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lunedì 1 gennaio 2018

La storia di un palestinese ucciso due volte


Il tiratore scelto dell’esercito israeliano non poteva prendere di mira la parte inferiore del corpo della sua vittima: Ibrahim Abu Thuraya non ce l’aveva più. L’uomo di 29 anni, che lavorava in un autolavaggio e che viveva nel campo profughi Shati di Gaza, aveva perso entrambe le gambe dopo un attacco aereo israeliano nel corso dell’operazione Piombo fuso del 2008. Per muoversi usava una sedia a rotelle. Il 15 dicembre 2017 l’esercito ha portato a termine il suo lavoro: un tiratore scelto ha mirato alla sua testa e l’ha ucciso.
Le immagini sono orribili (abbiamo scelto di pubblicare solo la prima, NdR): Abu Thuraya in sedia a rotelle, spinto dagli amici, che invita a protestare contro la dichiarazione degli Stati Uniti che riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele, Abu Thuraya a terra che striscia verso la recinzione dietro la quale è imprigionata la striscia di Gaza, Abu Thuraya che sventola una bandiera palestinese, Abu Thuraya che solleva entrambe le braccia in segno di vittoria, Abu Thuraya trasportato dai suoi amici mentre muore dissanguato, il cadavere di Abu Thuraya steso su una barella, titoli di coda.
Il tiratore scelto dell’esercito non poteva mirare alla parte bassa del corpo della sua vittima, il 15 dicembre, e ha quindi deciso di sparargli alla testa e ucciderlo.
Si può ragionevolmente pensare che il soldato si sia reso conto che stava mirando a una persona in sedia a rotelle, a meno che non stesse sparando indiscriminatamente su una folla di manifestanti.
Abu Thuraya non era una minaccia per nessuno: che pericolo poteva rappresentare un uomo in sedia a rotelle privo di entrambe le gambe e imprigionato dietro una recinzione? Quanta malvagità e insensibilità occorre per sparare a una persona in sedia a rotelle? Abu Thuraya non è stato il primo, e non sarà l’ultimo, disabile palestinese ucciso dai soldati dell’esercito israeliano, i soldati più morali al mondo, come dicono alcuni.
L’uccisione di Abu Thuraya è passata praticamente inosservata in Israele. L’uomo era uno dei tre manifestanti uccisi quel giorno, un giorno come gli altri. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se dei palestinesi avessero ucciso un israeliano in sedia a rotelle. Quale furore si sarebbe scatenato, quale fiume d’inchiostro sarebbe stato riversato per parlare della loro barbarie e crudeltà. Quante persone sarebbero state arrestate, quanto sangue sarebbe stato versato per vendicare la cosa.

Crimine di massa

Ma quando i suoi soldati si comportano in maniera barbara, Israele tace e non sembra interessata. Nessuno shock, nessuna vergogna, nessuna pietà. Sperare in un’espressione di rimorso, rimpianto o scuse è impensabile. Anche l’idea di obbligare i responsabili di quest’omicidio criminale a rendere conto della loro azione è una pia illusione. Abu Thuraya è diventato un uomo morto quando ha osato partecipare alle proteste della sua gente, e la sua uccisione non interessa a nessuno, visto che era un palestinese.
Sono undici anni che la Striscia di Gaza è chiusa ai giornalisti israeliani. Si può solo immaginare quale fosse la vita di questo addetto a un autolavaggio di Shati prima della sua morte, come debbano essere state curate le sue ferite in assenza di servizi di riabilitazione decenti, in questo territorio posto sotto assedio, senza nessuna possibilità di ottenere delle protesi per le gambe.
Come si muovesse con una sedia a rotelle meccanica, non elettrica, nei vicoli polverosi del suo campo. Come abbia continuato a lavare auto nonostante la sua disabilità, dal momento che a Shati non esiste altra scelta, anche per le persone disabili. E come abbia continuato a lottare coi suoi amici, nonostante la disabilità.
Nessun israeliano potrebbe immaginare come si vive in quella gabbia, la più grande del mondo, chiamata Striscia di Gaza, parte di un esperimento di massa senza fine sugli esseri umani.
Bisognerebbe osservare quei giovani disperati che, nelle manifestazioni del 15 dicembre, si sono avvicinati alle recinzioni, armati di pietre che non potevano colpire nessuno, e che lanciavano attraverso gli spiragli esistenti tra le sbarre dietro le quali erano intrappolati.
Questi giovani non hanno alcuna speranza nella vita, anche quando possiedono due gambe sulle quale muoversi. Abu Thuraya aveva ancora meno speranze.
C’è qualcosa di patetico eppure dignitoso nella foto dell’uomo che solleva una bandiera palestinese, vista la doppia prigionia di cui è vittima: quella nella sedia a rotelle e quella nel suo paese assediato.
La storia di Abu Thuraya riflette le condizioni in cui vive il suo popolo. Poco dopo essere stato fotografato, la sua tormentata vita è giunta a conclusione. Quando, ogni settimana, le persone urlano: “Netanyahu a Maasiyahu!”, in prigione, qualcuno dovrebbe finalmente cominciare a nominare anche il tribunale dell’Aja.


Gideon Levy,
giornalista israeliano

sabato 23 dicembre 2017

Gerusalemme «unita» è la città più divisa



Netanyahu e Trump la proclamano capitale indivisibile di Israele. Ma Gerusalemme è spaccata in due: un ovest che si disinteressa totalmente dei palestinesi e un est arabo che protesta e cerca di sopravvivere

Gerusalemme, 18.12.17 - Situato alle spalle della centrale via Giaffa e di fronte agli uffici del ministero dell'interno che rilasciano i visti di soggiorno, al negozio e studio fotografico della signora Lilia non mancano i clienti.
«Qualche volta va bene, altre meno. Questo è il commercio», commenta la donna. Poco più avanti israeliani e turisti affollano i caffè di tendenza. L'atmosfera è serena. È una giornata come le altre nella zona ovest, ebraica, di Gerusalemme ma a poche centinaia di metri la tensione è alta. Mai come in questi giorni Gerusalemme conferma di essere una città divisa, spaccata in due, malgrado i proclami di unità sotto la sovranità israeliana. Superando il Municipio già appaiono le mura della città vecchia e Porta Nuova.
Comincia la zona est, araba, occupata nel 1967 dall'esercito israeliano e annessa unilateralmente allo Stato ebraico. Gli abitanti palestinesi da giorni protestano e manifestano - l'hanno anche ieri, per ore, alla Porta di Damasco e in via Salah Edin - contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele fatto dal presidente americano Donald Trump, un altro atto unilaterale, contro le risoluzioni internazionali. E l'Amministrazione Usa ha fatto sapere di considerare anche il Muro del pianto, nella città vecchia, già parte di Israele. «Non accetteremo alcun cambiamento sul confine di Gerusalemme est», ha replicato Nabil Abu Rudeineh, il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen.
Lilia ammette di non andare mai nella zona araba. Allora, chiediamo, perché volete tenerla tutta questa città? «Mio padre diceva che l'unica città dove avrebbe vissuto è Gerusalemme perché Gerusalemme è del popolo ebraico. Aveva ragione», ci risponde. La storia, replichiamo, però racconta di una città di eccezionale importanza anche per i palestinesi, per gli arabi, per i cristiani e i musulmani nel mondo. «Tutti hanno diritto di pregare a Gerusalemme, di visitarla, ma la città è di Israele», insiste Lilia. Frasi simili a quelle che, in questi giorni, pronuncia il premier Netanyahu. Su Gerusalemme gli israeliani sono un po' tutti Netanyahu. Nazionalisti, religiosi, progressisti, di ogni fede politica, ceto sociale e livello d'istruzione. Solo una minoranza esigua vorrebbe la città capitale di Israele e Palestina.
D'altronde fu l'establishment laburista, fondatore del Paese che, appena occupata ai primi di giugno del 1967, dichiarò la zona araba annessa a Israele. «Questa mattina l'Idf (le forze armate) ha liberato Gerusalemme.
Abbiamo riunito la Gerusalemme divisa, la capitale di Israele che era stata divisa in due. Abbiamo fatto ritorno ai nostri luoghi più sacri e siamo tornati per non abbandonarli mai più», proclamò il ministro della difesa Moshe Dayan già il 10 giugno dopo essere entrato nella città vecchia.
Intento a sorseggiare il suo afuk, il cappuccino in versione locale, Motti, un impiegato, non si scompone quando gli domandiamo la sua opinione sulle proteste palestinesi. «Strilleranno un po' come fanno sempre, poi la smetteranno e finirà tutto questo clamore. Gerusalemme è di Israele, devono rassegnarsi», ci dice. Il suo collega, Shlomi è più ruvido: «se agli arabi non piace l'autorità di Israele allora posso andare via dalla città, nessuno li trattiene». Al caffé Hillel dove Shlomi ci illustra la sua "soluzione" non giungono i boati delle granate assordanti che la polizia lancia in questi giorni per disperdere i manifestanti palestinesi che si radunano alla Porta di Damasco, l'ingresso principale della città vecchia.
A Gerusalemme ovest si vive un'altra vita rispetto alla zona est dove gli israeliani non vanno mai. Chi va al Muro del Pianto lo fa attraverso la Porta di Giaffa, lungo una strada che costeggia ma non entra nel mercato palestinese. All'interno di quella che Israele proclama la sua capitale unita e indivisibile, le vite di israeliani e palestinesi non si incontrano quasi mai. E quando avviene è quasi sempre per motivi di lavoro - i palestinesi occupati nel settore ebraico - o perché ci si ritrova negli stessi uffici pubblici. Non c'è coesistenza nella Gerusalemme della dichiarazione di Donald Trump ma indifferenza degli uni verso gli altri.
Gli israeliani controllano la città ma i palestinesi non smettono di considerarli gli occupanti.
E l'occupante impone la sua legge. Musa, ci chiede di non pubblicare il suo cognome, è un manovale e vive nel sobborgo palestinese di Jabal al Mukaber. Da quando Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele è molto preoccupato. Teme che il comune si senta autorizzato, più di prima, a demolire le abitazioni che i palestinesi costruiscono senza il permesso edilizio. «Per anni gli israeliani hanno sempre respinto la mia richiesta ma ho cinque figli che stanno diventando grandi e ho deciso di costruire per loro una casa», ci spiega.
Il comune parla di lotta «all'abusivismo edilizio» ma dalla finestra della casa di Musa si scorgono palazzine e villette di Armona HaNetsiv, una delle colonie ebraiche che Israele ha edificato in violazione delle leggi internazionali nella zona est di Gerusalemme. «Se mi porteranno l'ordine di demolizione sarò costretto ad abbattere la casa con le mie mani, per evitare di pagare una multa salata. Non ho quei soldi», ci dice Musa. Il comune infatti presenta agli "abusivi" il conto delle spese della demolizione, tra 15 e 20mila dollari. Quest'anno già 22 famiglie palestinesi hanno distrutto le loro case. Lo scorso anno sono state 28.
L'articolo 53 della IV Convenzione di Ginevra IV probisce all'occupante la distruzione delle case e delle proprietà dell'occupato, se non per operazioni militari assolutamente necessarie. Ma Trump della Convenzione di Ginevra forse non ha mai sentito parlare...

Michele Giorgio,
Nena-news.it

domenica 2 dicembre 2012

Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale

Mentre il Medio Oriente è in fiamme, si rafforza la partenership tra i due Paesi, basata sull'import-export di sistemi d'arma. Accordo che viola la legge italiana, la quale vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi siano responsabili di gravi violazioni dei diritti umani

Il Medio oriente è in fiamme. La Siria è in ginocchio, migliaia di profughi fuggono in Libano, in Turchia, in Giordania. Tel Aviv mobilita le forze terrestri, aeree, navali. Minaccia d'intervenire in Golan e di lanciare i suoi missili e i suoi caccia contro decine di "obiettivi strategici" in Iran. Intanto cannoneggia la striscia di Gaza e schiera carri armati e blindati alla frontiera con il Libano. Scenari di guerra che non sembrano intimorire più di tanto le forze politiche e il governo italiano. Quest'ultimo, anzi, trova pure il tempo d'inviare a Gerusalemme una delegazione d'eccezione, il premier con sei ministri, per il terzo summit intergovernativo in meno di due anni. Per rafforzare la partnership politica e militare e moltiplicare affari e scambi commerciali. Il comunicato ufficiale emesso lo scorso 25 ottobre è come sempre laconico. "In occasione del vertice Italia-Israele, al quale ha partecipato il Presidente del Consiglio, Mario Monti, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha incontrato il suo omologo dello Stato di Israele, Ehud Barak. A conferma dei solidi rapporti di amicizia e di collaborazione esistenti tra i due Paesi, sono stati approfonditi i temi inerenti alla cooperazione industriale nel settore della Difesa".

Il faccia a faccia tra i ministri della guerra è stato preceduto da una serie d'incontri tra i massimi rappresentanti delle rispettive forze armate. Il 7 e l'8 febbraio 2012, il sottocapo di Stato maggiore israeliano, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma i responsabili dell'Aeronautica italiana per "approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative". Il successivo 14 giugno è stato il comandante delle forze aeree israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale.

Meeting e visite di cortesia si sono sommate a tre importanti esercitazioni aeronavali bilaterali. Le prime due si sono svolte a fine 2011 in Sardegna (nome in codice Vega) e nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed "Eurofighter" e "Tornado" italiani; inoltre sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera. Dal 3 all'8 novembre 2012, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta invece la prima edizione dell'esercitazione Rising Star a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana.

L'accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele risale a sette anni fa ed è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte "pubblica" del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge in particolare che la "cooperazione" fra i due paesi riguarderà in particolare "l'industria della difesa, l'importazione, l'esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l'organizzazione delle forze armate e la gestione del personale la formazione e l'addestramento, i servizi medici militari". Sempre per l'accordo, le attività si svilupperanno grazie "alle riunioni dei ministri della Difesa, dei Comandanti in Capo e di altri ufficiali autorizzati, lo scambio di esperienze fra gli esperti delle due parti, l'organizzazione e l'attuazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni, le visite di navi e aeromobili militari e ad impianti, lo scambio di informazioni, pubblicazioni e hardware, la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d'armamento". "Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie", recita l'articolo 3 dell'accordo di mutua collaborazione. E ancora: "Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente Memorandum".

Senza troppi giri di parole, l'import e l'export di sistemi d'arma devono essere l'essenza delle consolidate relazioni tra Roma e Tel Aviv, in palese violazione della legge italiana che disciplina il commercio di tecnologie belliche e che vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani. Israele riassume in sé tutte le caratteristiche per dover essere posta al bando dal complesso militare industriale italiano: le sue forze armate sono sistematicamente impegnate su più fronti di guerra e dal 1967 occupano ancora buona parte della West Bank. Inoltre il regime d'apartheid instaurato contro la popolazione palestinese e gli stessi cittadini israeliani di origine araba è stigmatizzato dalle principali organizzazioni non governative internazionali. Non ultimo, Tel Aviv non ha mai firmato il Protocollo di Non Proliferazione Nucleare e da tempo immemorabile, anche grazie la collaborazione tecnico-scientifica di Stati Uniti ed Unione europea, a Dimona, nel deserto del Negev, si costruiscono armi nucleari (secondo gli istituti di ricerca indipendenti Israele sarebbe già in possesso di più di 200 testate).

Nonostante la riesplosione della crisi mediorientale, proprio il 2012 ha rappresentato l'anno chiave nei trasferimenti di sistemi d'arma tra i due paesi. Il 19 luglio, in particolare, il Ministero della difesa italiano e l'omologo israeliano hanno ratificato la fornitura alle forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 "Master" prodotti da Alenia Aermacchi. La commessa ha un valore di poco inferiore al miliardo di dollari ma prevede vantaggiose contropartite per le industrie israeliane. Elbit Systems, azienda specializzata nella produzione di tecnologie avanzate, svilupperà il nuovo software che verrà caricato sugli addestratori. Il Virtual Mission Training System (Vmts) "ingannerà i sensori degli M-346 simulando le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche, nonché scelte d'armamento complesse", riporta la World Aeronautical Press Agency. "Utilizzando il software una volta in volo, il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l'uso di sistemi d'arma all'avanguardia". Alle future guerre le forze aeree israeliane si addestreranno cioè con il made in Italy.

In cambio dei caccia, Tel Aviv ha anche imposto che l'aeronautica militare italiana si doti di due velivoli di pronto allarme "Gulfstream 550" con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici, prodotti da Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elta Systems (costo complessivo, 800 milioni di dollari circa). Selex Elsag, una controllata di Finmeccanica, s'incaricherà per conto delle aziende israeliane a fornire ai velivoli i "sottosistemi" di comunicazione e link tattici secondo gli standard Nato. Le forze armate italiane dovranno pure acquistare un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione "Ofeq", anch'esso di produzione IAI ed Elbit Systems (245 milioni di dollari). Prime contractor degli israeliani sarà Telespazio, azienda controllata in parte da Finmeccanica, che assicurerà entro il 2015 la costruzione del segmento terrestre, il lancio e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare.

Quest'anno, l'Aeronautica italiana ha pure deciso d'installare sugli elicotteri EH101 e sugli aerei da trasporto C27J "Spartan" e C130 "Hercules" un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato Dircm - Directional infrared countermeasures, co-prodotto da Elettronica Spa di Roma ed Elbit Systems. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. Gli elicotteri d'attacco AW-129 "Mangusta" di AugustaWestland, in dotazione all'esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio "Spike" prodotti da un'altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell'uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Roma e Tel Aviv puntano infine a sviluppare congiuntamente nuovi velivoli a pilotaggio remoto UAV (i famigerati droni) e a cooperare nella produzione e nella "gestione logistica" del nuovo cacciabombardiere a capacità nucleare F-35, uno dei programmi più costosi della storia mondiale dell'aviazione da guerra.

Mentre i programmi di riarmo italo-israeliani sono condivisi e sostenuti da tutte le forze politiche presenti in Parlamentare, si sta rafforzando tra alcune forze sociali e no war la convinzione che la solidarietà al popolo palestinese non può essere disgiunta dalla mobilitazione per ottenere l'embargo militare nei confronti di Israele. Singoli cittadini, associazioni e comitati di base hanno dato vita alla Campagna BDS per "il boicottaggio, il disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele" fino a che esso "non porrà termine all'occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellerà il Muro; riconoscerà i diritti fondamentali dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; rispetterà i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell'ONU".

Lo scorso 13 ottobre, di fronte allo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono-Varese, si è tenuta la manifestazione nazionale Nessun M346 a Israele per chiedere la revoca della vendita dei caccia addestratori alle forze armate israeliane, a cui hanno partecipato, tra gli altri, Pax Christi, la Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Attac, Arci - Servizio Civile, Assopace e una serie di soggetti che sostengono il popolo palestinese. "Quella di Varese è stata una manifestazione anche contro lo scellerato accordo del 2005 di cooperazione militare, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele", ha spiegato Elio Pagani per il Comitato promotore. "Un accordo che non è stato scalfito neppure dall'Operazione piombo fuso del dicembre 2008 - gennaio 2009, che ha visto Israele colpire con il suo potere aereo la popolazione palestinese civile inerme (1.400 uccisi, di cui circa 400 bambini). Un'azione militare brutale, senza giustificazioni, nella quale sono state usate anche armi sconosciute o già vietate dalle Convenzioni internazionali (fosforo bianco, bombe D.I.M.E., uranio impoverito) e nella quale Israele ha commesso crimini di guerra e contro l'umanità".

Antonio Mazzeo, Adista n.43 dell'1 dicembre 2012