Visualizzazione post con etichetta Uruguay. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Uruguay. Mostra tutti i post

domenica 7 dicembre 2014

[Uruguay] Arriverderci José Mujica, il presidente povero conclude il suo mandato



In cinque anni José Mujica ha trasformato l'Uruguay, ma non il suo stile di vita modesto. Questo mese, però, l'uomo che si fa chiamare da tutti "Pepe" conclude la sua avventura alla guida del suo Paese, che gli vieta di ricandidarsi, perché è vietato farlo per due mandati consecutivi.
Eletto nel 2009, ora ha in programma di rimanere un senatore dopo le elezioni presidenziali del 30 novembre, quando verrà sostituito dal candidato Vazquez. Ma non c'è traccia di amarezza nell'aria che circonda la piccola azienda agricola in cui vive, a 20 minuti da Montevideo.
Mujica, infatti, aveva rifiutato di trasferirsi nella lussuosa residenza presidenziale, oltre ad aver devoluto il 90% del suo compenso, ovvero 12.000 euro al mese, ad associazioni caritatevoli. Ha preferito restare a 'Rincón del Cerro', tra vecchi barattoli di vernice trasformati in vasi da fiore, lo scodinzolio di Manuela, il suo fedele meticcio nero tripode, e i lavori dell'orto.
Ma tutta questa frugalità passa in secondo piano quando si parla della incredibile trasformazione economica e culturale che l'Uruguay ha compiuto sotto la sua guida.
"Abbiamo avuto anni positive per 'uguaglianza. Dieci anni fa, circa il 39% degli uruguayani viveva al di sotto della soglia di povertà; l'abbiamo portato a meno dell'11% e abbiamo ridotto la povertà estrema dal 5% ad appena lo 0,5%", spiega al The Guardian con orgoglio.
Sono aumentati anche gli investimenti, passati da circa il 13% del PIL di dieci anni fa al 25% attuale. E poi ci sono i parchi eolici:
"Entro il 2016 copriremo oltre il 30% del nostro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili. Abbiamo approfittato del fatto che l'Europa era in crisi, e che alcuni progetti sarebbero più stati realizzati lì. Abbiamo iniziato a ricevere offerte per i parchi eolici a prezzi davvero convenienti".

Indimenticabile, in occasione della sessione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, lo scorso 24 settembre, il suo forte discorso in cui ribadì la necessità di puntare ad un mondo migliore: “Con il talento e il lavoro di squadra l'uomo può rendere verdi i deserti, coltivare il mare e mettere a punto metodi per usare l'acqua salata per l'agricoltura. Un mondo con una migliore umanità è possibile, ma forse oggi la prima priorità è salvare vite umane”, ha sottolineato Mujica.

Nei passati cinque anni ha anche introdotto i matrimoni tra omosessuali, legalizzato l'aborto (in America Latina è legale solo a Cuba e Città del Messico) e la vendita di marijuana, con lo scopo principale di reprimere il traffico illegale della droga. Ecco cosa ha fatto il "presidente povero", che si è sempre sentito il più ricco del mondo.

Roberta Ragni, greenme.it

sabato 1 novembre 2014

Brasile, Tunisia, Ucraina, Uruguay...

Domenica 26 ottobre si è votato per le elezioni presidenziali in Brasile e in Uruguay, per rinnovare il Parlamento della Tunisia e per eleggere i parlamentari in Ucraina. Anche se in alcuni casi il conteggio dei voti è ancora in corso e i dati sono parziali, è possibile già farsi un’idea di chi abbia vinto dove e come. (Il Post)

Brasile
La presidente uscente Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori, ha vinto il ballottaggio contro il rivale del Partito Socialdemocratico Aecio Neves: ha ottenuto il 51,6 per cento dei voti, mentre Neves si è fermato al 48,4 per cento. Durante il suo discorso della vittoria, Rousseff ha detto di voler essere “un presidente migliore rispetto a ciò che sono stata finora” e ha poi invitato tutti i brasiliani a unirsi “per un migliore futuro del Brasile”, annunciando di essere aperta al dialogo e che questo sarà uno dei tratti essenziali del suo nuovo mandato. Grazie alla sua vittoria, il Partito dei Lavoratori ha ormai un proprio esponente alla presidenza dal 2002: il primo mandato di Rousseff era iniziato nel 2010 ed era stato preceduto da due mandati di Luiz Inacio Lula da Silva.

A Belo Horizonte, Aecio Neves ha riconosciuto la sconfitta e ha ringraziato “gli oltre 50 milioni di elettori” che hanno comunque votato per lui. Anche Neves ha parlato della necessità di mantenere unito il Brasile, il cui elettorato ha dimostrato di essere equamente diviso tra i due principali partiti del paese.




Ucraina
I partiti filo-europei sono in ampio vantaggio alle elezioni parlamentari: a oltre un quarto dei voti scrutinati, il Fronte Popolare dell’attuale primo ministro, Arseny Yatseniuk, è al 21,7 per cento, seguito di poco dall’alleato Blocco di Poroshenko al 21,6 per cento, costituito dal gruppo di partiti e movimenti che sostengono il presidente Petro Poroshenko. Nella notte Poroshenko ha ringraziato gli elettori per avere reso possibile la formazione di una “maggioranza democratica, riformista, filo-ucraina e filo-europea”. La netta affermazione dei due partiti dovrebbe portare a una nuova stretta collaborazione tra Yatseniuk e Poroshenko, entrambi impegnati a fare avvicinare l’Ucraina alle politiche economiche, e non solo, dell’Unione Europea, allontanando il paese dall’influenza del governo russo. Gli incontri per formare una nuova coalizione di maggioranza dovrebbero iniziare già lunedì.
Stando ai dati, ancora parziali, il Blocco delle opposizioni che sostiene l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich ha ottenuto circa il 9,6 per cento dei voti, più di quanto si aspettassero molti analisti. Si tratta di una percentuale sufficiente per essere rappresentati all’interno del Parlamento. L’Unione Pan-Ucraina “Patria” guidata dall’ex primo ministro Yulia Timoshenko è andata meno bene del previsto, fermandosi al 6 per cento, una quantità di voti sufficiente per avere comunque qualche seggio all’interno del nuovo Parlamento. Ventisette seggi rimarranno vacanti perché rappresentano collegi che si trovano nella Crimea – occupata e annessa dalla Russia – o nelle zone orientali controllate dai ribelli filo-russi in cui non è stato possibile organizzare il voto. Per i dati definitivi occorrerà attendere il prossimo 30 ottobre, salvo ritardi.


Uruguay
Alle presidenziali, Tabaré Vazquez – il candidato di sinistra del Fronte Ampio, il partito del presidente uscente José Mujicaha ottenuto secondo i primi risultati circa il 46 per cento dei voti, superando di oltre dieci punti Luis Alberto Lacalle, del Partito Nazionale di centrodestra. Nessuno dei due ha però ottenuto più del 50 per cento dei voti, e per questo motivo nel paese si dovrà tenere un ballottaggio a novembre. Pedro Bordaberry, il candidato di centrodestra arrivato terzo con il 14 per cento, ha già detto che sosterrà Lacalle: secondo i media dell’Uruguay l’esito del ballottaggio sarà difficilmente prevedibile.
 
Vazquez è stato tra i protagonisti del successo del Fronte Ampio ed è già stato presidente, vincendo le elezioni del 2004 e diventando il primo presidente di sinistra dell’Uruguay. Le sue politiche – tese a maggiori aperture per il mercato e per una intensa riforma dello stato sociale – gli fecero ottenere molti consensi, ma alla fine del mandato non poté ricandidarsi perché in Uruguay non è possibile rimanere presidenti per due turni consecutivi. Mujica durante il proprio mandato ha seguito molte delle politiche avviate da Vazquez. Lacalle ha puntato invece tutta la campagna elettorale sulla necessità del cambiamento, dichiarandosi inoltre contrario alla discussa legge in fase di approvazione sulla liberalizzazione della marijuana.
In Uruguay si è votato anche per il rinnovo del Parlamento. Stando ai risultati non ancora definitivi, né il Fronte Ampio né il Partito Nazionale hanno ottenuto una maggioranza.



Tunisia
Sono state le prime elezioni organizzate dopo l’approvazione della nuova Costituzione a inizio anno. Il conteggio dei voti è ancora in corso e richiederà tempo prima di essere completato, ma Appello della Tunisia (Nidaa Tunes), un’alleanza di partiti laici, ha già detto di avere ottenuto più di 80 seggi nel nuovo Parlamento, che ne ha in tutto 217. Sempre secondo i dati dell’alleanza, il partito di ispirazione religiosa e considerato moderato Ennahda avrebbe ottenuto circa 67 seggi. Ennahda era la forza di maggioranza relativa nell’attuale Parlamento uscente. Secondo diversi osservatori i risultati ufficiali non dovrebbero differire molto e potrebbero quindi segnare una sensibile sconfitta per Ennahda.
Il prossimo 23 novembre sempre in Tunisia si terranno le elezioni presidenziali, le prime regolari dopo la rivoluzione del 2011 che portò alla deposizione dell’allora presidente Ben Ali.


_________________________________________________________


La Tunisia, chiamata alle urne domenica 26 ottobre dopo tre anni dalla cosiddetta “Rivoluzione della dignità”, ha dovuto scegliere i 217 membri che andranno a sedersi nel nuovo Parlamento per i prossimi cinque anni. È stato chiaro sin da subito che la sfida maggiore si sarebbe giocata tra il partito islamico Ennahda e il partito modernista Nidaa Tounes. Dai risultati dell’Isie (L’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni), Nidaa Tunes è risultata in testa con 85 seggi contro i 69 di Ennahda e in terza posizione l’Upl, l’Unione patriottica libera, con 16 seggi davanti al Fronte Popolare di Hamma Hammami con 15 seggi. L’affluenza alle urne, rispetto ai cittadini registrati (l’iscrizione era obbligatoria, ndr) è stata del 61,8% nei confini nazionali e del 29% all’estero. Il tutto svoltosi in un clima tranquillo, nonostante non siano mancate le difficoltà, soprattutto per i tunisini all’estero: «Lì molte persone, registratesi volontariamente per le elezioni – riferisce Leila Chraibi Ayadi, membro dell’Atide, Associazione Tunisina per l’integrità e la Democrazia delle Elezioni, presente con 408 osservatori volontari all’estero e 2.693 nei confini nazionali – non hanno trovato il proprio nome sui registri e non hanno potuto esercitare il loro diritto di voto. In altri casi l’Isie ha cambiato la sede dei seggi senza informare gli elettori e aggiornare le informazioni sul suo sito internet».
Anche in Tunisia sono state rilevate diverse infrazioni: tra le altre, ritardi nell’apertura di diversi seggi, propaganda elettorale davanti ad alcuni seggi, la non neutralità politica di alcuni presidenti e nel 6% dei seggi, le urne non sono state aperte prima del voto davanti agli osservatori per dimostrare che fossero vuote. «Rispetto alle elezioni del 2011 – dice Marysa Impellizzeri – in cui il popolo aveva fiducia nel cosiddetto “partito di Dio”, si riscontra una certa disillusione e sfiducia nei suoi confronti, anche negli strati sociali più bassi della popolazione, dovuta alla propaganda strumentale, all’aumento delle violenze e all’abuso di potere.» Marysa si è stabilita a Tunisi da gennaio di quest’anno, ma il suo legame con il Paese è ben più profondo: fa parte dei cosiddetti “italiani di Tunisia”, la numerosa comunità emigrata in Tunisia che dopo l’indipendenza fu costretta a tornare in Italia. Genitori nati e cresciuti a Tunisi, Marysa ha lasciato la culla della primavera araba da piccola, vivendo tra Torino, Milano e Bergamo, per poi decidere di ritornarci. «Molti elementi hanno contribuito alla minore affluenza: tra questi, anche la quantità smisurata di partiti. Per un popolo che era abituato ad un solo partito, lontano dalla cultura del confronto e del dibattito, non è una scelta facile. Il guardiano del mio stabile mi ha detto: “Con tutti questi partiti, non so chi votare”. Per i problemi avuti all’estero, sicuramente c’è una parte di disorganizzazione, ma anche una parte di dolo. Agire sull’assenteismo è un fattore sicuro». E conclude: «Io come italiana di Tunisia spero che vinca la libertà, come l’ho sempre vissuta qui. La libertà di integrarsi, di mescolarsi e la laicità. I tunisini sono un popolo la cui cultura è venuta alla luce grazie a questo mescolarsi, senza che nessuno abbia perso la propria identità».
Cinzia Anelli abita a Sahline (Monastir) dal 1997, insieme al marito, tunisino, e i loro tre figli. Dal 1999 ha ottenuto la cittadinanza tunisina, ma ha deciso di non votare: «Non sono interessata alla politica – spiega -: mi sembra un minestrone di idee troppo pagate. Se fosse retribuita come un normale lavoro salariato si vedrebbero molte più persone oneste e veramente elette e supportate dal popolo. In attesa che succeda, niente voto». Sui risultati commenta: «Si sapeva già che non c’erano vincite nette. È più importante una collaborazione che un contrasto, altrimenti si creeranno le fazioni e il paese ripiomberà nel malcontento precedente. In queste elezioni nonostante la caterva di liste e di nomi sconosciuti i tunisini si sono trovati piuttosto ben organizzati: circa 3000 volontari hanno seguito e supervisionato seggi e svolgimento e vi erano pattuglie di polizia ovunque, per controlli e domande. Hanno fermato anche noi». E per quanto riguarda le priorità che il nuovo governo dovrà darsi aggiunge: «Incentivare l’occupazione creando nuovi posti di lavoro con compensi adeguati al costo della vita: un uomo occupato potrà mantenere la famiglia, mandare i bambini a scuola, vestirli, comprare il necessario senza fuggire su un canotto verso l’ignoto. Aumentare le specializzazioni dei giovani, incentivando con stage e corsi la possibilità di lavorare. Poi tutto il resto: problemi dei rifiuti, aule sovraffollate, potenziamenti della rete ferroviaria, e via dicendo, cose comuni a tutti i Paesi. Inoltre ricordarsi delle vittime della rivoluzione, non con medaglie o commemorazioni, ma con supporti tangibili alle famiglie. Cercare di sviluppare l’ entroterra, sempre dimenticato e magari, ciliegina sulla torta, paesi confinanti che si mantengono in pace senza rifilarci i loro problemi».
Al di là dei risultati, l’attenzione ora si concentra sulle alleanze, necessarie per governare il Paese: per governare sono difatti necessari 119 seggi. I tunisini dovranno ritornare alle urne il 23 novembre, per votare il presidente della Repubblica: dopo quella data Nidaa Tounes deciderà il da farsi. E per i cittadini tunisini non resta che attendere.

Giada Frana,
CorSera MI

venerdì 20 luglio 2012

Uruguay: il Presidente rinuncia al 90% del proprio stipendio

La sua vittoria in Uruguay, nel marzo 2010, fu un evento storico. La capitale Montevideo esplose. Persone di tutte le età e classi sociali scesero in strada per festeggiare il nuovo presidente: l'ex guerrigliero di sinistra José Mujica che, dal Movimento de participación popular (Mpp) contro la dittatura, era arrivato alla guida del Paese. 
Ora Mujica, 78 anni, fa notizia per un altro motivo: vive con 800 euro al mese, rappresentando il miglior modello di austerity su scala internazionale. 
Pepe, come vuole essere chiamato il presidente, abita in una fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia della capitale. Una cascina che non gli appartiene perché è della moglie, la senatrice Lucía Topolansky. 
Per il fisco, l’unico patrimonio di Mujica è una vecchia Volkswagen Fusca color celeste. Il presidente uruguaiano non sa cosa sia una carta di credito, né un conto in banca. E la sua unica scorta è il cagnolino Manuela. 
Lontano dagli stili di vita opulenti dei suoi colleghi oltrefrontiera, ogni mese Mujica trattiene per sé solo 20 mila pesos, circa 800 euro, dei 250 mila (quasi 10 mila euro) che riceve come stipendio. 
Il resto - quasi il 90% del salario - viene distribuito al Fondo Raúl Sendic, che si occupa dei settori più poveri della popolazione, al Mpp che aiuta cooperative sociali, e a varie organizzazioni non governative (ong), che lavorano per costruire abitazioni nel Paese. 

Mujica, ex venditore di fiori, negli Anni '60 ha fatto parte del Movimento di liberazione nazionale dei Tupamaros: l’organizzazione radicale ispirata al marxismo, che si rifaceva alla Rivoluzione cubana. Sotto la dittatura di Jorge Pacheco Areco, il movimento si è poi trasformato in un’organizzazione di guerriglia urbana. Ferito sei volte in scontri armati, è stato arrestato quattro volte, è evaso altre due e ha trascorso in carcere circa 15 anni. Fino alla sua liberazione, nel 1985, con l’amnistia generale. 

LA SVOLTA POLITICA. 
Da allora, prima di diventare presidente, Mujica ha trascorso il tempo nella sua fattoria a Rincón del Cerro, impegnandosi nella fondazione del Mpp, del quale - dal 1999 - è stato prima deputato, poi senatore. Parte del gruppo di centro-sinistra Frente Amplio, l'Mpp è stato decisivo per l’elezione alla presidenza del Paese, nel 2005, del socialista Tabaré Vázquez. Del suo governo, tra il 2005 e il 2008, Mujica è stato ministro per l’Allevamento, l’agricoltura e la pesca. 

NIENTE SPRECHI, NÉ PROTOCOLLI. 
I suoi aficionados lo ricordano ancora giovane, dopo la caduta della dittatura militare, a cavallo della sua Vespa che lo portava in parlamento. Ma neanche da presidente il suo stile di vita è cambiato. Chioma grigia spesso scompigliata, mai la cravatta, l’aria di uno che si trova lì per caso, soprattutto quando è vicino ad altri capi di Stato, da quando è stato eletto ha subito proposto di donare la sua pensione presidenziale al Paese, accettando come auto blu una semplice Chevrolet Corsa. 
Niente sprechi, niente protocolli, Pepe si ferma sempre a parlare con i cittadini, saluta il macellaio del quartiere, abbraccia i ragazzi della piccola squadra di calcio Huracán, si mette in posa per qualche scatto. 
Un modo di governare che attira simpatie ovunque. Nonostante sia un ex combattente vecchio stampo, di fede cubana, Mujica gode di buona reputazione anche negli Stati Uniti. 
E anche in Europa ha conquistato supporter, nonostante, dopo l’elezione, la sua unica visita sia stata in Spagna. Si trattava di un viaggio privato per incontrare uomini d’affari e potenziali investitori. Ora Mujica vuole attrarre nuovi capitali stranieri, soprattutto nel settore minerario, promuovere il commercio e lo sviluppo economico nel suo Paese. (da Lettera43



31 anni dopo la fondazione del partito Fronte Ampio, il neo eletto Presidente dell’ Uruguay pronuncia il suo primo discorso: 
“Non ci sono ne' vincitori ne' vinti, Popolo, dovresti essere tu qua sopra e noi lì sotto ad applaudirti” e rivolgendosi ai suoi avversari politici:” Se tu sei allegro non vuole dire che ti devi permettere di offendere chi non lo è. Chiedo scusa da vecchio combattente, se a volte mi ha tradito la lingua. vi invito a sederci a parlare per ottenere quello che vogliamo nel futuro». 

José Mujica, ex fioriaio ha scontato 15 anni di carcere per aver combattutto il regime del suo Paese, ed una volta diventato Presidente ha fatto quello che ci si aspetterebbe da una persona che ha a cuore il proprio Paese, fare gli stessi sacrifici richiesti ai cittadini. 
E così, Pepe soprannome con il quale ama farsi chiamare, ha rinunciato al 90% del proprio stipendio, mettendo a disposizione il surplus ad un fondo sociale che aiuta i suoi connazionali più poveri. Al Presidente dell’Uruguay restano in tasca 800 euro al mese dei 9.000 ai quali avrebbe diritto. Vivere con 800 euro si può: è questa la risposta che ama dare a chi gli chiede come mai questa scelta, e aggiunge che ci sono persone, tra il suo popolo, che vivono con molto meno. Questo esempio è seguito anche dalla moglie del Presidente che rinuncia a gran parte della sua indennità da senatrice, per donarla ai poveri. 
Josè Mujica, che non ha conto in banca, annovera fra le sue proprietà solo una vecchia Volkswagen e abita in una modesta casa di periferia. Non solo ha rinunciato al look in giacca e cravatta, ma anche alla scorta… Di qualche mese fa la sua proposta di legalizzare l’uso, la vendita e la produzione di marijuana. 

JoSé Mujica, al summit di Rio pronuncia un altro importante discorso: 
“Autorità presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Sra. Presidentessa, Dilma Rousseff. Mille grazie alla buona fede che, sicuramente, hanno presentato tutti gli oratori che mi hanno preceduto. Esprimiamo la profonda volontà come governanti di sostenere tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere. 
Comunque, permetteteci di fare alcune domande a voce alta. Tutto il pomeriggio si è parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertà. Che cosa passa nella nostra testa? L’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche? Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: 
Ha oggi il Mondo gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali? Sarebbe possibile tutto ciò? O dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione? Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. 
Ma l’economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione. Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa??? E’ possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?  
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento. Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitutine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo … E la vita! 
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper-consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. Però loro devono generare questo iper-consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese! Ma questo non si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso. 
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. Non si tratta di immaginarci il ritorno all’epoca dell’uomo delle caverne, né di avere un monumento all’arretratezza. Peró non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato. 
Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”. Questa è una chiave di carattere culturale. 
Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante.So che alcune cose che sto dicendo, stridono. Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione al medio ambiente non è la causa. La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo montato. E quello che dobbiamo cambiare è la nostra forma di vivere! 
Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. 
Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una semipianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile. I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le 8 ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora più di prima. Perché? 
Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare … è un vecchio reumatico – come me e la vita gli è già passata davanti” 
E allora uno si fa questa domanda: è questo il destino della vita umana? Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità! 

Quando lottiamo per il medio ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento del medio ambiente si chiama felicità umana!”
da Il Disobbediente
© 16.07.2012

mercoledì 1 dicembre 2004

AlReves: Uruguay


Tabaré.

“Festeggiate uruguayani, festeggiate… la vittoria è solo vostra!”.
A Montevideo, una folla in tripudio ha accolto la storica vittoria del Frente Amplio alle elezioni presidenziali di novembre, giunta dopo quasi 130 anni di “duopolio” dei partiti tradizionali “Blanco” e “Colorado”, dai risvolti più o meno autoritari.
Il primo presidente “rosso” della storia dell’Uruguay si chiama Tabaré Vazquez, medico oncologo di 64 anni, già noto per aver rivestito in passato la carica di sindaco di Montevideo. Il suo è stato un vero e proprio trionfo (quasi un plebiscito popolare), con la maggior parte delle preferenze incamerate già al primo turno e una distanza di più di 10 punti dal suo principale avversario, il candidato “blanco” Jorge Larranaga.
Cresciuto alla Teja, uno dei quartieri più poveri della capitale, Tabaré Vazquez proviene da una famiglia umile. I suoi genitori, morti entrambi prematuramente di malattia, riuscirono con non pochi sacrifici a farlo studiare e laureare in medicina.
Nel giro di pochi anni, la sua fin lì brillante carriera di medico lo incoraggia ad aprire una clinica nel quartiere d’origine, la prima e l’unica “per gente non ricca”. Da qui ha inizio una lunga militanza politica e civile, in cui Tabaré si cimenta con passione e dedizione fino a confluire nel Frente Amplio: il variegato movimento politico che raggruppa diverse anime della sinistra social-comunista.
Nei primi anni ’70 il Frente è ancora guidato dal suo fondatore, il leggendario Libero Seregni, un ex generale d’artiglieria in pensione con una spiccata inclinazione per i movimenti popolari. All’inizio degli anni 90, alla morte dell’anziano militare gli subentra lo stesso Vazquez, appena in tempo per candidarsi alle presidenziali del 1994. In quell’occasione il neo segretario incassa ben 300.000 voti, ma non sono sufficienti a garantirgli la vittoria. La spunta infatti il “colorado” Sanguinetti, di origini piemontesi, primo presidente eletto democraticamente dopo gli anni tragici della dittatura militare.
Vanno decisamente meglio per il Frente le consultazioni del 1999. Vazquez raggiunge i 900.000 consensi ma ancora una volta, pur essendo il candidato più votato, viene scavalcato al secondo turno da “blancos” e “colorados”, costretti all’apparentamento per far fronte al rischio di una clamorosa vittoria delle sinistre. 
Nel frattempo, mentre il Paese precipita in una drammatica crisi economica - trascinato nel baratro dal crack finanziario della vicina Argentina -, il governo si vede costretto ad adottare impopolari misure d’emergenza nel tentativo di contenere il deficit galoppante. Ma il collasso finanziario è alle porte: nel 2002, in sole tre settimane, l’Uruguay perde la metà delle sue riserve in divisa e ciò alimenta sempre più i timori di un crollo imminente del sistema bancario.
La prima vittima della crisi è il popolo uruguagio, colpito da un processo di impoverimento senza precedenti che fa schizzare la disoccupazione al 15% e precipitare un abitante su tre al di sotto della soglia di povertà. A tutto ciò si devono aggiungere i guasti provocati dall’adozione delle solite politiche di marca liberista - quelle “suggerite” dal FMI, ormai una costante dei paesi latinoamericani -, messe in atto dagli ultimi governi in carica con ondate di privatizzazioni nel settore pubblico e di tagli al welfare.
Le ragioni della svolta “a sinistra” di quest’autunno elettorale nascono appunto da questi trascorsi storici. Approfittando del generale clima di malcontento e sfiducia verso una classe dirigente delegittimata dai fallimenti in campo economico e sociale, la coalizione progressista di Vazquez ha raggiunto la piena maturità politica, ma soprattutto - crediamo - ha ritrovato quella forza morale capace di risvegliare le coscienze di tutta una popolazione nei momenti d’emergenza.
Gli “argentini col valium”, come recentemente lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano ha definito i suoi concittadini (per la loro scarsa propensione alla protesta, anche di fronte a condizioni di vita tanto esasperanti), si sono finalmente dati una scossa, decretando - a suon di voti contrari - la fine del regime secolare blanco-colorado.
“Festeggiate uruguayani, festeggiate… la vittoria è solo vostra!”.
(Andrea Chile Necciai)