Visualizzazione post con etichetta Guatemala. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guatemala. Mostra tutti i post

venerdì 7 giugno 2013

Amnistia "tombale" in Guatemala?

Il processo a carico dell’ex dittatore José Efraín Ríos Montt (1982-1983), che sembrava essersi archiviato con la storica condanna a 80 anni prima del clamoroso passo indietro della Corte Costituzionale il 20 maggio, non riprenderà prima dell’aprile 2014.
È quanto ha comunicato il nuovo tribunale designato per celebrare il dibattimento – dopo il rifiuto a riaprire il processo opposto dai giudici che avevano già condannato il generale a riposo – il ‘Tribunal B de Mayor Riesgo’: la corte ha addotto come principale motivazione la fitta agenda delle cause arretrate, ben 26, spalmate su un calendario che prevede udienze fino al 31 marzo 2014.
Tutti processi prioritari – ha fatto sapere la corte – rispetto a quello per genocidio e crimini di lesa umanità perpetrati dall’esercito contro la popolazione indigena Maya Ixil; atrocità documentate anche dal rapporto ‘Guatemala nunca más’ (Guatemala mai più) redatto da monsignor Juan José Gerardi, assassinato da due militari il 26 aprile 1998. Per rispondere di questi crimini, l’ex dittatore è stato chiamato sul banco degli imputati dopo essere stato un protagonista della vita politica del Guatemala seguita alla guerra civile (1960-1996) protetto dall’immunità parlamentare, persa solo nel gennaio 2011.
La difesa dell’ex dittatore, 86 anni, punta tuttavia a ottenere un’amnistia per Ríos Montt e per il suo ex capo dell’intelligence militare José Mauricio Rodríguez Sánchez, processato con lui per 1771 omicidi commessi dai militari nel dipartimento nord-occidentale del Quiché. L’avvocato Francisco Palomo ha detto ai giornalisti che insisterà presso la Corte Costituzionale dopo che la Corte suprema di giustizia ha già bocciato per due volte la richiesta dal momento che i delitti di cui devono rispondere i due ex gerarchi del regime sono esclusi dalla Legge di Riconciliazione Nazionale del 1986, base giuridica addotta dai loro legali.

sabato 1 giugno 2013

Rinuncia il capo della commissione internazionale contro l'impunità

Polemiche, dimissioni o rinuncia per motivi personali: quali che siano le reali motivazioni, dopo giorni di dichiarazioni e smentite, il responsabile della Commissione internazionale contro l’impunità (Cicig), il costaricano Francisco Dall’Anese, lascerà il suo mandato a settembre.
Lo ha confermato lo stesso Palazzo di Vetro annunciando che sono già cominciate le consultazioni per trovare il successore dell’organismo – unico al mondo nel suo genere – attivo dal 2006 in Guatemala sotto l’egida dell’Onu.
L’annuncio del ritiro di Dall’Anese – anche il suo predecessore, lo spagnolo Carlos Castresana, si era dimesso nel 2010 denunciando una cospirazione ai suoi danni – è giunto in concomitanza con una dura polemica legata al processo per genocidio contro l’ex dittatore Efraín Ríos Montt.
La Cicig ha criticato il pronunciamento pubblico di 12 personalità che il 16 aprile – subito dopo la condanna a 80 anni inflitta a Ríos Montt e prima che la sentenza fosse clamorosamente annullata – si erano espresse contro il dibattimento. Per tutta risposta la Commissione ha richiamato i firmatari del pronunciamento “alla misura” accusandoli di voler “incidere sulla decisione giudiziaria per ottenere una sentenza assolutoria”.
Le critiche della Cicig sono state poi fortemente contestate dal governo che si è lamentato presso l’Onu definendo la condotta della Commissione “non appropriata”.
Missionary international service news agency

martedì 14 maggio 2013

L'ex presidente e dittatore del Guatemala Rios Mont condannato per genocidio

Il 10 maggio 2013 passerà alla storia per la condanna a 80 anni di carcere per crimini contro l’umanità e per genocidio che un ex presidente, Efrain Rios Mont (considerato dalla stragrande maggioranza del popolo guatemalteco uno dei più sanguinari dittatori del XX secolo), ha ricevuto. Si tratta del primo caso in America Latina di condanna a un ex presidente della repubblica. Ricordiamo che Rios Mont fu presidente tra il 1982 ed il 1983 durante la fase più sanguinaria della guerra civile guatemalteca (anche se per la storia ufficiale in Guatemala non c’è mai stata una guerra civile).

Facendo un breve ripasso storico, subito dopo la caduta dell’ “octubrismo” nel 1954, movimento che nel 1944  andò al potere con idee progressiste mettendo fine ai governi oligarchici del Guatemala, in questo paese iniziò la contrainsurrezione finanziata politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti.  Ricordiamo pure che questo è il periodo in cui il presidente degli Stati Uniti d’America Dwight Eisenhower inaugura le politiche anticomuniste che sfocieranno nel “Plan Condor”, strategia che porterà terrore, morte, oppressione in tutta l’America Latina.
Ritornando al periodo della contrainsurrezzione, è dal 1961 al 1996 (anno degli accordi di pace) che la guerriglia guatemalteca cercò in tutti i modi di rovesciare il regime militare, insiparandosi all’ideologia del “foco revolucionario del Che Guevara”. Bisogna sottolineare che tra il 1976 (anno del più devastante terremoto del paese che mise in evidenza la mancanza di uno stato che potesse soccorrere la propria popolazione) al 1984,  si scatenò la più sanguinaria repressione verso la popolazione civile indigena (ricordiamo che il 70% della popolazione guatemalteca è indigena), rea di appoggiare qualsiasi movimento antiregime, stanca della dittatura militare e della repressione e di essere considerata una popolazione inferiore (si dice comunemente in Guatemala che uccidere una persona indigena non significa uccidere un uomo). In questo contesto di dittatura militare e di repressione il generale Rios Monto arrivò al potere dopo un colpo di stato nel 1982 rovesciando un altro generale  (Romeo Lucas Garcìa) reo di non aver saputo mantenere la situazione sottocontrollo e di far quasi perdere il potere ai militari.
La sua prima mossa politica da dittatore fu distruggere ed eliminare fisicamente i territori indigeni occupati dall’etnia Ixil (popolazione maya). Si calcola che furono torturati ed uccisi circa il 5.5%  di questa popolazione decimandola e creando migliaia di rifugiati che dovettero abbandonare la propria terra e rifugiarsi nelle montagne perseguitati come conigli e costretti a vivere per più di 10 anni come cani. I crimini commessi in particolare contro questa etnia sono stati comprovati nel processo con testimoni che hanno raccontato nei particolari le torture, le violenze a donne e bambini, l’eliminazione fisica nello stile nazista, la distruzione totale di intere comunità (la politica “frijoles y fusiles” è la più vergognosa” messa in atto di uno sterminio programmatico ed inumano). Si calcola che in Guatemala siano morti 200.000 persone nei 35 anni di guerra civile, essendo il periodo della dittatura di Rios Mont il più sanguinario e oppressore di questa guerra infame.

Per molti anni, si è  sempre negato che si siano uccisi innocenti, che ci sia stato genocidio e crimini contro l’umanità in Guatemala. Persino la storia è stata cambiata non raccontando niente alle nuove generazioni dei crimini che si sono commessi in questo paese nel nome dello sviluppo, del capitalismo e dell’egemonia degli Stati Uniti. Ricordiamo che tutti i dittatori guatemaltechi (ed in generale latinoamericani) si sono formati nelle scuole militari degli Stati Uniti sparse per tutto il continente. Uccisero, torturarono, fecero morire di fame, violentarono donne e bambini, cancellarono dalla faccia della terra intere generazioni di persone e paesini indigeni. Ebbero la faccia tosta di negare sempre tutto accusando come sempre che era per colpa dei comunisiti che loro dovevano attuare metodi repressivi. Fino a ieri, fino a pochi minuti dalla sentenza, queste persone, che io ritengo infami, non degne della misericordia di Dio, proclamavano la loro innocenza, affermando che erano le pressioni internazionali ed il progressismo politico della regione (tutto ciò che si riferisce alla sinistra latinoamericana) che avevano portato a questo assurdo processo.
Oggi 11 maggio 2013 sembra che l’impunità in Guatemala sia finita. E’ solo l’inizio, ma ha creato un gran “precedente”. Ricordiamo solamente il fatto che l’attuale presidente della Repubblica del Guatemala, Otto Pérez Molina, fu uno dei militari piú feroci dell’epoca del governo del generale Rios Mont.  Di fatto, si è cercato in tutti i modi di boicottare il processo, accusando di comunismo i giudici che hanno condannato l’ex dittatore. Ma il destino ha voluto che la scorsa settimana l’attuale presidente si sia riunito a San Josè (Costa Rica) con il presidente Obama che gli ha praticamente ordinato di non interferire nel sistema di giustizia e così dopo il clamoroso stop che il processo aveva avuto per pressioni politico-militari, si è sbloccato ed è arrivato prestissimo ad una risoluzione che può essere considerata storica in Guatemala, in America Latina e nel mondo.
Oggi il Guatemala vive un momento politico, economico, sociale violento e caotico. I grandi megaprogetti delle imprese miniere straniere stanno violando continuamente i diritti degli indigeni (il caso Totonicapan dello scorso ottobre è emblamatico). Nel mezzo di una tensione politica e sociale fortissima, questa sentenza di condanna per genocidio rappresenta una speranza di giustizia. Non nascondo il fatto che ieri ascoltando il risultato della sentenza pronunciato dalla giudice Yasminn Barrios, l'emozione è stata immensa nel vedere come tante persone semplici che da sempre sono state umiliate e considerate la spazzatura della società hanno potuto gridare “giustizia”.

Sentenza:
Ad effettuare l’analisi dottrinaria del delitto di genocidio e confrontarla con la prova prodotta nel dibattito, con le testimonianze di uomini e donne “Ixiles” della regione, abbiamo comprovato fino all’ultimo dei possibili dettagli che si trattava di comunità che si dedicavano solo ed esclusivamente all’agricoltura. Le prove dimostrano in forma obiettiva che la popolazione “Ixil” è stata oggetto di assassinii, massacri, torture, degradazioni, violazioni massive, spostamento forzato, spostamento di bambini da un gruppo all’altro. I giudici sono totalmente convinti dell’intenzione di distruzione fisica del gruppo etnico “Ixil” e che si sono prodotti delitti costitutivi di genocidio. Per poter formulare questa conclusione è stata fondamentale l’analisi specializzata dei piani operativi generati durante il regime di Rios Mont. Il “Plan Victoria ’82, “los planes Firmexza ’82 y ’83 y el Plan Operativo Sofia” sono l’evidenza chiara di questa strategia.
 Secondo il perito Rodolfo Robles Espinosa, che analizzò i documenti militari, l’alto comando militare e quindi Rios Mont ebbero il dominio dei fatti e avrebbero potuto fermare gli attacchi alla popoolazione civile. Lo Stato approvò l’esistenza del nemico interno, esistendo operazioni di combattimento, pianificazione e controllo. Tutto ciò dimostra la responsabilità del capo dell’organizzazione. Per questi motivi, l’accusato ebbe conoscenza di tutto ciò che succedeva e non fece niente per fermare queste atrocità, avendo tutti i poteri per farlo.

G. Lo Brutto,
Carta Stampata

venerdì 23 marzo 2012

ENEL, power less green

NO ALL'ENEL E AI SUOI MEGAPROGETTI
Da Marsiglia 2012 verso la costruzione della giornata mondiale contro la multinazionale italiana che nel mondo esporta conflitti e distruzione ambientale

Il 30 aprile ci sarà il consiglio di amministrazione dell'Enel,  multinazionale per l'energia con sede in Italia – c'è la partecipazione del Ministero per l'Economia al 30% - e con progetti praticamente in ogni parte del mondo: dal carbone al nucleare, dall'idroelettrico alla geotermia.
Il 30 aprile sarà la giornata di mobilitazione mondiale contro l'Enel. La multiutility che ha da poco sdoganato il marchio “green power” forse proprio per strizzare l'occhio alla sempre più diffusa sensibilità ambientale e una serie di campagne pubblicitarie dove il rispetto della Natura e dei diritti paiono essere le priorità di questo colosso finanziario, è responsabile di disastri ambientali e delle violenze connesse che vedono vittime le comunità locali. Ecco perchè dal FAME di Marsiglia 2012 e dal convegno su acqua e dighe tenutosi lunedì scorso a Roma presso l'Ex Snia organizzato fra gli altri da Patagonia Senza Dighe e Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, esce l'appello alla mobilitazione per contrastare le dinamiche aggressive che accomunano i progetti di Enel in Italia e nel Mondo.
Cinque i Paesi coinvolti, cinque le situazioni drammatiche prese a simbolo: il Cile per la costruzione in Patagonia del progetto HydroAysèn, che vedrebbe lo spostamento dei fiumi Pascua e Baker, lo spostamento di quasi 6000 ettari di terra e la costruzione di cinque megadighe, con gravi minacce per il fragile equilibrio ambientale; il Guatemala per quella di Palo Viejo nella regione maia del Quichè, in Colombia la distruzione di Quimbo, con la deviazione del Rio Magdalena e lo sbancamento di 8000 ettari di terreno fertile, ammazzando la sostenibilità economica di migliaia di persone che nella zona vicono di agricoltura e pesca; e in Brasile fra le altre, la diga di Belo Monte, terza diga al mondo per grandezza. Oltre all'Italia con alcuni casi simbolici, come lo sfruttamento idroelettrico nelle Alpi trentine e venete, la geotermia sul monte Amiata in Toscana, le dighe in Calabria, l'estrazione del carbone.
Al fianco di questi Paesi, il 30 ci saranno anche quelli dell'Est Europa dove l'Enel ha avviato importanti processi nucleari.

Minimo comun denominatore dei megaprogetti latinoamericani, sono le violenze e la distruzione ambientale. Lunedì 20 a Roma c'erano come ospiti il guatemalteca Baltazar de la Cruz, sindaco indigeno della comunità di San Felipe Chenla: “Siamo da 7 anni in lotta contro l'Enel. Il mio popolo si chiama Ixiles, siamo maia e da sempre abitiamo le zone al Nord del Paese. Resistiamo dal 1530, da quando arrivarono i primi invasori cercando oro. Continua la spogliazione del nostro popolo dalle sue risorse” . Baltazar racconta come questa grande diga dalla capacità di 84 k/h, abbia sconvolto la vita di questo popolo pacifico che vive di agricoltura:” Nel 2005 arriva Enel nel nostro territorio. Non viene fatta nessuna consulta previa con i nostri rappresentanti, in barba alla risoluzione 169 che impone di consultare le popolazioni indigene qualora si entri nei loro territori. Nono avendo nessuna risposta, nel 2009 inizia una resistenza pacifica della mia comunità ed iniziano anche le violenze: in gennaio entra l'esercito e spara a donne e bambini, muoiono due ragazzi. Per comprare il silenzio delle famiglie, Enel dona 45.000 euro ad ognuna. Enel comincia poi a costruire qualche scuola e compra alcune comunità dividendoci. L'anno dopo però, anche chi aveva accettato i regali di Enel, si ricrede, si riarticola la lotta e iniziamo a bloccare le principali strade d'accesso. La risposta è ancora l'esercito ma in dosi massiccie, con elicotteri e lacrimogeni. Il Governo è comprato da Enel. La diga produrrà elettricità per altri: delle nostre 36 comunità, solo 8 hanno luce elettrica. Noi pretendiamo che smettano le violenze, e di essere consultati”. Fanno eco a Baltazar i racconti degli attivisti brasiliani del MAB, il movimento contro le dighe nato negli anni '80”. Ivanei Farina dalla Costa e Youri Chrales Paolino raccontano come in Brasile non esista una poltica nei confronti della popolazione in caso di megaprogetti. Vengono spostate letteralmente intere comunità senza che sia previsto alcun indennizzo. L'Amazzonia rischia fortemente di essere danneggiata per sempre da sistemi di dighe che interrompono il ciclo vitale degli ecosistemi. “La produzione idroelettrica in Brasile è assorbita dalle industrie minerarie. Multinazionali straniere che vengono nel nostro Paese per estrarre risorse con pieno disprezzo delle comunità locali. Il modello energetico brasiliano è in mano ad industrie non brasiliane ed è strettamente connesso con la privatizzazione delle risorse idriche”, racconta Youri. “La concessione dei fiumi è trentennale – gli fa eco Ivanei – questa energia non è pulita!”. Yvanei sta svolgendo anche uno studio sulle donne che vivono vicino alle dighe ed i loro disagi. Dalla Colombia, il giornalista italiano Federico Bruno racconta della resistenza a Quimbo, che proprio negli ultimi giorni è stato considerato sito militare e ci sono state gassificazioni violente della popolazione, mentre Teresa Marisano di Patagonia senza dighe appena tornata dal Cile, ha portato la sua testimonianza dalla remota regione patagonica, dove sono iniziate intimidazioni mai viste verso gli abitanti che si stanno opponendo alla costruzione delle cinque dighe di HidroAysen.

Enzo Vitalesta, dell'associzione Yaku che coordinava l'incontro, ha annunciato che con la sua associazione ed in accordo con le associazioni colombiane Censat e Carlos Fonseca ed i movimenti locali, il 30 di aprile sarà a Quimbo per appoggiare la mobilitazione.
Una critica collettiva dai movimenti per l'acqua di tutto il mondo è uscita dalle 5 giornate di Marsiglia, dove il FAME, Forum Alternativo Mondiale dell'Acqua, ha ufficialmente condannato la costruzione indiscriminata di megadighe anche in occasione della giornata mondiale contro le dighe, il 14 marzo.

redazione@yaku.eu


 ___________________________________________________________

La protesta degli indigeni in Ecuador
http://www.articolotre.com/2012/03/la-protesta-degli-indigeni-in-ecuador/72321

Migliaia di indigeni hanno manifestato fino a ieri (Giovedì ndr) a Quito, la capitale dell'Ecuador, per protestare contro il governo del Presidente Rafael Correa. In particolar modo, i manifestanti contestavano e continuano a contestare, un accordo firmato ad inizio marzo dal governo ecuadoriano con una compagnia mineraria cinese, pronta ad investire 1,4 miliardi di dollari in un progetto di estrazione del rame vicino a El Pangui, nella regione amazzonica del Paese. Da una parte il presidente Correa ha spiegato  ai manifestanti che il ricavato del progetto verrà utilizzato anche per finanziare strade, scuole, ospedali e sarà in parte ridistribuito agli abitanti di El Pangui. Dall'altra, la Confederazione degli indigeni dell’Ecuador (CONAIE) sostiene invece che le attività estrattive danneggeranno inevitabilmente l’ambiente e costringeranno le popolazioni locali ad abbandonare le loro terre.

lunedì 1 novembre 2004

AlReves: Guatemala


Guatemala, un genocidio dimenticato.

La mattina del 27 aprile 1998, nel cortile della casa parrocchiale di San Sebastian (Città del Guatemala), veniva rinvenuto il cadavere di monsignor Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare della capitale e titolare della diocesi di Quiché.
Appena due giorni prima l’alto prelato aveva presentato ufficialmente alla stampa e al mondo intero il testo del rapporto “Guatemala nunca mas”, nel quale era riuscito a documentare oltre 50.000 casi di gravi violazioni dei diritti umani (compresi centinaia di omicidi, torture, sparizioni e stupri) avvenuti durante la guerra civile, terminata nel 1996 con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’URNG.
Dopo un’estenuante ricerca costata tre anni di lavoro la “Commissione per il Recupero della Memoria Storica”, presieduta dallo stesso Gerardi, aveva attribuito alle forze armate guatemalteche circa l’80% dei delitti commessi in quel paese, riesumando dall’oblio della memoria i fantasmi di un passato un po’ frettolosamente rimosso. Con dovizia di testimoni, date, nomi e cognomi dei responsabili “delle atrocità costate la vita a più di 200 mila persone e la fuga o l’esilio a oltre un milione di guatemaltechi”, il rapporto diocesano di 1400 pagine ebbe il merito di far luce su una delle tragedie più sanguinose della storia dell’umanità.
Nel Guatemala degli anni ‘80-‘90 la tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti, giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antinsurrezionale dell'esercito “porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC), reclutate tra i contadini (in buona parte forzosamente) con compiti paramilitari e di repressione. Vengono anche fondati i “Poli di Sviluppo” e le “Aldeas Modelo”, nei quali una notevole parte della popolazione contadina viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dalle unità governative.” *
Per contro, la reazione armata della guerriglia marxista a questi abusi cresce d’intensità ma produce come unica conseguenza “un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani, nonostante la presenza nel paese di una commissione di controllo delle Nazioni Unite (Minugua).” *
Analogamente al caso di Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei diritti del popolo oppresso - ucciso nel 1980 da un cecchino mentre officiava una messa -, la pista delle indagini per risalire agli attentatori di Gerardi porta dritto agli ambienti dell’EMP, il servizio d’informazione dell’esercito guatemalteco.
Per intuire il movente del delitto Gerardi non occorre essere degli Sherlock Holmes. Fin dagli anni più bui della guerra, il vescovo di Quiché si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo un personaggio assai scomodo agli ambienti governativi e padronali guatemaltechi per la sua determinazione nel denunciare la repressione.
Nessuno prima di lui aveva osato sfidare il potere militare, rischiando la vita in più di un’occasione e subendo per due anni la punizione dell’esilio coatto in Costa Rica. Nel 1984 aveva fatto ritorno nel suo paese, e di lì a poco accettò l’incarico affidatogli dalla Conferenza Episcopale come coordinatore dell’Ufficio per i Diritti Umani e rappresentante della Chiesa nella lunga trafila dei negoziati di pace tra governo e guerriglia.
Poi il tragico epilogo, la notte del 26 aprile 1998, quando uno sconosciuto armato di un mattone ha posto fine all’esistenza del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità tutta, contenuta in quel copioso dossier il cui titolo esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas” - mai più guerre, massacri e sofferenze per il popolo guatemalteco. 

“Guatemala nunca mas”

Il rapporto diocesano si compone di quattro distinte sezioni. Nella prima parte vengono analizzate le testimonianze delle varie forme di violenza perpetrata - in larga misura dall'Esercito - nei confronti delle persone, della famiglia, delle comunità e le forme di resistenza: il terrore come metodo, la violenza contro l'infanzia (la distruzione del seme), la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l'esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione e la cultura maya, la violenza sessuale sulle donne individuale e di massa.
Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi dell'orrore e la relativa pratica:
la struttura di intelligence, le strategie di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l'educazione alla violenza, i massacri, le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine. La terza parte analizza invece il contesto storico-politico con riferimenti appropriati alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali, nonché alla strategia della guerriglia. Infine la quarta e ultima sezione che, con l’ausilio di tabelle e sintesi, riassume i dati statistici relativi alle vittime del conflitto.

Quale giustizia?
Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) - esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, la forza politica ispiratrice ed artefice della repressione - il processo di giustizia e verità storica è giunto ad un punto di stallo. Le inchieste giudiziarie a carico dei pochi responsabili finora incriminati procedono in modo lento e farraginoso, ostacolate da vari tentativi di insabbiamento e depistaggio da parte di chi, negli ambienti politico-militari, ha tutto l’interesse ad archiviare rapidamente la pratica.
Nello svolgimento dell’istruttoria i giudici designati sono pertanto costretti a muoversi in un campo minato, quando non sono oggetto di minacce o intimidazioni. E’ questo il caso dei procuratori Galindo e Zeissig, titolari dal 1999 dell’inchiesta sull’omicidio Gerardi. I due, pur riuscendo ad ottenere la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada e di altri due ufficiali dell’esercito (sentenza che deve essere ancora confermata - o meno - in secondo grado), sono stati indotti uno dopo l’altro ad abbandonare il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e all’indirizzo dei loro familiari.
Una sorte ben peggiore è invece toccata al sacerdote José Maria Furlan, considerato l’erede morale di Gerardi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili, assassinato a colpi d’arma da fuoco nella zona 5 di Città del Guatemala. Negli ultimi mesi della presidenza Portillo, il reverendo “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.” *

(Andrea “Chile” Necciai)

 

Note:
* “La lunga ombra dell’impunità”, di Stefano Guerra.

giovedì 1 luglio 2004

AlReves: Centroamerica


Il Centroamerica nel mirino delle “tre pi”.

 Nel giugno 2002, al termine di un vertice tra alcuni funzionari della Banca Mondiale e i presidenti delle nazioni centroamericane, il premier messicano Vicente Fox annunciava ufficialmente l’esistenza del Piano Puebla Panama (PPP). Basato su uno stanziamento di circa 12-15 miliardi di dollari, questo progetto ciclopico ha in cantiere la costruzione del cosiddetto “canale asciutto”, comprendente 288 chilometri di nuove autostrade e ferrovie, oleodotti, porti, aeroporti, 25 dighe per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica, e una fitta rete di maquiladoras (le fabbriche subappaltatrici e sfruttatrici di mano d’opera a bassissimo costo).
Secondo la volontà dei suoi artefici (capi di governo interessati e fameliche multinazionali) e delle banche finanziatrici, tutta la zona mesoamericana sarà coinvolta in un immenso cantiere a cielo aperto: dai nove stati che compongono il sud-est messicano fino allo stretto di Panama, passando attraverso i sei paesi dell’America Centrale (Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica). Dunque, un’area geografica sconfinata in cui vivono - o per meglio dire sopravvivono a malapena - 65 milioni di abitanti (28 milioni di messicani e 37 milioni di centroamericani), con un tasso di povertà del 75% frutto di politiche economiche fallimentari che, da quarant’anni a questa parte, “cercano solo di [...] rafforzare l'economia capitalistica senza alcuna considerazione sociale o ecologica”.
E’ utile ricordare che, dopo il progetto di “Alleanza per il progresso” sostenuto dagli Stati Uniti all'inizio degli anni '60, “decine di piani ufficiali hanno cercato di risolvere la piaga del sottosviluppo. Malgrado ciò, il numero di poveri è continuato ad aumentare in questa regione come nel resto dell'America Latina.” *
Il PPP si inserisce a pieno titolo nel contesto dei trattati di libero commercio - tanto cari agli Stati Uniti - e ne diventa, anzi, premessa essenziale per la loro realizzazione, in quanto il flusso mercantile su terra da e verso il canale di Panama (il vero “perno” dell’integrazione del Centroamerica nell’economia globalizzata) necessita di una rete viaria e infrastrutturale molto più efficiente di quella attuale. Ancora una volta, sull’altare del progresso economico saranno sacrificati migliaia di indigeni, le cui comunità dovranno accettare - di buon grado o con la forza - lo sfollamento dalle loro terre d’origine interessate al progetto, oppure diventare carne da macello per le maquiladoras in cambio di salari da fame; “quattromila di queste fabbriche sono già presenti sul territorio messicano (la stragrande maggioranza in prossimità della frontiera con gli Stati Uniti). Ma sono molto presenti anche in America Centrale”. *
In Messico, Rocio Ruiz, sottosegretario per il commercio interno presso il Ministero dell'Economia, conferma cinicamente il motivo per cui queste maquiladoras sono ormai costrette a stabilirsi a Oaxaca, in Chiapas e più in generale nel sud-est: «nel nord si paga un salario due o tre volte più alto; di conseguenza non siamo più competitivi per questo tipo di impresa». E sempre nell’ambito del PPP, allo scopo di rafforzare le garanzie per gli investitori stranieri, peraltro già inserite nel precedente Accordo di Libero Scambio dell’America del Nord (NAFTA), il governo messicano sembra orientato ad introdurre ulteriori incentivi “in termini di esoneri fiscali e di sicurezza”.
Più a sud, oltre il Messico, negli altri Paesi coinvolti nel PPP la situazione non è meno drammatica. Pressoché tutti i governi locali puntano a sedurre gli investitori stranieri - ma soprattutto le compagnie nordamericane -, accelerando i processi di privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, sicurezza sociale, erogazione dell’acqua) e mettendo in atto l’esproprio dei terreni edificabili. Il modello ultraliberista al quale si ispirano - in fatto di sfruttamento umano e dell’ecosistema - presenta evidenti analogie con quello delle “tigri asiatiche”.
Parallelamente all’avanzamento di tali progetti, si moltiplicano però le mobilitazioni e le proteste di sindacati e movimenti della società civile.
Già nel 1984, l'Istituto per l'Ecologia Culturale dei Tropici si era opposto alla costruzione del complesso di dighe sul fiume Usumacinta (al confine tra Messico e Guatemala), riuscendo infine a scongiurarne i pericoli anche grazie ad un appello mondiale: “esprimiamo la nostra profonda preoccupazione sul progetto delle dighe, perché pensiamo costituisca una grave minaccia per la popolazione, per le località archeologiche Maya di valore mondiale, per i boschi tropicali e per la diversità biologica del Guatemala".
In effetti, secondo le stime del Piano Nazionale dal nome altisonante “Messico Terzo Millennio”, le inondazioni della conca dell’Usumacinta coinvolgerebbero ben 72.500 ettari di terre indigene e selva, nella regione di Ocosingo (Chiapas) e Petén (Guatemala), con danni incalcolabili all’ambiante e agli abitanti del luogo. “Oltre all'impatto irreversibile a livello ecologico sul poco che resta delle selve mesoamericane, lo spostamento di abitanti indigeni e quindi il loro impoverimento avverrà nel quadro di una maggiore presenza militare nella regione”. Questo assicurerà che il progetto possa essere concesso a stranieri attraverso il Guatemala, in concreto alla multinazionale spagnola Union Fenosa, padrona della società DEORSA “che possiede il monopolio del servizio di erogazione dell'energia elettrica nel nord del Guatemala, caratterizzato da un cattivo servizio ai clienti, da frequenti interruzioni della fornitura e alti prezzi al consumo”. **
Naturalmente, quello appena citato è solo un minuscolo frammento del megaprogetto allo studio di un esercito di burocrati statali e funzionari di grandi compagnie transnazionali, perennemente a caccia d’affari. Il timore è che, con il PPP, si stia per aprire un nuovo - e orrendo - capitolo dell’era della ricolonizzazione del Nuovo Mondo.
(Chile)


 

Note:
* “Il Piano Puebla Panama, nuova trappola per l’America Latina” di Braulio Moro.
** “Chiapas al dìa”, Bollettino n° 301 del 12/08/2002 (Ciepac, Chiapas – Messico).