domenica 16 maggio 2021

Ciao, sei un umano

Ciao, sei un umano.

Immagina che domani ti svegli e hai il conto prosciugato. I tuoi libri, il diploma, la laurea, le storie e la storia che conosci non valgono niente. Immagina se la Germania avesse vinto la guerra.
Ti svegli e non ti funzionano più le gambe.
Ti svegli e i soccorsi non arrivano, scoppiano razzi in cielo, la tua casa è un cumulo di macerie. I tuoi parenti cenere. 

Come ti senti?
Se la risposta è male, benvenuto. Questa è la Terra, qui essere umano significa anche questo. 
Se invece non riesci a immaginarti così, ti spiego la tua malattia: si chiama idiozia.
Ci hanno inculcato l’errore fatale di credere che quello che ci capita sia sotto il nostro controllo. Ma la realtà, troppo spaventosa, è l’esatto contrario. 

La vita è caos – anagramma di caso.
La malattia idiozia non permette di capirlo e implica due pensieri-sintomi in chi ne è affetto. 
1. Siccome la vita dipende da me, allora quello che ho, me lo merito. 
2. Siccome la vita dipende da te, allora quello che non hai, non te lo meriti. 
Invece la vita non dipende da noi: non decidiamo come e dove veniamo al mondo, in quale epoca, famiglia, porzione di Terra, con quale nome, quali geni, quanti soldi e nemmeno cosa ci succederà poi. 
Se sei un bambino bianco, nato nella parte giusta del mondo, quella che la storia che si racconta ha eletto a vincitrice, dove i tuoi genitori possono preoccuparsi di quale culla comprare, in quali scuole mandarti, con quali altri genitori litigare, perché la mensa usa il glutine, sei un bambino fortunato. Privilegiato. Non lo sei altrettanto se sei nato a Gaza e la massima ambizione che la società ti concede è sperare di vedere il sole sorgere, di giorno in giorno, senza possedere nulla e comunque continuando a perdere tutto. 

Ma cosa succede nelle testoline degli idioti (affetti da idiozia)? Pensare che comunque sia, finché io vivo da privilegiato, la vita va bene così e così mi convinco pure di meritarmela, perché ammettere che è andata e ancora va a caso è troppo spaventoso. Quindi, trovo giustificazione a chiunque risulti meno privilegiato di me, come se nascere diversi, in condizioni diverse, fosse un marchio, un timbro su un passaporto che non permette di viaggiare, studiare, giocare, mangiare. Così i bambini palestinesi sono per noi sfortunati, ma soprattutto sono inimmaginabili, lontani dai nostri occhi, dalle coscienze, dai meriti che meriti non sono, ma stabiliscono i privilegi che ci fanno sopravvivere e che crediamo che loro non meritino quanto noi – idioti. 

Badate bene che il pensiero idiota è contagioso, viene applicato a svariate situazioni. Per esempio, nei casi di sessismo (te la sei cercata), di omobitransfobia (fra un po’ ci chiederanno di avere gli stessi diritti dei normali), abilismo (sfigato), razzismo (e ma non si può più dire niente.)
Notate che il passatempo che ci riesce meglio è sempre colpevolizzare le vittime. È necessario agli idioti, per sentirsi più al sicuro nell’idiozia, secondo cui a loro non capiterà niente di male, finché rimangono idioti. Spoiler: per fortuna non è così. 

Nessun privilegio è meritato. 
Nessuna violenza è giustificabile. 
Nessuna malattia è giusta.
Nessuna disabilità è una scelta. 
Nessuna disuguaglianza è accettabile. 
Nessuna vittima è colpevole. 
Nessun umano è sacrificabile. 

Per guarire dall’idiozia non bastano medici, psicologi, santoni, insomma nessuna figura professionale. Anche in questo caso va a fortuna: serve intelligenza, empatia, fatica e soprattutto il desiderio bruciante di vivere un mondo, in cui giustizia e uguaglianza non siano solo parole, per essere tutti umani più umani. Il coraggio di immedesimarsi, anche fuori da Netflix.

Ci capiremmo tutti senza sottotitoli grazie a un unico marchio uguale, che dice: ciao, sono un umano.

Francesca Pels

domenica 18 aprile 2021

La voce di Vittorio non si è mai spezzata né è stata dimenticata

Intervista a Egidia Beretta, mamma di Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso a Gaza il 15 aprile 2011. In dieci anni ha continuato a trasmettere il messaggio di suo figlio. Cambiano le generazioni che vogliono conoscerlo e il filo non si spezza...

 

“Mi sento ancora orfana di mio figlio”. Usa un paradosso Egidia Beretta, la madre di Vittorio Arrigoni, per parlare del decimo anniversario dell’uccisione del figlio. “Come allora, mi sento come se mi mancasse un pezzo, di cuore e di vita. Nonostante tutti questi anni siano stati anche belli, per quello che è successo attorno a me, per gli incontri, le dimostrazioni e l’enorme affetto che ho ricevuto. Le persone hanno fame di Vittorio, vogliono conoscerlo, gli vogliono bene e questo mi ha aiutato tantissimo”.

Come si sente nel decimo anniversario?
EB Per me non si tratta di una ricorrenza da ricordare in maniera diversa. In parte sono serena, ma la mancanza di mio figlio per me è sempre enorme e anche se, come ho detto, questi anni mi hanno portato tanto affetto, non dimentico mai che tutto parte da un assassinio.

Cosa ricorda oggi a mente fredda di quei giorni? Vede tutto nella stessa maniera?
EB A volte ho dei ricordi vaghi, a volte confusi, altre mi attardo a ripercorrere tutti i passi e quelle ore. Altre ancora mi scrollo tutto di dosso. Ricordo con grande dolore il momento in cui mia figlia Alessandra sentì alla tv che avevano trovato un corpo e che era di Vittorio. Andai da Ettore, mio marito, che era nel letto gravemente malato: “Il nostro Vittorio è morto”, gli dissi. La telefonata della Farnesina arrivò poco dopo.

Che cosa sa dei rapitori rimasti in vita? Ha mai cercato un contatto?
EB L’unico contatto è stato con i loro familiari, che ci chiesero di intercedere presso il tribunale militare di Gaza affinché non fosse applicata la pena di morte e così facemmo. Non mi è mai interessato, né interessa, avere un contatto con loro.

Li ha perdonati?
EB No, assolutamente. Per perdonare una persona devi conoscerla, vederla, cercare di capire. Non lo volevo allora e non lo voglio oggi.

Lei allora mi disse che aveva una sua idea su quello che è successo a suo figlio, l’ha cambiata? Perché secondo lei è stato ucciso?
EB Fin dall’inizio ho pensato che ci fosse un mandante più in alto degli esecutori, anche se non so dare contorni definiti alla mia sensazione. Forse credere che non sia stato semplicemente un colpo di testa è un tentativo di lenire il cuore. Penso che sia stato ucciso per metterlo a tacere, lo penso oggi più di ieri, anche se non ho ricevuto nuove informazioni o prove a riguardo.

Lei ha scelto di continuare a diffondere il messaggio di suo figlio invece che condurre una battaglia per rivendicare la verità di quello che è successo. Crede che non si arriverà mai alla verità? O le basta quella giudiziaria?
EB L’ho fatto perché credo che nel mio caso sia un dispendio inutile di energie, anche per la mia anima, conservare per sempre questo rancore. Apprezzo chi lo fa, come i genitori di Giulio Regeni, ma quella è un altro tipo di battaglia -su come, dove e soprattutto sulle responsabilità di quello che è accaduto- e capisco la loro scelta. Io so di avere un altro compito, il compito che Vittorio mi ha affidato e che mi aiuta a restare più serena, una condizione dello spirito migliore per quando ci rincontreremo. La mia sarebbe una battaglia contro i mulini a vento e allora mi accontento della verità giudiziaria, anche se non ho mai nascosto alcune perplessità, in particolare sulle ricerche. Il mio unico rincrescimento è che non è stata fatta luce fino in fondo sul presunto leader del gruppo, il giordano.

Come sono stati questi anni in giro per l’Italia a raccontare suo figlio? Che bilancio ne trae?
EB Sono contenta. L’eredità di Vittorio è ancora fortissima, la sua voce non si è mai spezzata né è stata dimenticata. I primi giovani a cui l’ho raccontato sono cresciuti e adesso ci sono le nuove generazioni, quelli che erano troppo piccoli per ricordare, che vogliono conoscerlo. È un filo che non si spezza.

Che cosa resta ai ragazzi di Vittorio?
EB Gli resta in mente il Vittorio fermo, deciso, che non ha mai rinunciato a seguire i suoi ideali, la sua via, utopia, nonostante le difficoltà e le privazioni. Li stupisce la forza interiore che lo ha portato ad andare avanti, la costanza e la voglia di superare le difficoltà. E li sorprende che io non mi sia opposta alle sue scelte, ma lo abbia lasciato “volare”. Quando mi domandano il perché, stanno pensando ai loro sogni e sperando nelle loro madri. 

Cosa ha imparato da tutti questi incontri?
EB Che ci sono molte più persone di quanto si possa pensare generose, altruiste, che aspirano ad una vita in cui possano aiutare gli altri. Che l’Italia e gli italiani sono un popolo grande. L’ho capito per l’accoglienza e l’affetto che ho sempre ricevuto e che mi ha dato la forza in tutti questi anni. C’è un’Italia che si conosce poco, che esiste e resiste.

L’uccisione di suo figlio l’ha cambiata, se sì in che senso?
EB Sono sempre stata una persona che tendeva a vedere l’umanità negli altri e lo sono ancora, anzi forse ora di più, perché l’ho constatata di persona. La mia quotidianità certo è cambiata: ho molti contatti, il lavoro della Fondazione che prima non c’era e che avrei preferito non ci fosse, ma che ha dato forma alla positività degli incontri, agli scambi… È incredibile notare come tanti siano desiderosi di “appropriarsi” delle esperienze di Vittorio.

Vittorio è stato inserito tra le vittime del terrorismo e con i fondi avete rinsaldato la Fondazione Vik Utopia. Che cosa avete realizzato in questi anni?
EB La fondazione (fondazionevikutopia.org) è nata nel 2012 con fondi nostri, addirittura con i risparmi che erano rimasti sul conto di Vittorio. Il riconoscimento di vittima del terrorismo è arrivato nel 2015 e i fondi solo successivamente. Ogni anno finanziamo due-tre progetti nello spirito di Vittorio, cioè lasciare qualcosa di costruito, concreto, e che vada a beneficio soprattutto dei bambini o dei ragazzi, i più fragili e bisognosi, e a cascata naturalmente anche delle loro famiglie. A Gaza abbiamo realizzato diversi progetti, ma anche in Africa, Sud America, Europa, in Afghanistan, quest’anno in Bosnia.

A livello istituzionale è cambiato qualcosa? È stata contattata da esponenti politici in questi anni?
EB Nessuno si è avvicinato. Tutti mi chiedono perché anche a livello istituzionale non venga ricordato e io rispondo che non lo so. Di certo io non vado a cercare niente o nessuno. Io e Alessandra siamo state invitate a Roma per la giornata nazionale delle vittime del terrorismo e siamo andate un paio di volte, ci sembrava un dovere, ma è qualcosa di molto molto formale.

Anche grazie a lei ci sono state molte iniziative dedicate a Vittorio. C’è qualcosa che vorrebbe che ancora non è riuscita a fare?
EB Mi piacerebbe andasse a buon fine un documentario realizzato da due giovani laureati alla scuola d’arte di Roma. Il progetto prevede diverse forme di espressione, tra cui anche l’animazione, con la graphic novel che Stefano Piccoli ha dedicato a Vittorio. Per ora è fermo, spero riparta.

Per l’anniversario avete previsto qualche iniziativa?
EB Se ci fossimo trovati in un’altra situazione (senza Covid-19), lo avremmo ricordato a Bulciago ad aprile. Mi sto meravigliando di come tanti lo stiano facendo o lo faranno in quei giorni. Ricordo, tra gli altri, il podcast “Le ali di Vik”; un’iniziativa dell’associazione Assopace Palestina; uno spettacolo dell’Anpi di Aprilia tratto dal libro di Vittorio; l’evento “Buon compleanno Faber” organizzato dalla biblioteca di Monserrato in Sardegna, il contest lanciato dall’agenzia giornalistica Nenanews. Le persone ci hanno sostituito.

Non se l’aspettava?
EB No, anche se forse il funerale è stato un presagio. Ricordo lo stupore, la gioia e la riconoscenza per tutte quelle persone. Il fatto che venga continuamente ricordato significa tanto per me, significa che quella vita errabonda, che ci teneva un po’ in pensiero, è stata la cosa più bella che Vittorio potesse fare per lui e per molti altri.

Cosa vuol dire per lei “restare umani”?
EB Questa è la domanda più difficile perché tutte le risposte rischiano di sembrare frasi fatte. Credo che significhi guardarsi attorno, non stare rinchiusi dentro le mura dell’egoismo ma mettersi a disposizione.

 
 
a cura di Anna Maria Selini
(Altreconomia 236, Aprile 2021)

sabato 10 aprile 2021

Con chi si lega la Lega nell’Unione Europea?

La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.

Cominciando dal gruppo politico più numeroso, quello del Partito popolare europeo (PPE) che ha  registrato, non senza un sospiro di sollievo, l’uscita del partito del premier ungherese, Viktor Orban, in attesa di conoscere le intenzioni della Lega italiana, spinta a “slegarsi” dal gruppo di destra “Identità e democrazia”; continuano a cercar casa i grillini, chi guardando verso il Gruppo socialista, chi verso il Gruppo dei liberali e chi verso i Verdi europei, da tempo con il vento in poppa come confermato dalle ultime elezioni amministrative in Germania e anche dalla recente conversione del sindaco di Milano, Giuseppe Sala.  
E’ in allerta anche il Gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR), attualmente presieduto dal Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che non muore dalla voglia di aprire la porta a una Lega, troppo ingombrante con i suoi 23 europerlamentari e anche in attesa di sapere dove andrà a collocarsi l’amico Viktor Orban con il suo gemello polacco, attualmente nelle fila dei Conservatori.

Prevalgono nell’ala destra del Parlamento europeo vari smottamenti politici, destinati a movimentare l’Assemblea di Strasburgo e probabilmente a modificare le gerarchie tra i Gruppi politici: movimenti che si intensificheranno in vista dell’avvicendamento alla guida del Parlamento quando nel 2022 David Sassoli, Gruppo socialista, lascerà il posto di presidente a un rappresentante del Partito popolare europeo, probabilmente il tedesco Manfred Weber, il mancato presidente della Commissione europea, bruciato sul filo di lana dalla sua compatriota Ursula von der Leyen.

A voler azzardare un raffronto con il paesaggio politico italiano, in crisi a sinistra, sembra che in quello europeo le incertezze prevalgano a destra, imbarazzata dalla sua ala estrema, quella dei nazionalisti, e anche peggio, di “Alternativa per la Germania” (AFD), e tra i Conservatori e Riformisti, incerti se ospitare la Lega o affiancare ai nazionalisti polacchi anche quelli ungheresi, tentati a loro volta di mettersi in proprio.
Incertezze e contraddizioni che da Strasburgo si proiettano su Roma, dove la Lega fa professione di europeismo mentre al Parlamento europeo indugia ancora tra gli euro-scettici. Una contraddizione difficile da sopportare a lungo, all’interno della stessa Lega, ma anche all’interno della maggioranza di governo. Un vicolo cieco da cui potrebbe uscire entrando nel Partito popolare europeo dove fa buona guardia Forza Italia, pronta a far pagare dazio ai nuovi venuti, senza escludere però che le prossime elezioni tedesche in autunno non premino la destra politica che, a quel punto, potrebbe  essere tentata dall’ingresso della Lega nel PPE, con l’obiettivo di rafforzarlo e rafforzarsi al suo interno.

Il Parlamento europeo è per noi lontano e spesso ci sfuggono non solo i suoi reali poteri, più importanti di quanto in genere si creda, ma anche i segnali politici che da Strasburgo rimbalzano su Roma e viceversa. Una buona occasione per guardare al paesaggio politico complessivo, ancora meglio se a distanza, senza farsi ingannare dal circo di casa nostra, con partiti in bilico tra “lotta e governo”, impegnati i permanenti comizi elettorali. 

El Salvador, il nuovo presidente

Fuori da un seggio elettorale di San Salvador Jennifer Vásquez, una donna che si guadagna da vivere vendendo bottiglie d’acqua, spiega perché ha votato per i candidati di Nuevas ideas, il partito del presidente Nayib Bukele, 39 anni. “Ha fatto cose che nessun altro aveva mai fatto prima”, spiega, Vásquez che indossa una maglietta azzurra, il colore del partito. “Abbiamo ricevuto pacchi di alimenti, con tonno e riso. E regalerà i computer ai miei figli”. La maggior parte degli elettori del Salvador, un paese di sei milioni e mezzo di abitanti, condivide l’entusiasmo di Vásquez. 

Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi. 

Disprezzo delle istituzioni 
A prima vista Bukele non somiglia al caudillo tradizionale. Eletto nel 2019, indossa sempre un berretto da baseball e racconta ogni suo movimento sui social network. Esperto di pubbliche relazioni, ha saputo conquistare una popolazione esasperata dalla corruzione (tre degli ultimi quattro presidenti salvadoregni sono stati indagati per corruzione, e uno è in galera). La sua popolarità, intorno al 90 per cento, supera quella di qualsiasi altro leader latinoamericano.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema. 

Da quando è stato eletto, nel 2019, Bukele ha mostrato uno scarso rispetto per le istituzioni. “Tratta le leggi come noi trattiamo il codice della strada”, afferma Nelson Rauda, un giornalista salvadoregno. Nel febbraio 2020, infastidito dal rifiuto del parlamento di approvare il bilancio per il suo programma di sicurezza, ha fatto irruzione nella sede dell’assemblea accompagnato da soldati armati. Ad aprile, dopo un aumento nel tasso di omicidi, il suo governo ha ammassato centinaia di prigionieri (soprattutto affiliati delle bande criminali) con le mani legate dietro la schiena e con indosso solo gli indumenti intimi e delle mascherine scadenti. L’ufficio della presidenza ha diffuso la foto su Twitter. Bukele demonizza chiunque osi contrastarlo, inclusi imprenditori, giornalisti e politici. 

Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln. 

Poche idee, tanta pubblicità
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.

Molti salvadoregni giustificano il loro amore per Bukele citando una serie di appariscenti progetti infrastrutturali. In un soffocante sabato pomeriggio una folla si è radunata per scattare foto alla nuova strada verso Surf City, un tratto di costa che dovrebbe diventare un’attrazione turistica. Altri ricordano la generosità del governo, che dall’inizio della pandemia ha donato 300 dollari e pacchi con aiuti alimentari ai più poveri. L’esecutivo ha anche promesso di regalare un computer a 1,2 milioni di studenti. Resta da capire con quali fondi saranno finanziate queste iniziative. Forse con un prestito del Fondo monetario internazionale. La mancanza di controllo sull’autorità è preoccupante in qualsiasi paese, e lo è soprattutto in Salvador considerando la storia di Bukele e il suo potere senza precedenti. Ormai sono pochi i politici che gli si oppongono. Solo il presidente statunitense Joe Biden si è detto preoccupato per i suoi metodi.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.

Sfortunatamente Nuevas ideas rischia di rivelarsi un partito basato su vecchi stratagemmi.

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale

martedì 8 dicembre 2020

Patrick Zaki

Patrick Zaki è un cittadino egiziano.

L’Egitto è un paese sovrano.

Perché dovrei chiedere al mio governo

di intervenire per liberarlo?

E poi perché il mio paese dovrebbe fare qualcosa per lui se non sta facendo nulla per ottenere verità e giustizia per il cittadino italiano Regeni? Il buonismo è stucchevole, bisogna essere realisti. L’Egitto è un partner importante, se non facciamo affari con le dittature, ci penseranno altri stati senza scrupoli a farle. Avete sentito cosa ha detto Macron poche ore fa? Nemmeno lui vuole interrompere “i rapporti di dialogo con l'Egitto" ha spiegato, perché “vorrebbe dire influenzare negativamente il paese nella sua lotta al terrorismo”. Le armi all’Egitto servono anche per questo. Per difendere gli egiziani dai terroristi! E visto che noi italiani produciamo armi è bene che siamo noi a vendergliele. Vendere armi e prendere da loro le risorse del sottosuolo è indispensabile per l’Italia. Lo dice pure un intellettuale importante, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che “esiste un’importante ragion di Stato (l’Eni…) che invita ad evitare una rottura con l’Egitto”. L’ha scritto poche settimane fa che “E’ assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni «#veritapergiulioregeni» e altre analoghe”?

E infatti dice che bisogna smetterla con questi appelli inutili e ha fatto la “proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola”.

E poi chi mi garantisce che Zaki non sia davvero un terrorista? Se fosse solo un innocuo studente che si batte per degli ipotetici diritti, perché tutti gli altri studenti egiziani che studiano all’estero non vengono arrestati quando tornano in patria per le vacanze? Magari non è un terrorista, ma è possibile che sia una testa calda, un provocatore. Uno che ha passato il segno. Si tratta di uno studente, una persona che ha studiato, dovrebbe saperlo che nel suo paese certi comportamenti sono un reato. E poi ho sentito dire che è un omosessuale. Io non sono gay, ma non ho niente contro i gay. Ho tanti amici gay. Non mi piace quando ostentano la loro diversità, quando fanno le parate con le piume in testa, ma nel loro privato sono liberi di fare quello che vogliono. Sono contrario al matrimonio tra gay, ma per il resto devono avere gli stessi diritti delle persone normali. In Italia è così, ma in certi paesi è un reato. Anche tanta gente di “sinistra” che lo difende dovrebbe saperlo. E dovrebbe ricordarsi che anche in Unione Sovietica era un reato.

Perché nessuno dice niente per i nostri pescatori sequestrati in Libia?

Perché non si stracciavano le vesti per i nostri marò?

Caro lettore, se sei arrivato fin qui e sei d’accordo con quanto hai letto sappi che sei un razzista. Che tra te e i carnefici che sequestrano, torturano, uccidono, che ci guadagnano denaro e potere

l’unica differenza

è che tu

non ci guadagni niente

a essere una carogna.

(Ascanio Celestini)


#FreePatrickZaki