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sabato 2 marzo 2013

Messico: desaparecidos, non più fantasmi

Ora è ufficiale: il governo messicano ha riconosciuto l’esistenza di desaparecidos. L’ha fatto sommessamente, pubblicando una lista di 26.121 persone scomparse – secondo i freddi termini burocratici, ¨non localizzabili¨ – durante i sei anni del mandato presidenziale di Felipe Calderón. Un’altra delle conseguenze della guerra senza quartiere alla criminalità organizzata, in particolare ai cartelli della droga, che l’ex presidente messicano aveva scatenato, un conflitto a bassa intensità che ha causato settantamila morti.
Un elenco asciutto, fatto solo di nomi e cognomi, che non spiega le responsabilità delle sparizioni e fino a che punto le autorità vi siano coinvolte, come nemmeno quali di queste sparizioni siano legate al conflitto Stato-narcos e quali ne siano estranee. Per Lía Limón, sottosegretaria del dicastero per i Diritti Umani, si tratta solo di un primo passo ed afferma che nella maggioranza dei casi è stata aperta un’inchiesta per appurare i particolari di ogni singolo episodio. Con l’assenza di dati e di prove il compito rischia di essere di proporzioni titaniche. Attenti però a parlare di desaparecidos: la parola è taciuta, quasi fosse un tabù e si preferiscono funambolismi semantici piuttosto di chiamare le cose con il loro nome.

Solo la settimana scorsa Human Rights Watch aveva denunciato 159 sparizioni forzate dovute ai corpi di sicurezza dello stato, dalla polizia all’esercito, in una polemica conferenza stampa tesa a responsabilizzare l’operato delle forze dell’ordine durante l’amministrazione Calderón. Un’iniziativa che si propone di non dimenticare e di evitare l’impunità, facendo valere in ogni istanza giuridica i diritti delle persone scomparse e dei loro famigliari.
Il direttore dell’ufficio regionale di Human Rights Watch, José Miguel Vivanco, ha assicurato che i casi sono migliaia. L’ambiente denunciato dall’organizzazione per i diritti umani rivela la brutalità degli effettivi militari, le minacce ai famigliari degli scomparsi, l’assenza dello Stato nonchè la connivenza delle forze dell’ordine con le organizzazioni criminali. Un panorama tetro che riporta alla luce fantasmi di epoche che si pensavano ormai passate. "Con Calderón" ha detto Vivanco alla stampa "si è vissuta una negazione assoluta della realtà".
Lía Limón ha confermato che ogni caso verrà analizzato singolarmente come prerogativa della nuova amministrazione del presidente Peña Nieto. L’iniziativa rischia di aprire un solco profondo in un Messico già diviso tra chi ha appoggiato – e continua a farlo – la linea dura di Calderón e quanti ritengono che l’applicazione della giustizia perorata da Peña Nieto sia la strada da seguire per legittimare la linea del PRI tornato a governare il paese.

I casi di violazione dei diritti umani sono gravissimi e sono migliaia. Il Messico ha puntati addosso gli occhi della comunità internazionale che chiede segnali. Il primo, e contundente, potrebbe proprio essere quello di una denuncia penale contro Calderón e i suoi principali collaboratori. Un procedimento simile è già in atto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, dove l’ex presidente è stato denunciato nel novembre 2011. Un documento firmato da 23.000 messicani lo accusa di aver avallato, con la sua politica, 470 casi di tortura chiamando in causa anche l’esercito autore di omicidi, violenze sessuali, torture, sequestri ed esecuzioni extra giudiziarie. Una denuncia questa, che era stata presentata ad un tribunale internazionale per "l’incapacità del sistema giudiziario messicano nel giudicare i crimini di lesa umanità", secondo le dichiarazioni dell’avvocato querelante, Netzai Sandoval.
In cerca di legittimità e di credibilità ora il governo di Peña Nieto apre ai diritti umani. Il compito è quello di sconfiggere l’impunità, a dimostrazione che in Messico lo Stato di diritto può ritrovare attendibilità e riconoscimento internazionale, qualità di cui Peña Nieto ha assoluto bisogno.

Maurizio Campisi
Maurizio Campisi, Lindro.it

lunedì 3 dicembre 2012

Messico: Peña Nieto si insedia con una repressione



Passaggio di potere, ma anche di morti e feriti
Un morto, Juan Francisco Quinquedal, di 67 anni, circa un centinaio di persone arrestate, oltre cento feriti, sette ore di guerriglia urbana. Così è avvenuto a Città del Messico l’insediamento del nuovo presidente Enrique Peña Nieto.
Tra i feriti alcuni molto gravi. Juan Francisco Quinquendal, maestro di teatro, militante ed attivista, ha avuto il cranio squartato da un ordigno esplosivo.

Questa nella foto è una delle granate, in dotazione all’esercito, che lanciava la Polizia Federale tra i manifestanti ieri, insieme a proiettili di gomma, il cui uso indiscriminato, come quello dei lacrimogeni, direttamente sul corpo delle persone è condannato da tutti gli organismi internazionali di difesa dei diritti umani.
Un ragazzo di 25 anni, Carlos Yahir Valdivia, dato in un primo momento per morto e poi smentita la notizia, ha rischiato di perdere un occhio. Si trova in gravissime condizioni.
Ci sono stati alcuni episodi guerriglia urbana con negozi e banche assaltati, auto incendiate, furti e rapine. Come ha twitteato il giornalista messicano Epigmenio Ibarra “ Hanno manifestato, hanno votato, tutto è stato inutile. Si sono stancati. Si sono radicalizzati. Sono passati all’azione diretta. Questo non giustifica la violenza ma la spiega”.
Appare chiaro ed evidente solo a chi non vuol vedere, in Messico (e non solo) il fallimento della “democrazia rappresentativa”, che vedremo in futuro via via assumere toni più drammatici in tutto il mondo con l’aumentare della crisi, che va di pari passo con il diminuire per i giovani delle possibilità di un futuro dignitoso.
Resta la violenza? Sicuramente no, ma è una componente innegabile della rabbia… Non è violenza fine a se stessa come vogliono far credere i giornali. E’ rabbia di massa che esprime indignazione, miseria, opportunità negate, rifiuto di un governo corrotto e criminale che protegge se stesso con l’impunità.
Alla rabbia si contrappone la prepotenza e l’alterigia di un sistema, quello della “democrazia rappresentativa” che somiglia sempre di più una monarchia ereditaria. Ci sarebbe da domandarsi, se in Messico veramente era il caso, in una giornata come quella di ieri, dove era prevedibile ed erano previsti scontri e dove il conflitto sociale sta alzando i toni in maniera vertiginosa contro un sistema che riproduce se stesso ogni volta allontanandosi sempre di più dal popolo, portare avanti, come ad ogni cambio di governo, la farsa del “cambio di potere” , o dell’”assunzione di potere” o dell”insediamento”. Parole queste, che veramente rendono bene l’immagine di un potere che si insedia, che si trasferisce , che passa di mano in mano, che cambia senza cambiare nulla, che si assume, nel senso che assume se stesso, senza che la base del popolo senta veramente di averlo concesso. Un potere che, come in una “monarchia”, passa intatto da sovrano a sovrano e che in questo passaggio trova la sua conferma e la sua legittimazione.
Quella di ieri, la cerimonia ufficiale in cui il sovrano Felipe Calderón passa la bandiera messicana come se fosse uno scettro al suo successore Peña Nieto poteva e doveva essere evitata, se almeno la “monarchia” della quale stiamo parlando fosse stata una monarchia illuminata dal buon senso. Di fatto Calderón ha passato al suo successore Peña Nieto una bandiera piena di sangue e di dolore, quella delle oltre 60mila vittime che hanno caratterizzato il “sextenio lutuoso”, il sessennio luttuoso, come i messicani definiscono i suoi sei anni di governo.
A questo sangue, Peña Nieto aggiunge nel suo primo giorno, quello di Juan Francisco Quinquendal, che sicuramente giovane non era, ma che con i giovani, con quelli del movimento YoSoy132, con quelli dei simpatizzanti della Otra Campaña, con quelli di Atenco, perchè di Atenco era anche lui, condivideva sogni, speranze ed ideali. E tuttavia come dimenticare oggi Alexis Benhumea e Javier Cortès di soli 14 anni, gli altri morti di Peña Nieto, quelli di Atenco nel 2006, quando lui era governatore dello Stato del Messico e la polizia si macchiò di crimini orrendi nella repressione di quel movimento cittadino in lotta contro la costruzione del nuovo aeroporto internazionale sulle loro terre: violenza sessuale contro le donne arrestate, torture contro i detenuti, uso indiscriminato della forza contro i manifestanti, morti e feriti.

Proprio in questo momento , il movimento YoSoy132 emette un comunicato in cui diffonde la notizia che Juan Francisco Quinquendal non è morto, ma è mantenuto in coma farmacologico, le sue condizioni tuttavia restano gravissime.
Questo non toglie responsabilità alle autorità messicane che ieri hanno agito con metodi purtroppo tristemente noti, che riportano ad un passato neanche troppo lontano. Il potere si sente minacciato e al sentirsi minacciato risponde con la sua solita arroganza. Non solo in Messico i tempi che verranno non lasciano presagire nulla di buono. Forse la crisi economica rappresenterà un’occasione per smantellare le strutture obsolete e anacronistiche della cosiddetta “democrazia rappresentativa”, forse il momento concederà l’occasione per spostare l’ago della bilancia veramente verso “las mayorias”, che reclamano oltre che diritti, soprattutto maggior partecipazione politica. Questa parola in spagnolo, meglio che la sua traduzione italiana in “maggioranza/e” rende il concetto: la maggioranza è quella che ha eletto Peña Nieto, “las mayorias” sono quelli che ieri lo rifiutavano per strada, dopo aver votato, dopo aver assistito al gioco elettorale di compravendita dei voti, per una lavatrice nuova o una spesa al supermercato. Le elezioni in Messico, ma come accade anche nei grandi Stati Uniti o nella piccola Repubblica Dominicana le vince chi ha più soldi perché questi rappresentano oggi il vero potere. C’è chi si vende per un cellulare o per una lavatrice, c’è chi crede al suo voto e lo difende nelle urne sapendo che sarà inutile, c’è chi cova e nasconde la rabbia che prima o poi viene fuori. Una grande crepa, forse, per dirla alla John Holloway, si sta aprendo in Messico, nella struttura di potere. Ancora indefinita, ancora incerta sui suoi passi, indecisa e contraddittoria, ma una crepa e queste si sa, vanno solo in avanti.

Annalisa Melandri
galleria fotografica completa: http://1dmx.wordpress.com

martedì 3 luglio 2012

Messico: risultati elezioni

Messico CITTA’ DEL MESSICO – Dopo 12 anni di esilio all’opposizione il Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri) è tornato al potere in Messico. Enrique Pena Nieto è il nuovo presidente del Paese.
Nieto,  avvocato quarantacinquenne, ha riconquistato la presidenza del Messico imponendosi con un vantaggio di circa otto punti sul suo principale avversario, il progressista Andres Manuel Lopez Obrador, che però non ha ancora ammesso la sua sconfitta.
”Assumo con emozione, impegno e pieno senso della responsabilità il mandato che mi è stato affidato”, ha dichiarato Pena Nieto nella sua prima dichiarazione dopo che l’Istituto Federale Elettorale (Ife) ha reso note le cifre del suo Conteggio Rapido, una proiezione statistica dei risultati in base a campioni rappresentativi di tutti i circuiti elettorali del Paese, che gli attribuiscono fra il 37,9 e il 38,55% dei voti.
Il presidente eletto ha affermato che i cittadini messicani ”hanno parlato con assoluta chiarezza”, esprimendo la loro scelta a favore di un ”cambiamento con direzione”, e ha chiesto ai dirigenti di tutti i partiti di collaborare lealmente con il prossimo governo nella sua azione, indicando come priorità la lotta contro la disoccupazione e il narcotraffico: ”Con il crimine organizzato non vi sarà né patto né tregua”, ha assicurato.
L’appello alla ”riconciliazione nazionale” di Pena Nieto non sembra però aver avuto alcun effetto su Lopez Obrador (a cui l’Ife attribuisce fra il 30,9 e il 31,86% dei voti): dopo la diffusione della prima proiezione ufficiale, infatti, il candidato della sinistra non ha riconosciuto la sconfitta, limitandosi a dichiarare che aspetterà fino alla conclusione dello scrutinio ufficiale dei voti, mercoledì 4 luglio, per commentare l’esito delle elezioni.
Lopez Obrador non ha denunciato specificatamente brogli o irregolarità, ma ha detto che ”esistono informazioni in nostro possesso che indicano qualcosa di diverso da quello che dicono le cifre ufficiali”, precisando che ”non voglio squalificare quello che è stato reso noto ufficialmente: semplicemente noi non abbiamo i dati”.
La presa di posizione del candidato della sinistra ha risvegliato lo spettro delle denunce sulla legittimità del voto, che avevano portato lo stesso Lopez Obrador a disconoscere pubblicamente la sua sconfitta nel 2006 da parte di Felipe Calderon, il presidente uscente, per meno di un punto percentuale.
Il primo candidato che ha ammesso pubblicamente la sua sconfitta è stata Josefina Vazquez Mota, del Partito di Azione Nazionale (Pan,destra) a cui la proiezione dell’Ifa attribuisce fra il 25,1e il 26,03% dei voti, e lo stesso ha fatto poco dopo Gabriel Quadri, del Partito Nuova Alleanza (Panal, ambientalista) che avrebbe ottenuto fra il 2,27 e il 2,57% dei voti, e che ha chiesto esplicitamente a Lopez Obrador di riconoscere la sua sconfitta, segnalandogli che al farlo Vazquez Mota aveva dato ”una prova di maturità e senso civile che dovrebbe prendere ad esempio”.
Molti analisti hanno segnalato durante la campagna elettorale che l’atteggiamento di Lopez Obrador dopo le elezioni del 2006 – quando il leader progressista si è lanciato in una campagna di reclamo della presidenza sulle piazze del paese che è durata mesi – è stato appunto uno dei fattori che hanno portato a una sensibile riduzione della popolarità che aveva ottenuto come presidente del governo del Distretto Federale, ossia Città del Messico.
Alla sinistra resta comunque un premio di consolazione: il suo candidato al governo del Distretto Federale, Miguel Angel Mancera, ha ottenuto una vittoria schiacciante, con oltre il 60% dei voti, e 30 punti di distanza dal rivale piu’ vicino, mantenendo la capitale messicana solidamente in mano all’opposizione progressista, che la governa ininterrottamente dal 1997.

domenica 1 luglio 2012

Messico: lezioni di stile su FaceBook

# - Paulina Peña Petrellini, figlia del candidato alla presidenza del Messico Enrique Peña Nieto, ha condiviso su Twitter un commento... "Un saluto a tutti la massa di idioti, che fanno parte del proletariato e sanno solo criticare chi invidiano!"...

Il filosofo e scrittore messicano Hector Jesús Zagal Arreguin scrive su FB in risposta:

<< Non ho il piacere di conoscerti personalmente. Non so come sei, non so le tue qualità, i tuoi hobby, i tuoi interessi. Capisco il tuo fastidio nel sentire critiche verso tuo padre, Enrique Peña Nieto. Esse sono parte del lavoro. Dovresti essere abituata agli attacchi contro di lui. In una democrazia, la critica è un esercizio essenziale. Tuo padre è un personaggio pubblico e, di conseguenza, le sue azioni sono giudicate severamente. "Perché sono così duri con lui?", chiedi. Beh, i funzionari guadagnano molto denaro. Ci sono migliaia di persone disposte a subire critiche e attacchi pur di coprire cariche pubbliche. Lo stipendio val bene quei colpi. Non è vero?

Ma non è di tuo Padre che voglio parlare, ma di te. Devo confessarti, mi spaventa che tu abbia utilizzato l'espressione "proletari" come un insulto. Insisto, è perdonabile la rabbia e lo scherno nei confronti di chi attacca tuo padre. Non mi sarei spaventato se li avessi chiamati "babbei", "stupidi". Inoltre, non è in questione chi vi ha chiamato "stronzi". Invece è imperdonabile il tuo disprezzo per i figli degli operai e dei lavoratori.
Hai sentito dello scandalo delle Dame di Polanco? Hanno squalificato un poliziotto chiamandolo "dipendente". Hai fatto qualcosa di simile squalificando la metà del paese in base allo status sociale. Che cosa c'è di male ad essere il figlio di un operaio? Sai, io sono il nipote di un minatore, un proletario. Non mi vergogno a dirlo. Ti vergogneresti di tuo di padre se si trattasse di un venditore di "tamales" o un idraulico?

Senza rendertene conto, con le tue parole hai rivelato il tuo classismo, il disprezzo per il lavoro manuale, la svalutazione di quelli che si guadagnano da vivere con la prpria fatica. Che tristezza pensare che sei pure la figlia di un candidato presidenziale!
«Proletari» sono, infatti, quelli che studiano nelle scuole pubbliche, che utilizzano la metropolitana, che non mangiano tagli di carne argentina e formaggi spagnoli, che non fanno uso di scarpe da migliaia di pesos, che non si curano in ospedali privati, coloro che non viaggiano in elicottero. I proletari, invece, fanno lunghe ore di coda nelle cliniche di sicurezza sociale, mangiano carboidrati (tortillas), devono studiare in aule senza computer, devono contare solamente sul trasporto pubblico. I proletari, cara Paulina, guadagnano in un anno ciò che tuo padre riceve in una settimana.

Quando leggerai queste righe, fai il seguente esercizio, controlla quello che ti circonda: profumi, creme, deodoranti, vestiti, scarpe, telefoni cellulari, orecchini. Fai la somma totale. Lo sai che corrisponde a più di quello che un indigeno guadagna in un anno di duro lavoro?
Paulina, mi terrorizza che tu la pensi così. Il tuo lapsus rivela la tua "realtà": vivi in una bolla rosa. "Proletario" non è un insulto, ma un titolo d'onore. Questo paese, che tuo padre aspira a governare, dipende dagli operai, dai contadini, dagli impiegati, dipende da quelle persone che disprezzi.

Speriamo che questo lapsus molto grave non sia frutto dell'educazione che hai ricevuta a casa. Speriamo che la colpa sia solo tua;, il frutto della tua arroganza (così caratteristica del messicano della classe elevata). Che cosa sarà del Messico se arriverà a governarlo una persona che disprezza il proletariato?
Guarda Paulina, penso che per il tuo bene dovresti iscriverti a una scuola pubblica, ridurre al minimo la tua scorta, prendere la metropolitana nelle ore di punta per arrivare al lavoro. Se non lo sai, molti dei "proletari" si pagano gli studi con il proprio lavoro: fanno gli agricoltori, i garzoni, i manovali. Alcuni lavorano fin da quando erano bambini.

Paulina, stai mettendo a rischio il futuro politico di tuo padre. Ma cosa più grave è mettere a rischio il futuro del Messico. >>

(Per gentile concessione del corrispondente Messico Pérez Tapia Mphk)

giovedì 28 giugno 2012

Messico: al voto

Con la partecipazione di decine di migliaia di persone ai comizi dei principali partiti politici, si è chiusa ieri in Messico la campagna elettorale per le presidenziali di domenica.
In vantaggio, secondo gli ultimi sondaggi, resta l’oppositore Enrique Peña Nieto, ex governatore dello stato di México e candidato del Partido Revolucionario Institucional (Pri, centro) che ha governato il Messico per 71 anni, fino al 2000. Il suo comizio finale si è tenuto a Toluca, la capitale dello Stato di cui è stato governatore. Davanti a decine di migliaia di sostenitori Peña Nieto ha ribadito di ritenere cruciali i problemi dell’insicurezza, della povertà, della mancanza di crescita economica e della disoccupazione.
Andrés Manuel López Obrador ha invece scelto Città del Messico e la Plaza de la Constitución per salutare i suoi sostenitori. Il candidato del Movimiento Progresista, che riunisce diversi schieramenti dell’opposizione di sinistra, ha sottolineato di voler imprimere un cambiamento al paese, svincolandolo da interessi di parte e definendo il popolo “il motore del vero cambiamento”. Amlo (come è anche chiamato in Messico dalle iniziali del suo nome) ha affrontato a sua volta la questione sicurezza, cruciale per un paese teatro di un conflitto tra cartelli della criminalità organizzata e forze dello Stato, e sul fronte economico ha promesso una crescita annua del 6% con la creazione di sette milioni di nuovi posti di lavoro nell’arco del mandato.
Josefina Vázquez Mota, del Partido Acción Nacional (Pan, conservatore) al potere da 12 anni, ha invece chiuso la campagna elettorale a Guadalajara, la seconda città del paese. Data da tutti i sondaggi al terzo posto, secondo molti osservatori Vázquez Mota paga la politica del presidente uscente Felipe Calderón e i suoi fallimenti sul piano economico e su quello della sicurezza. Ciononostante, al suo comizio finale la candidata del Pan ha annunciato – se eletta – l’intenzione di nominare Calderón procuratore generale della Repubblica.
Oltre al presidente, che in Messico viene eletto a turno unico e con la maggioranza relativa, il 1° luglio gli aventi diritto dovranno anche rinnovare la composizione della Camera dei deputati, del senato e scegliere i governatori di una decina di Stati, tra cui il sindaco della capitale.

martedì 29 maggio 2012

Honduras, Messico ed America Centrale: appello


Apello urgente del
Movimento per la Pace, la Sovranità e la Solidarietà tra i Popoli
(Mopassol


Il recente massacro di membri della comunità miskita sul Rio Patuca, in Honduras, l’11 maggio scorso, quando due elicotteri dell'agenzia antidroga degli Stati Uniti (sigla inglese DEA) spararono su una canoa in cui viaggiavano dei contadini, ammazzando due donne incinte, due uomini e ferendo gravemente altre quattro persone, evidenzia non solo la continuità del terrorismo di Stato imposto dal golpe militare del giugno 2009 contro il presidente Manuel Zelaya, ma anche la tragica occupazione militare nordamericana in quel paese.
Sullo sfondo di questo attacco su cui, secondo quanto viene riportato, “si indaga” a Washington, non soltanto si percepisce la militarizzazione statunitense dell’Honduras, con 5 basi militari e centri operativi oltre a quella di Palmerola, strategica per la IV Flotta, ma si evidenzia un’aggressione contro i miskitos, per facilitare l'occupazione della zona e l'imposizione del corridoio mesoamericano di agrocombustibili.
Le uccisioni quotidiane di contadini, dirigenti sindacali e politici, maestri, studenti e giornalisti (in quest’ultimo caso sono 25 gli assassinati dall’inizio del 2010) sono la dimostrazione che l'attuale governo di Porfirio Lobo, sorto da elezioni convocate e dirette dai militari golpisti del giugno 2009, è solo la continuità di quella dittatura. Gli assassini commessi dalle forze d’occupazione in questo paese sono quotidiani e mettono in risalto che proprio questo è il progetto-copione degli Stati Uniti per l'America Latina, se li lasciamo progredire. Il tasso di crimini raggiunge l’86,5 % ogni 100.000 abitanti. Si stimano circa 700 omicidi al mese e circa 20 vittime al giorno. Il 55 % degli omicidi è avvenuto nella zona settentrionale del paese, Atlantide, Cortés e Francisco Morazán. L’84,6 % degli omicidi con armi da fuoco e quasi il 28 % per mano di sicari.
Si sa che vi sono consulenti israeliani, paramilitari e sicari colombiani, in seguito ad un accordo dei golpisti con l'ex presidente della Colombia Álvaro Uribe, ex militari argentini e della Fondazione Uno America, che partecipò attivamente al golpe. Centinaia di persone sono state arrestate e torturate. Ma non potendo piegare la resistenza e capendo che non hanno possibilità di vincere nuove elezioni, la repressione aumenta ogni giorno. Non possiamo lasciare solo il popolo honduregno. È nostro dovere pronunciarci in modo solidale di fronte alle energiche denunce delle organizzazioni popolari dell’Honduras, denunce che la grande stampa tace in maniera sistematica.
La cosa più grave, nel caso dei miskitos, è stato il tentativo di giustificare quegli assassini da parte del Direttore della Polizia Nazionale, Ricardo Ramírez Cid, il quale ha dichiarato che "sulla scena vi fu una sparatoria con scambio di colpi". Persino quando venne determinato che le vittime erano disarmate ed i sopravvissuti ricoverati a La Ceiba avevano riferito che era stato sparato loro a tutt’andare con mitragliatrici e granate. La stessa cosa succede coi crimini e le minacce contro i contadini dell'Aguán. Il popolo miskito è uno dei più colpiti dalla tragedia dell'occupazione della nazione centroamericana, così come dalla corruzione di polizia e militari relazionata al narcotraffico, oltre che dal feudalesimo imperante in quella zona del paese, sprofondata in una povertà immensa. Ci sono oltre 1700 invalidi e decine di morti nella comunità miskita.
Il quotidiano New York Times, nella sua edizione del 5 maggio scorso, in apertura d’un articolo segnala che l’"Armata degli Stati Uniti, usando lezioni il conflitto della decade scorsa (Iraq) nella guerra in corso nella selva miskita, ha costruito un accampamento (centro operativo) di scarsa notorietà pubblica, ma appoggiato dal governo honduregno". Il citato articolo rivela l'installazione di tre "basi come avamposti operativi" ubicate in Mocorón, Puerto Castillia, El Aguacate".
Il Comando Sud del Pentagono sta auspicando per tutta l'America Centrale quelli che vengono definiti gli "stati falliti", per giustificare gli interventi in nome della sicurezza nazionale, ovvero il vecchio schema con cui seminarono dittature in tutto il continente durante il XX secolo. In tale direzione puntano gli "accordi di sicurezza" che gli Stati Uniti stanno stabilendo coi paesi della regione.
Alla situazione dell’Honduras, che si aggrava ogni giorno contando già migliaia di morti, si aggiunge la tragedia messicana, sulla quale si estende un silenzio complice. Da quando il Messico firmò con gli Stati Uniti il Plan Merida nell'anno 2006 (una replica del Plan Colombia) e Washington inviò armi e consulenti per una presunta guerra contro il narcotraffico, più di 55.000 persone sono state sequestrate ed assassinate in maniera atroce, seminando il terrore nel nord del paese. Vi sono circa 10.000 desaparecidos. Le Forze Armate intervengono direttamente nel conflitto e nessuno ignora, a questo punto degli avvenimenti, che la maggioranza di quei morti non ha nulla a che vedere col narcotraffico e che gli Stati Uniti hanno fornito armi ai gruppi paramilitari quali gli Zeta, come si è scoperto investigando con l'Operazione Castaway (Operazione Naufrago) o Rapido e Furioso.
Si trattava di una presunta operazione segreta della DEA per consegnare armi e "scoprire" le vie del contrabbando. Ma quelle armi andarono a finire in mano ai paramilitari messicani, che si sono addestrati nella tortura con la popolazione civile e con gli emigranti verso gli Stati Uniti, che vengono assassinati e trasferiti altrove, come s’è visto dalla comparsa di cadaveri in luoghi svariati.
Il Messico è stato fatto diventare uno stato fallito e caotico, che secondo politici repubblicani minaccia ora "la sicurezza degli Stati Uniti", e pertanto potrebbe essere passibile d’intervento, specie se alle prossime elezioni non vinceranno i loro "eletti" come governanti. Le armi USA sono state destinate anche alle "maras", bande create in quella nazione e quindi rispedite ai rispettivi paesi d’origine, El Salvador, Honduras e Guatemala, con lo scopo di farvi regnare il crimine ed il caos.
L’Honduras sotto un celato terrorismo di Stato e il Guatemala, dove il femminicidio e la violenza del vecchio militarismo e paramilitarismo controinsurrezionale si consolida con l'avvento alla presidenza di un ufficiale dei "Kaibiles", la forza speciale più brutale di tutti i tempi, preparata negli Stati Uniti ed autrice di crimini di lesa umanità e di scomparsa d’interi villaggi, i cui abitanti furono eliminati.
Essi vanno ad integrare il numero degli oltre 90.000 desaparecidos durante le dittature militari guatemalteche, il più alto dell'America Latina considerando che la popolazione supera di poco i 10 milioni d’abitanti.
Tutto ciò fa parte della realtà centroamericana, cui aggiungere il governo conservatore di Panama che ha già compiuto massacri di indigeni, persecuzione di lavoratori e firmato con gli Stati Uniti l'installazione di 12 basi militari e centri operativi, accerchiando così tutto il paese che era riuscito a liberarsi dal Comando Sud alla fine del 1999.
La tragedia illimitata in America Centrale si protende con la virtuale occupazione della Colombia, con almeno 8 basi militari straniere ed un terrorismo di Stato occultato da anni. Occultato attualmente con una presunta "Democrazia di Sicurezza", nella quale giorno per giorno continuano i massacri ad opera di militari e paramilitari, nella quale si ostacola qualunque processo di pace che implichi un vero cambiamento nel paese. La Colombia è la nazione dell'America Latina, insieme al Guatemala, col maggior numero di persone morte e scomparse del continente nel corso del XX secolo e finora del XXI.
Di fronte a questa realtà, cui aggiungere i trattati di libero commercio firmati con vari governi della regione, l'invasione delle agenzie degli Stati Uniti nel continente e la crescente militarizzazione della regione stessa, con le conseguenze sociali e politiche di cui siamo testimoni, il Movimento per la Pace, la Sovranità e la Solidarietà tra i Popoli (Mopassol), esorta le organizzazioni popolari ad estendere la solidarietà, a realizzare atti e petizioni per fermare il massacro di popoli fratelli, a denunciare i gravi pericoli di un inasprimento dell'intervento straniero che inevitabilmente si estenderebbe verso tutto il continente.
È ora di dire basta al crimine e fermare la guerra di bassa intensità, l'invasione silenziosa delle fondazioni del potere imperiale e la militarizzazione che tenta una ricolonizzazione regionale nel secolo XXI. 

sabato 9 aprile 2011

AlReves: Messico


Il sangue dei narcos
Messico: la “guerra della droga” ha già provocato 30mila morti in quattro anni

Nel 2001, il Segretario di Stato Usa, Colin Powell, a proposito della lotta al narcotraffico in America latina dovette riconoscere che il problema della droga, che da decenni affligge la regione, non è endemico, bensì “dipende da ciò che succede nelle strade di New York e nelle vie di tutte le nostre grandi città”. In altre parole, il narcotraffico nell’area latinoamericana cresce e si alimenta grazie alla domanda di stupefacenti che proviene, prevalentemente, dagli Stati Uniti.

In Messico dopo l’adozione del Plan Mérida, che prevede aiuti economici per 350 milioni di dollari all’anno, il governo panista di Felipe Calderón aveva cominciato una vera e propria guerra contro i cartelli della droga, mobilitando migliaia di soldati tra effettivi dell’esercito, della marina militare e della polizia federale. A distanza di qualche anno, i “risultati” raggiunti sono ora sotto gli occhi di tutti: i massacri all’ordine del giorno, le operazioni di polizia anticrimine degenerate in guerra civile e il Paese trasformato in un gigantesco, orrendo, mattatoio.

In teoria, e secondo gli accordi presi con i vicini nordamericani, la guerra ai narcotrafficanti avrebbe dovuto impedire alla droga proveniente dal Sudamerica di fare il suo ingresso in Messico, attraverso la frontiera con Guatemala e Belize, per poi essere smistata verso gli Stati Uniti. Ma nei fatti, l’offensiva poliziesco-militare non ha prodotto alcun effetto positivo. Anzi, nel sud del Messico regna incontrastata la famigerata banda dei “Los Zetas” che si arricchisce, oltre che con la droga, anche con il traffico dei migranti centroamericani, in cerca di fortuna al nord, sfruttando questo enorme serbatoio di mano d’opera a buon mercato nella prostituzione e nella schiavitù del lavoro nei campi.

Secondo molti analisti, i fautori di questa guerra inutile, il presidente Calderón e i suoi mèntori nordamericani, continuano ad ignorare - o forse fanno finta di non sapere - che per affrontare opportunamente la questione narcotraffico si dovrebbe tener conto, anzitutto, di tre fattori fondamentali. E tutti e tre riconducibili alla medesima matrice.

In primo luogo, la maggiore richiesta di stupefacenti proviene dalla stessa nazione che più si impegna a combattere la proliferazione del narcotraffico in tutta l’America latina. Negli Stati Uniti, infatti, vivono milioni di consumatori di droga che si servono di un terzo di tutta la cocaina prodotta nel mondo: un giro d’affari gigantesco che fa gola un po’ a tutti, coinvolgendo anche le banche statunitensi. Dalla XII Conferenza Internazionale sul Riciclaggio è emerso che gli istituti di credito Usa, solo nell’ultimo decennio, avrebbero accolto nei loro caveaux tra i 2,5 ed i 5 trilioni di dollari, frutto di attività illecite come - appunto - il narcotraffico.

Dunque, meglio farebbero le autorità statunitensi a concentrarsi di più sugli aspetti legati alla prevenzione del fenomeno (magari investendo più risorse in programmi sociali per limitare il consumo di droghe nella popolazione), anziché insistere unicamente sul versante della repressione manu militari.

In secondo luogo, dagli Stati Uniti arrivano anche le armi per i cartelli messicani, grazie ad una fitta rete di “collaboratori”, tra funzionari di frontiera compiacenti e poliziotti corrotti, e alle protezioni a livello politico-imprenditoriale di cui godono gli stessi narcos.

Ed infine, andrebbero esaminate più a fondo alcune tra le più disastrose conseguenze del NAFTA, lo sciagurato accordo di libero commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore a fine anni ’90. Il NAFTA, oltre a provocare l’impoverimento progressivo di intere masse di popolazione, ha costretto milioni di contadini svantaggiati ad abbandonare per sempre le loro terre, oppure a dedicarsi a coltivazioni più redditizie, passando dal mais all’oppio (e/o alla marijuana). Ciò risulta pure da un recente dossier pubblicato dal periodico “La Jornada”, che denuncia la presenza nel nord del Messico di grandi latifondi coltivati ad oppiacei, molti dei quali sono addirittura sorvegliati dai militari. Secondo le stime più ottimistiche, un quarto di tutta l’economia messicana sarebbe già nelle mani dei narcos.

Per molti Paesi dell’America latina, decidere di adottare la strategia nordamericana di contrasto al narcotraffico, con i suoi metodi repressivi, significa esporsi sempre di più all’ingerenza della Casa Bianca nei propri affari interni, con il rischio di cadere - o ricadere - sotto il suo controllo militare, economico e politico. Come nel caso messicano, in cui la sovranità del Paese è stata consegnata agli Stati Uniti in cambio dell’adozione di una politica antidroga cinica e spietata. Ed è ovvio che dietro il paravento della lotta al crimine organizzato si nascondono soprattutto ingenti interessi economici. Così, mentre il sangue di tanti messicani scorre a fiotti nelle strade, pochi privilegiati si ingrassano con i lauti profitti della “narcoguerra”.

Andrea Necciai

sabato 11 settembre 2010

AlReves: Messico


Ay pobre Mexico…
Una nazione in bilico tra crisi economica e violenza diffusa

Nell’anno del Centenario di una delle rivoluzioni più importanti della storia del ventesimo secolo, il Messico è sprofondato in una crisi economica senza precedenti, mentre si registra un’escalation di violenza alimentata dalla delinquenza e dalla piaga del narcotraffico, ma anche dallo stesso Stato Federale.

Negli ultimi quattro anni la povertà si è enormemente diffusa tra la popolazione. Secondo i dati del Coneval (il Consiglio nazionale di valutazione delle politiche sociali), le persone con redditi inferiori a 65 dollari mensili, cioè in condizioni di estrema indigenza, hanno raggiunto in poco tempo i 20 milioni. Se a questi si sommano altri 31 milioni di cittadini con redditi che non consentono il soddisfacimento dei bisogni essenziali (come la casa o l’assistenza socio-sanitaria), si deve concludere che oggi la metà dei messicani sono poveri. Un oltraggio per un paese che nei “mitici anni novanta” si candidava ad entrare trionfalmente nel Primo Mondo per la porta principale.

Erano quelli i tempi del NAFTA, l’accordo sul libero commercio siglato con gli Stati Uniti e il Canada, che secondo i governanti e le classi dirigenti di allora avrebbe consentito al Messico una rapida crescita economica e sociale, proiettandolo verso l’eldorado delle nazioni più sviluppate. E in effetti, il progetto liberista prese decisamente il volo nell’ultimo ventennio, attraversato dal declino dei governi priisti - gli eredi della Rivoluzione, al potere in Messico per più di 80 anni - e dall’avvento di quelli panisti della destra nazionalista, senz’altro più “adattabile” alla modernità capitalista e ai suoi processi di globalizzazione.

Ma la costruzione di uno Stato nazionale, egemonizzato da una borghesia meticcia che “parla spagnolo pensando in inglese, ha il suo cuore negli Stati Uniti e svolge il ruolo assegnatole dall’attuale trans-nazionalizzazione dello Stato”*, non ha fin qui prodotto i benefici promessi - a suo tempo - a tutti i messicani (né sul piano economico, tanto meno su quello sociale).

La gestione della crisi economica da parte del governo in carica - retto da Felipe Calderon, che guadagnò la Presidenza nel 2006 ricorrendo a clamorosi brogli elettorali - è stata condotta in modo pessimo. Per lo meno questo è il giudizio di molti esperti di economia, tra i quali anche il Premio Nobel Joseph Stiglitz che ha criticato a più riprese l’operato del governo panista affermando che “l’eccesso di austerità che pretende di imporre potrebbe contribuire ad indebolire ulteriormente l’economia”, mentre l’introduzione di una “fiscalità più equa” e la tassazione delle transazioni e delle rendite finanziarie risolverebbe molti problemi di bilancio, oltre che scoraggiare la speculazione.

Più che del disastro economico e sociale, i vertici dello Stato sembrano più preoccupati (ed occupati) a non deludere il potente vicino del nord. La visita di Stato di Calderon a Washington del mese scorso era diretta soprattutto ad ottenere il “timbro di approvazione” di Obama sulla condotta del governo messicano.

Pare che il timbro, alla fine, sia stato apposto, nonostante le polemiche suscitate dalla richiesta - da parte messicana - di abrogare la legge-scandalo dell’Arizona sull’immigrazione e di proibire la vendita di armi pesanti nelle zone di confine. Richiesta legittima anche quest’ultima, per tentare di ostacolare i potentissimi cartelli messicani della droga che, grazie alle oltre 7.000 armerie disseminate sulla frontiera, sono facilmente in grado di ingrossare i loro arsenali.
La guerra (mal concepita) che lo Stato messicano da 3 anni ha ingaggiato contro i cartelli della droga ha già provocato più di 23.000 morti, aumentando a dismisura il livello della violenza in tutto il paese.

La “mano dura” del governo non è solo rivolta alla repressione dei fenomeni di criminalità. E’ bene ricordare che in Messico esiste anche un altro tipo di violenza: quella praticata dalle stesse istituzioni nei confronti dei movimenti popolari. Fino ad un’epoca recente, essa veniva esercitata con i sequestri, la tortura e la repressione; ora “si applica anche nei processi giuridici contro gli oppositori, come nel caso degli attivisti di Atenco condannati a pene maggiori rispetto a quelle comminate a qualsiasi narcotrafficante o assassino comune.”**   

A Città del Messico, la grande piazza dello Zocalo è diventata teatro della protesta civile di centinaia di membri del sindacato degli elettricisti (SME), da un mese in sciopero della fame. Lamentano la perdita del loro posto di lavoro, in seguito al fallimento dell’azienda parastatale “Luz y Fuerza” che ha portato al licenziamento di 43.000 sindacalisti ed addetti. La strategia del governo di Calderon, simile del resto a quella dei suoi predecessori, è fin troppo evidente: provocare la bancarotta delle aziende statali per aprirle alle privatizzazioni, senza badare alle conseguenze sociali. A pochi metri di distanza, i presidi degli insegnanti provenienti dallo stato di Oaxaca, in rivolta dal 2006 per ottenere condizioni di vita e di lavoro più dignitose; la loro comunità continua a subire la prepotenza delle bande paramilitari controllate dal governo statale del PRI.

Per questi e per molti altri casi di “violenza istituzionale”, il Centenario della Rivoluzione sarà ricordato in Messico come l’anno del trionfo – forse definitivo – della Controrivoluzione.

Andrea Necciai

Note:
* ”La Contrarrevolucion en el poder”, di Gilberto Lopez y Rivas – La Jornada.
** ”Intervista alla giornalista Laura Castellanos”, di Luis Martinez Andrade – El Columnista.

mercoledì 1 ottobre 2003

AlReves: Messico


Zapata vive ancora

Nella totale indifferenza dei media e lontano dai riflettori della politica, il Messico zapatista ha salutato con entusiasmo la nascita delle Giunte del Buon Governo - o “Caracoles” nel linguaggio chiapaneco. L’evento coincide con il 20° anniversario della nascita dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale); vent’anni di lotta contro la discriminazione e l’esclusione sociale di cui sono vittime le comunità indigene da oltre 500 anni, ma soprattutto vent’anni di resistenza alla guerra di “bassa intensità” messa in atto dal governo messicano ora guidato da Vicente Fox (ex dirigente della Coca Cola e strenuo difensore degli interessi del capitale foraneo nel paese).
L’insurrezione armata zapatista ha inizio il primo gennaio del 1994, a seguito del progressivo peggioramento delle condizioni di vita della popolazione del Chiapas. La ricchissima regione del sud est messicano - qui si produce il 55% dell’energia nazionale, il 47% del gas, il 28% del petrolio - sconta tuttora gli effetti dei piani di aggiustamento strutturale imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
In poco tempo, anche a causa dell’applicazione del NAFTA (trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico), il prezzo del grano prodotto diminuisce drasticamente così come il potere d’acquisto dei contadini locali (-40%). Nel febbraio del 2001, dopo circa sette anni di violenti scontri armati tra l’EZLN e le truppe dell’esercito e dei paramilitari inviati in Chiapas per sedare la rivolta, le due parti in lotta acconsentono ad incontrarsi per riallacciare il dialogo.
Si arriva così all’imponente marcia zapatista (marzo 2001), che si conclude con l’intervento di una delegazione della comandancia dell’EZLN al parlamento di Città del Messico e che vede una significativa partecipazione di giornalisti, emissari politici e rappresentanti della società civile da tutto il mondo (per l’Italia si mobilitano, tra gli altri, Tute Bianche, Rifondazione, Mani Tese e vari comitati d’appoggio…).
Messo alle corde dal clamore suscitato dall’evento, il governo si affretta a varare la Ley Indigena (aprile 2001), che nelle intenzioni dei firmatari dello storico Accordo di San Andrés (1996) doveva costituire il primo passo verso la risoluzione della “questione Chiapas”. Di fatto però il contenuto originale della proposta di legge, con alcune rilevanti concessioni alla causa indigena, viene completamente stravolto in sede di discussione parlamentare da decine di emendamenti. Il risultato è un documento inconsistente e pieno di ambiguità che lo stesso EZLN non esita a definire “una vera beffa”. “Non abbiamo bisogno che il governo ci appoggi con una miseria”, dice il comandante David, “ma che riconosca la libera determinazione di tutti i popoli indigeni. Esigiamo che ci trattino con uguaglianza e giustizia. Siamo poveri, ma non siamo né mendicanti né delinquenti”.
Segue un lungo silenzio di indignazione, rotto soltanto da alcune dichiarazioni di solidarietà per le mobilitazioni no-global contro la guerra ed il neoliberismo. Ma il cambiamento di rotta è nell’aria. Troncato definitivamente il dialogo con la compagine governativa, la strategia politica dell’EZLN si orienta verso un lento processo di smilitarizzazione a vantaggio di nuove forme di auto-governo civile. Da qui l’”invenzione” dei Caracoles, veri e propri modelli di democrazia partecipativa che ricalcano la tradizione dell’EZLN del “mandar obedeciendo” (comandare obbedendo), senza ricorrere all’esercizio del potere ma anzi facendone a meno. Potremmo definire i Municipi Autonomi come una delle più alte espressioni del sistema di vita comunitario.
Gli zapatisti continuano ad insegnarci che “democrazia significa l’accordo dei pensieri. Non che tutti pensino allo stesso modo ma che tutti i pensieri cerchino un accordo comune, che sia buono per la maggioranza senza trascurare la minoranza”, e che “giustizia non significa punire, ma dare a ciascuno ciò che merita, e ciascuno merita ciò che lo specchio gli restituisce: ciò che egli dà.”
L’esempio per ricreare una società più umana e solidale ci giunge ancora una volta dagli ultimi, dai dimenticati della Terra, dagli uomini e dalle donne di Mais. Un’altra lezione di civiltà per un mondo, il nostro, costantemente rivolto all’individualismo e sempre più in preda al delirio consumistico.
(Chile)