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venerdì 19 gennaio 2018

Lunga vita alle cose. Tremano i mercanti

La notizia è del 28 dicembre ed è di quelle destinate a fare storia, non tanto per la sua rilevanza penale, quanto per i suoi risvolti culturali, economici, ambientali. Di scena è la Procura di Nanterre che ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, multinazionali di apparecchiature informatiche sospettate di obsolescenza programmata. Una pratica largamente in uso in tutto il mondo, ma che in Francia è proibita dal 2015, con pene che possono arrivare fino a due anni di reclusione. E dire che nel 1932, tale Bernard London aveva proposto di renderla obbligatoria per legge, come strategia per rilanciare i consumi durante gli anni della grande depressione.
Dal latino obsolescens, traducibile come invecchiamento, perdita di funzionalità, l’obsolescenza programmata consiste nel progettare oggetti con tempi di vita predeterminati. Una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei consumatori lanciata per la prima volta da un gruppo di imprese produttrici di materiale elettrico che per assicurarsi la vittoria non esitò ad allearsi in un cartello denominato Phoebus. L’atto di nascita avvenne il 23 dicembre 1924 in un sontuoso hotel di Ginevra dove si incontrarono i dirigenti delle principali imprese mondiali di lampadine. Constatato che le vendite languivano a causa di lampadine capaci di durare fino a 2.500 ore, decisero di accordarsi su modelli che non durassero oltre le 1.000 ore. Un patto di ferro che impegnava ogni impresa a  test preventivi di cattiva qualità prima del lancio di ogni nuovo prodotto.
Il caso fece scuola e l’obsolescenza programmata si estese a molti altri settori, ciascuno con le proprie strategie di usura e di scoraggiamento alla riparazione. Ora utilizzando metalli ad arrugginimento precoce, ora cerniere di facile inceppamento, ora batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati. Quanto alle stampanti, l’associazione francese Hop, da cui la Procura di Nanterre ha preso spunto, ha denunciato che la turlupinatura più frequente si annida nei microprocessori. Molti di loro arrestano il sistema dopo un numero di fotocopie troppo basso, quando nelle cartucce c’è ancora il 20 per cento di inchiostro.
Il 9 giugno 2017 anche il Parlamento Europeo si è espresso contro l’obsolescenza programmata ed ha invitato la Commissione Europea ad adottare tutte le misure che servono per incoraggiare le imprese ad uniformarsi a criteri di robustezza, riparabilità e durata. Una scelta motivata non solo dalla volontà di evitare ai consumatori inutili spese, ma soprattutto di evitare al pianeta inutili saccheggi e contaminazioni. Vari studi hanno dimostrato che allungando la vita degli oggetti si possono ottenere sensibili riduzioni di rifiuti solidi e di anidride carbonica.
Uno dei settori che genera prodotti a vita particolarmente breve è quello dell’elettronica. Fra telefonini, stampanti e computer ogni anno nel mondo si producono oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, per la maggior parte classificabili come rischiosi. Una categoria di rifiuti che come denuncia la Laudato sii alimenta un vasto traffico illegale verso i paesi del Sud del mondo. Ma nessun governo ha mai mobilitato il proprio esercito per arrestarlo. 
Si stima che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi salpino illegalmente verso le coste africane e asiatiche, dando luogo a immense discariche a cielo aperto. Una delle più grandi è quella di Agbogbloshie, un’estensione di due ettari posta alla periferia di Accra, capitale del Ghana. La piana, cosparsa di televisori, computer, stampanti e ogni altro tipo di carcassa elettronica, è contornata da una vasta baraccopoli in cui si consuma una tale violenza da essere stata battezzata Sodoma e Gomorra. Molti dei 40.000 abitanti della baraccopoli, bambini compresi, passano le loro giornate nella discarica cercando di recuperare ogni sorta di minerale possibile. E siccome la tecnica per liberare i minerali dalla plastica è il fuoco, tutta l’area è avvolta da una cappa di fumo ripieno di diossina e ogni altro veleno che genera tumori in ogni dove. Da Taranto ad Accra: così il consumo di cose si trasforma in consumo di persone.

Tanti sono i cambiamenti da introdurre per consentire a ogni abitante del pianeta di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro svolto in condizioni di dignità, sicurezza e sostenibilità. Ma un modo è anche quello di combattere l’obsolescenza, che prima di essere un attacco alla vita delle cose è un attacco alla felicità delle persone, condannati come siamo alla frustrazione perenne di chi è costantemente incalzato da nuove sollecitazioni. Del resto già nel 1917, Charles Kettering, direttore di prim’ora della General Motors, ci aveva avvertito: “La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione”. Ma l’infelicità è un prezzo troppo alto da pagare sull’altare della crescita. E’ tempo di cominciare a liberarci dall’insoddisfazione cronica pretendendo oggetti fatti per durare ed essere riparati. Ci guadagneremo in salute, sostenibilità ed occupazione.

Francesco Gesualdi
Allievo di don Milani, ha fondata nel 1985 il Centro Nuovo Modello di Sviluppo
 

lunedì 1 gennaio 2018

La storia di un palestinese ucciso due volte


Il tiratore scelto dell’esercito israeliano non poteva prendere di mira la parte inferiore del corpo della sua vittima: Ibrahim Abu Thuraya non ce l’aveva più. L’uomo di 29 anni, che lavorava in un autolavaggio e che viveva nel campo profughi Shati di Gaza, aveva perso entrambe le gambe dopo un attacco aereo israeliano nel corso dell’operazione Piombo fuso del 2008. Per muoversi usava una sedia a rotelle. Il 15 dicembre 2017 l’esercito ha portato a termine il suo lavoro: un tiratore scelto ha mirato alla sua testa e l’ha ucciso.
Le immagini sono orribili (abbiamo scelto di pubblicare solo la prima, NdR): Abu Thuraya in sedia a rotelle, spinto dagli amici, che invita a protestare contro la dichiarazione degli Stati Uniti che riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele, Abu Thuraya a terra che striscia verso la recinzione dietro la quale è imprigionata la striscia di Gaza, Abu Thuraya che sventola una bandiera palestinese, Abu Thuraya che solleva entrambe le braccia in segno di vittoria, Abu Thuraya trasportato dai suoi amici mentre muore dissanguato, il cadavere di Abu Thuraya steso su una barella, titoli di coda.
Il tiratore scelto dell’esercito non poteva mirare alla parte bassa del corpo della sua vittima, il 15 dicembre, e ha quindi deciso di sparargli alla testa e ucciderlo.
Si può ragionevolmente pensare che il soldato si sia reso conto che stava mirando a una persona in sedia a rotelle, a meno che non stesse sparando indiscriminatamente su una folla di manifestanti.
Abu Thuraya non era una minaccia per nessuno: che pericolo poteva rappresentare un uomo in sedia a rotelle privo di entrambe le gambe e imprigionato dietro una recinzione? Quanta malvagità e insensibilità occorre per sparare a una persona in sedia a rotelle? Abu Thuraya non è stato il primo, e non sarà l’ultimo, disabile palestinese ucciso dai soldati dell’esercito israeliano, i soldati più morali al mondo, come dicono alcuni.
L’uccisione di Abu Thuraya è passata praticamente inosservata in Israele. L’uomo era uno dei tre manifestanti uccisi quel giorno, un giorno come gli altri. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se dei palestinesi avessero ucciso un israeliano in sedia a rotelle. Quale furore si sarebbe scatenato, quale fiume d’inchiostro sarebbe stato riversato per parlare della loro barbarie e crudeltà. Quante persone sarebbero state arrestate, quanto sangue sarebbe stato versato per vendicare la cosa.

Crimine di massa

Ma quando i suoi soldati si comportano in maniera barbara, Israele tace e non sembra interessata. Nessuno shock, nessuna vergogna, nessuna pietà. Sperare in un’espressione di rimorso, rimpianto o scuse è impensabile. Anche l’idea di obbligare i responsabili di quest’omicidio criminale a rendere conto della loro azione è una pia illusione. Abu Thuraya è diventato un uomo morto quando ha osato partecipare alle proteste della sua gente, e la sua uccisione non interessa a nessuno, visto che era un palestinese.
Sono undici anni che la Striscia di Gaza è chiusa ai giornalisti israeliani. Si può solo immaginare quale fosse la vita di questo addetto a un autolavaggio di Shati prima della sua morte, come debbano essere state curate le sue ferite in assenza di servizi di riabilitazione decenti, in questo territorio posto sotto assedio, senza nessuna possibilità di ottenere delle protesi per le gambe.
Come si muovesse con una sedia a rotelle meccanica, non elettrica, nei vicoli polverosi del suo campo. Come abbia continuato a lavare auto nonostante la sua disabilità, dal momento che a Shati non esiste altra scelta, anche per le persone disabili. E come abbia continuato a lottare coi suoi amici, nonostante la disabilità.
Nessun israeliano potrebbe immaginare come si vive in quella gabbia, la più grande del mondo, chiamata Striscia di Gaza, parte di un esperimento di massa senza fine sugli esseri umani.
Bisognerebbe osservare quei giovani disperati che, nelle manifestazioni del 15 dicembre, si sono avvicinati alle recinzioni, armati di pietre che non potevano colpire nessuno, e che lanciavano attraverso gli spiragli esistenti tra le sbarre dietro le quali erano intrappolati.
Questi giovani non hanno alcuna speranza nella vita, anche quando possiedono due gambe sulle quale muoversi. Abu Thuraya aveva ancora meno speranze.
C’è qualcosa di patetico eppure dignitoso nella foto dell’uomo che solleva una bandiera palestinese, vista la doppia prigionia di cui è vittima: quella nella sedia a rotelle e quella nel suo paese assediato.
La storia di Abu Thuraya riflette le condizioni in cui vive il suo popolo. Poco dopo essere stato fotografato, la sua tormentata vita è giunta a conclusione. Quando, ogni settimana, le persone urlano: “Netanyahu a Maasiyahu!”, in prigione, qualcuno dovrebbe finalmente cominciare a nominare anche il tribunale dell’Aja.


Gideon Levy,
giornalista israeliano

domenica 29 ottobre 2017

La Valsusa brucia

** Ci sarà tempo per approfondire le diverse cause che hanno provocato gli immensi incendi in Valsusa. Ora c'è solo da sostenere le comunità abituate a difendere in modo straordinario quel territorio. Una cosa però sanno bene in Valle: “quelli che sono in alto” hanno bucato per decenni le montagne della Valsusa - con la prima centrale in caverna a Venaus da parte di Enel e dei francesi di Edf, che qui alcuni chiamano la Nonna delle Grandi opere, e più recentemente con i lavori per l'alta velocità - massacrando quei recipienti millenari di acqua che ora avrebbero difeso case e boschi. E ora istituzioni e grandi media si disperano mentre i canadair arrivano fino in Croazia… Perfino studi commissionati per la Torino-Lione mostrano l'evidente relazione tra il disseccamento delle montagne e il progredire dello scavi delle Grandi opere. Il fumo delle fiamme alte più di cinquanta metri che hanno devastano Mompantero puzza di ipocrisia e di profitto **


Borgone Susa, domenica 29 ottobre.
Ottava giornata di fuoco e fumo. Altri ettari di boschi resi estremamente infiammabili da oltre novanta giorni di siccità stanno bruciando inesorabilmente nonostante la lotta commovente che sfinisce pompieri, Aib (Antincendi boschivi) e volontari che noncontano le ore, i pasti saltati e i veleni respirati.
Loris Mazzetti - scrittore, giornalista e dirigente Rai che era venuto a trovarci giovedì per presentare il suo ultimo lavoro, La profezia del Don dedicato a un prete che non prometteva miracoli, (li faceva) - ha voluto trattenersi per altri due giorni per vedere di persona quel che stava succedendo nella Valle dei No Tav… Ecco cosa ha scritto sulla piazza virtuale facebook, la più frequentata al mondo:

Sono stato in Valsusa a presentare il libro La Profezia del Don. La valle è devastata da incendi dolosi, non si vede il sole per colpa del fumo, si respira a fatica, la solidarietà non basta, occorre la presenza dell'esercito, ci vogliono leggi adeguate contro chi provoca gli incendi.
L'informazione nazionale deve fare di più, non è un problema che riguarda solo il Piemonte è l'Italia che è stata colpita. In alcune zone le fiamme sono a ridosso delle case, un giovane di venti…sei anni mentre tentava di spegnere le fiamme è morto d'infarto, vigili del fuoco salvati per miracolo, animali morti. No, no la solidarietà non basta. Basta con i soldi sperperati dalla politica per inutili referendum, basta con treni che vanno su e giù per il Paese per campagne elettorali che durano mesi e mesi. I cittadini della Valsusa hanno bisogno di risposte immediate.
Portiamo le telecamere nella valle”.

Di telecamere siamo invasi ma per inquadrare noi, la nostra ribellione contro chi - prima che qualcuno desse fuoco ai boschi - ha bucato per decenni le nostre montagne, i recipienti millenari di acqua potabile e di quella (comunque di buona qualità) di fossi e torrenti che oggi sarebbe stata preziosa per difendere le case, oltre le piante.
Milioni di metri cubi persi per sempre con la realizzazione - oltre mezzo secolo fa - della prima centrale in caverna a Venaus da parte dell'Enel e dei francesi di Edf che non appena appropriatisi del Moncenisio nel 1947 - come ritorsione per la guerra persa dall'Italia del duce - vi hanno costruito una della più imponenti dighe d'alta quota d'Europa, decapitando - allo scopo - una montagna trasformata in cava di inerti (la Carrier du Paradis che forse dovrebbe essere rinominata “dell'inferno”).

Fino alla grande centrale in caverna - questa Iren, ma sempre a Venaus - che dopo il versante Cenischia ha mezzo disseccato il versante Dora prelevando l'acqua fin da Pont-Ventoux per far girare le turbine dell'ingegner Garbati (anno 2006) … Versante che era già stato impoverito negli anni Settanta/Ottanta con lo scavo delle gallerie di raddoppio delle ferrovia esistente (altro che storica) e successivamente (anni Ottanta/Novanta) dallo scavo delle innumerevoli gallerie dell'Autostrada A32 del Frejus! Per finire, per adesso, con lo scavo del cunicolo della Maddalena di Chiomonte che appena terminato ci si è accorti di dover prolungare di mezzo chilometro e che - nonostante i soli 7 chilometri di lunghezza e il piccolo diametro - di acqua ne ha dispersa e avvelenata in modo sproporzionato.

Mentre non si ricorda mai abbastanza che un experise internazionale commissionato dagli stessi proponenti la galleria Tav Torino-Lione aveva quantificato nel fabbisogno di una città di un milione di abitanti l'acqua potabile che sarebbe sparita con lo scavo di 57 chilometri di doppia galleria… Paolo Ferrero - naturalista e guardaparco - ha realizzato qualche anno fa un censimento delle sorgenti disseccate che mostra (attraverso delle slide comprensibili persino da un politico di professione) la evidente interrelazione tra il loro disseccamento e il progredire dello scavi di “Grandiopere”. Mentre scrivo sento l'ormai familiare rumore dei Canadair che fanno la spola ancora tra il lago di Viverone (credo) e le Pendici del Rocciamelone dove sta notte sono state evacuate altre borgate di Monpantero e alcune cascine (anche nel territorio della stessa Susa!).

Ora quel che sto facendo, scrivere, so che è una attività che - per inutilità conclamata - è seconda solo alle visite pastorali dei politici di palazzo, come quella di di Sergio Chiamaparino che di ognuna di queste Grandiopere è stato ed è un fan scatenato. La drammatica notte di Mompantero e Susa appena trascorsa speriamo lo inducano almeno a restarsene nel suo polveroso e fuligginoso ufficio di Piazzacastello e ad uscirne solo per andare a ricevere a Portanuova il suo amico Matteo Renzi di ritorno dal comizio-omelia nella chiesa di Capaccio (Paestum)…

mercoledì 28 giugno 2017

Il sistema militare USA è il maggior inquinatore del mondo



Centinaia di basi gravemente contaminate
Whitney Webb**

Producono una quantità di rifiuti tossici superiore a quella delle cinque maggiori industrie chimiche del Paese. Il Dipartimento per la difesa ha lasciato la sua eredità tossica dappertutto: uranio impoverito, petrolio, carburante aereo, pesticidi, defolianti come l'Agente Orange, piombo e altre sostanze inquinanti.

La settimana scorsa i principali mezzi di comunicazione hanno dato ben poco risalto alla notizia che la base navale USA a Virginia Beach ha riversato qualcosa come 94.000 galloni di carburante per aerei in un corso d'acqua nelle vicinanze, a meno di un miglio dall'Oceano Atlantico. Certamente non si è trattato di un evento catastrofico come in altri casi di perdite da oleodotti, ma mette in luce un fatto ancora poco conosciuto - che il Dipartimento della Difesa americano è il più grande inquinatore non solo degli USA, ma del mondo intero.

Nel 2014 l'ex capo del programma ambientale del Pentagono dichiarò alla rivista Newsweek che il suo ufficio doveva occuparsi di 39.000 siti contaminati -per una estensione complessiva di 19 milioni di acri- nel solo territorio degli Stati Uniti.

Le basi militari USA, sia in patria che all'estero, sono tra i luoghi più inquinati del mondo: i perclorati e altri componenti dei combustibili di aerei e missili hanno contaminato le falde superficiali di acqua potabile, le falde profonde e il suolo.

Sono centinaia le basi militari presenti nella lista compilata dall'EPA (Environmental Protection Agency) dei ‘Superfund sites', siti per i quali è prevista l'erogazione di fondi governativi speciali per la bonifica. Dei quasi 1.200 siti elencati, quasi 900 sono luoghi un tempo utilizzati a scopi militari e ora abbandonati, oppure basi ancora in attività.

John D. Dingell, un politico del Michigan ora in pensione, veterano di guerra, sostiene che quasi tutte le basi militari del Paese sono gravemente inquinate. Una di queste è Camp Lejeune a Jacksonville, nel Nord Carolina. L'inquinamento di questa base si estese, nel periodo dal 1953 al 1987, a causa dell'immissione nella falda acquifera di una significativa quantità di sostanze carcerogene, fino ad avere conseguenze letali.

Tuttavia solo nel febbraio scorso il governo ha autorizzato coloro che erano stati espostialle sostanze inquinanti a Lejeune di presentare richieste ufficiali diindennizzo. Anche in molte basi militari fuori dagli USA le fonti di acqua potabile sono state contaminate: la base più famosa è la Kadena Air ForceBase a Okinawa (in Giappone).

In più gli Stati Uniti, che da soli hanno eseguito più test nucleari di tutte le altre Nazioni messe insieme, sono anche responsabili dell'elevato tasso di radioattività che persiste in molte isole dell'Oceano Pacifico.
Gli abitanti delle Isole Marshall, sulle quali gli USA sganciarono più di 60 bombe nucleari tra il 1946 e il 1958, e della vicina Guam, ancor oggi presentano percentuali molto elevate di casi di tumore.

Anche le regioni del Sud-Ovest furono scelte per sperimentare numerosi ordigni nucleari, e le esplosioni contaminarono enormi estensioni di terra. Inoltre - sempre in queste zone - le comunità degli IndianiNavajo che vivono nelle riserve sono soggetti ad alte dosi di radioattività provenienti da miniere di uranio, ormai abbandonate, che venivano utilizzate dai contractors militari.

Uno dei più orribili lasciti di inquinamento ambientale dei militari USA si trova in Iraq, dove le azioni di guerra hanno trasformato in deserto il 90% del territorio, distruggendo le produzioni agricole e obbligando il Paese a importare più dell'80% del cibo dall'estero.

Oltre all'uso di uranio impoverito in Iraq durante la Guerra del Golfo, i comandi militari USA - dall'invasione del 2003 in poi - hanno utilizzato la tecnica dell'incenerimentoall'aperto per smaltire i rifiuti, provocando un aumento significativo dei casi di cancro sia nei militari americani che nei civili iracheni.

Secondo le stime del Dottor Jawal Al-Ali, un medico di Bassora che fa anche parte del Royal College dei medici di Londra, i casi di tumore sono diventati 12 volte più frequenti rispetto al 1991 (AP/Enric Marti).

I documenti che testimoniano i danni ambientali provocati in passato dai militari USA indicano un approccio non sostenibile: eppure questo non li ha dissuasi dal progettare apertamente future contaminazioni ambientali con la scelta di smaltire i rifiuti in modo inadeguato. Nello scorso novembre la Marina USA ha annunciato il suo piano, per l'anno corrente,di riversare 20.000 tonnellate di “stressors” ambientali, ivi inclusi metalli pesanti ed esplosivi, nelle acque lungo le coste nord-occidentali dell'Oceano Pacifico.

Questo progetto, concepito nella sede nord-occidentale del Centro di addestramento e sperimentazione della Marina, tralascia di chiarire che questi “stressors” vengono descritti dall'EPA (l'Agenzia perl'Ambiente) come sostanze pericolose, molte tossiche a livello sia acuto che cronico.
Queste 20.000 tonnellate di ‘stressors' non includono le ulteriori tonnellate (tra 5 e 14 previste) di metalli potenzialmente tossici che la Marina prevede di smaltire ogni anno nelle acque interne lungo il Puget Sound nello Stato di Washington.

In risposta alle preoccupazioni espresse rispetto a questi progetti, una portavoce della Marina ha affermato che i metalli pesanti, e persino l'uranio impoverito, non sono più pericolosi di qualunque altro metallo: un'affermazione che chiaramente rifiuta di accettare dati scientifici. A quanto pare, dunque, le operazioni militari USA svolte per “la sicurezza degli Americani” avranno un costo superiore a quello che la maggior parte della gente immagina - un costo che sarà pagato dalle future generazioni, sia negli Stati Uniti che all'estero.

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** Whitney Webb scrive su mintpress e su diverse riviste on-line (ZeroHedge, the Anti-Media, 21st Century Wire, True Activist ecc.). Attualmente vive in Cile.
 Whitney Webb - MintPress News. Published on 22 May 2017 at
 U.S. Military World's Largest Polluter - Hundreds of Bases Gravely Contaminated
[Traduzione di Elena Camino per CSSR]



martedì 24 settembre 2013

Sbilanciamoci!

Controcernobbio 2013

Come uscire dall'austerity creando le fondamenta di un'Europa più democratica, equa e sociale?
A partire da questa domanda si sono svolti i lavori dell'undicesimo forum di Sbilanciamoci!, alle Officine Zero e al Teatro Valle occupato, dal 6 all'8 settembre. Una tre giorni di confronto sulle analisi e soprattutto sulle proposte, di cui qui sotto pubblichiamo tutti i materiali

 

Prima sessione
• Quale modello redistributivo in Europa e in Italia?

• Un nuovo welfare per rilanciare la crescita
di Felice Roberto Pizzuti
L'Italia ha bisogno di un vero e proprio Piano interno per ristrutturare il suo sistema economico-sociale. E il sistema di welfare, se opportunamente adeguato alle esigenze della crescita, potrebbe dare un valido contributo
• Crisi e ripresa, illusioni e realtà
di Angelo Marano
Senza ricostruire le basi di una solida crescita la ripresa, sia in Italia che in Europa, resterà soltanto una pia illusione. Si dovrebbe ripartire dal rilancio della domanda interna
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Seconda sessione
• Come finanziare una nuova economia che crei lavoro, sostenibile e più equa?

• Per una nuova finanza pubblica
di Vincenzo Comito
Un intervento pubblico nel settore finanziario dovrebbe in via prioritaria servire a sostenere lo sviluppo della piccole e medie imprese, che oggi soffrono anche per la contrazione del credito nei loro confronti. Parallelamente, i flussi di credito dovrebbero essere finalizzati a iniziative che incrementino o sostengano l’occupazione, l’innovazione tecnologica, la crescita del settore dell’economia verde
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Terza sessione
• Riconversione ecologica come occasione di redistribuzione: pace, ambiente, cooperazione

• L'ambiente a perdere
di Guido Viale
Il nuovo paradigma che deve prendere il posto di quello fallimentare imposto dal pensiero unico liberista è la sostenibilità ambientale. La si chiami decrescita, conversione ecologica, giustizia sociale e ambientale o economia dei beni comuni. È l’unica soluzione che può garantire equità nella distribuzione delle risorse e salvaguardia degli equilibri ambientali
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Quarta sessione
• Lavoro, welfare e conoscenza: come combattere le diseguaglianze sociali

• Reinventare il lavoro
di Francesco Garibaldo
Gli attuali gruppi dirigenti, compresi i governi Monti e Letta, trattano la liquidazione sociale di un’intera generazione come un problema d’incentivi alle imprese per convincerle ad assumerne. Un modo per nascondere il fatto cruciale di questa disoccupazione, il suo carattere strutturale e intrinseco al modello neoliberista
• Conoscenza e sapere, lo spread italiano
di Andrea Ranieri
Il differenziale di investimenti pubblici in sapere è lo spread più rilevante dell’Italia non solo rispetto all’Europa, ma anche rispetto alla maggioranza dei paesi dell’Ocse. Scuola, università e ricerca: tra i paesi europei l'Italia è quella che spende di meno. E negli ultimi ventanni lo spread è drammaticamente aumentato
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Quinta sessione
• Fare rete per cambiare rotta: le proposte di Sbilanciamoci!

Video realizzato da Francesco Sellari
www.youtube.com/watch?v=5_3BuGcyId8&feature=youtu.be
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Gruppi di lavoro autogestiti dalle organizzazioni aderenti

Fairwatch, Reorient, Laboratorio Urbano Reset (a cura di)
Percorsi di movimento per la transizione e la riconversione verso un’economia ecologica e solidale
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Lunaria, ARCI, Antigone (a cura di)
Le politiche del rifiuto: un caso esemplare di inutilità, inefficacia e inefficienza della spesa pubblica
• Sulla Difesa, la parola ai cittadini
di Licio Palazzini
Accanto alla diseguaglianza economica cresce quella relativa alla partecipazione democratica alle scelte delle istituzioni governative. E uno dei temi su cui la caduta della partecipazione è stato più rilevante è quello delle finalità della Difesa, o per meglio dire della promozione della pace e della sicurezza fra i popoli e gli Stati
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sbilanciamoci.info (a cura di)
Sbilanciamo la comunicazione. Come informare sull’economia, la crisi, le vie d’uscita
• Come potremmo sbilanciare (almeno un po') l'informazione
di Redazione
In un mercato editoriale – e pubblicitario – sempre più ristretto e concentrato e in un web sempre più affollato e indistinto, come fare dell'informazione alternativa che c'è in Italia un sistema capace di pesare nel racconto del paese? Ne abbiamo parlato nel corso di un workshop durante la Controcernobbio
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Rete della Conoscenza (a cura di)
Dieci anni di austerità per l’istruzione in Italia: quali conseguenze?
• Dieci anni di austerity per l'istruzione. Con quali conseguenze?
di Elena Monticelli
L’aumento della dispersione scolastica, il calo delle iscrizioni ai licei, e quello delle immatricolazioni all’università, raccontano un paese che ha deciso di perdere per strada una fetta importante della generazione attuale
• Dieci anni di austerità per l’istruzione in Italia: quali conseguenze?
di Rete della Conoscenza
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WWF Italia (a cura di)
Riutilizziamo l’Italia: la questione del consumo del suolo al centro dell’agenda politica
• Un green deal per l'Italia
di Stefano Lenzi
Archiviare la Strategia Energetica Nazionale (Sen) e definire un piano energetico che blocchi lo sviluppo del carbone. Definire un Piano nazionale per la mobilità. Alcune proposte per garantire un futuro sostenibile al nostro paese.

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Teatro Valle Occupato e Basic Income Network Italia (a cura di)
Tra reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza: pratiche, modelli e proposte a confronto

mercoledì 23 gennaio 2013

A rischio fulmine i jet F-35 che compra l'Italia

** Il Pentagono: "Volate lontano dai temporali"**

Da mesi sono oggetto di discussioni e la campagna elettorale ha rilanciato la questione: è il caso che lo Stato acquisti i nuovi cacciabombardieri F-35 quando non ha i soldi per pagare la cassa integrazione? Il quesito, caro soprattutto ai partiti del centrosinistra, ma non in esclusiva, è stato ribadito stamattina da Antonio Di Pietro alla luce di un clamoroso rapporto del Pentagono, secondo il quale i nuovi aerei potrebbero saltare in aria se colpiti da un fulmine.
"E' gravissimo - dice Di Pietro - che si sperperino soldi pubblici per acquistare i cacciabombardieri F-35 e i sommergibili mentre le famiglie italiane non arrivano a fine mese, gli operai restano senza lavoro e troppe imprese chiudono. Il professor Monti, che parla tanto d'Europa, lo ha letto il Sunday Telegraph? Lo sa questo governo dimissionario e guerrafondaio che gli F-35, oltre ad essere costosissimi, sono anche delle vere e proprie bombe volanti? Non siamo noi a denunciarlo, ma un rapporto del Pentagono".
Ma cosa dice il rapporto citato da Di Pietro? Secondo il Sunday Telegraph, che ne ha rivelato l'esistenza, l'avveniristico e costosissimo caccia-bombardiere Usa di ultima generazione, l'F-35 Jsf Lockheed Martin, potrebbe esplodere se venisse colpito non solo da fuoco nemico, ma anche da un fulmine. La causa di questa vulnerabilità sarebbe legata al serbatoio del carburante. I tecnici della Difesa, scrive il Telegraph, avrebbero scoperto che nella continua ricerca di soluzioni per alleggerire il jet i progettisti e le aziende costruttrici hanno ridotto anche lo spessore dell'involucro del serbatoio, rendendolo così più vulnerabile, rispetto ai jet di vecchia generazione, sia al fuoco nemico che ai fulmini.
Il giornale cita il rapporto dell'Operational Test and Evaluation Office del Pentagono, affermando che esso vieta ai 63 F-35 finora realizzati (il progetto complessivo è di 2.443 esemplari per un costo di 396 miliardi di dollari, con la partecipazione dell'Italia) di volare a meno di 45 km da un temporale. Almeno finché non sarà ripristinata la "corazza" del serbatoio.
L'Italia ha già finanziato l'acquisto di 90 caccia F-35 (inizialmente erano 131) per l'aviazione e per la Marina: due terzi sono modelli 'tradizionali' Lightning 2; un terzo invece F-35B a decollo corto ed atterraggio verticale, quelli sui quali finora si sono registrati i problemi maggiori durante i test. I primi tre esemplari, secondo il programma, saranno consegnati quest'anno. Allo Stato dovrebbero costare inizialmente circa 80 milioni di dollari l'uno per una spesa finale di oltre 12 miliardi di euro. L'incertezza sui costi finali, però, è talmente alta che diversi Paesi partecipanti al progetto "Joint Strike Fighter" hanno fatto un passo indietro. Non così l'Italia. L'adesione venne decisa nel 2002 dal governo Berlusconi e gli impegni sugli acquisti - con relativi stanziamenti - sono stati confermati l'anno scorso dal governo Monti che ha però ridotto l'ordine di 41 esemplari per un risparmio di 5 miliardi di euro. Secondo Finmeccanica, impegnata direttamente con Alenia Aermacchi, il progetto consentirà di creare 2500 posti di lavoro a regime dal 2018.
(Fonte: La Repubblica - FabioNews)

mercoledì 4 aprile 2012

Argentina, economia reale

** Argentina, il Banco Centrale è patrimonio pubblico e sociale: si torna all’economia reale **

L’Argentina ha abbattuto un altro pilastro delle politiche neoliberiste sancendo la fine dell’autonomia della Banca Centrale dalla politica. Questa settimana è prevista la conferma al Senato della Repubblica del nuovo Regolamento Organico della BCRA, approvato lo scorso mercoledì alla Camera de Deputati.
La modifica dello status dell’istituzione era stato il principale annuncio politico fatto dalla presidente Cristina Kirchner nell’inaugurazione dell’anno legislativo del 2012, agli inizi del mese di marzo. L’autonomia delle banche centrali è stata uno dei capisaldi delle politiche imposte dal FMI e dagli organismi internazionali negli anni ’90, sotto il paradigma del Consenso di Washington in America Latina. Riforme in questa direzione sono state promulgate in Cile (1989), Argentina (1992), Venezuela (1992), Messico (1994), con l’argomento che la politica monetaria – ovvero la preservazione del valore della moneta – è una funzione eminentemente tecnica che deve essere staccata dalla politica economica di un paese e lasciata in mano dei tecnici.
In Argentina la norma seguiva e completava la “legge sulla convertibilità” (1991), che aveva stabilito la parità cambiaria del peso con il dollaro e l’obbligo di mantenere delle riserve in valuta statunitense equivalenti alla massa monetaria circolante, conducendo in pratica alla dollarizazzione dell’economia. Entrambe le leggi nascevano con la finalità di stabilizzare l’economia e mettere fine all’enorme inflazione che creava nere prospettive per la giovane democrazia riconquistata negli anni 80.
Non occorre soffermarci sui risultati delle politiche di aggiustamento strutturale e deflazione promosse dal FMI, che hanno avuto come sbocco la enorme crisi finanziaria del 2001 in Argentina e episodi similari nel resto dei paesi dell’America Latina. D’ora in poi, dunque, la missione primaria e fondamentale della Banca Centrale argentina non sarà soltanto “preservare il valore della moneta” ma includerà anche “lo sviluppo economico con giustizia sociale, l’occupazione e la stabilità finanziaria”. Finalità analoghe hanno le banche centrali di diversi altri paesi, a cominciare degli Stati Uniti, e abbondano anche gli esempi internazionali sull’uso di riserve per investimenti produttivi. Lo ha fatto il Brasile nel 2008-2009 per soccorrere imprese in difficoltà e per finanziare le esportazioni; la Cina per creare nel 2007 un grande fondo sovrano per gli investimenti; l’Ecuador nel 2009 per riattivare l’economia mediante la creazione di opere pubbliche e programmi d’impiego; il Giappone per aiutare la Toyota a altre sue imprese nel 2009.

Una novità importante è la capacità che avrà l’organismo, di orientare e promuovere il credito, che oggi rappresenta soltanto il 14% del PIL (il livello più basso a livello regionale) ed è concentrato nel consumo e nel commercio estero. Si cerca così di incidere su uno dei fianchi deboli dell’economia, promuovendo lo sviluppo produttivo mediante la regolazione dei tassi d’interesse e il sostegno alle imprese per accedere al credito. Si incorporano anche nuove funzioni in riferimento alla regolazione e supervisione del sistema finanziario e alla protezione degli utenti. “L’attuale Carta Organica della Banca Centrale è dissociata dal modello produttivo. La nuova norma sancisce ciò che si sta facendo negli ultimi anni”, ha spiegato la presidente della BCRA Mercedes Marcò del Pont. Due sono i punti contestati dall’opposizione ed entrambi riguardano la quantità di riserve trasferibili all’Erario e i vincoli all’utilizzo di fondi da parte del Governo. Le nuove regole sanciscono nella Carta Organica – ma al contempo modificano – disposizioni promulgate durante il governo di Nestor Kirchner . L’ex presidente aveva inaugurato l’uso di riserve da parte dello Stato allo scopo esclusivo di saldare il debito con gli organismi di credito internazionali, quando introdusse, mediante un decreto del 2005, il concetto di “riserve di libera disponibilità” che stabiliva che quando le riserve superassero il 100% della base monetaria, in condizioni di surplus della bilancia commerciale, gli eccedenti potevano essere utilizzati con questo fine. In questo modo sono stati rimborsati 10.000 milioni di dollari al FMI e cancellato il debito con questo organismo, seguendo la politica di“desindebitamento” portata avanti pure dal Brasile nello stesso periodo.
La Riforma attuale incrementa i fondi disponibili per lo Stato. Per fare ciò abolisce l’obbligo del 100% di copertura in dollari – retaggio della politica di convertibilità – e stabilisce che è competenza delle autorità monetarie fissare nuovi parametri fondati sul livello di riserve ottimale alla politica economica e al modello di sviluppo attuale. In aggiunta – ma soltanto in condizioni eccezionali per l’economia nazionale o internazionale – si duplica l’ammontare che il Banco può anticipare in forma transitoria al Governo e si prolungano i tempi per il suo reintegro (dal 10 al 20% delle entrate fiscali del precedente anno e da 12 a 18 mesi).
L’opposizione di centro-destra mette in guardia sul rischio di un innalzamento dell’ inflazione vista la discrezionalità con la quale l’Esecutivo potrebbe ricorrere all’ emissione monetaria. Il Governo – affermano – cerca soltanto di aumentare gli introiti in previsione della crisi e del termine della fase di crescita e di risultati positivi nell’interscambio commerciale, in modo di continuare ad incrementare la spesa pubblica e pagare i debito estero.
Questo ultimo punto è il bersaglio delle critiche dell’opposizione di centro-sinistra, dal momento che lo scopo principale della misura ufficiale non sembra tanto essere l’ampliamento della capacità produttiva del paese quanto piuttosto la negoziazione del debito con i paesi creditori riuniti nel forum conosciuto come “Club di Parigi”, un tema che ha subito diverse dilazioni e che la Presidente vuole concludere entro il 2012. E’ requisito indispensabile per il Governo disporre di dollari per avanzare nella politica adottata dai tempi di Kirchner riguardo al debito estero: pagare sì, ma alle proprie condizioni, in primo luogo con l’esclusione del FMI nelle negoziazioni.
Comunque sia, è indubbio che la riforma rappresenta un cambiamento di paradigma e implica un ritorno alla politica e all’economia reale. La sovranità della politica economica torna allo Stato, che recupera la guida delle variabili macroeconomiche indispensabili per orientare qualsiasi strategia di sviluppo. Perché, come ha sostenuto un analista locale [1], “separare le riserve accumulate da un popolo, grazie al suo lavoro, dal resto delle risorse nazionali e lasciarle alla volontà di un gruppo di tecnocrati senza voti è uno sproposito ed è antidemocratico”, si guardi come si guardi.

Adriana Bernardotti
(Buenos Aires, 20 MARZO) cambiailmondo.org

[1] <Mario Wainfeld, “Movidas en el Congreso”, Pagina 12 > 11 marzo 2012.
 

venerdì 12 agosto 2011

Inceneritore del Gerbido

Da http://www.rifiutizerotorino.org/



Buongiorno,
in allegato trovate il nuovo volantino per sensibilizzare le persone al problema dell'inceneritore.

Troverete inoltre un piccolo documento con le principali informazioni su BUGIE e VERITA' sugli inceneritori.

A questo punto se volete contribuire alla lotta contro l'inceneritore è necessario:
- inoltrare questa email a tutti i vostri amici, conoscenti, colleghi... tutta la rubrica che avete nella vostra casella di posta
Con il volantino è necessario:
- stamparlo (fronte e retro), se ne avete l'opportunità. Se non potete stamparlo e vi servono copie cartacee fatecelo sapere che ci organizziamo per farvele avere!
- consegnarlo di persona alle persone che si conoscono, facendo giusto 2 parole sul grave problema dell'inceneritore
- distribuirlo anche alle persone che non si conoscono, cercando di superare un po' la vergogna iniziale. Se provate dopo un po' vedrete che è anche molto soddisfacente, perché al di la di qualcuno che prenderà il volantino guardandovi in malomodo, ci saranno TANTISSIME PERSONE che saranno d'accordo con voi, anzi vi diranno NON POTEVATE MUOVERVI PRIMA ?
NOTA: potete anche affiggerlo nei pressi del quartiere dove abitate, informandovi però prima su quali sono le normative presenti nel vostro comune di residenza per quanto riguarda l'affissione dei volantini

- TUTTE QUESTE OPERAZIONI HANNO LA SEGUENTE FINALITA':

1. FAR SAPERE AI CITTADINI CHE A TORINO C'E' UN GRANDE PROBLEMA, L'INCENERITORE DEL GERBIDO.
Tanti non sanno neanche che si sta costruendo un inceneritore al Gerbido. Noi glielo facciamo sapere. Poi decideranno loro se accettarlo a no.
2. QUANDO TROVATE QUALCUNO CHE CONOSCE IL PROBLEMA ED E' PARTICOLARMENTE INTERESSATO fatevi dare l'email, con il NOME e COGNOME.
In allegato trovate un file excel con un esempio dei dati necessari. In realtà se siete in giro e non avete dietro la tabella fatevi dare almeno la sua email, oppure sollecitatelo a mandare l'email all'indirizzo del volantino (rifiutizerotorino@gmail.com )
In questo modo il nostro gruppo continuerà ad aumentare, a ramificarsi. Basta anche solo che ognuno di noi porti una sola persona nel gruppo e già il gruppo si raddoppia!

Grazie a tutti
NO INCENERITORE - RIFIUTI ZERO
Regola 4R (Riduci, Ripara, Riusa, Ricicla) verso l’obiettivo Rifiuti Zero


NB: i documenti di cui si parla nel comunicato sono scaricabili ai seguenti link:

volantino A5 fronte-retro v10 (pdf)

bugiardino sugli inceneritori (pdf)


tabelle raccolta nominativi (xls)



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SITO INTERNET PER DOCUMENTAZIONE, APPUNTAMENTI, ATTIVITA':
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ARCHIVIO WEB PER DOCUMENTAZIONE CATALOGATA
(scaricate le cartelle che vi interessano)
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