domenica 3 dicembre 2023

[IRAN] La lettera del Nobel dal carcere «Perché il mondo resta impassibile?»


Il 10 dicembre non sarà a Oslo, a ricevere il premio Nobel per la pace. Nella storia, era successo solo altre tre volte che il vincitore fosse impossibilitato perché in carcere. Dopo quella del tedesco Von Ossietzky (1935), della birmana Aung San Suu Kyi (1991) e del cinese Liu Xiaobo (2010), sarà la sedia vuota dell’iraniana Narges Mohammadi, anche lei in prigione come i suoi tre predecessori, a segnare la celebrazione. « Non potrà uscire dal carcere di Evin», conferma dall’Italia il movimento Donna Vita Libertà, nato sulla scia dello sdegno per la morte, nel settembre 2022, della giovane Mahsa Amina, arrestata e picchiata perché portava male il velo. Narges non potrà volare in Norvegia non solo perché il regime degli ayatollah, a dispetto dell’invito della presidente del Comitato di Oslo, Berit Reiss Andersen, a « prendere la giusta decisione», non sembra avere la minima intenzione di rilasciarla, ma anche perché le sue condizioni di salute sono precarie. 

Narges Mohammadi, 51 anni, giornalista, scrittrice, attivista per i diritti umani, arrestata 13 volte e condannata 5 per un totale di 31 anni di carcere e 154 frustate a causa del suo impegno per la libertà del popolo iraniano e in particolare delle donne, soffre di gravi patologie cardiache. Nei giorni scorsi le autorità, dopo ripetuti dinieghi perché la prigioniera rifiutava di coprirsi la testa con il velo, l’hanno trasportata in ospedale, ma dopo alcuni veloci esami l’hanno riportata in carcere. « È in pericolo di vita, la sua stessa esistenza è sotto il ricatto di un regime dispotico che le vieta cure adeguate», dice ad Avvenire Parisa Nazari, attivista del Movimento italoiraniano Donna Vita Libertà. 
Alla vigilia della consegna del premio Nobel per la pace, Narges è riuscita comunque a far uscire una sua lettera dal carcere di Evin, a Teheran, che Avvenire ha potuto leggere, in cui si dichiara « profondamente scioccata per il modo in cui il mondo assiste impassibile al massacro e alle esecuzioni del popolo iraniano». La stretta del regime degli ayatollah è impressionante: nei giorni scorsi è stato impiccato l’ottavo manifestante del movimento Donna, Vita, Libertà, Milad Zohrehvand; 24 ore dopo è toccato a un ragazzo di 17 anni. « La macchina delle esecuzioni – scrive Narges – ha accelerato in tutto il Paese (…) È la guerra del regime contro il popolo iraniano oppresso, indifeso e in rivolta».
L’attivista in carcere esprime «grande dolore » per il silenzio del mondo davanti a questa strage: «Che tragica morte è quella nell’oscurità della notte». E poi dalla cella di Evin alza il suo grido: «Chiedo all’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani di intraprendere un’azione urgente e decisiva in nome dell’umanità per fermare le esecuzioni in Iran ».

Un appello che viene rilanciato dalle attiviste iraniane che nel nostro Paese portano avanti il movimento Donna Vita Libertà: al governo italiano e alla Commissione Europea chiedono di fare pressioni sul regime degli ayatollah perché fermino il boia e perché rilascino la premio Nobel. L‘appello è stato già sottoscritto da Maurizio Landini (Cgil), Elly Schlein (Pd) oltre che dalla Casa internazionale delle Donne e da Amnesty. « Il rifiuto delle autorità iraniane di consentire a Narges di ritirare il premio – dichiara Riccardo Noury, portavoce di Amnesty in Italia - e l’ostinazione con cui la tengono in carcere nonostante le precarie condizioni di salute dovrebbero suscitare scandalo e indignazione a livello mondiale. Ogni giorno in più in carcere è un insulto ai diritti umani e un pericolo per la sua vita».
Su questo fronte si registra una ampia mobilitazione: a quella ormai “storica” di Amnesty, si è aggiunta una petizione di Pen International, l’associazione degli scrittori che annovera la Premio Nobel come membro onorario. Decine di intellettuali – da Salman Rushdie a Arundhati Roy - hanno firmato l’appello perché Teheran consenta alla donna di riunirsi al marito e ai suoi due figli, che non vede da 8 anni, e di volare a Oslo il 10 dicembre «dove il suo lavoro giustamente sarà onorato ». 
Ma le speranze sono davvero poche.

Antonella Mariani
Avvenire 03.12.23 


venerdì 3 novembre 2023

All'Iran la presidenza del Forum sociale del Consiglio dei Diritti Umani ONU

Giovedì è toccato all’Iran presiedere il Forum sociale 2023 del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc) che si svolge a Ginevra fino al 3 novembre. La scelta di nominare Ali Bahreini, ambasciatore della Repubblica islamica e rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, non è passata inosservata e ha scatenato una campagna di protesta internazionale da parte degli attivisti per i diritti umani ma anche da parte del mondo politico. Il contesto internazionale in seguito all’attacco del 7 ottobre di Hamas a Israele aggiunge benzina sul fuoco.
Rispondendo a un’interrogazione dell’Europarlamentare della Lega e del gruppo Identità e Democrazia, Gianna Gancia, che parlava “di uno schiaffo in faccia” data la situazione dei diritti umani della maggior parte degli iraniani, in particolare delle donne, “e le ripetute esecuzioni a seguito delle proteste in corso nel paese”, l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell si era difeso sottolineando a fine luglio che la nomina di Bahreini era legata ad una questione di rotazione regionale “in linea con le procedure stabilite delle Nazioni Unite” e ribadendo che l’Ue ha intrapreso “azioni diplomatiche per condannare fermamente le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità iraniane e la repressione dei manifestanti da parte delle autorità iraniane all’indomani della morte di Mahsa Amini in custodia della polizia”.

L’Ong Un Watch, l”organizzazione non governativa con sede a Ginevra la cui missione dichiarata è ‘monitorare le prestazioni delle Nazioni Unite sulla base della propria Carta’, contesta la linea di Borrell spiegando che “il gruppo asiatico, a cui appartiene l’Iran, ha ricoperto la posizione quattro volte negli ultimi sei anni, negando rotazioni a diversi altri gruppi regionali”. La nomina dell’Iran, sostiene il direttore esecutivo dell’Ong, Hillel Neuer, “può essere annullata da una riunione speciale del Consiglio prima di giovedì”. La campagna di protesta di Un Watch è accompagnata da una petizione globale che è stata firmata da oltre 90 mila persone che chiedono all’Onu di recovare la presidenza iraniana del forum sociale.
“Chiediamo al signor Borrell di agire. È tempo che tutte le democrazie alle Nazioni Unite smettano di legittimare regimi assassini, in violazione dei principi fondanti dell’organismo mondiale, e inizino invece a chiamare i responsabili a risponderne”, spiega ancora Neuer. “Il regime omicida di Teheran è responsabile di un’impennata delle esecuzioni, applicate in modo sproporzionato alle minoranze, e dell’oppressione di donne e ragazze. La recente morte della sedicenne Armita Geravand, dopo essere stata aggredita in metropolitana dalla polizia morale iraniana per non aver indossato l’hijab obbligatorio, ci ricorda che si tratta di un regime crudele che non appartiene a nessun organismo delle Nazioni Unite per i diritti umani, figuriamoci come presidente”.
Per Neuer “è inimmaginabile che giovedì al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il rappresentante dell’ayatollah Khamenei terrà il martelletto, al fianco dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volcker Turk”. “Questa scelta invia il messaggio sbagliato al momento sbagliato, consentendo alla Repubblica islamica dell’Iran – che sponsorizza le atrocità di Hamas – di pavoneggiarsi sulla scena internazionale come un attore rispettato e influente”.

Il Centro per i Diritti Umani in Iran (Chri) a maggio aveva accolto la nomina di Bahreini considerandola un “oltraggio” e chiedendo l’immediato ritiro. “La nomina di un funzionario iraniano a presiedere un organo dell’Unhrc, mentre il Consiglio sta indagando sul massacro di centinaia di manifestanti pacifici da parte della Repubblica islamica, riflette una scioccante cecità etica”, aveva affermato Hadi Ghaemi, direttore del Chri.
Il Social Forum 2023 dell’Unhrc si concentrerà sul contributo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione alla promozione dei diritti umani, anche nel contesto della ripresa post-pandemia. “Date le gravi violazioni dei diritti umani della Repubblica islamica e la sua gestione catastrofica e politicizzata della pandemia di Covid-19, in cui il suo rifiuto di importare vaccini occidentali è costato centinaia di migliaia di vite, è inspiegabile che il presidente di turno dell’Unhrc, l’ambasciatore ceco Vaclav Balek scelga l’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite”, aveva sottolineato il Chri.
Anche l’europarlamente Gancia aveva evidenziato “la gestione catastrofica e politicizzata della pandemia di Covid-19” da parte dell’Iran, “quando il suo rifiuto di importare vaccini occidentali è costato centinaia di migliaia di vite”. (Adnkronos)

giovedì 5 ottobre 2023

[IRAN] Ancora polizia morale

Ridotta in fin da vita dalla polizia morale iraniana perché non indossava il velo. 
Sta facendo il giro del mondo il caso di Armita Garawand, una giovane di origini curde di 16 anni, che sarebbe stata attaccata dalle forze dell'ordine del regime mentre si trovava in metropolitana a Teheran senza indossare l'hijab. Il caso, denunciato dalle organizzazioni di resistenza iraniane e diffuso dall'organizzazione norvegese per i diritti umani Hengaw, ricorda molto il caso di Mahsa Amini, la giovane donna che lo scorso anno ha perso la vita dopo essere stata arrestata perché non indossava correttamente il velo.
Armita proviene dalla città di Kermanshah, nell'Iran occidentale popolato prevalentemente da curdi, ma attualmente è residente a Teheran. Secondo Hengaw, attenta alle questioni del popolo curdo, la giovane è stata vittima di "gravi abusi fisici" da parte della polizia morale nella metropolitana. L'incidente sarebbe stato causato da una violazione del rigido codice di abbigliamento islamico, che questa estate è stato rafforzato con pene più severe. Sempre secondo l'organizzazione norvegese, la studentessa liceale si trova attualmente in coma e sotto sorveglianza in un ospedale militare. I media locali sostengono invece che la ragazza è stata portata in ospedale dopo aver perso conoscenza in metropolitana a causa della "pressione bassa" e per "aver sbattuto la testa contro una sbarra di metallo". I suoi amici l'hanno fatta scendere dal treno e hanno chiamato i servizi di emergenza.


I media statali hanno diffuso un breve video del servizio di sorveglianza della stazione della metropolitana che mostra un gruppo di donne che estraggono da un vagone della metropolitana una persona priva di sensi. Secondo le accuse, non si tratterebbe di amici della giovane, ma di poliziotte. Secondo due fonti, riportare dal sito IranWire, la giovane donna è ricoverata ora sotto stretta sicurezza presso l'ospedale Fajr di Teheran, è in coma e "al momento non sono consentite visite alla vittima, nemmeno da parte della sua famiglia". A seguito dell'incidente la giornalista Maryam Lotfi, del quotidiano Shargh, si è recata presso l'ospedale nel tentativo di visitare la ragazza, ma è stata immediatamente arrestata, per essere in seguito rilasciata. Sui social media si è scatenata un'ampia discussione su un presunto video dell'incidente che secondo alcuni mostra l'adolescente, con gli amici e apparentemente senza velo, mentre viene spinta nella metropolitana da agenti di polizia donne. Masood Dorosti, amministratore delegato della metropolitana di Teheran, ha negato che ci sia stato "qualsiasi conflitto verbale o fisico" tra la studentessa e "i passeggeri o i dirigenti della metropolitana". "Alcune voci su uno scontro con gli agenti della metropolitana... non sono vere e le riprese delle telecamere a circuito chiuso smentiscono questa affermazione", ha detto Dorosti all'agenzia di stampa statale Irna. Siti di opposizione al regime accusano le autorità di stare insabbiando il caso per evitare una nuova ondata di proteste, dopo quelle esplose nel paese dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre era in custodia presso la polizia morale di Teheran.
(Today.it)

sabato 3 giugno 2023

Siamo tante e non abbiamo paura, la dittatura morde ma ha le ore contate

Se siamo vive? Se, pur non andando più in piazza tutti i giorni, noi iraniane e i compagni che resistono al nostro fianco siamo ancora vivi? Certo che lo siamo, la rivoluzione ha cambiato forma ma continua. 

L'ultima volta che l'ho toccato con mano è stato mercoledì sera, saranno state le dieci, l'aria era calda, appiccicosa. Dovevo prendere la metropolitana che da Teheran mi riportava a casa, a Karaj, ma ero in ritardo e l'ho persa. Così sono rimasta tre quarti d'ora ad aspettare il treno successivo. E il futuro era lì, sulla banchina. Gruppi colorati di giovani cantavano allegri, tante ragazze come me non indossavano l'hijab, non si respirava paura né tensione, nonostante la repressione continui a decimarci. I mercenari della Repubblica islamica, con il solito sguardo torvo e la mano sullo sfollagente, sorvegliavano la scena a distanza, senza intervenire, quasi rassegnati. E' la nostra nuova dimensione, la messa a terra di "Donna, vita, libertà", la rivoluzione che è uscita dalle piazze e ha invaso il quotidiano. Non saprei quasi più dire bene come fosse fino a un anno fa, prima dell'assassinio di Mahsa Amini e dei giorni della rabbia. Se parlo con le mie amiche, nessuna oggi pensa più che sia possibile tornare indietro, che il regime riesca a rimettere l'hijab a tutte noi, imbavagliandoci di nuovo come se nulla fosse successo. Siamo tante, troppe, siamo come gli uomini e non abbiamo paura di quelli di loro che anziché sostenerci ci minacciano. 

Se è troppo presto per cantare vittoria? Lo è. Purtroppo lo è. Il regime ha capito di avere le ore contate e sta rispondendo con l'artiglieria pesante, tanto su fronte esterno che su quello interno. Da una parte ha intrecciato alleanze vecchie e nuove con i peggiori dittatori, a cominciare dalla Cina e dall'Arabia Saudita, per fare fronte comune contro quell'occidente al cui sistema valoriale ci ispiriamo noi, i ribelli. Dall'altra stringe la morsa sugli attivisti. Ci sono arresti ogni giorno, e ci sono condanne a morte. Il caso delle due giornaliste che per prime hanno raccontato la fine di Mahsa Amini, Niloofar Hamedi e Elaheh Mohammadi, è in mano al Tribunale Rivoluzionario e questa è una forzatura giuridica fuori misura perfino per la distorta legislazione della Repubblica islamica che, di norma, affida le procedure contro la stampa ai magistrati ordinari e non chiama a rispondere i cronisti bensì i direttori o gli editori. Niloofar e Elaheh sono simboli, per questo si trovano in stato di detenzione temporanea da quasi otto mesi laddove sarebbero previste al massimo 48 ore. E poi ci sono tutte le altre, violate, accecate, umiliate pubblicamente. E tutti gli altri. Quelli ammazzati, come Majid Kazemi, Saleh Mirhashemi e Saeed Yaghoubi, i tre giovani attivisti impiccati due settimane fa a Isfahan perché giudicati colpevoli di "guerra contro Dio", e prima di loro Mohammad Mehdi Karami, Seyed Mohammad, Mohsen Shekari e Majidreza Rahnavard. E ci sono quelli che aspettano il loro turno sulla forca, come Mohammad Ghobadloo. Ho visto in questi mesi scene che non avrei immaginato possibili, coraggio, violenza, solidarietà, incoscienza, resilienza e poi, nonostante il sangue, noi che andavamo avanti senza cadere e toglievamo l'hijab e continuavamo ad andare avanti. Avevo undici anni nel 2009 e, sebbene bambina, ricordo intorno a me l'entusiasmo, il sospetto, il terrore, la depressione. Ci ho ripensato tanto quando abbiamo cominciato a protestare, alla fine dello scorso settembre, mi chiedevo quanto ci sarebbe voluto perché l'onda ci travolgesse, lo slogan "Donna, vita, libertà" si strozzasse in gola e provassimo quello che avevano provato le nostre sorelle maggiori. L'abbiamo provato ma siamo qui. Da quando non indosso più l'hijab in strada ad ogni passo che faccio avverto lo sguardo della polizia sulle spalle ma non mi volto. 

*Mahin, 

nome di fantasia di una storia vera raccolta da Francesca Paci su LaStampa

martedì 9 maggio 2023

Patrick Zaki. Nuovo, ennesimo rinvio

«Decima udienza, non perdiamo la speranza», aveva scritto questa mattina in un post su Facebook Patrick Zaki auspicando una «fine del continuo stato di attesa. Devo discutere la mia tesi di laurea all’università di Bologna a metà luglio, e quello è il giorno più importante per ogni studente di master in generale, e per me in particolare».
«È difficile per me completare i miei studi; ma con l'aiuto dell'università e della professoressa, sono riuscito a finire la maggior parte degli esami del master», ha aggiunto lo studente egiziano accusato di aver pubblicato notizie false. «Spero che quando arriva giugno sarò a Bologna, tra i miei colleghi, a festeggiare la fine della mia tesi magistrale come una persona normale».

Nonostante la scarcerazione avvenuta l’8 dicembre del 2021 dopo quasi due anni di detenzione, Patrick Zaki rimane imputato «per «diffusione di notizie false e diffusione di terrore tra la popolazione» riguardo a un articolo pubblicato nel 2019 sui cristiani copti in Egitto perseguitati dall’Isis e discriminati da frange della società musulmana. Il processo però è ancora in corso ma ogni volta le udienze vengono rinviate. Una strategia sistemica adottata dal governo egiziano contro detenuti politici, giornalisti e attivisti scomodi al regime.
Il prossimo appuntamento è stato fissato al 18 luglio dopo che nel tribunale di al Mansoura il giudice titolare del processo oggi ha deciso di non presentarsi. A comunicarlo è lo stesso studente egiziano dell’università di Bologna, che è stato rilasciato dal carcere l’8 dicembre del 2021.

«Processo Zaki: stamattina il giudice non si è neanche presentato. Ora Patrick resta in attesa che qualcuno gli dica cosa succederà. Un'ennesima prova del disprezzo per i diritti umani da parte della magistratura egiziana», ha scritto Amnesty International Italia su Twitter.
Sul caso è intervenuto anche il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury: «Il fatto che il giudice neanche si sia presentato, oggi, per la decima udienza del processo è un segno di gradasso disprezzo per i diritti umani da parte della magistratura egiziana. Siamo di fronte a un altro rinvio abnorme di oltre due mesi. Patrick trascorrerà il suo 32º compleanno, il quarto consecutivo, ancora privo della completa libertà. La sua speranza di poter tornare a Bologna, a metà luglio, per prendere finalmente la laurea svanisce anche questa volta. È un accanimento assurdo del quale bisogna che le istituzioni italiane chiedano conto al governo del Cairo».


venerdì 31 marzo 2023

[IRAN] appello

Al segretario generale delle Nazioni Unite
Allo Special Rapporteur sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie
Al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ecosoc)
Al Parlamento europeo

Rivolgiamo
il nostro accorato appello a che si intervenga con estrema urgenza e con azioni concrete sulla tragedia dell’annientamento della libertà e dei diritti umani civili e politici in atto nella Repubblica islamica dell’Iran.

Lì, con feroce oscurantismo, anche in queste ore, si annientano i diritti fondamentali e il diritto delle donne a disporre della propria libertà e del proprio inviolabile corpo.

Dal 16 settembre larghi strati della popolazione iraniana stanno manifestando in ogni angolo del paese, con grande coraggio, al grido di “Donne, Vita, Libertà”, il loro dolore, la loro rabbia, il loro orgoglio; manifestano in maniera del tutto pacifica contro la violenza di un regime responsabile della morte della giovane ventiduenne iraniana Mahsa Amini, massacrata di botte dalla “Gasht-e Ershad”, la cosiddetta “polizia morale” di Tehran dopo essere stata arrestata per aver osato mostrare una ciocca dei propri capelli.

Sono già centinaia le vittime colpite dalla feroce repressione in corso dal 16 settembre e migliaia sono gli arresti di donne e uomini poi sottoposti a detenzioni arbitrarie e a torture per aver manifestato contro l’obbligo per le donne di indossare l’hijab come prescritto dalle oscure leggi islamiche vigenti.

Secondo l’Iran Human Rights con sede a Oslo, almeno 76 persone (purtroppo il dato è in continuo aggiornamento, NdR) sono state uccise da colpi d’arma da fuoco delle forze di sicurezza iraniane.

L’hijab è lo strumento che il regime usa per controllare e sottomettere le donne e, nel contempo, l’insieme della società iraniana.

Poco dopo la sua elezione, il presidente dell’Iran, Ibrahim Raisi, il 15 agosto 2022, ha firmato un decreto imponendo una nuova serie di restrizioni ai costumi delle donne, l’osservanza delle quali è controllata da telecamere di videosorveglianza installate in ogni angolo delle strade delle principali città iraniane. Le trasgressioni vengono punite con pesanti sanzioni e pene detentive.

Condannare e colpire con durezza e intransigenza la barbarie di questo regime che da un antro buio della storia pretende di oscurare la civiltà umana, con la sua espressione e valorizzazione suprema del diritto naturale storicamente acquisito di ciascun individuo alla libertà e alla democrazia, significa salvaguardare quella stessa civiltà in Europa e in tutto il mondo.

Significa dunque salvare la suprema espressione della vita umana, quella autenticamente religiosa che aborrisce ogni forma di violenza nel segno, appunto, nella nonviolenza, dell’amore e del dialogo.

Per questi motivi

Chiediamo che ognuno dei soggetti in indirizzo intervenga, per quanto di propria competenza, presso il Governo iraniano per porre fine alla repressione in atto e per sanzionare i responsabili di questi odiosi crimini.

In difetto di risposta positiva entro un termine congruo, si invita la comunità internazionale a considerare complici dei responsabili anche i decisori politici iraniani che si dimostrano incapaci o non desiderosi di impedire le violenze.



PER SOTTOSCRIVERE L'APPELLO
Clicca qui (Partito Radicale)

venerdì 10 marzo 2023

[IRAN] Donna, vita, libertà

L' Associazione Culturale Italia-Iran di Torino, in collaborazione con il MAU - Museo di Arte Urbana, ha organizzato la mostra
 
Donna, Vita, Libertà:
Sette artiste iraniane

 
che verrà inaugurata sabato 11 marzo alle 16:00 presso la Casa del Conte Verde a Rivoli, Via Fratelli Piol 8.
La mostra è un omaggio a chi ha lottato in passato, ai/alle caduti/e della libertà negli ultimi quattro decenni e a chi sta lottando tuttora rischiando la propria vita.

La mostra è patrocinata da: Regione Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Comitato Regionale per i Diritti Umani e Civili,
Città Metropolitana di Torino, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.


La mostra sarà aperta al pubblico dall'11 marzo al 8 aprile 2023


Il 16 settembre 2022 si è aperto un nuovo capitolo nella storia politica e sociale dell’Iran. La morte tragica di Mahsa (Jina) Amini ha unito tutte le forze dell’opposizione non solo in Iran ma anche all’estero. La storia contemporanea dell’Iran è colma di pagine buie, di giovani che non hanno temuto il regime dittatoriale e hanno lottato fino all’ultimo. La memoria è un atto di resistenza. Noi non siamo indifferenti e vogliamo ricordare per sempre i volti e le storie di chi ha combattuto per una società libera ed equa. In questa battaglia l’Arte ha sempre avuto un ruolo importante per dare voce a chi non l’ha mai avuta e di gridare al posto dei caduti.

La mostra “Donna, Vita, Libertà. Sette artiste iraniane” è un omaggio a chi ha lottato in passato, ai/alle caduti/e della libertà negli ultimi quattro decenni e a chi sta lottando tuttora rischiando la propria vita.
 
 
 
 
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ogni giorno un'artista in esposizione,
oggi vi presentiamo Bahar Heidarzadeh.

Bahar Heidarzade nasce a Teheran nel 1981, pochi anni dopo la Rivoluzione che impone al popolo iraniano il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica sciita. Di carattere introverso e taciturno, sin da piccola preferisce esprimere i propri sentimenti e sensazioni attraverso l'arte, la pittura e il disegno, cosa che continua a fare tutt'oggi. Già adolescente, sogna la fuga da quel Paese che impone un ruolo limitato soprattutto della figura femminile e ne limita la libertà di espressione, ma non le è permesso andarsene. Si iscrive così all'Università frequentando un corso di studi d'Arte, senza poter mai realmente esprimere la propria creatività e adeguando la produzione ai dictat del governo attraverso una pittura prettamente figurativa. Nel tentativo di esprimere le proprie idee e rivendicare la perduta identità femminile delle donne iraniane, viene più volte arrestata anche solo per il suo modo di vestire, truccarsi o indossare l'hijab lontano dalle convenzioni.
Nel 2013 si trasferisce a Torino: la scelta ricade su questa città non troppo caotica e vicina a quelle montagne che tanto le ricordano la sua infanzia. Frequenta l'Accademia Albertina con indirizzo pittura prima e scultura poi per ampliare le sue conoscenze dei diversi linguaggi espressivi: è nella città sabauda che inizia a ideare e realizzare, oltre a tele, anche performances e installazioni che trova particolarmente idonee per la condivisione del suo impegno politico. Da nove anni non torna in Iran, dove potrebbe rischiare l'arresto o sparire come già successo a tanti suoi connazionali.
 

domenica 12 febbraio 2023

Regeni, il processo non si farà

Al rientro dalla sua visita al governo egiziano, il ministro degli Esteri Tajani si è detto rassicurato dal presidente al-Sisi sulla disponibilità a collaborare alle indagini sulle torture e sull'uccisione di Giulio Regeni nel gennaio 2016. Sono passati sei anni e la collaborazione non c'è mai stata. Ci sono invece stati sviamenti e rifiuti, fino a che la Procura generale egiziana ha dichiarato che non c'è più nulla da fare per identificare i responsabili e che il procedimento in corso in Italia è privo di basi. Le indagini in Italia si sono svolte tra enormi difficoltà, ma hanno portato comunque la Procura della Repubblica di Roma a identificare alcuni funzionari di uno dei Servizi di sicurezza egiziani, che sono stati rinviati a giudizio davanti alla Corte d'Assise. Ma il processo non ha potuto aver luogo perché non è stato possibile notificare l'atto di accusa agli imputati in Egitto, con la data e luogo dell'udienza e gli avvisi stabiliti dalla legge. Una impossibilità che deriva dall'ostruzionismo delle autorità egiziane, insuperabile da parte italiana. Ora la Corte di cassazione ha confermato che senza quelle notificazioni agli imputati non è possibile in Italia procedere al giudizio, che deve svolgersi secondo le regole del giusto processo stabilite dalla legge in uno Stato di diritto.

Poiché le rassicurazioni di cui il ministro degli Esteri si è fatto portavoce non hanno alcuna credibilità, è molto probabile che quel processo, "che non s'ha da fare", effettivamente non si faccia mai. Vi sono in Italia i genitori di Giulio Regeni che fin da subito si battono perché la verità venga accertata in giudizio. Vi è anche un generale diritto alla verità, che è stato riconosciuto a livello internazionale, in casi gravi come quello di cui Regeni è stato vittima. Il governo italiano è tenuto a proteggere i propri cittadini all'estero, cosicché oggi è obbligato ad agire perché i responsabili siano identificati e puniti. L'uccisione di Regeni mentre era nelle mani dei Servizi di sicurezza egiziani e il rifiuto delle autorità egiziane di collaborare con quelle italiane sono causa di responsabilità verso l'Italia. Poiché è ora di smettere di far finta di credere alle rassicurazioni egiziane, spetta al governo italiano ricorrere alle istanze internazionali competenti: in questo caso la Corte internazionale di giustizia. Dal 2016 si sono succeduti i governi Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi e ora, da poco, il governo Meloni. L'Italia con tutti i suoi governi ha ricevuto assicurazioni, seguite dalla umiliazione del rifiuto di collaborazione. Si tratta di un diritto stabilito dalle Convenzioni internazionali che legano sia l'Italia che l'Egitto. Anche il Parlamento europeo è intervenuto denunciando le prassi egiziane e sollecitando sanzioni contro i funzionari egiziani responsabili.

Ma la responsabilità primaria è dell'Italia. Il conflitto è palesemente ormai tra Stati. Purtroppo, dopo la dichiarazione sopra riportata della Procura generale egiziana, il ministero degli Esteri ha dimostrato la volontà di sottrarsi al conflitto, riportando il contrasto al livello delle due magistrature. Ma ora non è più possibile farlo, continuando a perdere tempo e a illudere, forse, i genitori di Regeni e l'opinione pubblica italiana (ed anche indebolendo la credibilità internazionale dello Stato). Da tempo la via da imboccare è stata identificata e segnalata. Ne ho dato conto in un articolo su questo giornale del 3 gennaio 2021, due anni orsono. Ne ha indicato la necessità la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Regeni nella unanime sua relazione finale del 1° dicembre 2021. Nello stesso senso si è espressa la Società italiana di diritto internazionale. Ora la Corte di cassazione scrive che la soluzione dello stallo cui si è giunti non è risolubile a livello giudiziario; incombe invece sul governo anche alla luce degli obblighi di assistenza e cooperazione discendenti dalle Convenzioni internazionali, come quella contro la tortura del 1984, ratificata dall'Italia nel 1988 e dall'Egitto nel 1984.

Cosa ci vuole di più perché il governo accetti la realtà di un conflitto tra Stati? Con la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura gli Stati si sono impegnati ad impedire che atti di tortura siano commessi nel proprio territorio; essi si sono anche obbligati e svolgere indagini efficaci e indipendenti e darsi la più ampia assistenza giudiziaria in qualsiasi procedimento penale relativo alla tortura, comunicandosi tutti gli elementi di prova. È ormai sicura la violazione di quegli obblighi internazionali da parte dell'Egitto. Il governo italiano dovrebbe attivare subito gli strumenti previsti dalla Convenzione contro la tortura. Essa prevede che una controversia sulla sua interpretazione o applicazione, non risolvibile tramite negoziazione, sia sottoposta ad arbitrato. Se le parti non giungono ad un accordo sull'organizzazione dell'arbitrato, ciascuna di esse può sottoporre la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta della Corte delle Nazioni Unite che decide le controversie internazionali. Qui non c'è soltanto da far valere la ragione italiana in un caso di omicidio e tortura di cui è stato vittima un suo cittadino. 


La tortura è un crimine contro l'umanità. La comunità internazionale, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ha preso su di sé l'onere di far tutto il possibile per prevenire, far cessare e reprimere ogni fatto di tortura. Il governo italiano, membro della comunità internazionale, attivando i meccanismi della Convenzione contro la tortura, può dimostrare che essa esprime un impegno serio. I rapporti economici e politici tra Italia ed Egitto (gas, forniture militari, contrasto al terrorismo, migranti, Libia) sono molto importanti. È questo che spiega la ritrosia del governo italiano? Recentemente, per assicurarsi le necessarie forniture di energia, l'Italia ha sottoscritto accordi con alcuni Paesi più che problematici sul piano del rispetto dei diritti fondamentali. Se l'Italia con l'Egitto si dimostra debole e rassegnata, la sicurezza dei suoi cittadini anche in quei Paesi è messa a rischio. Non dovrebbe passare l'idea che "con l'Italia si può fare".

Vladimiro Zagrebelsky,
LaStampa 12.04.2023

sabato 4 febbraio 2023

"Incapaci di ottenere 4 indirizzi"

Sono trascorsi sette anni, ma la sofferenza resta invariabilmente intensa. E la rabbia anche.

Ieri, in occasione del settimo anniversario del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, su una strada tra Il Cairo e Alessandria, i suoi genitori Claudio e Paola hanno scritto un post su Facebook, insieme alla loro avvocata Alessandra Ballerini, per esprimere tutta la loro frustrazione e amarezza. 
«Chissà cos'hanno tutti da nascondere - si domandano retoricamente - per ostacolare la verità con tanta oltraggiosa determinazione. Abbiamo i nomi, abbiamo i volti di quattro tra i molti artifici di "tutto il male del mondo". Ci manca la loro elezione di domicilio per celebrare finalmente un processo in Italia».
Dalle indagini svolte dai carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco, coordinati dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, è emerso che il ricercatore friulano è stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, con il quale era entrato in contatto per i suoi studi. Sotto accusa ci sono gli ufficiali della National Security egiziana Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Rispondono tutti di sequestro di persona, e Abdelal Sharif anche di lesioni e concorso nell'omicidio.
Ma purtroppo il processo ai quattro è sospeso: il nodo restano le mancate notifiche agli imputati, dei quali le autorità egiziane non hanno mai fornito gli indirizzi di domicilio, bloccando, di fatto, il procedimento.
Ma com'è possibile che i politici italiani non riescano a fare pressione sul governo di Al Sisi? È questo l'interrogativo che tormenta Claudio e Paola Regeni.

Scrivono infatti: «Chi, ad ogni gita al Cairo, dopo i selfie e i salamelecchi di rito, si riempie la bocca di "collaborazione" dovrebbe spiegare agli italiani perché tornano a casa sempre a mani vuote, incapaci di farsi dare anche solo 4 indirizzi. Sarebbe più dignitoso tacere. A furia di stringere le mani (e vendere armi) ai dittatori si rischia di trovarsi insanguinate anche le proprie. E di offendere la nostra dignità».
Anche il collettivo "Giulio siamo noi" ribadisce la richiesta di verità. «La verità - si legge sul profilo Facebook - è un diritto inviolabile. Dopo sette anni la pretendiamo per Giulio, per tutti noi. Basta parole vuote, strette di mano e passerelle offensive»


Grazia Longo, LaStampa

venerdì 20 gennaio 2023

Aida, massacrata dal regime, danza senza tempo


Le poetiche giravolte di Aida Rostami sotto le fronde di un albero, su un tappeto autunnale di foglie e frutti caduti, sono l'ennesima sfida non violenta del movimento delle proteste al regime degli ayatollah. Nel 40esimo giorno dalla morte della giovane dottoressa che prestava soccorso clandestino ai manifestanti contro il governo, danza senza sosta la ragazza coraggiosa, nei feed dei canali social.

La famiglia della 36enne, scomparsa il 12 dicembre dopo essersi allontanata dall'abitazione di un manifestante per procurarsi ulteriore materiale medico e mai più tornata viva a casa, ha raccontato alla testata Iran International di aver ricevuto forti pressioni dalle autorità iraniane per non riunirsi al cimitero per onorare la memoria di Aida al termine del periodo di lutto. All'epoca della sua scomparsa, una fonte vicina alla famiglia aveva rivelato al sito anti regime IranWire che una stazione di polizia locale aveva chiamato i parenti per comunicare che la donna era morta in un incidente stradale durante la notte. Qualche giorno dopo, l'agenzia di stampa Mizan, l'organo d'informazione del sistema giudiziario della Repubblica islamica, aveva rettificato la notizia offrendo un racconto completamente diverso delle circostanze della morte del giovane medico. I media statali avevano anche pubblicato il video di un uomo che, nell'anonimato, affermava di essere l'amante di Aida e dichiarava che la ragazza si era gettata da un ponte, dopo che lui l'aveva lasciata. Ma la famiglia, che era riuscita a recuperare il cadavere solo grazie a insistenti richieste, si era trovata d'avanti un corpo che riportava segni di pesanti torture, il volto tumefatto e un occhio fuori dall'orbita, entrambe le mani fratturate e ferite alla parte inferiore del busto.

Da copione in questa ondata di proteste in Iran, la morte di chi si è schierato dalla parte dei manifestanti diventa oggetto di controversia tra una versione ufficiale (un suicidio o un incidente) e quella della famiglia che denuncia invece: «l'hanno uccisa». E, sempre da copione, le autorità cercano di impedire e soffocare le commemorazioni delle vittime, temendo nuovi focolai di rivolta. Per tutta risposta, la testata britannica anti-regime Iran International ha pubblicato il video di Aida Rostami, che danza felice e a capo scoperto, con i capelli scuri sciolti e lunghi fino in fondo alla schiena, dando vita a una cerimonia virtuale globale.

Negli ultimi quattro mesi, secondo la denuncia dell'associazione internazionale dei medici iraniani, almeno altri quattro operatori sanitari, oltre a Rostami, sono stati uccisi per mano della Repubblica islamica: la chirurga Parisa Bahmani, l'infermiera Maedeh Javanfar e 2 studenti di medicina Aylar Haghi e Ghazal Amiri. E mentre la presidente dell'Eurocamera, Roberta Metsola, ribadisce in un tweet che «l'Iran deve fermare l'oppressione e abolire la pena di morte», nel giorno dopo l'emendamento approvato dal Parlamento europeo con cui si chiede l'inserimento del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione nella lista dei terroristi dell'Ue, lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane mette in guardia l'istituzione europea sulle conseguenze di tale decisione.

Fabiana Magrì (LaStampa, 20.01.23)

venerdì 30 dicembre 2022

ONG e soccorso in mare


Il decreto legge Sicurezza sull’attività delle organizzazioni non governative dà la misura di quanto possa essere profondo e irreparabile lo scarto tra la Vita e la Norma, tra i sentimenti e i movimenti umani e la legge, tra i bisogni primari, quali la sopravvivenza e la libertà, e i codici e i regolamenti.

La posta in gioco è il soccorso in mare e questo richiama una fondamentale questione di vita e di morte. La possibilità, cioè, di sottrarre al mare una esistenza umana o di abbandonarla a esso.
Questo si basa sul principio e sul vincolo della reciprocità: io salvo te perché so che domani, se la mia vita fosse in pericolo, tu salveresti me.
È questa la ragione che dovrebbe indurre a trattare la materia delle Ong del mare con il massimo senso di responsabilità.
L’attività di salvataggio viene bloccata dentro una gabbia rigida, che palesemente sembra aver dimenticato quello che dovrebbe essere il suo scopo essenziale. Come spiegare altrimenti una norma che dispone che per ogni missione si possa effettuare una sola operazione di salvataggio?
Pertanto, dopo aver soccorso le imbarcazioni in difficoltà, l’Ong non potrà effettuare altri salvataggi e nemmeno potrà realizzare trasbordi da una nave all’altra.
Una simile volontà governativa di “disciplinamento” può avere una sola motivazione: quella di scoraggiare e interdire la presenza delle navi delle Ong nei tratti di mare dove si concentrano le imbarcazioni dei profughi; e di stravolgere la finalità dell’azione di soccorso, trasformandola in attività di controllo e repressione.
Questo nuovo decreto Sicurezza riproduce l’errore capitale in cui sono incorsi quelli precedenti. Ignora che l’emergenza non è rappresentata dalle Ong e dai loro comportamenti non conformi alla politica dei governi, bensì dalla cifra crudele di quelle morti (circa 2mila nel 2022) che si registrano nel Mediterraneo centrale, anno dopo anno, in una strage infinita e insensata. L’azione delle Ong ha contenuto e ridotto questa macabra contabilità: combatterle ha il solo effetto di incrementare il numero delle vittime. 
Luigi Manconi

(Illustrazione di Francesco Piobbichi)

#ong #decretosicurezza #nuovodecretosicurezza #soccorsoinmare #dirittoalsoccorso

giovedì 22 settembre 2022

[Iran]

 “In queste ore le donne iraniane stanno facendo qualcosa di grandioso.
Dopo essersi tolte l’hijab per manifestare contro la brutale uccisione della 22enne Mahsa Amini, “colpevole” di aver indossato “male” il velo, le proteste stanno dilagando in tutto l’Iran.
Commuovono le immagini di decine e decine di donne che, sfidando il regime di Khamenei, si tagliano i capelli, bruciano l’hijab in piazza e diffondono i video sui social, mentre in molte marciano in strada a volto scoperto come estremo atto di ribellione.
Donne che sostengono altre donne, in una sorellanza che supera anche la paura. 
Donne giovani e meno giovani che alzano la testa, non si piegano, scoprono il volto, bruciano i simboli dell’oppressione e manifestano per i diritti di tutte. 
C’è solo da inchinarsi dinnanzi a tanto, inaudito, coraggio. E sostenerle fino in fondo.”

 @lorenzotosa  

domenica 4 settembre 2022

Il dolore dei registi iraniani incarcerati

 "Creare è la nostra ragione di vita"
 Il messaggio di Panahi e Rasoulof

«Siamo cineasti. Facciamo parte del cinema iraniano indipendente. Per noi vivere significa creare. Creiamo opere che non sono su commissione, per questo chi è al potere ci vede come criminali»: comincia così la dichiarazione dei registi iraniani Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, letta dal direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera al panel «Cineasti sotto attacco». Panahi è stato privato della libertà personale nel luglio scorso, per aver manifestato insieme a numerosi suoi colleghi per l'arresto di altri due registi, Mohammad Rasoulof e Mostafa Aleahmad, avvenuto a seguito delle proteste contro la violenza nei riguardi di civili in Iran. 
«La storia del cinema iraniano - prosegue il messaggio - testimonia la presenza costante e attiva di registi indipendenti, che hanno lottato per respingere la censura e per assicurare la sopravvivenza di quest'arte. Fra questi, ad alcuni è stato vietato di fare film, altri sono stati costretti all'esilio o ridotti all'isolamento. Eppure la speranza di poter nuovamente creare è una ragione di vita, non importa dove, quando o in quale circostanza un cineasta indipendente stia creando o pensando di creare».

giovedì 4 novembre 2021

Gino fra i Benemeriti



"…Da medico al servizio dei più deboli, nella sua battaglia per la pace ha mostrato a Milano e al resto del mondo quante vite si possono salvare e quanto bene possano diffondere umanesimo, solidarietà e altruismo." 

Il nome di Gino Strada è stato iscritto sulla lapide dei benemeriti nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, che ricorda donne e uomini che si sono distinti con la loro vita e il loro esempio, realizzando il bene comune. 

 Continueremo a impegnarci ogni giorno per seguire la traccia che Gino ha lasciato. 

 -- lo staff di EMERGENCY
 

sabato 21 agosto 2021

[IRAN] Imminente esecuzione del ventenne Hossein Shahbazi

In Iran, Hossein Shahbazi è stato arrestato e condannato per un crimine che avrebbe commesso quando aveva solo 17 anni. Oggi, dopo tre anni nel braccio della morte, la sua esecuzione è imminente.

Il ventenne Hossein Shahbazi è stato condannato per un omicidio avvenuto quando aveva solo 17 anni . Il suo processo? Una parodia della giustizia. Il giovane non ha potuto consultare un avvocato in seguito al suo arresto e le autorità iraniane lo hanno condannato sulla base di una “confessione” ottenuta sotto tortura .

LA SUA STORIA

Hossein Shahbazi è stato arrestato il 30 dicembre 2018 e condannato a morte il 13 gennaio 2020 dopo un processo iniquo. Dopo il suo arresto, non gli è stato permesso di vedere un avvocato o di comunicare con la sua famiglia per 11 giorni, mentre è stato detenuto e interrogato dal servizio investigativo della polizia iraniana (Agahi) a Shiraz.

È stato trasferito in un centro di detenzione minorile. Secondo fonti, quando la madre è riuscita finalmente a fargli visita, aveva lividi sul viso e sembrava essere dimagrito . Attualmente è detenuto nella prigione di Adelabad nella città di Shiraz. È stato riconosciuto colpevole in parte sulla base di una “confessione” di cui ha testimoniato di essere stato sottoposto a torture e maltrattamenti .

La Suprema Corte ha confermato la sua condanna il 16 giugno 2020. Nella sentenza, che abbiamo analizzato, l'autorità giudiziaria ha riconosciuto che aveva meno di 18 anni al momento dei fatti, pur sostenendo che aveva raggiunto uno sviluppo e una maturità psicologica.

La prima esecuzione di Hossein era prevista per il 1 marzo 2021, ma è stata rinviata grazie alle pressioni internazionali . Il 28 giugno 2021 è stata nuovamente sospesa. Le autorità iraniane l'hanno rimandata al 25 luglio 2021. Ancora una volta, grazie alle tue 22.000 azioni, siamo riusciti a salvarle la vita. Per quanto ancora? La sua esecuzione è stata sospesa tre volte TEMPORANEAMENTE, potrebbe avvenire in qualsiasi momento.

Fonte: Amnesy int.

https://www.amnesty.fr/peine-de-mort-et-torture/actualites/execution-imminente-dhossein-shahbazi-jeune-iranien1

MINORI CONDANNATI

Imporre la pena di morte a una persona che era minorenne al momento del crimine è un'atroce violazione dei diritti dei bambini . È inoltre severamente vietato dal diritto internazionale.

L' Iran continua a imporre la pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni, in violazione degli obblighi previsti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo. Almeno tre minorenni sono stati giustiziati nel 2020 e molti altri sono nel braccio della morte. Nel 2020, l'Iran ha eseguito almeno 246 esecuzioni, diventando così il secondo Paese al mondo con il maggior numero di esecuzioni.



domenica 16 maggio 2021

Ciao, sei un umano

Ciao, sei un umano.

Immagina che domani ti svegli e hai il conto prosciugato. I tuoi libri, il diploma, la laurea, le storie e la storia che conosci non valgono niente. Immagina se la Germania avesse vinto la guerra.
Ti svegli e non ti funzionano più le gambe.
Ti svegli e i soccorsi non arrivano, scoppiano razzi in cielo, la tua casa è un cumulo di macerie. I tuoi parenti cenere. 

Come ti senti?
Se la risposta è male, benvenuto. Questa è la Terra, qui essere umano significa anche questo. 
Se invece non riesci a immaginarti così, ti spiego la tua malattia: si chiama idiozia.
Ci hanno inculcato l’errore fatale di credere che quello che ci capita sia sotto il nostro controllo. Ma la realtà, troppo spaventosa, è l’esatto contrario. 

La vita è caos – anagramma di caso.
La malattia idiozia non permette di capirlo e implica due pensieri-sintomi in chi ne è affetto. 
1. Siccome la vita dipende da me, allora quello che ho, me lo merito. 
2. Siccome la vita dipende da te, allora quello che non hai, non te lo meriti. 
Invece la vita non dipende da noi: non decidiamo come e dove veniamo al mondo, in quale epoca, famiglia, porzione di Terra, con quale nome, quali geni, quanti soldi e nemmeno cosa ci succederà poi. 
Se sei un bambino bianco, nato nella parte giusta del mondo, quella che la storia che si racconta ha eletto a vincitrice, dove i tuoi genitori possono preoccuparsi di quale culla comprare, in quali scuole mandarti, con quali altri genitori litigare, perché la mensa usa il glutine, sei un bambino fortunato. Privilegiato. Non lo sei altrettanto se sei nato a Gaza e la massima ambizione che la società ti concede è sperare di vedere il sole sorgere, di giorno in giorno, senza possedere nulla e comunque continuando a perdere tutto. 

Ma cosa succede nelle testoline degli idioti (affetti da idiozia)? Pensare che comunque sia, finché io vivo da privilegiato, la vita va bene così e così mi convinco pure di meritarmela, perché ammettere che è andata e ancora va a caso è troppo spaventoso. Quindi, trovo giustificazione a chiunque risulti meno privilegiato di me, come se nascere diversi, in condizioni diverse, fosse un marchio, un timbro su un passaporto che non permette di viaggiare, studiare, giocare, mangiare. Così i bambini palestinesi sono per noi sfortunati, ma soprattutto sono inimmaginabili, lontani dai nostri occhi, dalle coscienze, dai meriti che meriti non sono, ma stabiliscono i privilegi che ci fanno sopravvivere e che crediamo che loro non meritino quanto noi – idioti. 

Badate bene che il pensiero idiota è contagioso, viene applicato a svariate situazioni. Per esempio, nei casi di sessismo (te la sei cercata), di omobitransfobia (fra un po’ ci chiederanno di avere gli stessi diritti dei normali), abilismo (sfigato), razzismo (e ma non si può più dire niente.)
Notate che il passatempo che ci riesce meglio è sempre colpevolizzare le vittime. È necessario agli idioti, per sentirsi più al sicuro nell’idiozia, secondo cui a loro non capiterà niente di male, finché rimangono idioti. Spoiler: per fortuna non è così. 

Nessun privilegio è meritato. 
Nessuna violenza è giustificabile. 
Nessuna malattia è giusta.
Nessuna disabilità è una scelta. 
Nessuna disuguaglianza è accettabile. 
Nessuna vittima è colpevole. 
Nessun umano è sacrificabile. 

Per guarire dall’idiozia non bastano medici, psicologi, santoni, insomma nessuna figura professionale. Anche in questo caso va a fortuna: serve intelligenza, empatia, fatica e soprattutto il desiderio bruciante di vivere un mondo, in cui giustizia e uguaglianza non siano solo parole, per essere tutti umani più umani. Il coraggio di immedesimarsi, anche fuori da Netflix.

Ci capiremmo tutti senza sottotitoli grazie a un unico marchio uguale, che dice: ciao, sono un umano.

Francesca Pels

domenica 18 aprile 2021

La voce di Vittorio non si è mai spezzata né è stata dimenticata

Intervista a Egidia Beretta, mamma di Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso a Gaza il 15 aprile 2011. In dieci anni ha continuato a trasmettere il messaggio di suo figlio. Cambiano le generazioni che vogliono conoscerlo e il filo non si spezza...

 

“Mi sento ancora orfana di mio figlio”. Usa un paradosso Egidia Beretta, la madre di Vittorio Arrigoni, per parlare del decimo anniversario dell’uccisione del figlio. “Come allora, mi sento come se mi mancasse un pezzo, di cuore e di vita. Nonostante tutti questi anni siano stati anche belli, per quello che è successo attorno a me, per gli incontri, le dimostrazioni e l’enorme affetto che ho ricevuto. Le persone hanno fame di Vittorio, vogliono conoscerlo, gli vogliono bene e questo mi ha aiutato tantissimo”.

Come si sente nel decimo anniversario?
EB Per me non si tratta di una ricorrenza da ricordare in maniera diversa. In parte sono serena, ma la mancanza di mio figlio per me è sempre enorme e anche se, come ho detto, questi anni mi hanno portato tanto affetto, non dimentico mai che tutto parte da un assassinio.

Cosa ricorda oggi a mente fredda di quei giorni? Vede tutto nella stessa maniera?
EB A volte ho dei ricordi vaghi, a volte confusi, altre mi attardo a ripercorrere tutti i passi e quelle ore. Altre ancora mi scrollo tutto di dosso. Ricordo con grande dolore il momento in cui mia figlia Alessandra sentì alla tv che avevano trovato un corpo e che era di Vittorio. Andai da Ettore, mio marito, che era nel letto gravemente malato: “Il nostro Vittorio è morto”, gli dissi. La telefonata della Farnesina arrivò poco dopo.

Che cosa sa dei rapitori rimasti in vita? Ha mai cercato un contatto?
EB L’unico contatto è stato con i loro familiari, che ci chiesero di intercedere presso il tribunale militare di Gaza affinché non fosse applicata la pena di morte e così facemmo. Non mi è mai interessato, né interessa, avere un contatto con loro.

Li ha perdonati?
EB No, assolutamente. Per perdonare una persona devi conoscerla, vederla, cercare di capire. Non lo volevo allora e non lo voglio oggi.

Lei allora mi disse che aveva una sua idea su quello che è successo a suo figlio, l’ha cambiata? Perché secondo lei è stato ucciso?
EB Fin dall’inizio ho pensato che ci fosse un mandante più in alto degli esecutori, anche se non so dare contorni definiti alla mia sensazione. Forse credere che non sia stato semplicemente un colpo di testa è un tentativo di lenire il cuore. Penso che sia stato ucciso per metterlo a tacere, lo penso oggi più di ieri, anche se non ho ricevuto nuove informazioni o prove a riguardo.

Lei ha scelto di continuare a diffondere il messaggio di suo figlio invece che condurre una battaglia per rivendicare la verità di quello che è successo. Crede che non si arriverà mai alla verità? O le basta quella giudiziaria?
EB L’ho fatto perché credo che nel mio caso sia un dispendio inutile di energie, anche per la mia anima, conservare per sempre questo rancore. Apprezzo chi lo fa, come i genitori di Giulio Regeni, ma quella è un altro tipo di battaglia -su come, dove e soprattutto sulle responsabilità di quello che è accaduto- e capisco la loro scelta. Io so di avere un altro compito, il compito che Vittorio mi ha affidato e che mi aiuta a restare più serena, una condizione dello spirito migliore per quando ci rincontreremo. La mia sarebbe una battaglia contro i mulini a vento e allora mi accontento della verità giudiziaria, anche se non ho mai nascosto alcune perplessità, in particolare sulle ricerche. Il mio unico rincrescimento è che non è stata fatta luce fino in fondo sul presunto leader del gruppo, il giordano.

Come sono stati questi anni in giro per l’Italia a raccontare suo figlio? Che bilancio ne trae?
EB Sono contenta. L’eredità di Vittorio è ancora fortissima, la sua voce non si è mai spezzata né è stata dimenticata. I primi giovani a cui l’ho raccontato sono cresciuti e adesso ci sono le nuove generazioni, quelli che erano troppo piccoli per ricordare, che vogliono conoscerlo. È un filo che non si spezza.

Che cosa resta ai ragazzi di Vittorio?
EB Gli resta in mente il Vittorio fermo, deciso, che non ha mai rinunciato a seguire i suoi ideali, la sua via, utopia, nonostante le difficoltà e le privazioni. Li stupisce la forza interiore che lo ha portato ad andare avanti, la costanza e la voglia di superare le difficoltà. E li sorprende che io non mi sia opposta alle sue scelte, ma lo abbia lasciato “volare”. Quando mi domandano il perché, stanno pensando ai loro sogni e sperando nelle loro madri. 

Cosa ha imparato da tutti questi incontri?
EB Che ci sono molte più persone di quanto si possa pensare generose, altruiste, che aspirano ad una vita in cui possano aiutare gli altri. Che l’Italia e gli italiani sono un popolo grande. L’ho capito per l’accoglienza e l’affetto che ho sempre ricevuto e che mi ha dato la forza in tutti questi anni. C’è un’Italia che si conosce poco, che esiste e resiste.

L’uccisione di suo figlio l’ha cambiata, se sì in che senso?
EB Sono sempre stata una persona che tendeva a vedere l’umanità negli altri e lo sono ancora, anzi forse ora di più, perché l’ho constatata di persona. La mia quotidianità certo è cambiata: ho molti contatti, il lavoro della Fondazione che prima non c’era e che avrei preferito non ci fosse, ma che ha dato forma alla positività degli incontri, agli scambi… È incredibile notare come tanti siano desiderosi di “appropriarsi” delle esperienze di Vittorio.

Vittorio è stato inserito tra le vittime del terrorismo e con i fondi avete rinsaldato la Fondazione Vik Utopia. Che cosa avete realizzato in questi anni?
EB La fondazione (fondazionevikutopia.org) è nata nel 2012 con fondi nostri, addirittura con i risparmi che erano rimasti sul conto di Vittorio. Il riconoscimento di vittima del terrorismo è arrivato nel 2015 e i fondi solo successivamente. Ogni anno finanziamo due-tre progetti nello spirito di Vittorio, cioè lasciare qualcosa di costruito, concreto, e che vada a beneficio soprattutto dei bambini o dei ragazzi, i più fragili e bisognosi, e a cascata naturalmente anche delle loro famiglie. A Gaza abbiamo realizzato diversi progetti, ma anche in Africa, Sud America, Europa, in Afghanistan, quest’anno in Bosnia.

A livello istituzionale è cambiato qualcosa? È stata contattata da esponenti politici in questi anni?
EB Nessuno si è avvicinato. Tutti mi chiedono perché anche a livello istituzionale non venga ricordato e io rispondo che non lo so. Di certo io non vado a cercare niente o nessuno. Io e Alessandra siamo state invitate a Roma per la giornata nazionale delle vittime del terrorismo e siamo andate un paio di volte, ci sembrava un dovere, ma è qualcosa di molto molto formale.

Anche grazie a lei ci sono state molte iniziative dedicate a Vittorio. C’è qualcosa che vorrebbe che ancora non è riuscita a fare?
EB Mi piacerebbe andasse a buon fine un documentario realizzato da due giovani laureati alla scuola d’arte di Roma. Il progetto prevede diverse forme di espressione, tra cui anche l’animazione, con la graphic novel che Stefano Piccoli ha dedicato a Vittorio. Per ora è fermo, spero riparta.

Per l’anniversario avete previsto qualche iniziativa?
EB Se ci fossimo trovati in un’altra situazione (senza Covid-19), lo avremmo ricordato a Bulciago ad aprile. Mi sto meravigliando di come tanti lo stiano facendo o lo faranno in quei giorni. Ricordo, tra gli altri, il podcast “Le ali di Vik”; un’iniziativa dell’associazione Assopace Palestina; uno spettacolo dell’Anpi di Aprilia tratto dal libro di Vittorio; l’evento “Buon compleanno Faber” organizzato dalla biblioteca di Monserrato in Sardegna, il contest lanciato dall’agenzia giornalistica Nenanews. Le persone ci hanno sostituito.

Non se l’aspettava?
EB No, anche se forse il funerale è stato un presagio. Ricordo lo stupore, la gioia e la riconoscenza per tutte quelle persone. Il fatto che venga continuamente ricordato significa tanto per me, significa che quella vita errabonda, che ci teneva un po’ in pensiero, è stata la cosa più bella che Vittorio potesse fare per lui e per molti altri.

Cosa vuol dire per lei “restare umani”?
EB Questa è la domanda più difficile perché tutte le risposte rischiano di sembrare frasi fatte. Credo che significhi guardarsi attorno, non stare rinchiusi dentro le mura dell’egoismo ma mettersi a disposizione.

 
 
a cura di Anna Maria Selini
(Altreconomia 236, Aprile 2021)

sabato 10 aprile 2021

Con chi si lega la Lega nell’Unione Europea?

La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.

Cominciando dal gruppo politico più numeroso, quello del Partito popolare europeo (PPE) che ha  registrato, non senza un sospiro di sollievo, l’uscita del partito del premier ungherese, Viktor Orban, in attesa di conoscere le intenzioni della Lega italiana, spinta a “slegarsi” dal gruppo di destra “Identità e democrazia”; continuano a cercar casa i grillini, chi guardando verso il Gruppo socialista, chi verso il Gruppo dei liberali e chi verso i Verdi europei, da tempo con il vento in poppa come confermato dalle ultime elezioni amministrative in Germania e anche dalla recente conversione del sindaco di Milano, Giuseppe Sala.  
E’ in allerta anche il Gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR), attualmente presieduto dal Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che non muore dalla voglia di aprire la porta a una Lega, troppo ingombrante con i suoi 23 europerlamentari e anche in attesa di sapere dove andrà a collocarsi l’amico Viktor Orban con il suo gemello polacco, attualmente nelle fila dei Conservatori.

Prevalgono nell’ala destra del Parlamento europeo vari smottamenti politici, destinati a movimentare l’Assemblea di Strasburgo e probabilmente a modificare le gerarchie tra i Gruppi politici: movimenti che si intensificheranno in vista dell’avvicendamento alla guida del Parlamento quando nel 2022 David Sassoli, Gruppo socialista, lascerà il posto di presidente a un rappresentante del Partito popolare europeo, probabilmente il tedesco Manfred Weber, il mancato presidente della Commissione europea, bruciato sul filo di lana dalla sua compatriota Ursula von der Leyen.

A voler azzardare un raffronto con il paesaggio politico italiano, in crisi a sinistra, sembra che in quello europeo le incertezze prevalgano a destra, imbarazzata dalla sua ala estrema, quella dei nazionalisti, e anche peggio, di “Alternativa per la Germania” (AFD), e tra i Conservatori e Riformisti, incerti se ospitare la Lega o affiancare ai nazionalisti polacchi anche quelli ungheresi, tentati a loro volta di mettersi in proprio.
Incertezze e contraddizioni che da Strasburgo si proiettano su Roma, dove la Lega fa professione di europeismo mentre al Parlamento europeo indugia ancora tra gli euro-scettici. Una contraddizione difficile da sopportare a lungo, all’interno della stessa Lega, ma anche all’interno della maggioranza di governo. Un vicolo cieco da cui potrebbe uscire entrando nel Partito popolare europeo dove fa buona guardia Forza Italia, pronta a far pagare dazio ai nuovi venuti, senza escludere però che le prossime elezioni tedesche in autunno non premino la destra politica che, a quel punto, potrebbe  essere tentata dall’ingresso della Lega nel PPE, con l’obiettivo di rafforzarlo e rafforzarsi al suo interno.

Il Parlamento europeo è per noi lontano e spesso ci sfuggono non solo i suoi reali poteri, più importanti di quanto in genere si creda, ma anche i segnali politici che da Strasburgo rimbalzano su Roma e viceversa. Una buona occasione per guardare al paesaggio politico complessivo, ancora meglio se a distanza, senza farsi ingannare dal circo di casa nostra, con partiti in bilico tra “lotta e governo”, impegnati i permanenti comizi elettorali. 

El Salvador, il nuovo presidente

Fuori da un seggio elettorale di San Salvador Jennifer Vásquez, una donna che si guadagna da vivere vendendo bottiglie d’acqua, spiega perché ha votato per i candidati di Nuevas ideas, il partito del presidente Nayib Bukele, 39 anni. “Ha fatto cose che nessun altro aveva mai fatto prima”, spiega, Vásquez che indossa una maglietta azzurra, il colore del partito. “Abbiamo ricevuto pacchi di alimenti, con tonno e riso. E regalerà i computer ai miei figli”. La maggior parte degli elettori del Salvador, un paese di sei milioni e mezzo di abitanti, condivide l’entusiasmo di Vásquez. 

Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi. 

Disprezzo delle istituzioni 
A prima vista Bukele non somiglia al caudillo tradizionale. Eletto nel 2019, indossa sempre un berretto da baseball e racconta ogni suo movimento sui social network. Esperto di pubbliche relazioni, ha saputo conquistare una popolazione esasperata dalla corruzione (tre degli ultimi quattro presidenti salvadoregni sono stati indagati per corruzione, e uno è in galera). La sua popolarità, intorno al 90 per cento, supera quella di qualsiasi altro leader latinoamericano.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema. 

Da quando è stato eletto, nel 2019, Bukele ha mostrato uno scarso rispetto per le istituzioni. “Tratta le leggi come noi trattiamo il codice della strada”, afferma Nelson Rauda, un giornalista salvadoregno. Nel febbraio 2020, infastidito dal rifiuto del parlamento di approvare il bilancio per il suo programma di sicurezza, ha fatto irruzione nella sede dell’assemblea accompagnato da soldati armati. Ad aprile, dopo un aumento nel tasso di omicidi, il suo governo ha ammassato centinaia di prigionieri (soprattutto affiliati delle bande criminali) con le mani legate dietro la schiena e con indosso solo gli indumenti intimi e delle mascherine scadenti. L’ufficio della presidenza ha diffuso la foto su Twitter. Bukele demonizza chiunque osi contrastarlo, inclusi imprenditori, giornalisti e politici. 

Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln. 

Poche idee, tanta pubblicità
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.

Molti salvadoregni giustificano il loro amore per Bukele citando una serie di appariscenti progetti infrastrutturali. In un soffocante sabato pomeriggio una folla si è radunata per scattare foto alla nuova strada verso Surf City, un tratto di costa che dovrebbe diventare un’attrazione turistica. Altri ricordano la generosità del governo, che dall’inizio della pandemia ha donato 300 dollari e pacchi con aiuti alimentari ai più poveri. L’esecutivo ha anche promesso di regalare un computer a 1,2 milioni di studenti. Resta da capire con quali fondi saranno finanziate queste iniziative. Forse con un prestito del Fondo monetario internazionale. La mancanza di controllo sull’autorità è preoccupante in qualsiasi paese, e lo è soprattutto in Salvador considerando la storia di Bukele e il suo potere senza precedenti. Ormai sono pochi i politici che gli si oppongono. Solo il presidente statunitense Joe Biden si è detto preoccupato per i suoi metodi.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.

Sfortunatamente Nuevas ideas rischia di rivelarsi un partito basato su vecchi stratagemmi.

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale