di Rifiuti Zero

di Marta FERRI,
Antropologa del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori

“La maggior parte delle persone a Torino non sa che c’è un inceneritore, perchè non lo vede”, mi dice Valeria, studentessa al Politecnico e attivista del Coordinamento. “Anche in passato, abbiamo faticato per farci ascoltare, persino nelle zone vicino il sito di costruzione. La gente ha iniziato a seguirci quando ha visto ultimato il camino, ed ha iniziato a chiedersi, ‘cosa uscirà da lì’?”. In questo articolo gli attivisti del Coordinamento No inceneritore Rifiuti Zero di Torino si raccontano, tramite le loro azioni di protesta, ricerca scientifica, informazione e formazione che stanno contribuendo alla creazione di una consapevolezza diffusa riguardo le diverse tematiche ambientali legate all’accensione di un impianto in una comunità.

Le origini

Nel 1995 il Comune di Torino decretò la costruzione di un inceneritore per rifiuti ospedalieri al Gerbido, per far fronte la chiusura del più vecchio impianto di Molinette. La zona è ritenuta tattica poichè, ancora sotto l’amministrazione di Torino, si estende come una penisola – “il ramo secco della città” – in mezzo ai primi comuni periferici, lontana dagli occhi dei torinesi. Si creò così un comitato spontaneo di cittadini, soprattutto delle zone limitrofe, che raccogliendosi nei locali parrocchiali del Gerbido iniziò a studiare il da farsi. “Ci chiamammo Salvambiente Gerbido”, mi racconta Francesco, vigile urbano e attivista della prima ora, “grazie alla collaborazione con l’amministrazione di Grugliasco – che all’epoca aveva un sindaco dei Verdi -, riuscimmo a far valere le nostre ragioni”. Le azioni di protesta furono circoscritte, ma bastarono a far capire all’amministrazione che costruire un inceneritore in una zona che i cittadini stessi consideravano già martoriata – erano già presenti grandi impianti ritenuti altamente inquinanti come la FIAT -, non era cosa da farsi. Chi protestò all’epoca, ha trovato “buffo” il fatto che invece, nel 2002, la Provincia considerasse fattibile costruire nella stessa zona un inceneritore di rifiuti urbani. “Forse perchè ci vedemmo lungo, Salvambiente non si sciolse mai effettivamente”, continua Francesco, e poteva adesso contare anche su forze nuove come Pier Claudio, attivista di grande esperienza ed esperto in materia, e Gian, informatico e curioso, che cercando notizie più “reali” di quelle date in televisione si trovò ad approfondire la questione dell’incenerimento grazie alle prime connessioni internet, ritrovandosi poi attivista. Con l’avvio del nuovo progetto gli attivisti intuirono che il vento era cambiato in politica: se tradizionalmente, in Piemonte, il partito “incenitorista” era rappresentato dalla Destra, con la costituzione di quello che poi sarebbe diventato il PD si cambiarono le carte in tavola. Intanto, mentre Pier Claudio se la vedeva con la politica locale, Gian, che era in contatto con alcuni gruppi No Inceneritore di Alessadria, fu messo in contatto con degli attivisti liguri che, a loro volta, gli diedero il numero di un comitato in Toscana, ritrovandosi così a telefonare a Rossano Ercolini di Capannori. Il gruppo di Torino appena formato, andò così a creare un nodo nevralgico nella prima Rete nazionale No Inc (vedi articolo Capannori). Sin da subito la lotta locale nel torinese ha avuto risvolti reticolari, definendosi come lontana dal comportamento NIMBY – Not In My BackYard – e come facente parte di una struttura aperta, dinamica e dialogante. “La lotta non era ancora sotto l’egida di Rifiuti Zero, perchè ancora non esisteva come terminologia, ma solo come concetto”, mi dice Gian, “ma è grazie al nostro continuo studiare, incontrarci faccia a faccia, parlare, informarci l’un l’altro che la strategia ha poi preso piede in Italia”. In quei primi anni, nonostante il percorso formativo e teorico iniziato con la rete No Inc, fu difficile raggiungere la gente, il “cittadino medio”. “In piena emergenza rifiuti a Napoli”, mi spiega Pier Claudio, “i media non facevano altro che bombardarci sulla pericolosità di un accumulo di rifiuti, con immagini terrorizzanti dalla Campania. Fu in quel contesto che l’amministrazione motivò la costruzione dell’inceneritore e la gente ne fu pure sollevata”. “Tanto è vero che la leadership politica che promise di costruire l’inceneritore fu eletta al primo turno alle elezioni provinciali dell’epoca”, ricorda Francesco.
Eppure qualcosa cambiò. E fu con l’ultimazione dell’alto camino del Gerbido. La gente forse iniziò a farsi domande e, se prima ai banchetti informativi fatti dagli attivisti non si fermava nessuno, col passare del tempo sempre più cittadini iniziarono a volere approfondire la questione “inceneritore”. In quegli anni si costituì la Rete Nazionale Rifiuti Zero, e nacque così a tutti gli effetti il Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino.
Il Coordinamento
Superfluo dire che l’obiettivo primario del Coordinamento è far chiudere l’inceneritore, mettendo in rete la sua lotta e “globalizzandola” in una battaglia comune con tutti quei movimenti che stanno dicendo No ad inceneritori e altri impianti dannosi ambientalmente ed economicamente ad una comunità. Torino, definita una delle tre Stalingrado d’Italia dallo stesso Ercolini, ha contatti con diversi altri gruppi nell’alessandrino, in Liguria, le stesse Parma e Firenze, gruppi e associazioni del torinese che lavorano nel sociale, nonché altri due movimenti che portano avanti Rifiuti Zero come alternativa ad un impianto: il recente NoPiro e l’aostana ValleVirtuosa (di entrambi parlerò nei prossimi due articoli).
Expertise
Come gli stessi attivisti mi dicono, nonostante nessuno abbia un ruolo predefinito all’interno del gruppo, è anche vero che certi compiti se li prendono persone in base alle proprie conoscenze personali – expertise – e tendenze caratteriali. “Chi è bravo a parlare ed è coinvolgente sta ai banchetti, chi è bravo a spiegare ed ha pazienza va a parlare nelle scuole, chi è medico segue le questioni legate alla salute, chi è un tecnico quelle tecniche…e così via”, mi spiega Leo, attivista con particolare predisposizione alla sensibilizzazione e a far banchetti. Ci sono poi figure, come Pier Claudio che hanno maturato un’esperienza nel settore dell’attivismo e della politica, nonché nella lotta agli inceneritori che sono preziose; altre come Gian che, grazie sia al proprio lavoro che la propensione ad approfondire le questioni, hanno intrecciato un rete vasta e si occupano quindi di tenere i contatti con la sfera nazionale ed internazionale. Oltre alle competenze private, è anche globalmente riconosciuto nel gruppo l’estrema importanza dei continui studio, aggiornamenti e scambio di informazioni anche con altri gruppi, non solo in materia di “immondizia”. Come sempre Leo mi spiega, “chi sta ai banchetti deve saper rispondere a domande anche mirate e approfondite su questioni mediche, chimiche e tecniche che riguardano l’inceneritore e non solo. Una volta mi trovai a fermare per caso un pezzo grosso della ARPA, e lì dovetti sfoderare tutte le mie conoscenze!”.
Questo tema sottolinea l’importanza della conoscenza condivisa presente su più livelli, che si dispiegano dal locale dei singoli comitati in rete, al globale dei network internazionali. Questo caratterizza la struttura in “evoluzione” costante del sapere scientifico e socioculturale relativo a Rifiuti Zero. Lo stesso, Luisa – medico del pronto soccorso e affiliata di ISDE – dice che è importante non solo portare la propria expertise all’interno del gruppo e usarla per la causa, ma anche continuare ad ampliarla, approfondendo questo e quel tema. Come medico ISDE partecipa a conferenze, si tiene aggiornata e si scambia informazioni con i colleghi – è in contatto sia con Manrico, medico del GCR di Parma che con Gianluca, medico del Coordinamento di Firenze, per citarne due -, tanto che nel 2012 ha creato un gruppo ISDE a Torino. L’expertise è quindi vista come un insieme di competenze personali che possono essere condivise con il gruppo, creando una conoscenza di base condivisa, che però deve aggiornarsi ed essere approfondita in continuazione, così come le expertise maturano sul campo e approfondiscono tematiche utili nella lotta.
Le azioni principali
Il Coordinamento si è fatto sentire sin da subito con un serie di manifestazioni – che contavano le migliaia di partecipanti -, eventi informativi in piazza come banchetti, serate di assemblee pubbliche e, si vocifera, anche azioni “alla Greenpeace” come l’arrampicarsi sul camino dell’impianto, ormai costruito, stendendo uno striscione con scritto “NO INCENERITORE”. L’informazione è sempre stata ritenuta il chiodo su cui battere costantemente, poiché i cittadini sono visti come la forza sociale della protesta. A livello di azioni legali, sono stati presentati numerosi ricorsi all’opera dell’impianto, sempre respinti “fatto non strano, visto che i giudici amministrativi sono nominati dalla forza politica in carica”, mi fa notare Luisa. Un’altra azione, certosina oso dire, è quello di controllo dei dati delle emissioni giornaliere dell’inceneritore, lavoro di cui si occupa principalmente Valeria. È grazie a questi controlli che spesso gli attivisti riescono a denunciare emissioni fuori norma e possibili incidenti all’interno dell’impianto, conosciuto, già in partenza, come difettoso. Questo stato di difetto può trovare origine nella sua costruzione: sembra che l’intero edificio sia stato eretto non seguendo le norme di sicurezza sul lavoro, in fretta e furia, per stare nei tempi e non pagare la penale di mancato compimento. Ciò ha avuto come principale effetto la mancata messa in sicurezza dell’intero cantiere, fatto che sembra essere all’origine di numerosi infortuni fra gli operai e, con forti probabilità, la morte di quattro di questi. Sono stati alcuni lavoratori stessi, anonimi, che hanno contattato il Coordinamento denunciando condizioni di lavoro ben lontane da quelle previste dalla legge: esposti ad esalazioni provenienti dai rifiuti immagazzinati previa l’accensione, lavoravano in un cantiere a cielo aperto senza alcun riparo. In seguito ad un allagamento di una zona delle fondamenta, ci fu un cortocircuito che danneggiò diverse parti dell’edificio, compresa una turbina che tuttora sembra essere la causa dei numerosi incidenti accaduti a pochi mesi dall’accensione.
Da un anno a questa parte è stata condotta un’analisi epidemiologica sulle unghie dei bambini residenti le zone limitrofe l’inceneritore. Lavorando in un laboratorio tenuto ‘segreto’ “per evitare che i ricercatori abbiano pressioni dall’alto, come probabilmente è accaduto in passato”, dice Luisa, i primi risultati mostrano i livelli di metalli pesanti nei bambini prima dell’accensione dell’impianto, per avere un dato di paragone iniziale. I secondi prelievi sono stati fatti a giugno scorso e la ricerca procederà per i prossimi anni. “E’ un’iniziativa che mira a prevenire gli effetti peggiori delle diossine, monitorandone i livelli in soggetti in crescita e quindi più esposti. Così facendo dovremmo essere in grado di portare dati certi sugli effetti dell’incenerimento sulla salute dei cittadini”.
A proposito di giovani generazioni, il Coordinamento da anni si impegna nella sensibilizzazione e formazione di una coscienza ambientale nelle scuole. Sulla città di Torino, Luisa e Pier Claudio hanno portato avanti per diverso tempo lezioni e assemblee nelle scuole secondarie, molto partecipate e con un pubblico incredibilmente attento. Nel comune di Colegno, uno dei limitrofi il Gerbido, l’anno scorso Leo, Silvia – un’altra attivista del gruppo torinese -, Valeria e Paolo – il curatore della comunicazione della grafica degli eventi organizzati – si sono occupati di un progetto di formazione ambientale per 20 classi elementari. Il progetto, ideato da Enrico – un attivista che si è inoltre occupato della creazione del sito web del Coordinamento – aveva come obiettivo il fornire una conoscenza globale dei temi ambientali – acqua, terra, energia, rifiuti – con gli strumenti e i termini adatti ai più piccoli.
Da sempre il Coordinamento ha cercato di replicare alla mala informazione e alle conflittualità con la leadership politica non solo con comunicati stampa e articoli, ma anche tramite brevi video ed interviste che approfondiscono alcune delle tematiche di lotta più critiche da diffondere. Questi video, di cui si sono occupati Paolo, Silvio ed Elisabetta – altri due attivisti che si occupano dei media -, sono poi stati postati sul canale YouTube del Coordinamento (Rifiuti Zero Tv). “E’ un’azione importante”, dice Paolo, “perchè l’articolo sul sito non tutti lo leggono, mentre un video arriva diretto, non è pesante perchè breve e, essendo una serie di immagini, può essere più incisivo che di parole scritte”. Sempre in linea con queste sue parole, Paolo si è inoltre occupato anche della divulgazione del film documentario Trashed – e del relativo dibattito che di solito segue alla proiezione – in diversi circoli del torinese.
L’empowerment culturale passa per diverse vie di comunicazione: oltre alle verbali dirette tipiche delle azioni informative e quelle scritte dei comunicati e dei volantini, le visive sono spesso molto incisive, poiché riescono a creare legami cognitivi con una realtà vissuta o relativa a circostanze non troppo lontane dal quotidiano di ogni cittadino.

Trashed a Grugliasco
Trashed è l’ultimo film di Candida Brady, interpretato da uno scosso e conciso Jeremy Irons, ed ha la capacità di suscitare un miriade di reazioni che si risolvono spesso con una presa di coscienza da parte del pubblico su diverse tematiche ambientali attuali. La platea di Grugliasco – comune nei pressi di Torino i cui cittadini hanno potuto seguire l’evolversi dei lavori dell’inceneritore dalle finestre di casa propria – non ha fatto probabilmente eccezione. La proiezione è stata l’evento lancio di Rifiuti Zero Grugliasco, comitato satellite del Coordinamento di Torino, creato da attivisti del Coordinamento stesso che vivono nel comune. Following up che denota bene l’azione non solo di sensibilizzazione sul territorio del gruppo di Torino, ma anche la sua incisività nell’aver creato un contesto di empowerment sociale ed educativo, tanto da aver portato attivisti del proprio gruppo ad occuparsi della proprio località, pur continuando l’impegno con il Coordinamento. Parlando con Federico – giovane attivista ed uno degli iniziatori del gruppo di Grugliasco – riguardo il concetto di Rifiuti Zero, lui mi fa notare che “il bello di Rifiuti Zero è che non sono tutti scienziati. Anzi, per dire, lo stesso Cavallari nasce dalla politica, però studiando, è riuscito a portare avanti le questioni anche più tecniche. Siamo un insieme di persone che, mettendo insieme le proprie conoscenze, crea quello che è Rifiuti Zero. È splendido, è una comunità!”.

La situazione attuale
Con l’inceneritore acceso da un anno, il cui funzionamento è soggetto a continui interventi tecnici, dovuti in gran parte dallo sforamento dei limiti legali di alcune sostanze nelle emissioni dell’impinato, il Coordinamento tiene testa e continua con le azioni di informazione e protesta sui diversi fronti fin ora descritti. Una delle ultime manifestazioni del gruppo torinese al completo, è stata una “veglia funebre” alle porte dell’inceneritore la sera prima dell’inaugurazione (19 giugno) – cui avrebbero partecipato numerosi politici locali -, “per altro a distanza di un anno dalla sua accensione”, sottolinea Valeria nel raccontarmelo. “Eravamo circa 200 persone davanti agli ingressi.”, continua “Abbiamo fatto volare lanterne e acceso candele. Ad un microfono ognuno poteva esprimere un proprio pensiero, una frase, leggere una parte di un libro…”. Il giorno dopo, anche se i manifestanti presenti erano meno rispetto alla sera prima, perchè giorno lavorativo, il Coordinamento ha invece organizzato un’azione di boicottaggio dei politici che entravano per il buffet di inaugurazione dell’impianto. “Con noi c’era anche il sindaco di Rivalta, che ha preferito stare dalla nostra parte purchè entrare con tutti gli altri”, conclude Valeria. Rivalta, infatti, da quasi tre anni a questa parte si è sempre schierata contro l’inceneritore, sostenendo anche in modo fisico e tangibile – come può essere una presenza istituzionale fra le fila degli attivisti – il lavoro del Coordinamento.
Concludendo, il Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino, nella sua decennale lotta per l’attuazione di un’alternativa sostenibile all’inceneritore del Gerbido, è stato in grado non solo di creare un certo livello di consapevolezza e formazione sulle tematiche ambientali e di gestione dei rifiuti fra la popolazione – grazie anche ad azioni di empowerment educativo, come i cicli di lezioni nella scuole –, ma sta costruendo una conoscenza condivisa di base grazie all’apporto delle expertise maturate ed acquisite nella lotta. Il Coordinamento sta inoltre contribuendo a livello nazionale a creare una conoscenza medico-scientifico sul tema delle conseguenze delle diossine nella crescita di soggetti, grazie all’inizio dell’indagine epidemiologica: i dati riportati da queste analisi saranno probabilmente preziosi in futuro per l’argomentazione “no inceneritore” nel dibattito pubblico.
 

Inceneritore, le bugie hanno le gambe corte (e le tasche vuote)

Sulle pagine locali di un quotidiano nazionale è apparso nei giorni scorsi un articolo interessante dal quale apprendevamo che una parte dei fondi necessari per lo studio di biomonitoraggio ambientale  denominato SPoTT sulle popolazioni residenti intorno all'inceneritore del Gerbido, sarà pagato dagli introiti ottenuti con lo smaltimento dei rifiuti provenienti dalla Liguria. Già questa estate erano state evidenziate difficoltà nel reperire i fondi (più di 800.000 euro per quest'anno e circa 2,3 milioni di euro in totale) per questo studio, che invece nel 2013 e nel 2014 era stato sbandierato da tutti gli amministratori favorevoli all'incenerimento come una garanzia ulteriore per i cittadini.
Passate le elezioni, come sempre accade in Italia, i nodi sono venuti al pettine ed ora nel silenzio generale si fa un’ulteriore deroga all’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) dato che questa prevedeva il biomonitoraggio al di là di un’eventuale importazione di rifiuti, (tra l’altro sempre esclusa in tutte le sedi dalle autorità provinciali).Tra l’altro resta concreta la minaccia che i rifiuti non torinesi siano smaltiti in eccedenza rispetto alle 421.000 tonnellate annue previste. E' un'operazione che lo Stato fa già con il gioco d'azzardo dato che da una parte prende i soldi dalle concessionarie e dall'altra è costretto a spenderne una quantità spaventosa per le nuove patologie che stanno ormai dilagando a causa dell'aumento indiscriminato di lotterie, casino on line etc.
Il Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino non accetta questa logica. Ci troviamo di fronte all'ennesima bugia che resta totalmente ignorata dalla maggior parte dei mezzi di informazione e delle amministrazioni. Pecunia non olet, il denaro non ha odore, è questo ormai il motto di molti di quelli che ci governano a tutti i livelli, dal Governo di Roma che vuole approvare l'osceno Sblocca Italia, ovvero sblocca cemento-petrolio-inceneritori, fino all'ormai tragicomico Comitato Locale di Controllo che tanto aveva decantato lo SPoTT.
Per quanto ci riguarda continuiamo, tra mille difficoltà, il nostro studio indipendente sull'accumulo di metalli pesanti nelle unghie dei bimbi che vivono intorno al camino di TRM, a tal proposito ricordiamo che chiunque può fare una donazione al seguente conto corrente: IT 80 X 05390 14100 000000033178 oppure tramite bollettino postale sul c/c n° 14313522 intestato a Associazione medici per l'Ambiente causale (OBBLIGATORIA) “5 Euro per difenderci dall'inceneritore di Torino”.
Come cittadini responsabili continuiamo anche a monitorare i dati di emissione dell'inceneritore ed a promuovere ovunque le politiche di buona gestione dei rifiuti.
A tal proposito non possiamo non rallegrarci del fatto che finalmente sul territorio della provincia di Torino si stiano organizzando delle iniziative importanti per la nascita di un agglomerato di comuni che gestirà i propri rifiuti non differenziati totalmente a freddo senza bruciare nemmeno un grammo di preziosa materia. Ad Almese il 30 ottobre scorso è stato finalmente ufficializzato che 4 Consorzi della Provincia di Torino (Acsel Val Susa, Ivrea, Cirie' e Pinerolo) stanno pianificando un accorpamento e studiando la realizzazione di una fabbrica dei materiali, un impianto per il recupero di materia dal rifiuto indifferenziato.
E' un'ottima notizia per la nostra salute e per le nostre finanze e ci da ancora più coraggio ad andare avanti nella lotta contro la miopia e l'ignoranza di chi ha gestito i rifiuti a Torino negli ultimi 20 anni.

 Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero
Torino 04-11-2014

Ufficio Stampa
Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino
Tel: 335.6722544

domenica 31 agosto 2014

INCENERITORE DEL GERBIDO, SEDICI SU SEDICI !

Comunicato Stampa
L'impianto di incenerimento del Gerbido continua ad inanellare record e non smette di stupirci 
 

La scorsa settimana ha infilato l'ennesimo filotto, giusto in tempo per accogliere i torinesi di ritorno dalle ferie, due sforamenti in meno di una settimana.
E' la tanto rimpianta “aria di casa mia” che ci accoglie in tangenziale quando restiamo per qualche tempo lontani dalla nostra amata città, insieme con l'ormai inconfondibile e supertrendy ciminiera azzurra!
Anche questa volta TRM ci rassicura, gli sforamenti di CO (monossido di carbonio) corrispondono alle solite utilitarie impazzite che si trascinano ormai stancamente sull'anello di asfalto che circonda la capitale sabauda. E gli sforamenti di ammoniaca? Non ce lo dicono ma corrispondono ad un centinaio di casalinghe che tutte insieme decidono di pulire il W.C. con la finestra aperta.
Purtroppo non c'è nulla di comico in questo ennesimo incidente che ha coinvolto l'inceneritore e come al solito dobbiamo registrare un silenzio vergognoso da parte di quasi tutti i media.

Per dare un'idea di quello di cui stiamo parlando, invitiamo tutti a leggere sul sito i due documenti o nei quali si parla dei 16 (sedici) incidenti che sono stati registrati in 16 (sedici) mesi di attività. Sono cifre sbalorditive che però nessuno dei nostri amministratori ritiene sufficienti per mettere in discussione i responsabili di questo disastro.
Il Coordinamento No-Inceneritore Rifiuti Zero Torino invita tutti i cittadini ad informarsi sui nostri canali di comunicazione (sito internet, pagine Facebook, mailing list) per sapere come stanno davvero le cose.
Nelle prossime settimane proseguiranno gli incontri con gli amministratori per presentare la nostra proposta alternativa di gestione di rifiuti nella ormai ex-provincia di Torino, futura Città metropolitana, perché siamo fermamente convinti che si possano gestire i rifiuti senza bruciarne nemmeno un grammo (figuriamoci 421.000 tonnellate!)

Gli unici inceneritori sicuri sono quelli spenti, meglio ancora NON COSTRUITI.
 
Riportiamo qui di seguito il Comunicato stampa del CARP (Coordinamento Ambientalista Rifiuti Piemonte) emesso nei giorni scorsi:

Due incidenti in 5 giorni. Ad agosto 2014 l'inceneritore del Gerbido macina record!
 
Due incidenti in 5 giorni. L'inceneritore del Gerbido di Torino si candida per il Guinnes dei primati.
Il primo si è verificato il 20 agosto 2014 si è avuto un blackout (ancora?!?) all'impianto e secondo TRM:
Questo evento che – come noto – impedisce il controllo della combustione, ha comportato un lieve superamento dei limiti delle emissioni di monossido di carbonio (CO) sulle Linee 1 e 2.

È rassicurante (evviva!) sapere che questo problema di "mancato controllo della combustione" è "noto"... chissà come mai un impianto di queste dimensioni non ha sistemi di emergenza per il controllo di cosa succede all'interno delle camere di combustione. La linea 3 è spenta perché non ci sono rifiuti, altrimenti l'incidente avrebbe coinvolto anche quella, con sforamenti del limite del velenoso monossido di carbonio (CO) ancora superiori (il solito trucco della "media giornaliera" fa apparire i dati di TRM più bassi del valore reale.
Inoltre c'è da chiedersi cosa succeda alle emissioni di diossine in queste fasi, visto che vengono controllati solo di quando in quando, previo avvertimento, in genere ogni 4 o 6 mesi. Visto che la combustione è fuori controllo, possiamo ragionevolmente ipotizzare che diossine ed altre salubri sostanze vengano emesse in quantità notevole e del tutto incontrollata. Insomma, probabilmente non è solo il CO che ha sforato. Ma tanto tutto viene abilmente coperto dai "controlli quadrimestrali"...
Secondo incidente fresco fresco il 25 agosto. Un blocco della combustione alla linea 1 ha causato superamento dei limiti medi giornalieri delle emissioni di monossido di carbonio (CO) e dell'ammoniaca (NH3).

Oltre, -aggiungiamo noi- probabili sforamenti di tutti i microinquinanti (diossine, ecc.) che vengono controllati "quando fa comodo" solo 2 o 3 volte all'anno.
Con tutto ciò, il Comitato Locale di Controllo targato PD tace ed i torinesi possono festeggiare il ritorno dalle vacanze ritrovando la consueta "aria di casa"...

Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino Torino 29-08-2014


Ufficio Stampa
Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino
Tel: 335.6722544
E-mail: stampa.rifiutizerotorino@gmail.com
Sito web: www.rifiutizerotorino.it

lunedì 28 ottobre 2013

Manifestazione "BASTA MENZOGNE SULL'INCENERITORE DEL GERBIDO"

Sabato e' stata una bellissima giornata.
E' sempre bello trovarsi fianco a fianco con tanti cittadini e genitori come noi che, oltre che ricevere le nostre comunicazioni, ci seguono quando scendiamo in piazza.
Sono talmente rare le occasioni in cui il cittadino puo' far sentire la propria voce che non approfittarne e' sempre un peccato.
Saremmo potuti essere molti di piu', ma vi diamo gia' appuntamento fin da adesso alla prossima manifestazione che ci sara' presumibilmente nella primavera prossima.
Oltre che portare avanti le altre iniziative in corso, l'intenzione infatti e' quella di continuare su questo cammino per farci vedere in piazza almeno ogni 6 mesi.
Questo per dare la possibilita' a tutti di far sentire la propria voce in allegria e in modo civile, anziche' subire passivamente le scelte dei nostri amministratori che sempre piu' hanno interessi economici e di salvaguardia della salute diversi da quelli di noi cittadini.

Qui sotto il link sulla manifestazione sul IlFattoQuotidiano:

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Dal sito internet di TRM: ”Torino, 20 ottobre 2013. A seguito di un problema tecnico nelle due linee attive del termovalorizzatore (un blocco alla caldaia della Linea 2 ed un’anomalia al sistema di abbattimento degli ossidi di azoto nella Linea 3), oggi è stato deciso – sulla base del "principio di precauzione" adottato da TRM nella fase di esercizio provvisorio (maggio 2013 – aprile 2014) – di interrompere il funzionamento dell’impianto ed effettuare le necessarie attività di controllo e verifica.“
E SONO SETTE!!!!
In poco meno di sei mesi di attività. Ormai gli incidenti (o guasti come ama chiamarli TRM) sono diventati una consuetudine, degli eventi tanto rari quanto la presenza di acqua in mare.
E’ noto che, proprio in base al principio di precauzione, questo impianto non avrebbe dovuto nemmeno essere costruito. Coloro i quali dicono di rifarsi a questo importantissimo principio, anche giuridico, che dovrebbe sorreggere la gestione delle attività umane per tutelare la salute dei cittadini, lo hanno palesemente disatteso. Infatti, costoro hanno piazzato una bomba ecologica, un “termodistributore” di scorie e di veleni, a poche centinaia di metri da case, scuole ed ospedali.
Il principio di precauzione afferma che TRM deve dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che bruciare i rifiuti non causerà problemi alla salute ed all'ambiente. Peccato che gli studi compiuti sugli inceneritori vecchi dimostrino esattamente il contrario e che sui nuovi non esistano dati sufficienti per provarne l'innocuità al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nonostante le notizie sempre più preoccupanti che arrivano da fonti sempre più autorevoli sulla pericolosità delle sostanze emesse dagli inceneritori, dobbiamo ancora vedere sul Telegiornale regionale dei servizi assurdi da Istituto Luce del ventennio, notizie rassicuranti come se il TG3 fosse l'ufficio stampa di TRM, senza contraddittorio e smentite, quotidianamente, da quello che succede davvero nell'impianto del Gerbido. Un muro di gomma che tenta di avvolgere le nostre rimostranze nonché le nostre proposte alternative all’incenerimento dei rifiuti, in una plumbea cappa di silenzio.
Il fatto che il Comitato Locale di Controllo, la maggior parte dei sindaci dei comuni interessati da questo problema, quasi tutte le forze politiche locali ed i media, non si accorgano di quanto sia ipocrita citare il principio di precauzione, dopo aver costruito un impianto che produce sostanze cancerogene, ci obbliga come cittadini a scendere di nuovo in strada, per informare e per dare un segnale forte che la misura è colma.



IL COORDINAMENTO NO INCENERITORE RIFIUTIZERO TORINO INDICE UNA MANIFESTAZIONE PER DIRE:
“ BASTA ALLE MENZOGNE SULL'INCENERITORE DEL GERBIDO”
INVITIAMO TUTTI I CITTADINI, LE ASSOCIAZIONI, I MOVIMENTI, I SINDACATI E LE FORZE POLITICHE RESPONSABILI
SABATO 26 OTTOBRE ALLE ORE 14,00 PRESSO LA VECCHIA STAZIONE DI PORTA SUSA. CI MUOVEREMO POI IN CORTEO ED ARRIVEREMO SOTTO LA SEDE RAI DI VIA VERDI PER CHIEDERE UN'INFORMAZIONE EQUILIBRATA E SOPRATTUTTO VERITIERA.

Ufficio Stampa

Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino

Tel. 370.710.18.55, 335.672.25.44

--
Comitato
NO INCENERITORE - SI RIFIUTI ZERO

==============================================================
Regola 5R (Riduci, Ripara, Riusa, Ricicla e Riprogettazione) verso l’obiettivo Rifiuti Zero
www.rifiutizerotorino.it
ISCRIVITI AI GRUPPI FACEBOOK: NO INCENERITORE TORINO e ARIA BENE COMUNE
www.facebook.com/groups/noinceneritoretorino?ap=1
www.facebook.com/groups/ariabenecomune?ap=1

martedì 1 ottobre 2013

QUINTO INCIDENTE!

BASTA MENZOGNE SULL'INCENERITORE
IL 26 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CONTRO LA CENSURA E CONTRO LA DISINFORMAZIONE.



martedì 17 settembre 2013

RIPUBBLICIZZARE SI PUÒ, RIPUBBLICIZZARE SI DEVE!

di Gianluca Gobbi, RadioFlash Torino

Come la società in cui siamo immersi, anche il palinsesto di Radio Flash si fa sempre più “liquido”. Dalla scorsa settimana stiamo realizzando interviste di presentazione del convegno internazionale Ripubblicizzare si può, ripubblicizzare si deve“, di cui siamo media partner. Sulle forme di finanziamento e gestione del servizio idrico interverranno esperti provenienti da tutta Europa, a partire da Parigi e Berlino.
Non mancheranno esperienze che nel nostro Paese dimostrano come sia possibile tornare ad un gestione pubblica dell’acqua. Ovviamente non intesa come carrozzone su cui salire (più che per bere, soprattutto per mangiare…), ma come meccanismo virtuoso in grado di garantire una vera gestione partecipata. Il convegno di sabato 21 settembre (al Centro Incontri della Regione Piemonte in C.so Stati Uniti 23 a Torino) chiarirà in modo inequivocabile perché la straripante vittoria del referendum non ha affatto chiuso la partita e perché sempre di più si scrive acqua e si legge democrazia.

➜QUI IL PODCAST DEGLI APPROFONDIMENTIradioflash.to/programmi/fuorionda/acquapubblica

domenica 14 luglio 2013

Non hanno ancora capito che...

...l’acqua non è una merce!

Acqua pubblica a Torino

La vicenda dell’acqua pubblica a Torino dimostra una volta di più quanto la classe dirigente di questa città, come del resto quella governativa nazionale, sempre più si stiano allontanando dai principi di legalità costituzionale.
Si veda il disprezzo per la volontà espressa da 383.651 cittadini  torinesi e da 1.034.562 elettori della provincia di Torino che nel Referendum del 12 e 13 giugno 12011 hanno detto chiaramente che l’acqua non è una merce ma un bene comune che va gestito senza scopo di lucro, quindi da un Ente di diritto pubblico.
Non contento di aver manipolato con arroganza la delibera di iniziativa popolare firmata da migliaia di cittadini che proponeva di trasformare SMAT in azienda speciale consortile per attuare i principi sanciti dal Referendum , il PD torinese e la sua maggioranza si accingono ora a tradire l’esito referendario negando questa  trasformazione (v. La Stampa dell'8 luglio).
Hanno mobilitato dirigenti comunali e aziendali, avvocati e tecnici per impedire una ricerca serena, approfondita, giuridicamente e economicamente ineccepibile del modo migliore per applicare il referendum e mettere SMAT al riparo dalla privatizzazione.
La nostra proposta di procedere con calma e con metodo, per cercare le soluzioni più opportune, per non creare scompensi né problemi, ma conseguire in tutta sicurezza l’obiettivo referendario  è caduta nell’indifferenza e disinteresse di quasi tutta la maggioranza che ha saputo solo seminare l’iter deliberativo di cavilli, pretesti, ostacoli e superficialità.
La volontà popolare si è scontrata con una chiusura culturale e politica imputabile a un ottuso arroccamento ideologico neoliberista o peggio, all'acquiescenza verso le potenti lobbies finanziare che da anni mirano al possesso dei servizi pubblici locali a più alto tasso di profitto, come inceneritori ed acqua.
L’unico modo per garantire che SMAT non venga privatizzata è la sua trasformazione in azienda di diritto pubblico, non certo l’introduzione di misere alchimie sulle percentuali di voto. La vicenda TRM insegna.
In passato a Torino, di fronte a manovre altrettanto subdole e arroganti, i padri dell’emancipazione e del progresso sociale hanno saputo resistere “un minuto più del padrone”. I figli di quei padri siamo noi.

Torino, 9 luglio 2013

Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino

Via Mantova 34, 10153 Torino - www.acquapubblicatorino.org - tel. 388 8597492  

giovedì 25 aprile 2013

CS del Coordinamento Rifiuti Zero

"Il Gerbido ha avviato le sue attività ma nessuno lo sa!"

Comunicato stampa del Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino del 24.04.2013 
L’inceneritore di Torino ha avviato le sue attività ormai da alcuni giorni. Appare piuttosto grave che neanche i componenti del CLdC (Comitato Locale di Controllo), siano stati avvisati dell'accensione, così come il tecnico di fiducia del Comune di Rivalta, che aveva espressamente chiesto di essere avvertito per poter eventualmente assistere e controllare.
Si trattava solo dell’“avviamento tecnico” di una linea per poter produrre la prima energia elettrica così da ricevere i certificati verdi: nulla di così importante da dover essere tenuto nascosto, quindi. Ma allora - ci domandiamo - cosa succederà quando “inizieranno a fare sul serio”?

Il consiglio di mantenere “il silenzio” pare sia giunto dagli organi di Polizia: la motivazione è stata che sussisteva, in caso di diffusione della notizia dell’accensione, il rischio di disordini. È stata richiesta un’appropriata documentazione per tale affermazione. Questo fatto costituisce un precedente, che mette ulteriormente in dubbio la fiducia che come cittadini ci viene chiesto di riporre in coloro che continuano a vantarsi di costituire garanzia di trasparenza. Un accadimento di tale gravità giunge, tra l’altro, proprio nelle fasi iniziali di vita dell’impianto del Gerbido, occasione in cui diventa ancor più importante la funzione di "controllo” insita nella costituzione del CLdC. Di fronte alle presuntuose e arroganti affermazioni e accuse del sindaco di Grugliasco Roberto Montà rispetto alle tesi sostenute dal Comune di Rivalta, contrarie all’incenerimento, vi è stata una comprensibile reazione da parte del pubblico presente in sala, il quale valuta positivamente il parere dell'amministrazione rivaltese, rappresentata nel corso della seduta dall’Assessore all’Ambiente Gianna De Masi, accompagnata da un tecnico.

I rivaltesi hanno risposto alle affermazioni lanciate nei loro confronti, “smontandole” e rinviando al mittente le accuse di immobilismo e sabotaggio del lavoro del CLdC. Ora, almeno, siamo a conoscenza del pensiero del sindaco Montà nei confronti dei propri “colleghi”, sindaci nei comuni limitrofi, e di come ritenga di poter criticare, manipolare e strumentalizzare scelte democraticamente corrette che - a questo punto ne siamo sicuri - lui e la sua giunta non compiranno mai. Siamo solo dispiaciuti per i cittadini grugliaschesi.
Diventa a questo punto indispensabile per TRM dare prova della ricezione dell'imposizione di tacere a TUTTI la data dell'accensione, dimostrando quanto meno la sua buona fede e acclarando chi siano i responsabili dei mancati controlli, siano essi funzionari di Polizia o amministratori zelanti.

Altro argomento trattato, il destino delle scorie di combustione: Paolo Foietta (presidente di ATOR), ha dichiarato che le ceneri non saranno destinate alla Servizi Industriali di Orbassano, nonostante la stessa azienda abbia vinto il relativo bando di gara. Restano però senza risposta i tanti quesiti inerenti il destino delle scorie: cosa nasconde questo silenzio? Quali patti sono intercorsi con la Servizi Industriali per farle fare un passo indietro rispetto al diritto acquisito?

mercoledì 17 aprile 2013

A Torino potrebbe cambiare ...

I gestori dell’acqua, i capitali pubblici ed i profitti privati
Lorenzo Giroffi, firstlinepress

I gestori dell’acqua, i capitali pubblici ed i profitti privati. A Torino potrebbe cambiare
A Torino continuiamo a tracciare una mappatura della gestione acqua in Italia. Bisogna farlo considerando lo scenario di questo bene comune come un qualcosa da preservare e perseguire in qualsiasi angolo del mondo, affinché il mercato non leda un diritto naturale, ricordando però che il servizio idrico deve fare i conti con le singole realtà locali. Quella di Torino si specchia nell’efficienza e nella cura rispettata nel centro della città. Società Metropolitana Acque Torino, meglio conosciuta come SMAT, può presentarsi come un’eccellenza per i servizi idrici che offre, per la garanzia del recupero, della depurazione e dell’accesso a tutti. Tuttavia quest’azienda, pur essendo di natura pubblica, si comporta come un qualsiasi gruppo imprenditoriale, osservando l’acqua come un settore commerciale dal quale poter trarre benefici economici, spostando il proprio raggio d’azione da una gestione locale ad una imprenditoriale extra-territoriale, che si scontra con la realtà della gestione acqua, fatta di conoscenza del luogo in cui si opera e legame con esso. SMAT ha però tutto il diritto di farlo e qui nasce il grosso equivoco.
I molti sostenitori del referendum 2011, che ha abrogato i decreti utili all’inserimento del bene acqua nel mercato, restano spiazzati dinanzi alla conformazione dei gestori di natura pubblica, ma non di diritto pubblico. Il comitato Acqua Pubblica Torino chiede la trasformazione di SMAT da società per azioni, ad azienda consortile di diritto pubblico. Il comitato dopo il referendum, sentendo la responsabilità di quanto accaduto in Italia, divenuto anche esempio in ambito internazionale, non ha mai abbassato la guardia. È stata infatti chiesta all’Amministrazione Comunale di Torino una delibera utile al compimento della mutazione giuridica di SMAT. Lo scorso lunedì 4 Marzo, il Comune di Torino ha avallato tale delibera, anche se la sua attuazione sarà verificabile entro novanta giorni, nei quali saranno adottate verifiche strutturali e di bilancio affinché si accerti l’effettiva concretizzazione del processo. Il comitato cittadino Acqua Pubblica Torino, dopo aver realizzato e portato avanti la proposta, sarà tenuto fuori da questo controllo di fattibilità ed a scadenza dei tempi non potrà incidere sulla decisione. Per questo motivo incontro Andrea Sacco, appartenente al movimento.

Negli anni come sono nate le vostre iniziative e come quest’ultima delibera?
<<Il comitato nasce nel 2007, ancor prima del successo referendario, ma da sempre ha avuto un grande sostengo popolare. L’ultima delibera vuole che SMAT, gestore dell’area torinese di oltre 280 Comuni, passi da S.p.a. ad azienda speciale consortile, perché riguardante tutto l’insieme delle Amministrazioni Comunali. Per questa delibera sono state raccolte cinquecentomila firme, appartenenti a cittadini per lo più spaesati rispetto al fatto che ancora oggi l’esisto referendario non sia stato attuato. La nostra delibera è stata poi in qualche maniera osteggiata dalle commissioni tecniche dei Comuni, che in realtà dovrebbero essere imparziali, invece sono sempre apparse in linea alle volontà politiche dei loro referenti, ponendo ostacoli alla possibilità di un’azienda pubblica, interpretando in maniera fosca il codice civile. Di fatti hanno dichiarato che non si poteva chiudere una società per azioni, già esistente, per crearne una nuova, vista la spending review. Il nostro intento però non è mai stato quello di chiudere un’azienda. Semplicemente vogliamo trasformarla, senza mettere in crisi i rapporti con i suoi attuali lavoratori>>.

Perché un’azienda di capitale pubblico, come la SMAT, operante nella provincia di Torino, può essere una minaccia per la privatizzazione del bene pubblico acqua?
<<Bisogna chiarire la natura dell’azienda perché in questi anni una società di diritto privato, seppur con capitali pubblici, non è mai stata garanzia dell’acqua al riparo dal mercato e dagli speculatori. Questo è confortato dai fatti.  A Torino, subito dopo il referendum del 2011, che oltre all’acqua ha deciso l’impraticabilità di privatizzazione per ogni servizio pubblico, è partita una campagna di dismissioni per recuperare liquidità, come successo con la società TRN, di natura pubblica, ma comunque società per azioni, gestore dell’inceneritore e legata al ciclo dei rifiuti, che è stata messa sul mercato e venduta all’80%:  in pratica è stata persa dal pubblico. Così facendo magari saniamo un anno di bilancio, ma riduciamo il patrimonio pubblico. Questo è ad esempio in contrasto con quanto viene dichiarato dal vicesindaco di Torino, Tom Dealessandri, che a parole vuole preservare i beni pubblici, ma che in pratica è parte di una Giunta che li sta svendendo. Per questo noi invochiamo una società che sia di diritto pubblico, con capitali pubblici e la partecipazione dei vari Comuni, che in questo caso sono più di 280. Così si esce proprio dal rischio del mercato. Negli anni abbiamo evitato le varie ventate di privatizzazioni della SMAT, ad esempio nella scheda di presentazione di questa società, sul sito del Comune di Torino, c’era scritto che era una società con un capitale inizialmente pubblico, siamo poi riusciti a sbarazzarsi dell’avverbio inizialmente>>.

Allo stato attuale quante possibilità ha SMAT di divenire azienda di diritto pubblico?
<<Noi pensavamo che i comitati promotori di questa delibera potessero partecipare alle discussioni in Consiglio Comunale, invece, una volta passata, non abbiamo più titolo per parlare o difendere tale iniziativa, proprio come successo col referendum del Giugno 2011. In Consiglio Comunale sono stati proposti emendamenti utili solo a far slittare l’attuazione, perché è stata chiesta l’istituzione di un soggetto che faccia le verifiche tecniche per gli aspetti patrimoniali e di bilancio inerenti alle ripercussioni di questa trasformazione sulle casse del Comune. Il fatto è che noi abbiamo fatto tutti questi studi nei mesi passati e si potevano compiere accertamenti durante le riunioni avute con gli uffici tecnici, che sappiamo già essere dotati di queste documentazioni, tenute però nascoste. Siamo felici perché certamente questa delibera, approvata, pone una strada verso la resa pubblica di SMAT, ma ora vogliamo sapere chi farà queste indagini, visto che gli uffici tecnici si sono già dimostrati in male fede nei nostri riguardi>>.

Negli anni come sono state recepite dalla classe politica italiana le spinte popolari sul tema acqua pubblica? A Torino il gestore idrico come ha risposto al referendum?
<<Il secondo quesito referendario, ovvero quello inerente alla non remunerazione del capitale investito per i gestori dei servizi idrici, non è stato ottemperato dalla SMAT, che attende, dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, ulteriori indicazioni sul recupero dei soldi necessari, insomma il solito scaricabarili. Io noto un’incoerenza politica all’interno dello stesso Partito Democratico, maggioranza nel Comune di Torino, ma che sembra più propenso a politiche liberiste rispetto invece ad un altro sindaco del Pd, Graziano Delrio, che amministra a Reggio Emilia, il quale ha proposto un nuovo consorzio, tutto pubblico, togliendo la concessione ad IRE>>.

Potrebbe essere rischioso destabilizzare un gestore che comunque opera bene sul territorio, affidandosi ad un soggetto completamente pubblico? Cosa si rischia con un gestore a capitale pubblico, ma di diritto privato?
<<Noi riconosciamo il fatto che SMAT a livello locale gestisca bene e che dia garanzie ai cittadini di tariffe basse, però contestiamo che abbia atteggiamenti deleteri ed in linea con la concezione dell’acqua come merce. Basti vedere gli investimenti che SMAT ha fatto nella gestione dell’acqua a Palermo, dove ne è uscita con le ossa rotta e non si capisce ancora con esattezza quanto le nostre stesse casse siano state afflitte da quest’operazione, a volte si parla di 1 milione di euro, altre volte di 14. C’è inoltre da ricordare che SMAT, con la compartecipata Acque Potabili, fa gestione anche in Calabria e ciò è incoerente con una conduzione oculata. Dunque noi vogliamo che la SMAT mantenga le sue professionalità, visto che funziona sia il monitoraggio delle acque, che la depurazione, senza aggravi sulla bolletta, come in altri posti d’Italia, dove invece vengono aggiunti costi per servizi di fognatura che non esistono. Però vogliamo che venga cambiata la politica e l’essenza di quest’azienda, che deve reinvestire gli utili nel pubblico e non in altro>>.

Nella sostanza cosa rischia il bene acqua se gestita dal privato?
<<Quando il soggetto è privato si riducono gli investimenti per ottimizzare il profitto, inoltre si alzano le tariffe e si perde il diritto di un bene comune, stabilito anche da una risoluzione ONU. L’acqua è poi collegata all’igiene pubblica. Storicamente, osservando le documentazioni, si è rilevato che quando si sono costruite le reti idriche nelle città, le fontane e quant’altro,  si è fatto soprattutto per l’accesso all’acqua potabilizzata, utile alla riduzione di epidemie. Le fontane a moneta, come la SMAT vorrebbe realizzare, mi fanno rabbrividire. Il prototipo del soggetto privato ha già dimostrato di aver aumentato bollette, perdendo inoltre il controllo di un servizio locale. Quando una società francese o come la stessa torinese va in giro per il mondo, è chiaro che non ha la conoscenza del territorio in cui opera, del sistema delle fonti, delle sue reti e le sue sorgenti. L’utente poi per qualsiasi malfunzionamento non potrebbe avere un contatto diretto con il gestore, lontano dal Comune e dalle caratteristiche del territorio>>.

mercoledì 6 marzo 2013

L'onda lunga dell'acqua bene comune


"Grazie ad una deliberazione di iniziativa popolare, la Smat SpA, la società che gestisce l’acquedotto torinese, potrebbe diventare una società speciale consortile. Il documento è stato approvato questo pomeriggio dal Consiglio comunale. A favore hanno votato 20 consiglieri, 1 contrario, 16 astenuti" spiega un comunicato stampa del Comune di Torino, diffuso dopo che -lo scorso 4 marzo- era stata votata la delibera promossa dal Comitato acqua pubblica Torino (ne avevamo dato conto qui).
L'onda lunga del referendum tocca anche la città delle Mole, e punta a mettere "paletti" alle possibili scelte di un ente locale fortemente indebitato, che ha già dimostrato l'interesse a svendere le proprie partecipazioni azionarie per far cassa. 
 
Smat spa, una società per azioni controllata al 100 per cento dagli enti locali, potrebbe diventare la più grande utility italiana a trasformarsi in soggetto di diritto pubblico: "Lunedì 4 marzo un incerto consiglio comunale di Torino è stato costretto ad approvare la delibera di iniziativa popolare sotto la spinta democratica dei cittadini -ha spiegato il Comitato, in un comunicato-. Emendamenti dell’ultimo minuto hanno comunque introdotto due elementi che giudichiamo negativamente. Il PD ha voluto cancellare gran parte della cosiddetta 'narrativa' che esprimeva le motivazioni che avevano portato alla proposta. La maggioranza di centro sinistra del Consiglio Comunale non ha avuto il coraggio di condividere il senso critico di larga parte della cittadinanza. Nel dispositivo si sono introdotti ulteriori passaggi di valutazione e analisi per l’effettiva applicazione della delibera, che -ricordiamo- viene discussa a distanza di sei mesi dalla sua presentazione".
Alle critiche del Comitato fanno da contraltare le dichiarazioni del sindaco della cittò, Pietro Fassino, che spiega quali siano le due condizioni che l'ente intende verificare, in un tempo di tre mesi, prima di procedere alla "trasformazione di Smat in società consortile". "In primo luogo -ha spiegato Fassino-, qualunque sia la forma societaria, bisogna garantire alla società che gestisce l’acqua adeguati flussi finanziari per investimenti, altrimenti nel tempo il servizio deperirebbe e il costo per i cittadini salirebbe. In secondo luogo, bisogna poi essere consapevoli che Smat ha già fatto cospicui investimenti finanziati da credito bancario: è necessario che la società sia in grado di onorare quegli impegni, che altrimenti ricadrebbero su tutti i 230 Comuni. E i piccoli Comuni non potrebbero sostenerli".
 
A Torino, e in tutto l'Ambito territoriale ottimale numero 3 del Piemonte, potrebbe partire un processo simile a quello che hanno avviato i sindaci della provincia di Reggio Emilia, dopo aver votato una mozione d'indirizzo volta alla ri-pubblicizzazione all'interno dell'Agenzia territoriale per i servizi idrico e rifiuti (ne abbiamo parlato su Altreconomia di febbraio 2013).
L'esempio reggiano potrebbe trovare presto una eco emiliana anche a Piacenza, dove il prossimo 14 marzo l'assemblea dei 48 sindaci della provincia sarà chiamata a decidere sul futuro affidamento della gestione dell'acqua (nel dicembre 2011 è scaduta la concessione a Iren).
"Si tratta di una scelta storica -spiega in un comunicato il comitato Abc Piacenza- tra due alternative agli antipodi, che condizionerà la gestione dell'acqua per i prossimi 30 anni". 
"Abbiamo chiesto di poter intervenire ad inizio assemblea per illustrare ai sindaci le nostre proposte -continua il comitato-, ma questa possibilità ci è stata negata. Continuiamo ad attendere il percorso partecipativo annunciato dal Sindaco Dosi appena prima di capodanno. Speriamo che venga avviato presto, e magari allargato all'ambito provinciale.
Le due alternative tra cui scegliere: 
1) affidare direttamente , 'in house', la gestione dell'acqua a un ente completamente pubblico, in ossequio alla volontà popolare espressa dal risultato referendario del giugno 2011. 
2) una gara europea per la scelta del gestore privato o del socio privato con il quale gestire il servizio, in spregio alla volontà popolare.
L'ipotesi della gara, non certamente priva di incognite e alti costi, tradirebbe palesemente l'esito referendario.
La gara potrebbe essere vinta da qualche multiutility privata straniera, e anche qualora venisse vinta da Iren il quadro a cui si andrebbe incontro è quello di una privatizzazione sempre maggiore del servizio idrico integrato, in spregio al risultato referendario.
Iren infatti nel suo ultimo piano industriale, oltre a prevedere di continuare nel taglio degli investimenti previsti, prospetta chiaramente la privatizzazione totale del servizio, affermando che l'impegno della società si concentrerà nel consolidamento della partnership con F2i", il fondo d'investimenti guidato da Vito Gamberale

Intanto, come anticipato da Altreconomia a febbraio, il Coordinamento romano acqua pubblica avvia il dibattito nella Capitale intorno allo studio di fattibilità economica per la ripubblicizzazione di Acea Ato2 Spa,  redatto avvalendosi di consulenti professionisti. "Su questa base il Coordinamento romano acqua pubblica ha articolato una proposta che intende condividere con tutte le realtà interessate -spiega il Crap in un comunicato-: a partire dai lavoratori del settore, passando per i cittadini dei comuni dell'Ato2, arrivando fino al consiglio comunale di Roma, principale azionista di Acea. Con la consapevolezza che questo possa essere un primo passo verso la ripubblicizzazione di tutti i servizi pubblici, sempre più aggrediti da speculazioni e privatizzazioni". L'appuntamento per un primo momento di confronto pubblico sui temi sarà venerdì 22 marzo alle ore 18.00 presso il Cinema America Occupato (Via Natale del Grande 6- Zona Trastevere). Mercoledì 6 marzo, invece, alle ore 17.30 presso il Rialto S.Ambrogio (Via S.Ambrogio, 4) il Coordinamento romano acqua pubblica organizza un incontro di autoformazione sulla proposta di ripubblicizzazione di AceaAto2.

Luca Martinelli, Altreconomia

lunedì 4 marzo 2013

Mecu Beccaria sul Filadelfia

"Mi sento preso in giro dall'amministrazione cittadina"

Domenico Beccaria, consigliere d'amministrazione Fondazione Stadio Filadelfia, ha emesso questo comunicato per spiegare quanto sta succedendo nell'àmbito della questione Filadelfia.
"Dal CdA odierno, traspaiono alcune verità innegabili e preoccupanti. La prima verità è che la Città di Torino, in una lettera del suo Sindaco, ha affermato di aver fatto slittare la prima tranche di stanziamento dei 3,5 milioni di euro deliberati a favore della riedificazione del Filadelfia. Entro il 31 dicembre 2012, nelle casse della Fondazione Stadio Filadelfia, avrebbe dovuto arrivare 1,2 milioni di euro, che non è stato versato con la scusa che non erano stati presentati ne il progetto ne il piano finanziario. Richieste della Città di cui, su mio specifico quesito nello scorso CdA della Fondazione, non v’è traccia. Un pretesto per far slittare un pagamento di cui non c’era nè la volontà nè le risorse per far fronte. La seconda verità è che il progetto preliminare che ci è stato sottoposto adesso non ha un costo complessivo di 8 milioni di euro, ma bensì di una cifra oscillante tra i 12 e i 14 milioni. Questa differenza è dovuta al costo del lato su via Giordano Bruno, che oscilla tra i 4 e i 6 milioni di euro e di cui non s’è voluto tener conto. I progettisti, su indicazioni provenienti da soggetto diverso al Collegio del Fondatori o del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione, perché non voglio pensare che lo abbiano fatto di propria iniziativa, hanno ritenuto di ipotizzare lo scorporo su due differenti lotti, della realizzazione dell’opera. Ricordo che esclusivamente il Collegio dei Fondatori ha il potere di valutare ed eventualmente deliberare una soluzione del genere. La terza verità è che si continua a perdere tempo, procrastinando sine die la data del conferimento dei soldi, il vero motivo per cui la ricostruzione del Tempio granata non ha ancora avuto inizio. Come cittadino e come tifoso, mi sento preso in giro da una amministrazione pubblica che promette a piene mani in tempo di elezioni e poi non mantiene quando è ora. Mi sento tradito, quando non si ha la forza per affermare chiaramente che i soldi che la Città ha deliberato, ovvero i 3,5 milioni di euro, non sono soldi pubblici, distratti da altri capitoli di spesa, ma soldi che la Città incassò e destinò alla riedificazione illo tempore, quando ci fu lo scambio di terreni Filadelfia/Chinino, per evitare di edificare il centro commerciale sul Sacro suolo del Filadelfia. Mi sento offeso, quando constato che per una parte del cielo calcistico della città si usa una attenzione e una sensibilità completamente diversa a quella che si usa per l’altra. Credo che sia ora, una volta per tutte, che i tifosi e i cittadini sappiano con chiarezza, quel che succede su questa vicenda. La mia coscienza e la mia Fede Granata, mi impediscono di tacere su questa situazione vergognosa".

giovedì 6 dicembre 2012

La storia della Finanziaria Sviluppo Utilities srl (FSU)



FSU è la società individuata dai Comuni di Genova e Torino quale veicolo finanziario per gestire la partecipazione da essi detenuta in Iride prima e Iren poi, la società multiservizi del Nord Ovest.
La sua vicenda è emblematica per capire qual è la reale portata delle operazioni di trasformazione delle vecchie aziende municipalizzate di gestione dei servizi pubblici in società per azioni quotate in borsa, non più regolate dal diritto pubblico.
Emblematica ed importante per evidenziare che la ricetta neoliberista per risanare i bilanci pubblici attraverso la vendita (svendita) del patrimonio pubblico produce per i cittadini piatti avvelenati.

A Torino la vicenda prende avvio nel 1997 con la trasformazione dell’Azienda Energetica Municipale, AEM, da azienda municipalizzata in società per azioni. Ciò anche sulla base degli incentivi legislativi che lasciavano presupporre dall’operazione vantaggi fiscali, rivelatisi poi infondati.
Nel 2000 AEM Spa viene quotata in Borsa. Pur mantenendo il Comune una netta maggioranza del capitale (69% ca.), il fatto che ad esso si affianchi un azionariato diffuso, tra cui banche, fondi di investimento e fondi pensione,  fa si che il Comune, snaturando gradualmente il suo ruolo di gestore di un servizio pubblico, divenga “azionista”, cioè portatore di interessi in contrapposizione con quello pubblico.

Con la nascita di Iride Spa, multiservizi del Nord Ovest risultante dalla fusione di AEM con AMGA, società genovese con identica storia, si rafforzano le caratteristiche di azionista del Comune. Iride infatti intende “competere” a tutto tondo sul mercato energetico nazionale.
Quindi, si determina l’abbandono di quel legame con il territorio di appartenenza che era caratteristica fondamentale delle due società originarie.

FSU nasce proprio in questo contesto e con l’unico scopo di gestire la partecipazione Iride incassandone i dividendi e distribuendoli ai due Comuni azionisti.
Vale la pena sottolineare che sin dalla sua costituzione, il contenitore FSU già si indebitava, con il Gruppo Intesa San Paolo, per circa €230 milioni per acquistare, dal Comune di Torino, parte delle azioni di AEM.

Come ha utilizzato queste somme l’amministrazione comunale torinese?

Con FSU si crea, di fatto, un cuscinetto tra la società operativa e i Comuni.
Essendo FSU l’azionista di riferimento di Iride contribuisce a cancellare la responsabilità politica di gestione del patrimonio pubblico, trasformandola in responsabilità “tecnica” degli amministratori di Iride e, appunto, di FSU.

Con l’accordo del 2010 tra Iride e Enia, analoga società i cui principali azionisti sono i comuni di Reggio Emilia, Parma, Piacenza, l’operazione multiservizi del Nord Ovest viene rafforzata. Nasce infatti Iren, uno dei principali operatori italiani nei settori dell’energia elettrica, del gas, del teleriscaldamento, dei servizi idrici, energetici e ambientali.

Le accresciute dimensioni rendono ancora più evidenti le criticità sopra esposte, in termini di svuotamento del ruolo dei Comuni nella gestione di quello che ormai ha sempre meno le caratteristiche del servizio e sempre più quelle di attività dalla quale estrarre un valore finanziario.
A questo riguardo è illuminante la gestione che gli amministratori di FSU hanno fatto della partecipazione Iride/Iren. Nonostante la progressiva perdita di valore di quest’ultima rispetto al costo sostenuto, fino al 2010 gli amministratori di FSU mantengono il valore di carico, 831 milioni, basandosi sulla quotazione di Borsa del titolo.
Nel bilancio 2011, a seguito di una perizia richiesta a Deloitte che stima il valore dell’azione Iren compreso tra €1,28 e €1,36, viene effettuata la svalutazione assumendo il valore di €1,35, per un totale di € 257 milioni, determinando quindi una perdita di esercizio di 259 milioni. Ma, la quotazione del titolo Iren ha continuato a scendere: a dicembre 2011 non raggiungeva gli €0,8 e a giugno 2012, data di approvazione del bilancio 2011, era prossima agli €0,5, quotazione che sostanzialmente mantiene a fine ottobre.

Nonostante la ben nota e prolungata fase di crisi dei mercati finanziari, in questi anni gli amministratori FSU non hanno ritenuto di procedere alla creazione di accantonamenti a fronte del concreto rischio di svalutazione della partecipazione.

Gli utili di FSU derivano dai dividendi assegnati da Iren.
E’ fondamentale evidenziare che questi dividendi sono stati erogati assorbendo totalmente gli utili prodotti da Iren stessa, anzi, intaccando spesso le riserve.
La politica di bilancio di FSU ha consentito di garantire un costante flusso di dividendi ai comuni azionisti, che non si sarebbero potuti erogare se fossero stati disposti prudenziali e progressivi accantonamenti in conto economico.

Questa strategia ha dei risvolti particolarmente gravi:
- gli amministratori di FSU, pur operando negli ambiti previsti dalla legge, hanno dato prova di una pessima gestione societaria, mantenendo inalterato il valore della partecipazione in Iride/Iren nonostante la progressiva perdita di valore e senza provvedere agli opportuni accantonamenti;
- la società operativa Iride/Iren è stata utilizzata come un bancomat dal quale estrarre liquidità, anche a costo di intaccare le riserve patrimoniali, gettando le basi per la crisi finanziaria nella quale attualmente versa;
- i Consigli Comunali, che rappresentano gli effettivi proprietari della partecipazione, sono di fatto rimasti all’oscuro di quanto stava avvenendo, determinando quindi la sostanziale perdita di controllo democratico sulla gestione di attività fondamentali al servizio del territorio.

Ancora, FSU pur non svolgendo alcuna attività di produzione di beni o servizi, è un “contenitore” che ha dei costi non indifferenti, rappresentati prevalentemente da compensi agli amministratori, al collegio sindacale, alla società di revisione mentre la fornitura di servizi aziendali (contabilità, amministrazione etc.) è resa, guarda caso, da Iren.. Complessivamente, i costi ammontano a ben €4.6 milioni. A questi vanno aggiunti gli oneri relativi al finanziamento contratto con Intesa S. Paolo, che nello stesso periodo sono stati pari a circa €35 milioni ai quali vanno aggiunti altri 9 milioni su contratto derivato a copertura rischio di tasso stipulato con Goldman Sachs.

In sostanza, sono stati generati costi improduttivi salvo che per le banche con le quali FSU si è indebitata e salvo che per i componenti dei suoi organi societari, che percepiscono significativi compensi. Va notato, inoltre, che i nominativi di questi ultimi, in alcuni casi ricorrono nei consigli di amministrazione di altre società o fondazioni bancarie.


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