Il 10 dicembre non sarà a Oslo, a ricevere il premio Nobel per la pace. Nella storia, era successo solo altre tre volte che il vincitore fosse impossibilitato perché in carcere. Dopo quella del tedesco Von Ossietzky (1935), della birmana Aung San Suu Kyi (1991) e del cinese Liu Xiaobo (2010), sarà la sedia vuota dell’iraniana Narges Mohammadi, anche lei in prigione come i suoi tre predecessori, a segnare la celebrazione. « Non potrà uscire dal carcere di Evin», conferma dall’Italia il movimento Donna Vita Libertà, nato sulla scia dello sdegno per la morte, nel settembre 2022, della giovane Mahsa Amina, arrestata e picchiata perché portava male il velo. Narges non potrà volare in Norvegia non solo perché il regime degli ayatollah, a dispetto dell’invito della presidente del Comitato di Oslo, Berit Reiss Andersen, a « prendere la giusta decisione», non sembra avere la minima intenzione di rilasciarla, ma anche perché le sue condizioni di salute sono precarie.
domenica 3 dicembre 2023
[IRAN] La lettera del Nobel dal carcere «Perché il mondo resta impassibile?»
Il 10 dicembre non sarà a Oslo, a ricevere il premio Nobel per la pace. Nella storia, era successo solo altre tre volte che il vincitore fosse impossibilitato perché in carcere. Dopo quella del tedesco Von Ossietzky (1935), della birmana Aung San Suu Kyi (1991) e del cinese Liu Xiaobo (2010), sarà la sedia vuota dell’iraniana Narges Mohammadi, anche lei in prigione come i suoi tre predecessori, a segnare la celebrazione. « Non potrà uscire dal carcere di Evin», conferma dall’Italia il movimento Donna Vita Libertà, nato sulla scia dello sdegno per la morte, nel settembre 2022, della giovane Mahsa Amina, arrestata e picchiata perché portava male il velo. Narges non potrà volare in Norvegia non solo perché il regime degli ayatollah, a dispetto dell’invito della presidente del Comitato di Oslo, Berit Reiss Andersen, a « prendere la giusta decisione», non sembra avere la minima intenzione di rilasciarla, ma anche perché le sue condizioni di salute sono precarie.
venerdì 3 novembre 2023
All'Iran la presidenza del Forum sociale del Consiglio dei Diritti Umani ONU
giovedì 5 ottobre 2023
[IRAN] Ancora polizia morale
Armita proviene dalla città di Kermanshah, nell'Iran occidentale popolato prevalentemente da curdi, ma attualmente è residente a Teheran. Secondo Hengaw, attenta alle questioni del popolo curdo, la giovane è stata vittima di "gravi abusi fisici" da parte della polizia morale nella metropolitana. L'incidente sarebbe stato causato da una violazione del rigido codice di abbigliamento islamico, che questa estate è stato rafforzato con pene più severe. Sempre secondo l'organizzazione norvegese, la studentessa liceale si trova attualmente in coma e sotto sorveglianza in un ospedale militare. I media locali sostengono invece che la ragazza è stata portata in ospedale dopo aver perso conoscenza in metropolitana a causa della "pressione bassa" e per "aver sbattuto la testa contro una sbarra di metallo". I suoi amici l'hanno fatta scendere dal treno e hanno chiamato i servizi di emergenza.
sabato 3 giugno 2023
Siamo tante e non abbiamo paura, la dittatura morde ma ha le ore contate
*Mahin,
nome di fantasia di una storia vera raccolta da Francesca Paci su LaStampa
martedì 9 maggio 2023
Patrick Zaki. Nuovo, ennesimo rinvio
«È difficile per me completare i miei studi; ma con l'aiuto dell'università e della professoressa, sono riuscito a finire la maggior parte degli esami del master», ha aggiunto lo studente egiziano accusato di aver pubblicato notizie false. «Spero che quando arriva giugno sarò a Bologna, tra i miei colleghi, a festeggiare la fine della mia tesi magistrale come una persona normale».
Nonostante la scarcerazione avvenuta l’8 dicembre del 2021 dopo quasi due anni di detenzione, Patrick Zaki rimane imputato «per «diffusione di notizie false e diffusione di terrore tra la popolazione» riguardo a un articolo pubblicato nel 2019 sui cristiani copti in Egitto perseguitati dall’Isis e discriminati da frange della società musulmana. Il processo però è ancora in corso ma ogni volta le udienze vengono rinviate. Una strategia sistemica adottata dal governo egiziano contro detenuti politici, giornalisti e attivisti scomodi al regime.
Il prossimo appuntamento è stato fissato al 18 luglio dopo che nel tribunale di al Mansoura il giudice titolare del processo oggi ha deciso di non presentarsi. A comunicarlo è lo stesso studente egiziano dell’università di Bologna, che è stato rilasciato dal carcere l’8 dicembre del 2021.
«Processo Zaki: stamattina il giudice non si è neanche presentato. Ora Patrick resta in attesa che qualcuno gli dica cosa succederà. Un'ennesima prova del disprezzo per i diritti umani da parte della magistratura egiziana», ha scritto Amnesty International Italia su Twitter.
Sul caso è intervenuto anche il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury: «Il fatto che il giudice neanche si sia presentato, oggi, per la decima udienza del processo è un segno di gradasso disprezzo per i diritti umani da parte della magistratura egiziana. Siamo di fronte a un altro rinvio abnorme di oltre due mesi. Patrick trascorrerà il suo 32º compleanno, il quarto consecutivo, ancora privo della completa libertà. La sua speranza di poter tornare a Bologna, a metà luglio, per prendere finalmente la laurea svanisce anche questa volta. È un accanimento assurdo del quale bisogna che le istituzioni italiane chiedano conto al governo del Cairo».
venerdì 31 marzo 2023
[IRAN] appello
Al segretario generale delle Nazioni Unite
Allo Special Rapporteur sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie
Al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ecosoc)
Al Parlamento europeo
Rivolgiamo
il nostro accorato appello a che si
intervenga con estrema urgenza e con azioni concrete sulla tragedia
dell’annientamento della libertà e dei diritti umani civili e politici
in atto nella Repubblica islamica dell’Iran.
Lì, con feroce oscurantismo, anche in queste ore, si annientano i diritti fondamentali e il diritto delle donne a disporre della propria libertà e del proprio inviolabile corpo.
Dal 16 settembre larghi strati della popolazione iraniana stanno manifestando in ogni angolo del paese, con grande coraggio, al grido di “Donne, Vita, Libertà”, il loro dolore, la loro rabbia, il loro orgoglio; manifestano in maniera del tutto pacifica contro la violenza di un regime responsabile della morte della giovane ventiduenne iraniana Mahsa Amini, massacrata di botte dalla “Gasht-e Ershad”, la cosiddetta “polizia morale” di Tehran dopo essere stata arrestata per aver osato mostrare una ciocca dei propri capelli.
Sono già centinaia le vittime colpite dalla feroce repressione in corso dal 16 settembre e migliaia sono gli arresti di donne e uomini poi sottoposti a detenzioni arbitrarie e a torture per aver manifestato contro l’obbligo per le donne di indossare l’hijab come prescritto dalle oscure leggi islamiche vigenti.
Secondo l’Iran Human Rights con sede a Oslo, almeno 76 persone (purtroppo il dato è in continuo aggiornamento, NdR) sono state uccise da colpi d’arma da fuoco delle forze di sicurezza iraniane.
L’hijab è lo strumento che il regime usa per controllare e sottomettere le donne e, nel contempo, l’insieme della società iraniana.
Poco dopo la sua elezione, il presidente dell’Iran, Ibrahim Raisi, il 15 agosto 2022, ha firmato un decreto imponendo una nuova serie di restrizioni ai costumi delle donne, l’osservanza delle quali è controllata da telecamere di videosorveglianza installate in ogni angolo delle strade delle principali città iraniane. Le trasgressioni vengono punite con pesanti sanzioni e pene detentive.
Condannare e colpire con durezza e intransigenza la barbarie di questo regime che da un antro buio della storia pretende di oscurare la civiltà umana, con la sua espressione e valorizzazione suprema del diritto naturale storicamente acquisito di ciascun individuo alla libertà e alla democrazia, significa salvaguardare quella stessa civiltà in Europa e in tutto il mondo.
Significa dunque salvare la suprema espressione della vita umana, quella autenticamente religiosa che aborrisce ogni forma di violenza nel segno, appunto, nella nonviolenza, dell’amore e del dialogo.
Per questi motivi
Chiediamo che ognuno dei soggetti in indirizzo intervenga, per quanto di propria competenza, presso il Governo iraniano per porre fine alla repressione in atto e per sanzionare i responsabili di questi odiosi crimini.
In difetto di risposta positiva entro un termine congruo, si invita
la comunità internazionale a considerare complici dei responsabili anche
i decisori politici iraniani che si dimostrano incapaci o non
desiderosi di impedire le violenze.
PER SOTTOSCRIVERE L'APPELLO
Clicca qui (Partito Radicale)
venerdì 10 marzo 2023
[IRAN] Donna, vita, libertà
Sette artiste iraniane”
La mostra è un omaggio a chi ha lottato in passato, ai/alle caduti/e della libertà negli ultimi quattro decenni e a chi sta lottando tuttora rischiando la propria vita.
La mostra è patrocinata da: Regione Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Comitato Regionale per i Diritti Umani e Civili,
Città Metropolitana di Torino, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.
La mostra sarà aperta al pubblico dall'11 marzo al 8 aprile 2023
Il 16 settembre 2022 si è aperto un nuovo capitolo nella storia politica e sociale dell’Iran. La morte tragica di Mahsa (Jina) Amini ha unito tutte le forze dell’opposizione non solo in Iran ma anche all’estero. La storia contemporanea dell’Iran è colma di pagine buie, di giovani che non hanno temuto il regime dittatoriale e hanno lottato fino all’ultimo. La memoria è un atto di resistenza. Noi non siamo indifferenti e vogliamo ricordare per sempre i volti e le storie di chi ha combattuto per una società libera ed equa. In questa battaglia l’Arte ha sempre avuto un ruolo importante per dare voce a chi non l’ha mai avuta e di gridare al posto dei caduti.
oggi vi presentiamo Bahar Heidarzadeh.
Nel 2013 si trasferisce a Torino: la scelta ricade su questa città non troppo caotica e vicina a quelle montagne che tanto le ricordano la sua infanzia. Frequenta l'Accademia Albertina con indirizzo pittura prima e scultura poi per ampliare le sue conoscenze dei diversi linguaggi espressivi: è nella città sabauda che inizia a ideare e realizzare, oltre a tele, anche performances e installazioni che trova particolarmente idonee per la condivisione del suo impegno politico. Da nove anni non torna in Iran, dove potrebbe rischiare l'arresto o sparire come già successo a tanti suoi connazionali.
domenica 12 febbraio 2023
Regeni, il processo non si farà
sabato 4 febbraio 2023
"Incapaci di ottenere 4 indirizzi"
venerdì 20 gennaio 2023
Aida, massacrata dal regime, danza senza tempo
Le poetiche giravolte di Aida Rostami sotto le fronde di un albero, su un tappeto autunnale di foglie e frutti caduti, sono l'ennesima sfida non violenta del movimento delle proteste al regime degli ayatollah. Nel 40esimo giorno dalla morte della giovane dottoressa che prestava soccorso clandestino ai manifestanti contro il governo, danza senza sosta la ragazza coraggiosa, nei feed dei canali social.
venerdì 30 dicembre 2022
ONG e soccorso in mare
(Illustrazione di Francesco Piobbichi)
#ong #decretosicurezza #nuovodecretosicurezza #soccorsoinmare #dirittoalsoccorso
giovedì 22 settembre 2022
[Iran]
domenica 4 settembre 2022
Il dolore dei registi iraniani incarcerati
giovedì 4 novembre 2021
Gino fra i Benemeriti
Il nome di Gino Strada è stato iscritto sulla lapide dei benemeriti nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, che ricorda donne e uomini che si sono distinti con la loro vita e il loro esempio, realizzando il bene comune.
Continueremo a impegnarci ogni giorno per seguire la traccia che Gino ha lasciato.
sabato 21 agosto 2021
[IRAN] Imminente esecuzione del ventenne Hossein Shahbazi
In Iran, Hossein Shahbazi è stato arrestato e condannato per un crimine che avrebbe commesso quando aveva solo 17 anni. Oggi, dopo tre anni nel braccio della morte, la sua esecuzione è imminente.
Il ventenne Hossein Shahbazi è stato condannato per un omicidio avvenuto quando aveva solo 17 anni . Il suo processo? Una parodia della giustizia. Il giovane non ha potuto consultare un avvocato in seguito al suo arresto e le autorità iraniane lo hanno condannato sulla base di una “confessione” ottenuta sotto tortura .
LA SUA STORIA
Hossein Shahbazi è stato arrestato il 30 dicembre 2018 e condannato a morte il 13 gennaio 2020 dopo un processo iniquo. Dopo il suo arresto, non gli è stato permesso di vedere un avvocato o di comunicare con la sua famiglia per 11 giorni, mentre è stato detenuto e interrogato dal servizio investigativo della polizia iraniana (Agahi) a Shiraz.
È stato trasferito in un centro di detenzione minorile. Secondo fonti, quando la madre è riuscita finalmente a fargli visita, aveva lividi sul viso e sembrava essere dimagrito . Attualmente è detenuto nella prigione di Adelabad nella città di Shiraz. È stato riconosciuto colpevole in parte sulla base di una “confessione” di cui ha testimoniato di essere stato sottoposto a torture e maltrattamenti .
La Suprema Corte ha confermato la sua condanna il 16 giugno 2020. Nella sentenza, che abbiamo analizzato, l'autorità giudiziaria ha riconosciuto che aveva meno di 18 anni al momento dei fatti, pur sostenendo che aveva raggiunto uno sviluppo e una maturità psicologica.
La prima esecuzione di Hossein era prevista per il 1 marzo 2021, ma è stata rinviata grazie alle pressioni internazionali . Il 28 giugno 2021 è stata nuovamente sospesa. Le autorità iraniane l'hanno rimandata al 25 luglio 2021. Ancora una volta, grazie alle tue 22.000 azioni, siamo riusciti a salvarle la vita. Per quanto ancora? La sua esecuzione è stata sospesa tre volte TEMPORANEAMENTE, potrebbe avvenire in qualsiasi momento.
Fonte: Amnesy int.
https://www.amnesty.fr/peine-de-mort-et-torture/actualites/execution-imminente-dhossein-shahbazi-jeune-iranien1
MINORI CONDANNATI
Imporre la pena di morte a una persona che era minorenne al momento del crimine è un'atroce violazione dei diritti dei bambini . È inoltre severamente vietato dal diritto internazionale.
L' Iran continua a imporre la pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni, in violazione degli obblighi previsti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo. Almeno tre minorenni sono stati giustiziati nel 2020 e molti altri sono nel braccio della morte. Nel 2020, l'Iran ha eseguito almeno 246 esecuzioni, diventando così il secondo Paese al mondo con il maggior numero di esecuzioni.
domenica 16 maggio 2021
Ciao, sei un umano
domenica 18 aprile 2021
La voce di Vittorio non si è mai spezzata né è stata dimenticata
Intervista a Egidia Beretta, mamma di Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso a Gaza il 15 aprile 2011. In dieci anni ha continuato a trasmettere il messaggio di suo figlio. Cambiano le generazioni che vogliono conoscerlo e il filo non si spezza...
Come si sente nel decimo anniversario?
EB
Per me non si tratta di una ricorrenza da ricordare in maniera diversa.
In parte sono serena, ma la mancanza di mio figlio per me è sempre
enorme e anche se, come ho detto, questi anni mi hanno portato tanto
affetto, non dimentico mai che tutto parte da un assassinio.
Cosa ricorda oggi a mente fredda di quei giorni? Vede tutto nella stessa maniera?
EB
A volte ho dei ricordi vaghi, a volte confusi, altre mi attardo a
ripercorrere tutti i passi e quelle ore. Altre ancora mi scrollo tutto
di dosso. Ricordo con grande dolore il momento in cui mia figlia
Alessandra sentì alla tv che avevano trovato un corpo e che era di
Vittorio. Andai da Ettore, mio marito, che era nel letto gravemente
malato: “Il nostro Vittorio è morto”, gli dissi. La telefonata della
Farnesina arrivò poco dopo.
Che cosa sa dei rapitori rimasti in vita? Ha mai cercato un contatto?
EB
L’unico contatto è stato con i loro familiari, che ci chiesero di
intercedere presso il tribunale militare di Gaza affinché non fosse
applicata la pena di morte e così facemmo. Non mi è mai interessato, né
interessa, avere un contatto con loro.
Li ha perdonati?
EB
No, assolutamente. Per perdonare una persona devi conoscerla, vederla,
cercare di capire. Non lo volevo allora e non lo voglio oggi.
Lei allora mi disse che aveva una
sua idea su quello che è successo a suo figlio, l’ha cambiata? Perché
secondo lei è stato ucciso?
EB Fin
dall’inizio ho pensato che ci fosse un mandante più in alto degli
esecutori, anche se non so dare contorni definiti alla mia sensazione.
Forse credere che non sia stato semplicemente un colpo di testa è un
tentativo di lenire il cuore. Penso che sia stato ucciso per metterlo a
tacere, lo penso oggi più di ieri, anche se non ho ricevuto nuove
informazioni o prove a riguardo.
Lei ha scelto di continuare a
diffondere il messaggio di suo figlio invece che condurre una battaglia
per rivendicare la verità di quello che è successo. Crede che non si
arriverà mai alla verità? O le basta quella giudiziaria?
EB
L’ho fatto perché credo che nel mio caso sia un dispendio inutile di
energie, anche per la mia anima, conservare per sempre questo rancore.
Apprezzo chi lo fa, come i genitori di Giulio Regeni, ma quella è un
altro tipo di battaglia -su come, dove e soprattutto sulle
responsabilità di quello che è accaduto- e capisco la loro scelta. Io so
di avere un altro compito, il compito che Vittorio mi ha affidato e che
mi aiuta a restare più serena, una condizione dello spirito migliore
per quando ci rincontreremo. La mia sarebbe una battaglia contro i
mulini a vento e allora mi accontento della verità giudiziaria, anche se
non ho mai nascosto alcune perplessità, in particolare sulle ricerche.
Il mio unico rincrescimento è che non è stata fatta luce fino in fondo
sul presunto leader del gruppo, il giordano.
Come sono stati questi anni in giro per l’Italia a raccontare suo figlio? Che bilancio ne trae?
EB Sono
contenta. L’eredità di Vittorio è ancora fortissima, la sua voce non si
è mai spezzata né è stata dimenticata. I primi giovani a cui l’ho
raccontato sono cresciuti e adesso ci sono le nuove generazioni, quelli
che erano troppo piccoli per ricordare, che vogliono conoscerlo. È un
filo che non si spezza.
Che cosa resta ai ragazzi di Vittorio?
EB
Gli resta in mente il Vittorio fermo, deciso, che non ha mai rinunciato
a seguire i suoi ideali, la sua via, utopia, nonostante le difficoltà e
le privazioni. Li stupisce la forza interiore che lo ha portato ad
andare avanti, la costanza e la voglia di superare le difficoltà. E li
sorprende che io non mi sia opposta alle sue scelte, ma lo abbia
lasciato “volare”. Quando mi domandano il perché, stanno pensando ai
loro sogni e sperando nelle loro madri.
Cosa ha imparato da tutti questi incontri?
EB Che
ci sono molte più persone di quanto si possa pensare generose,
altruiste, che aspirano ad una vita in cui possano aiutare gli altri.
Che l’Italia e gli italiani sono un popolo grande. L’ho capito per
l’accoglienza e l’affetto che ho sempre ricevuto e che mi ha dato la
forza in tutti questi anni. C’è un’Italia che si conosce poco, che
esiste e resiste.
L’uccisione di suo figlio l’ha cambiata, se sì in che senso?
EB
Sono sempre stata una persona che tendeva a vedere l’umanità negli
altri e lo sono ancora, anzi forse ora di più, perché l’ho constatata di
persona. La mia quotidianità certo è cambiata: ho molti contatti, il
lavoro della Fondazione che prima non c’era e che avrei preferito non ci
fosse, ma che ha dato forma alla positività degli incontri, agli
scambi… È incredibile notare come tanti siano desiderosi di
“appropriarsi” delle esperienze di Vittorio.
Vittorio è stato inserito tra le
vittime del terrorismo e con i fondi avete rinsaldato la Fondazione Vik
Utopia. Che cosa avete realizzato in questi anni?
EB La fondazione (fondazionevikutopia.org)
è nata nel 2012 con fondi nostri, addirittura con i risparmi che erano
rimasti sul conto di Vittorio. Il riconoscimento di vittima del
terrorismo è arrivato nel 2015 e i fondi solo successivamente. Ogni anno
finanziamo due-tre progetti nello spirito di Vittorio, cioè lasciare
qualcosa di costruito, concreto, e che vada a beneficio soprattutto dei
bambini o dei ragazzi, i più fragili e bisognosi, e a cascata
naturalmente anche delle loro famiglie. A Gaza abbiamo realizzato
diversi progetti, ma anche in Africa, Sud America, Europa, in
Afghanistan, quest’anno in Bosnia.
A livello istituzionale è cambiato qualcosa? È stata contattata da esponenti politici in questi anni?
EB
Nessuno si è avvicinato. Tutti mi chiedono perché anche a livello
istituzionale non venga ricordato e io rispondo che non lo so. Di certo
io non vado a cercare niente o nessuno. Io e Alessandra siamo state
invitate a Roma per la giornata nazionale delle vittime del terrorismo e
siamo andate un paio di volte, ci sembrava un dovere, ma è qualcosa di
molto molto formale.
Anche grazie a lei ci sono state
molte iniziative dedicate a Vittorio. C’è qualcosa che vorrebbe che
ancora non è riuscita a fare?
EB
Mi piacerebbe andasse a buon fine un documentario realizzato da due
giovani laureati alla scuola d’arte di Roma. Il progetto prevede diverse
forme di espressione, tra cui anche l’animazione, con la graphic novel che Stefano Piccoli ha dedicato a Vittorio. Per ora è fermo, spero riparta.
Per l’anniversario avete previsto qualche iniziativa?
EB
Se ci fossimo trovati in un’altra situazione (senza Covid-19), lo
avremmo ricordato a Bulciago ad aprile. Mi sto meravigliando di come
tanti lo stiano facendo o lo faranno in quei giorni. Ricordo, tra gli
altri, il podcast “Le ali di Vik”; un’iniziativa
dell’associazione Assopace Palestina; uno spettacolo dell’Anpi di
Aprilia tratto dal libro di Vittorio; l’evento “Buon compleanno Faber”
organizzato dalla biblioteca di Monserrato in Sardegna, il contest lanciato dall’agenzia giornalistica Nenanews. Le persone ci hanno sostituito.
Non se l’aspettava?
EB
No, anche se forse il funerale è stato un presagio. Ricordo lo stupore,
la gioia e la riconoscenza per tutte quelle persone. Il fatto che venga
continuamente ricordato significa tanto per me, significa che quella
vita errabonda, che ci teneva un po’ in pensiero, è stata la cosa più
bella che Vittorio potesse fare per lui e per molti altri.
Cosa vuol dire per lei “restare umani”?
EB
Questa è la domanda più difficile perché tutte le risposte rischiano di
sembrare frasi fatte. Credo che significhi guardarsi attorno, non stare
rinchiusi dentro le mura dell’egoismo ma mettersi a disposizione.
sabato 10 aprile 2021
Con chi si lega la Lega nell’Unione Europea?
La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.El Salvador, il nuovo presidente
Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema.
Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln.
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale















