domenica 29 novembre 2020

Le parole dello stigma che si dovrebbero evitare

 

Giocare ai neurologi o agli psichiatri non è passato di moda sui media e mentre qualche settimana fa, come dadi, si lanciavano diagnosi casuali ai giovani che stando in casa o fuori sbagliano comunque, questi ultimi giorni hanno visto un ulteriore livello: sul tavolo sono balzate le persone negazioniste.
Al diffondersi delle teorie cospirazioniste e del negazionismo della COVID-19, che hanno conseguenze sulla salute pubblica per il rifiuto di adottare le misure di sicurezza, hanno dato un rilevante contribuito un’informazione contraddittoria e selettiva, diversi esperti ottimisti e tanta propaganda politica antiscientifica.

“Dementi”, “pazzi”, “psicotici” sono solo alcune delle pseudo-diagnosi affibbiate come insulti a chi nega le conseguenze del contagio da virus SARS-CoV-2 sulla salute delle persone e sul sistema sanitario per la necessità di trovare un appiglio nelle incertezze, per appartenenza a un gruppo o per interessi finanziari e politici.
Si tratta di etichette, assieme ad altre come “cerebroleso”, “ritardato”, “lobotomizzato”, “schizofrenico”, “autistico”, “bipolare”, “narcisista”, “psicopatico”, “sociopatico” e così via, che vengono elargite quotidianamente online e offline a chi abbia idee o comportamenti considerati non conformi o anormali.

Si ricorre alla neurologia e alla psichiatria per sostanziare il proprio giudizio morale sull’altro che di volta in volta rappresenta una minaccia, fa paura, non conosciamo, ha idee diverse dalle nostre o semplicemente ci sta antipatico. E partecipano al gioco anche giornalisti/e e – con sprezzo del codice deontologico – molti professionisti della salute mentale.
Il risultato è una più o meno esplicita dichiarazione di superiorità che, oltre a rivelare un lessico modesto e avvitato su un ristretto insieme di aggettivi ricorrenti, ha conseguenze sociali dannose.

In primo luogo, questa modalità di apostrofare l’altro non ne intacca il ragionamento e non ne rivela le fallacie ma spinge a un arroccamento difensivo e all’affiliazione a gruppi che sfruttano, a qualsiasi costo, il senso di vulnerabilità nelle incertezze. Tre bisogni psicologici sottostanno al parteggiare tesi cospirazioniste, come scrive Aleksandra Cichocka, psicologa politica all’Università di Kent, Canterbury, nel Regno Unito: il bisogno di comprendere il mondo, il bisogno di sentirsi al sicuro e il bisogno di sentirsi bene con sé stessi e con il proprio gruppo. Come si può intervenire? Con la prevenzione, il “prebunking” come scrive Cichocka, che si realizza attraverso la trasparenza delle informazioni, la comunicazione di un senso di appartenenza, di identità sociale e di solidarietà e offrendo uno scopo, quello di ridurre con i nostri comportamenti condivisi la trasmissione del virus, il numero di ammalati, il numero di persone morte e di famiglie in lutto, il sovraccarico fisico e psicologico delle operatrici e degli operatori sanitari.

Queste strategie erano già note fin da marzo ma né le istituzioni né i media generalisti hanno enfatizzato – e continuano a sfrattare – le misure di prevenzione per la salute fisica, per la salute psicologica e per un’informazione responsabile che aiuti a gestire la vulnerabilità delle persone e dell’intera società.
Accade con la pandemia ma la semplificazione delle spiegazioni attraverso il ricorso al dizionario psicopatologico è un automatismo che caratterizza anche le modalità con cui sono riportate e commentate le notizie di cronaca. L’associazione spuria violento-malato di mente affolla le prime pagine successive a un crimine e punteggia gli interventi di certi esperti al di là di ogni minima evidenza fattuale.

“In questi casi” affermano Jonathan Metzl e Kenneth MacLeish in un articolo del 2015 che analizza storicamente il ruolo della malattia mentale nella spiegazione delle sparatorie di massa e nelle politiche restrittive sull’uso delle armi negli Stati Uniti, “agli operatori della salute mentale viene chiesto di fornire diagnosi cliniche a problemi sociali ed economici” mentre “la competenza psichiatrica potrebbe essere meglio utilizzata” spostando l’attenzione “sulle ansie, sulle formazioni sociali e economiche” che minano la fiducia tra le persone e tra gruppi in determinati periodi storici.
Non deve meravigliare se poi cedono alle tentazioni diagnostiche anche i lettori non esperti.

In secondo luogo, l’elargizione di etichette banalizza il complesso percorso di accertamenti clinici e strumentali che seguono le équipe di specialisti per giungere a un’interpretazione diagnostica codificata. Si diffonde così la credenza che le diagnosi neurologiche e psichiatriche siano facili, immediate, fatte ad occhio e non richiedano una complessa raccolta di informazioni direttamente dalle fonti e un accurato processo decisionale. Di conseguenza, la stessa vanità di alcuni esperti mina, e a lungo termine, la fiducia negli specialisti che lavorano in scienza e coscienza, a vantaggio dei ciarlatani che forniscono risposte immediate.
La costruzione e sedimentazione di una cultura scientifica diventa davvero un’azione impervia.

Infine, utilizzare una diagnosi come insulto, danneggia tutte le persone che sono realmente affette da quella condizione e di cui non sono responsabili. Oltre a essere offensivo e irrispettoso, questo automatismo può confondere le conoscenze sulla propria condizione e spaventare rispetto al proprio futuro e al proprio posto nella società.
Perpetuare lo stigma è un danno a lungo termine che va a peggiorare la condizione di milioni di persone nella realtà della vita quotidiana.

Lo stigma è l’esclusione sociale, basata sul pregiudizio e sulla discriminazione, delle persone che affrontano condizioni neurologiche, psichiatriche, dipendenze, disabilità. Si concretizza nelle difficoltà ad avere accesso a un’istruzione continua e individualizzata, a ottenere accettazione nel contesto familiare e sociale, a ricevere un’assistenza adeguata ai propri bisogni, a trovare e mantenere un lavoro, a stabilire relazioni significative, a partecipare alle attività di una comunità.
Contemplare le coloriture attraverso le quali la propria condizione viene associata a tutti i tipi di misfatti, devianze e crimini, inevitabilmente accentua il disagio, le preoccupazioni, la vergogna, la colpa convincendosi che tutto quanto è capitato sia meritato. Questo processo di solito si propaga al nucleo famigliare o alla ristretta rete di riferimento. Ne consegue una minore propensione a chiedere aiuto, a intraprendere percorsi e cure che potrebbero alleviare la propria condizione o il carico dell’assistenza, a partecipare alla vita sociale, a rendersi visibili.

La ricaduta nel lungo periodo in termini di costi sociali e sanitari sarà molto più gravosa – basti pensare alle demenze – di quella misurabile in una comunità che riconosce i bisogni individuali e di appartenenza, fornisce con trasparenza i dati di realtà, opera scelte razionali e non respinge la complessità delle condizioni neurologiche e psichiatriche (acute, croniche, degenerative) ma fornisce gli spazi e gli strumenti per una loro migliore comprensione e per un incremento di consapevolezza in tutti i suoi membri.

Se guardiamo a due studi del 2017 che hanno analizzato la copertura mediatica delle malattie mentali in Canada, ci rendiamo conto che la situazione può cambiare. Rob Whitley e JiaWei Wang hanno valutato prima i contenuti televisivi nel triennio 2013-2015, registrando un incremento dal 10% al 40% dei contenuti positivi con cui è stata descritta la malattia mentale e una maggiore diffusione di risorse dedicate, pur restando dominanti le associazioni con i crimini e le violenze.
Successivamente, i due autori hanno esaminato i contenuti stigmatizzanti pubblicati sui giornali, nelle edizioni a stampa e online, rilevandone la riduzione di un terzo tra il 2005 e il 2015. Per Whitley e Wang tali risultati sono la prova di efficacia delle diverse campagne intraprese per ridurre lo stigma e incrementare la consapevolezza sulle malattie mentali. In particolare, l’iniziativa governativa anti-stigma ‘Opening Minds’ della Commissione canadese sulla salute mentale (Mental Health Commission Canada, MHCC) è stata “deliberatamente orientata ai media negli ultimi anni, finanziando la stesura e la diffusione di linee guida, oltre al lavoro con le scuole di giornalismo e le organizzazioni dei media per sensibilizzare i giornalisti ai problemi di salute mentale”.

Come dimostra anche la revisione sistematica degli interventi anti-stigma attuati per i professionisti dei media, pubblicata nel 2017 da Alessandra Maiorano dell’Università di Verona a dalle sue collaboratrici, la copertura delle malattie mentali può essere migliorata. Dal momento che il ruolo dei media nel rafforzare gli stereotipi legati ai disturbi mentali è stato ampiamente dimostrato e si realizza nella rappresentazione negativa delle persone che li sperimentano, i professionisti dei media costituiscono un target ottimale per i programmi anti-stigma.
Per Maiorano e collaboratrici, gli interventi più promettenti sono sia gli approcci educativi che permettono a giornaliste e giornalisti di entrare in contatto con persone che affrontano i disturbi mentali, sia le linee guida sviluppate da istituzioni nazionali autorevoli. “Dovrebbe essere utile promuovere e diffondere interventi educativi mirati ai giornalisti e includere moduli specifici sui temi di salute mentale nei curricula formativi di studenti di giornalismo”. Una collaborazione tra le associazioni dedicate alle diverse condizioni neurologiche e psichiatriche e le associazioni professionali di giornalisti aiuterebbe a migliorare le modalità con cui le notizie e le storie pubblicate affrontano i problemi di salute mentale, “sfidando costantemente lo stigma strutturale mediato dai mass media”.

In attesa di interventi dedicati, alcune raccomandazioni generali e di semplice applicazione riguardano, in particolare in questo periodo di rischi e prolungate difficoltà: la scelta responsabile delle parole usate per descrivere fenomeni complessi; l’attenzione a riconoscere dignità e rispetto alle persone delle quali non si conosce la vulnerabilità; la copertura di esempi di comportamenti prosociali che, attraverso il rispetto delle regole di sicurezza (mascherina, distanziamento, igiene, aerazione) portano a un minore impatto della pandemia; lo spazio a iniziative di supporto alle persone più esposte all’interno delle comunità.

Tiziana METITIERI,
PER SOSTENERE Valigia Blu

sabato 14 novembre 2020

Ha senso parlare? Uno scritto di Mauro Portello

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un futuro invisibile e troppo insopportabilmente minaccioso. È lo scudo delle parole che io alzo istintivamente per ripararmi, per separarmi dal disastro che, finché io parlo, vuole dire che non mi ha ancora colpito. Parlo perché vivo. Parlo finché vivo.
È l’istinto di sopravvivenza che il sapiens mette in azione nel momento in cui sente le condizioni della sua esistenza poste fisicamente in discussione. Un conflitto primordiale tra l’uomo cosciente e la biosfera. Uno scontro assoluto che solo nei momenti estremi si manifesta in tutta la sua muscolarità. La possibile negazione del proprio futuro mette in campo la potenza del verbale dell’homo sapiens. Non mi riferisco al potere della parola di orientare il mondo (questo lo ha spiegato benissimo David Grossman alla Buchmesse di Francoforte – vedi Le parole cambiano il mondo su Repubblica dello scorso 17 ottobre), ma alla pressione verbale quantitativa, di quando si ha come il bisogno di agire con una materiale sovrapproduzione di parole, di dire tanto, quasi che la massa delle parole potesse fare da diga alla catastrofe. È un sentire di guerra che – a dispetto dei precisini che ci fanno osservare che questa non è in senso stretto una guerra –, è più che sufficiente a scatenare la psiche. 
C’è il tasto kantiano da suonare, ne abbiamo bisogno per capire veramente. Poi c’è il tasto brechtiano, per realizzare bene che cosa succede. Ma soprattutto c’è il tasto pulsionale, quello che ci dice semplicemente, appunto, che siamo ancora vivi.
Lo stesso venir meno della solidità delle istituzioni, della loro materiale efficacia, ha in qualche modo incrementato la verbalizzazione del disagio. Fa impressione il profluvio di riflessioni, idee, opinioni che in questi giorni si sta riversando nel mondo della comunicazione, di cui la rete è, naturalmente, il formidabile moltiplicatore. Una massa che si aggiunge ai pensieri, alle riflessioni e ai discorsi che le persone stanno producendo in relazione alla situazione di allarme globale che stiamo vivendo. Tutto converge su questo. Il comune sentire è all’unisono, unipatico, e fa stare tutti allo stesso modo. Il vagare dei significati, il tremolare delle categorie (il tempo, la salute, il benessere, la felicità, l’infelicità, la solitudine…) in un sobbollire cosmico che è cominciato e continua a emanare un odore buono e cattivo, come il minestrone della nonna con tutte le sue verdure.
Al di là delle implicazioni per la salute e, poi, l’economia, c’è quasi uno sbalorditivo azzeramento delle altre implicazioni. Non si pensa più ad altro se non come a delle reminiscenze di un prima che non si sa più bene se esista ancora o sia completamente stato spazzato via dal virus. Accanto alla sacrosanta funzione informativa della stampa – su cui molto c’è da dire, ma non nel fuoco della battaglia –, si assiste a un lavoro alacre di tutti coloro che sono in grado di formulare pensiero complesso e articolato (intellettuali, opinionisti, scrittori, artisti) per spiegare, far capire, un gran darsi da fare a elencare ciò che c’era e che non potrà più esserci e a prefigurare un nuovo futuro. Con una specie di ansia di cancellazione e di rinnovamento, con i tentativi più o meno argutamente sostenuti di segnalare che cosa precisamente sarà diverso, in che modo questo che cosa si modificherà giocoforza dopo questo flagello. E tutti (noi) a cercare un qualsivoglia conforto, una rassicurazione sul proprio grado di sopravvivenza. D’altronde le guerre inducono una tabula rasa della riflessione e dell’espressione, come se solo i conflitti mortali potessero costringere il pensiero a riformularsi rapidamente. 
I musicisti, i disegni dei bambini, i nomi, tutto parla di più: l’ambiente (vigliaccamente ignorato), la povertà (vecchia e nuova), il lavoro (riformulato e dislocato), la scuola (ormai una sfida sociale ed educativa), la socialità (esplosa), l’emotività (completamente ridimensionata). Un’impressionante quantità di parole, meglio, di discorsi che probabilmente stanno elaborando una nuova configurazione della sostanza umana attorno alla quale ogni specificità settoriale dovrà rivedere i suoi fondamenti, e dovranno tenere conto della “necessità che trascende il nostro potere e che ci riconsegna a quella “natura” che credevamo, ingenuamente, di aver evaso”, come bene ha detto recentemente Rocco Ronchi (Seconda ondata, l’angoscia, Doppiozero, 25.10.2020). 
 
Il fatto è che per molti di noi parlare è la suprema coscienza di noi stessi, la vera sostanza del nostro stare al mondo. E quando supera lo stadio solo emotivo di “logorrea ansiosa”, come direbbe lo psicologo, questo parlare oltre misura ha evidentemente dei significati più larghi e fondi. Ecco il punto: siamo soli, davanti allo shock generalizzato della pandemia ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Persino le rassicuranti “convinzioni” scientifiche vacillano, gli uomini tirano fuori le armi desuete dell’”oscurantismo” (complottismi, ecc. ecc.), scopriamo che i conforti generalizzati della goduria neoliberista (ristoranti, vacanze, viaggi, nottate a ballare, a bere e strafarsi, consumi incessanti, di cose e persone…) possono non essere più dati per scontati. E allora ci agitiamo e parliamo, guardando in tutte le direzioni, scrutando una bussola che sembra essersi smagnetizzata. E quando ci si percepisce soli si è preda del corpo, delle sue spietate meccaniche di sopravvivenza. Soli e smarriti, si diventa egoisti, e abbiamo bisogno di iperverbalizzare, alla ricerca fisica di dare un senso, una interpretazione a tutto questo (i sociologi della comunicazione avranno il loro bel da fare nei prossimi anni). 
C’è un’oscillazione frenetica e costante tra il generale e il particolare, tra il collettivo e l’individuale, ma soprattutto è maturata una vera angoscia per il futuro. “È una lezione clinica – dice Massimo Recalcati –: il ritorno del trauma — la sua recidiva — può essere più traumatico della sua prima volta. Il panico della seconda ondata porta con sé il sentimento di non poter più ritornare alla vita” (Se cresce la paura del futuro, in Repubblica, 31.10.2020).
 
E ancora più soli ci percepiamo se ci misuriamo con le vastità dei sistemi sociali e politici certamente destinati a rivedere il loro funzionamento e le loro “filosofie”. Verifichiamo, infatti, che “la morte non è democratica”, perché le condizioni sociali condannano i più deboli, ma soprattutto sperimentiamo sulla nostra pelle (anzi, sulla nostra solitudine) quale sia il potenziale di coercizione del controllo digitale anche nelle società liberiste, come dice il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han: “Il liberalismo occidentale è minacciato non solo dalla pandemia, ma anche dal totalitarismo digitale. […] Le informazioni che divulghiamo ci controllano e ci guidano. Il governo neoliberista non sopprime la libertà, fa uso della libertà stessa. Viviamo oggi in questo paradosso dell’autosfruttamento volontario che va di pari passo con la percezione della libertà. ("Noi, schiavi felici della pandemia digitale" intervista a Repubblica, 31.10.2020).
 
Sono nuove realtà, nuove sensibilità, nuovi errori di cui ha senso che io parli, purché ne nasca una discussione, e non un’istanza malata della mia (nuova) solitudine. Non posso non chiudere con le parole di Chandra Livia Candiani (Doppiozero, 03.11.2020): «Il fatto è che le cose sono complesse e se vedi un lato ne manchi un altro e non ho parole rotonde. Tutto sommato, credo che ascolterò e basta, lascerò dire a ognuno la sua e intanto respirerò. Certe volte, così facendo, qualcuno mi dice: “Grazie, mi fa bene parlare con te.” “A me invece fa bene respirare,” penso io, un po’ malinconicamente”».

Mauro Portello,
DoppioZero.com