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sabato 17 giugno 2017

Nicaragua, il NICA ACT


Gli Stati Uniti ci riprovano. In questa assoluta noncuranza della legittimità delle scelte nazionali, ancora una volta gli Stati Uniti si presentano come salvatori dei popoli afflitti da pseudo dittature, da governi che negherebbero le libertà individuali e collettive, da governanti che si arricchirebbero alle spalle dei cittadini abbandonati alla povertà.
Questa volta è toccato al Nicaragua. Ai primi di Aprile, presso il Congresso degli Stati Uniti, la repubblicana Ileana Ros-Lehtinen ed il democratico Albio Sires hanno proposto un progetto di legge definito NICA Act, ovvero Nicaraguan Investment Conditionality Act, col quale si pretende che gli Stati Uniti votino contro i prestiti internazionali destinati al Governo del Nicaragua. Il progetto, infatti, specifica che gli Stati Uniti dovrebbero approvare solo quei prestiti internazionali destinati a “ragioni umanitarie o per promuovere la democrazia” nel Paese. Il NICA Act verrà sospeso, come afferma il progetto stesso, solo nel momento in cui il governo del presidente Ortega decida di promuovere elezioni “libere, giuste e trasparenti”.
I due congressisti ci tengono a precisare che quello instaurato da Ortega sia un regime, nel quale le libertà individuali vengono negate da anni, in cui la popolazione è sempre più povera mentre il Governo si arricchisce e dove non viene dato luogo a libere elezioni.
Per comprendere la vera natura politicamente offensiva del NICA Act è necessario ricordare che Daniel Ortega è stato rieletto presidente lo scorso 6 novembre, per la terza volta consecutiva, con il 72,5% delle preferenze. Il Frente Sandinista rappresenta in Nicaragua il partito più forte, che persegue una politica i cui cardini principali sono “Fé, Familia y Comunidad”, valori dai quali discendono tutti gli altri.
Persino la segreteria generale dell’OEA (Organización de los Estados Americanos) ha espresso, attraverso un comunicato ufficiale (ed anche un messaggio su Twitter del suo segretario, Luis Almagro) una indubbia perplessità circa il contenuto di questa proposta di legge che, si legge appunto nel comunicato, rischia di incrinare i rapporti di collaborazione hanno impegnato alacremente il Paese centroamericano. Ed è decisamente significativo registrare che persino una organizzazione decisamente pro-USA quale l’OEA è si renda conto dell’azione esageratamente ingerente da parte dei due congressisti. Ingerenza che, come abbiamo visto appena una settimana fa, è stata esercitata dalla medesima organizzazione contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela senza alcuna insicurezza.
Il fatto è ci troviamo dinanzi ad uno Stato, quello del Nicaragua, che ha avuto e continua ad avere con gli Stati Uniti un ottimo rapporto economico, essendo il principale Paese col quale intrattiene i rapporti economici. Una misura di questo tipo, qualora approvata, andrebbe a rovinare tali rapporti generando, inoltre, un clima che non contribuisce affatto alla costruzione della stabilità, del dialogo e del progresso di cui i cittadini nicaraguensi necessitano e per i quali tanto si sta spendendo il Governo di Ortega. Questo, d’altronde, non è il primo tentativo: già nel 2015 il Congresso degli Stati Uniti d’America aveva approvato una legge non troppo dissimile dal NICA Act, la Consolidated Appropriations Act 2016, nella quale si autorizzavano prestiti multilaterali a Honduras, El Salvador e Guatemala con limiti simili a quelli richiesti nell’odierno progetto di legge destinato al Nicaragua.
In un Paese in cui la spesa interna è stata indirizzata, prima della altre cose, al rafforzamento e allo sviluppo di sanità e istruzione di qualità ma che, per troppi anni, è stato vittima di politiche neoliberiste, togliere il diritto di ricevere prestiti internazionali equivale a strozzare la vita e le possibilità del popolo del Nicaragua.
Tutto questo, ovviamente, nel tentativo di porre fine all’esperienza di Ortega, all’indirizzo socialista del suo governo, e di attaccare l’ennesimo Paese non allineato dell’America Latina.
Dietro la richiesta di sovrintendere i prestiti per la pace, la sicurezza, la lotta alla criminalità vi è quella “esportazione della democrazia” e lo sfregio delle libertà sovrane dei popoli di cui abbiamo, purtroppo, una memoria troppo fresca.
Ribadendo il carattere offensivo del progetto di legge NICA Act, affermiamo la vicinanza e la solidarietà attiva al popolo nicaraguense e alle sue legittime istituzioni, compresa l’Ambasciata del Nicaragua in Italia.
Contro l’imperialismo, per la difesa dell’autodeterminazione dei popoli.
Giusi Greta Di Cristina,
responsabile nazionale Dipartimento Esteri PCI per le relazioni con l’America Latina

Dichiarazione ufficiale del Governo del Nicaragua in risposta alla proposta di legge NICA Act:
NOTA DE PRENSA
El Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional ha conocido esta tarde la disposición de un grupo de Congresistas norteamericanos, identificados por sus posiciones radicales e injerencistas, de reintroducir la llamada Nica Act.
Esta tarde, ratificando esa condición de extremistas y promotores del irrespeto a los Modelos de Democracia Protagónica con Idiosincrasia y Carácter propios, los Congresistas que en Septiembre del año pasado instalaron una Propuesta hostil contra el Derecho del Pueblo nicaragüense al Bienestar, la Seguridad, el Trabajo y la Paz, volvieron a irrumpir en el panorama político pre-electoral, en coincidencia con ciertos agrupamientos de Ciudadan@s nicaragüenses, identificad@s con las Políticas norteamericanas más retrógradas.
Al presentar la Nica Act 2017, este grupo de Congresistas pretende vulnerar el Derecho de Nicaragua, nuestro Pueblo y Gobierno, a continuar desarrollando nuestro Modelo Cristiano, Socialista y Solidario, donde la Democracia, el Diálogo, las Alianzas y la búsqueda de Consensos, garantizan Tranquilidad, Armonía Social y Esperanza.
 La Nica Act 2017 és una amenaza más, de las muchas que a lo largo de la Historia se han cernido sobre Nicaragua, en el afán de las mentalidades imperialistas de apropiarse de nuestro País. És un nuevo intento de concederse el Derecho de intromisión destructiva en nuestros Asuntos Nacionales.
 La pretensión irracional, inoportuna e improcedente de este grupo de Congresistas de conocidas posiciones extremas, sólo apunta a desestabilizar un País donde las Personas somos prioridad, donde vivimos tranquil@s, en el arraigo de una valiosa Cultura Religiosa, Familiar y Comunitaria, que cultivamos como Patrimonio Especial.
Nicaragua seguirá siendo Baluarte, Ejemplo, y Fortaleza de la Estrategia de Seguridad de Centroamérica y del Continente Nuestroamericano, trabajando, como lo hemos hecho, y lo seguimos y seguiremos haciendo, para combatir el Narcotráfico, la Delincuencia y el Crimen Organizado, y para fortalecer Fronteras que impidan el avance del Terrorismo Internacional.
 Nicaragua, consolida y consolidará su Modelo de Reconciliación, Trabajo, Paz y Unidad, empeñados en la Responsabilidad de un Estado y un Gobierno que ha sido reconocido por sus Logros Sociales, Económicos y de Seguridad, reconocido también por la Eficacia, Eficiencia y Transparencia de su Administración.
 Nuestra probada Capacidad para gobernar, manejando responsablemente la Economía, nos ha convertido en un País con Crecimiento Sostenido, donde los Avances en la Lucha contra la Pobreza son visibles e innegables.
 La Nica Act aparece como una Propuesta, ciega, sorda, e irracional, concebida por mentes insensibles, mal intencionadas, y cerradas completamente a reconocer el Derecho de l@s nicaragüenses a vivir alejad@s de los conflictos de Tiempos Pasados, habitando, por Gracia de Dios, Tiempos Nuevos, Tiempos de Victorias, Tiempos de Buen Juicio, Tiempos de Buena Esperanza, Tiempos de Sabiduría, Tiempos de Proclamación de Buenas Nuevas.
 Estaremos pendientes del desarrollo de esta Iniciativa funesta, que no representa el Corazón, la Racionalidad, o la Compasión que obliga al Ser Humano a actuar como Herman@. Una Iniciativa que niega el Conocimiento, la Conciencia, y sobre todo, la Dignidad del Amor.
 Nicaragua seguirá promoviendo el Trabajo, el Bienestar, y la Paz. Nicaragua seguirá forjando Alianzas positivas e inteligentes, que procuren Unidad por el Bien Común.
 Nicaragua seguirá promoviendo su Modelo de Fé, Familia y Comunidad con la Dignidad y la altura propias de nuestros Aprendizajes y de un Liderazgo Hábil, Eficaz, Experimentado, Sabio y Prudente.

Managua, Abril 5 del 2017
Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional

giovedì 1 luglio 2004

AlReves: Centroamerica


Il Centroamerica nel mirino delle “tre pi”.

 Nel giugno 2002, al termine di un vertice tra alcuni funzionari della Banca Mondiale e i presidenti delle nazioni centroamericane, il premier messicano Vicente Fox annunciava ufficialmente l’esistenza del Piano Puebla Panama (PPP). Basato su uno stanziamento di circa 12-15 miliardi di dollari, questo progetto ciclopico ha in cantiere la costruzione del cosiddetto “canale asciutto”, comprendente 288 chilometri di nuove autostrade e ferrovie, oleodotti, porti, aeroporti, 25 dighe per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica, e una fitta rete di maquiladoras (le fabbriche subappaltatrici e sfruttatrici di mano d’opera a bassissimo costo).
Secondo la volontà dei suoi artefici (capi di governo interessati e fameliche multinazionali) e delle banche finanziatrici, tutta la zona mesoamericana sarà coinvolta in un immenso cantiere a cielo aperto: dai nove stati che compongono il sud-est messicano fino allo stretto di Panama, passando attraverso i sei paesi dell’America Centrale (Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica). Dunque, un’area geografica sconfinata in cui vivono - o per meglio dire sopravvivono a malapena - 65 milioni di abitanti (28 milioni di messicani e 37 milioni di centroamericani), con un tasso di povertà del 75% frutto di politiche economiche fallimentari che, da quarant’anni a questa parte, “cercano solo di [...] rafforzare l'economia capitalistica senza alcuna considerazione sociale o ecologica”.
E’ utile ricordare che, dopo il progetto di “Alleanza per il progresso” sostenuto dagli Stati Uniti all'inizio degli anni '60, “decine di piani ufficiali hanno cercato di risolvere la piaga del sottosviluppo. Malgrado ciò, il numero di poveri è continuato ad aumentare in questa regione come nel resto dell'America Latina.” *
Il PPP si inserisce a pieno titolo nel contesto dei trattati di libero commercio - tanto cari agli Stati Uniti - e ne diventa, anzi, premessa essenziale per la loro realizzazione, in quanto il flusso mercantile su terra da e verso il canale di Panama (il vero “perno” dell’integrazione del Centroamerica nell’economia globalizzata) necessita di una rete viaria e infrastrutturale molto più efficiente di quella attuale. Ancora una volta, sull’altare del progresso economico saranno sacrificati migliaia di indigeni, le cui comunità dovranno accettare - di buon grado o con la forza - lo sfollamento dalle loro terre d’origine interessate al progetto, oppure diventare carne da macello per le maquiladoras in cambio di salari da fame; “quattromila di queste fabbriche sono già presenti sul territorio messicano (la stragrande maggioranza in prossimità della frontiera con gli Stati Uniti). Ma sono molto presenti anche in America Centrale”. *
In Messico, Rocio Ruiz, sottosegretario per il commercio interno presso il Ministero dell'Economia, conferma cinicamente il motivo per cui queste maquiladoras sono ormai costrette a stabilirsi a Oaxaca, in Chiapas e più in generale nel sud-est: «nel nord si paga un salario due o tre volte più alto; di conseguenza non siamo più competitivi per questo tipo di impresa». E sempre nell’ambito del PPP, allo scopo di rafforzare le garanzie per gli investitori stranieri, peraltro già inserite nel precedente Accordo di Libero Scambio dell’America del Nord (NAFTA), il governo messicano sembra orientato ad introdurre ulteriori incentivi “in termini di esoneri fiscali e di sicurezza”.
Più a sud, oltre il Messico, negli altri Paesi coinvolti nel PPP la situazione non è meno drammatica. Pressoché tutti i governi locali puntano a sedurre gli investitori stranieri - ma soprattutto le compagnie nordamericane -, accelerando i processi di privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, sicurezza sociale, erogazione dell’acqua) e mettendo in atto l’esproprio dei terreni edificabili. Il modello ultraliberista al quale si ispirano - in fatto di sfruttamento umano e dell’ecosistema - presenta evidenti analogie con quello delle “tigri asiatiche”.
Parallelamente all’avanzamento di tali progetti, si moltiplicano però le mobilitazioni e le proteste di sindacati e movimenti della società civile.
Già nel 1984, l'Istituto per l'Ecologia Culturale dei Tropici si era opposto alla costruzione del complesso di dighe sul fiume Usumacinta (al confine tra Messico e Guatemala), riuscendo infine a scongiurarne i pericoli anche grazie ad un appello mondiale: “esprimiamo la nostra profonda preoccupazione sul progetto delle dighe, perché pensiamo costituisca una grave minaccia per la popolazione, per le località archeologiche Maya di valore mondiale, per i boschi tropicali e per la diversità biologica del Guatemala".
In effetti, secondo le stime del Piano Nazionale dal nome altisonante “Messico Terzo Millennio”, le inondazioni della conca dell’Usumacinta coinvolgerebbero ben 72.500 ettari di terre indigene e selva, nella regione di Ocosingo (Chiapas) e Petén (Guatemala), con danni incalcolabili all’ambiante e agli abitanti del luogo. “Oltre all'impatto irreversibile a livello ecologico sul poco che resta delle selve mesoamericane, lo spostamento di abitanti indigeni e quindi il loro impoverimento avverrà nel quadro di una maggiore presenza militare nella regione”. Questo assicurerà che il progetto possa essere concesso a stranieri attraverso il Guatemala, in concreto alla multinazionale spagnola Union Fenosa, padrona della società DEORSA “che possiede il monopolio del servizio di erogazione dell'energia elettrica nel nord del Guatemala, caratterizzato da un cattivo servizio ai clienti, da frequenti interruzioni della fornitura e alti prezzi al consumo”. **
Naturalmente, quello appena citato è solo un minuscolo frammento del megaprogetto allo studio di un esercito di burocrati statali e funzionari di grandi compagnie transnazionali, perennemente a caccia d’affari. Il timore è che, con il PPP, si stia per aprire un nuovo - e orrendo - capitolo dell’era della ricolonizzazione del Nuovo Mondo.
(Chile)


 

Note:
* “Il Piano Puebla Panama, nuova trappola per l’America Latina” di Braulio Moro.
** “Chiapas al dìa”, Bollettino n° 301 del 12/08/2002 (Ciepac, Chiapas – Messico).

martedì 1 giugno 2004

AlReves: Nicaragua


Nicaragua: vita e morte del sandinismo.

 Nella regione montuosa di Las Segovias (Nicaragua nordoccidentale) sorge, abbarbicato su un  cerro, il piccolo villaggio di Niquinohomo (letteralmente “valle del guerriero”, nella traduzione castigliana). Da questa sparuta località ha origine il mito di una delle più originali ed affascinanti figure rivoluzionarie dei movimenti di liberazione dell’America Latina: il suo nome era Augusto Cesar Sandino.
Relegato dalla storiografia ufficiale a semplice attore della rivoluzione marxista del primo novecento, Sandino - il “generale degli uomini liberi”- incarna in realtà il simbolo della lotta armata contro gli invasori yankees, accorsi sul suolo nicaraguense unicamente per salvaguardare i propri interessi economico-militari.
Senza rifarsi chiaramente a nessuna delle ideologie novecentesche (tanto meno a quella comunista), egli sognava un’America Latina “unita sotto un'unica bandiera”. Il suo modesto esercito, un  singolare amalgama di contadini, patrioti e prostitute, dopo i primi insuccessi militari riuscì a prevalere su un nemico più numeroso e meglio equipaggiato, costringendo alla fine i marines statunitensi a ritirarsi definitivamente dal Nicaragua (1933). Correvano gli anni della Guerra Costituzionalista, combattuta tra i conservatori legati ai privilegi dell’aristocrazia terriera e la schiera dei liberali in lotta per l’autodeterminazione del popolo e per l’indipendenza dall’autorità statunitense.
Gli Stati Uniti iniziarono ad interferire nella politica interna del Nicaragua già dal 1909, provocando la caduta dei governi liberali e favorendo l’instaurazione di regimi autoritari (come quelli di Adolfo Diaz e di Somoza), la cui funzione repressiva era esercitata dalla Guardia Nazionale e dal Corpo dei Marines. Gradualmente, attraverso un astuto sistema di prestiti bancari, il governo della Casa Bianca cominciò a prendere “in garanzia” il controllo della dogana, delle ferrovie nazionali e dei trasporti del Lago Grande, “indeciso se costruire o no un canale tra i due oceani, mentre si verificava la capacità di quello di Panama”. Il canale - dopo tutto - non fu mai realizzato, ma l’occupazione militare Usa durò lo stesso più di vent’anni.
Oggi, a settant’anni dalla morte di Sandino e a più di venti dall’affermazione del primo governo popolare sandinista, il fragile stato centroamericano si trova sempre più alla mercé del capitale straniero che controlla ormai buona parte del settore bananiero e della produzione del caffè.
Nonostante l’economia sia cresciuta negli ultimi otto anni del 13%, la popolazione è aumentata del 24 %, il che significa una diminuzione del 9% delle entrate per persona. Se a questo si aggiunge la chiusura della banca statale, che avrebbe dovuto essere il motore finanziario dello sviluppo dei piccoli e medi produttori, la mancanza di una politica di sostegno al settore produttivo, l’abbandono totale dei servizi nelle campagne da parte delle istituzioni pubbliche, bisogna per forza ammettere che la situazione economica della maggior parte del popolo nicaraguense è disperata.
Secondo gli ultimi dati a disposizione, “l’82% della popolazione vive in condizioni di povertà e il 44% in condizioni di estrema povertà, il che significa sopravvivere con un dollaro o meno al giorno. Il settore rurale presenta un tasso di analfabetismo del 40%; la sanità è privatizzata e negli ospedali vengono consegnate ai malati le ricette perché si procurino le medicine da soli; ci sono circa 500.000 giovani in età scolare che non fanno niente e altri 260.000 che lavorano e non studiano.”
Cosa è mancato, dunque, nell’esperienza della rivoluzione popolare sandinista degli anni 80 che ebbe comunque il merito ripristinare le libertà fondamentali nel Paese?
Tra gli interventi rimasti incompiuti, c’è al primo posto quella riforma agraria che avrebbe dovuto consentire una più equa distribuzione della terra. In secondo luogo, il sandinismo non è stato capace di conservare le ricchezze strategiche del paese - le risorse agricole sono cadute via via nelle mani delle multinazionali -, penalizzando di conseguenza lo sviluppo, il sistema scolastico, le pensioni, la salute, l’educazione per tutti. E’ un fatto ormai che “molti obiettivi della rivoluzione sono stati cancellati dalla storia e di loro non rimane niente: dai forti investimenti sul sistema educativo e sanitario al tentativo di aumentare il livello di reddito dei nicaraguensi.” *
Il fallimento delle politiche sociali si somma al declino della sinistra istituzionale, logorata da lotte intestine e scissioni, come quella che portò alla nascita del Movimento di Rinnovamento Sandinista.
La principale forza di opposizione, il Frente Sandinista de Liberacion Nacional, si dimostra oggi un partito “chiuso”, più interessato - forse - alla difesa delle porzioni di potere fin qui conquistate che alla costruzione di alternative concrete alla politica liberista del governo Bolanos. Negli ultimi anni, il consolidamento della leadership di Daniel Ortega, guida storica del FSLN e più volte candidato alla presidenza, ha lasciato poco spazio alle spinte di rinnovamento - interne al movimento e allo stesso partito - per degenerare, infine, in una sorta di caudillismo che alimenta inutili personalismi ed impoverisce i contenuti del confronto politico. 
Sull’altro versante, l’attuale presidente Bolanos - esponente del Partito Liberale - si è rivelato nella gestione del potere un degno erede del suo predecessore Arnoldo Aleman. Quest’ultimo, come aveva già fatto Somoza in precedenza, trasformò il Nicaragua in un suo personale feudo; e persino l’opposizione sandinista aveva trovato la maniera di scendere ad accordi con lui per una spartizione indolore del potere. “El Pacto” fu sottoscritto nel gennaio del 2000 e aveva in pratica diviso tutti i poteri dello Stato tra gli uomini dei due partiti, PL ed FSLN, con una tacita intesa di non aggressione. Si era trattato di una decisione molto discussa, soprattutto perché, per mezzo di una legge votata dai due schieramenti, erano stati sciolti tutti gli altri partiti d’opposizione.
Nonostante la caduta di Aleman, uscito di scena di recente dopo le condanne per corruzione, la via del compromesso “scellerato” tra i due maggiori partiti continua a polarizzare lo scenario politico nicaraguense e l’immobilismo che ne consegue non aiuta certo lo sviluppo economico ed il progresso sociale di cui il Paese ha estremo bisogno.
Frattanto, le strutture di governo devono confrontarsi con la crisi del settore agricolo, seriamente danneggiato dalla caduta del prezzo del caffè di esportazione (-64% in soli due anni), effetto provocato dall’immissione sul mercato del caffè del Vietnam (nuovo ed acerrimo concorrente dei paesi latinoamericani).
(Chile)


 

* Intervista a Sergio Ramirez Mercado, fondatore del Movimiento de Renovacion Sandinista (MRS).