sabato 23 dicembre 2017

Honduras, esplode la crisi



Autorità elettorale dice che ha vinto Hernández. OEA chiede nuove elezioni. UE: dichiarazioni ambigue

Tegucigalpa, 18 dicembre
Il Tribunale supremo elettorale, Tse, ha deciso di ignorare le innumerevoli denunce di irregolarità e brogli e ha annunciato che il presidente uscente Juan Orlando Hernández è il vincitore delle elezioni generali del 26 novembre scorso. La protesta è esplosa in tutto il paese.
Nonostante la rielezione sia proibita in Honduras, Hernández ha potuto partecipare grazie a una discussa sentenza della Corte suprema di giustizia, controllata da magistrati vicini allo stesso Hernández. Secondo David Matamoros, presidente del Tse, il leader del Partito nazionale avrebbe vinto con il 42,9% dei voti contro il 41,4% del candidato dell'opposizione, Salvador Nasralla, che in queste ore si trova negli Stati Uniti per denunciare i brogli e la violenza dei militari contro la popolazione.
La decisione dell'organo elettorale, diffusa a reti unificate dal solo Matamoros, ha immediatamente scatenato la protesta di migliaia di persone che sono scese nuovamente in piazza.
"Non accetteremo mai la decisione di un'organizzazione criminale che ha dimostrato di essere al servizio della frode elettorale organizzata dal governo”, si legge in un comunicato dell'Alleanza d'opposizione contro la dittatura.
L'Alleanza ha poi esortato le forze armate e la polizia a riconoscere l'autorità di Nasralla come nuovo presidente ed evitare così di essere accusate di alto tradimento. Ha anche chiesto di frenare la violenza contro la gente che protesta pacificamente e che lotta “per porre fine a questa dittatura mostruosa e criminale”.
L'opposizione si è inoltre lamentata della scarsa belligeranza delle missioni internazionali di osservazione, in modo particolare di quella dell'Unione europea che ha di fatto avallato la decisione dell'autorità elettorale. Ha poi chiesto alla popolazione di non cadere nel tranello “di un'informazione manipolata dal regime e diffusa attraverso media che sono al suo servizio”.
Sicuramente più incisivo il secondo rapporto preliminare dell'Organizzazione degli stati americani che considera di “bassa qualità” le elezioni del 26 novembre e dice di non essere in grado di considerare chiariti i tanti dubbi sorti in queste settimane. Ancora più forte la posizione del segretario generale dell'Osa, Luis Almagro, che dal suo account Twitter ha chiesto nuove elezioni “per garantire pace e armonia in Honduras data l'impossibilità di garantire un risultato elettorale sicuro”.
L'Alleanza di opposizione ha rincarato la dose e ha chiesto la “mobilitazione immediata e definitiva” della popolazione come unico strumento per obbligare il regime a fare marcia indietro.

Si scatena la protesta
La gente è scesa immediatamente in strada in varie parti del paese per protestare contro la decisione del tribunale elettorale. Le forze di sicurezza hanno cominciato a reprimere le manifestazioni. Dal 30 novembre a oggi ci sono già stati 20 morti e decine di feriti a causa della repressione.
“Ci troviamo di fronte a una destra stupida e primitiva che ha come unico obiettivo quello di difendere gli interessi di una piccola élite che sostiene Juan Orlando Hernández.
La decisione presa oggi dal tribunale elettorale manda un segnale chiaro e pericoloso e cioè che sono loro i padroni dell'Honduras e che se non ci sta bene verremo schiacciati”, ha detto il sacerdote Ismael Moreno, direttore di Radio Progreso.
"A questa gente non interessa il dialogo, nè il consenso, ma solamente controllare il paese. Chi si oppone viene bollato come nemico. Ma questo non ferma la gente, che continua a ribellarsi a questa dittatura", ha aggiunto Moreno.

Giorgio Trucchi 
Rel-UITA

Gerusalemme «unita» è la città più divisa



Netanyahu e Trump la proclamano capitale indivisibile di Israele. Ma Gerusalemme è spaccata in due: un ovest che si disinteressa totalmente dei palestinesi e un est arabo che protesta e cerca di sopravvivere

Gerusalemme, 18.12.17 - Situato alle spalle della centrale via Giaffa e di fronte agli uffici del ministero dell'interno che rilasciano i visti di soggiorno, al negozio e studio fotografico della signora Lilia non mancano i clienti.
«Qualche volta va bene, altre meno. Questo è il commercio», commenta la donna. Poco più avanti israeliani e turisti affollano i caffè di tendenza. L'atmosfera è serena. È una giornata come le altre nella zona ovest, ebraica, di Gerusalemme ma a poche centinaia di metri la tensione è alta. Mai come in questi giorni Gerusalemme conferma di essere una città divisa, spaccata in due, malgrado i proclami di unità sotto la sovranità israeliana. Superando il Municipio già appaiono le mura della città vecchia e Porta Nuova.
Comincia la zona est, araba, occupata nel 1967 dall'esercito israeliano e annessa unilateralmente allo Stato ebraico. Gli abitanti palestinesi da giorni protestano e manifestano - l'hanno anche ieri, per ore, alla Porta di Damasco e in via Salah Edin - contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele fatto dal presidente americano Donald Trump, un altro atto unilaterale, contro le risoluzioni internazionali. E l'Amministrazione Usa ha fatto sapere di considerare anche il Muro del pianto, nella città vecchia, già parte di Israele. «Non accetteremo alcun cambiamento sul confine di Gerusalemme est», ha replicato Nabil Abu Rudeineh, il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen.
Lilia ammette di non andare mai nella zona araba. Allora, chiediamo, perché volete tenerla tutta questa città? «Mio padre diceva che l'unica città dove avrebbe vissuto è Gerusalemme perché Gerusalemme è del popolo ebraico. Aveva ragione», ci risponde. La storia, replichiamo, però racconta di una città di eccezionale importanza anche per i palestinesi, per gli arabi, per i cristiani e i musulmani nel mondo. «Tutti hanno diritto di pregare a Gerusalemme, di visitarla, ma la città è di Israele», insiste Lilia. Frasi simili a quelle che, in questi giorni, pronuncia il premier Netanyahu. Su Gerusalemme gli israeliani sono un po' tutti Netanyahu. Nazionalisti, religiosi, progressisti, di ogni fede politica, ceto sociale e livello d'istruzione. Solo una minoranza esigua vorrebbe la città capitale di Israele e Palestina.
D'altronde fu l'establishment laburista, fondatore del Paese che, appena occupata ai primi di giugno del 1967, dichiarò la zona araba annessa a Israele. «Questa mattina l'Idf (le forze armate) ha liberato Gerusalemme.
Abbiamo riunito la Gerusalemme divisa, la capitale di Israele che era stata divisa in due. Abbiamo fatto ritorno ai nostri luoghi più sacri e siamo tornati per non abbandonarli mai più», proclamò il ministro della difesa Moshe Dayan già il 10 giugno dopo essere entrato nella città vecchia.
Intento a sorseggiare il suo afuk, il cappuccino in versione locale, Motti, un impiegato, non si scompone quando gli domandiamo la sua opinione sulle proteste palestinesi. «Strilleranno un po' come fanno sempre, poi la smetteranno e finirà tutto questo clamore. Gerusalemme è di Israele, devono rassegnarsi», ci dice. Il suo collega, Shlomi è più ruvido: «se agli arabi non piace l'autorità di Israele allora posso andare via dalla città, nessuno li trattiene». Al caffé Hillel dove Shlomi ci illustra la sua "soluzione" non giungono i boati delle granate assordanti che la polizia lancia in questi giorni per disperdere i manifestanti palestinesi che si radunano alla Porta di Damasco, l'ingresso principale della città vecchia.
A Gerusalemme ovest si vive un'altra vita rispetto alla zona est dove gli israeliani non vanno mai. Chi va al Muro del Pianto lo fa attraverso la Porta di Giaffa, lungo una strada che costeggia ma non entra nel mercato palestinese. All'interno di quella che Israele proclama la sua capitale unita e indivisibile, le vite di israeliani e palestinesi non si incontrano quasi mai. E quando avviene è quasi sempre per motivi di lavoro - i palestinesi occupati nel settore ebraico - o perché ci si ritrova negli stessi uffici pubblici. Non c'è coesistenza nella Gerusalemme della dichiarazione di Donald Trump ma indifferenza degli uni verso gli altri.
Gli israeliani controllano la città ma i palestinesi non smettono di considerarli gli occupanti.
E l'occupante impone la sua legge. Musa, ci chiede di non pubblicare il suo cognome, è un manovale e vive nel sobborgo palestinese di Jabal al Mukaber. Da quando Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele è molto preoccupato. Teme che il comune si senta autorizzato, più di prima, a demolire le abitazioni che i palestinesi costruiscono senza il permesso edilizio. «Per anni gli israeliani hanno sempre respinto la mia richiesta ma ho cinque figli che stanno diventando grandi e ho deciso di costruire per loro una casa», ci spiega.
Il comune parla di lotta «all'abusivismo edilizio» ma dalla finestra della casa di Musa si scorgono palazzine e villette di Armona HaNetsiv, una delle colonie ebraiche che Israele ha edificato in violazione delle leggi internazionali nella zona est di Gerusalemme. «Se mi porteranno l'ordine di demolizione sarò costretto ad abbattere la casa con le mie mani, per evitare di pagare una multa salata. Non ho quei soldi», ci dice Musa. Il comune infatti presenta agli "abusivi" il conto delle spese della demolizione, tra 15 e 20mila dollari. Quest'anno già 22 famiglie palestinesi hanno distrutto le loro case. Lo scorso anno sono state 28.
L'articolo 53 della IV Convenzione di Ginevra IV probisce all'occupante la distruzione delle case e delle proprietà dell'occupato, se non per operazioni militari assolutamente necessarie. Ma Trump della Convenzione di Ginevra forse non ha mai sentito parlare...

Michele Giorgio,
Nena-news.it

mercoledì 20 dicembre 2017

[Iran] Auguri Ibrahim

Il proprietario della libreria mi conosce da più di 10 anni, cioè dalla prima volta che sono andata a chiedergli se aveva “I versi satanici” di Salman Rushdie (illegale venderlo ed illegale comprarlo in Iran, il tutto punibile con 4 anni di prigione)...
Quella volta mi guardò arrabbiatissimo e mi disse: "Vai via stupida bambina. Noi non vendiamo libri del genere. Questi non sono libri, sono spazzatura!!!"
Ci sono tornata due giorni dopo per chiedergli se aveva un altro libro censurato, “L’indovinello di Hoveyda” di Abbas Abdi (illegale anche quello e all'epoca punibile con 6 mesi di carcere -ora non più)!
Mi guardò di nuovo sdegnato e offeso e mi chiese: "fai finta di essere scema o sei veramente così stupida?"
Gli dissi che questi erano libri vecchi e lui aveva la libreria più vecchia di Isfahan e per forza doveva avere quei libri da qualche parte recondita e me li doveva vendere perché avevo bisogno di leggerli perché ero molto curiosa e mio padre mi diceva che erano brutti libri ma io non gli credevo e dovevo leggerli per sapere la verità!
Capì che non fingevo e che sono veramente così stupida... Mi portò nel magazzino e mi disse: "cerca quello che vuoi. Metti i libri nel tuo zaino, esci e non voglio parlarti più".
Presi 3 libri e lasciai i soldi lì. Ovviamente ci sono tornata altre 1827363618191937362719 volte in questo negozio... Ci siamo sempre parlati poco, lui mi guarda sempre arrabbiato ma mi da i libri che cerco e qualche volta che non ho abbastanza soldi, mi li presta (li leggo coi guanti senza aprire bene le pagine per non rovinarli).

Gli voglio bene. Viviamo in due mondi diversissimi ma gli voglio bene.
Oggi compie gli anni e io gli regalo l'abbonamento del nostro giornale per un altro anno, anche se mi dice sempre che il nostro giornale gli fa schifo perché siamo tutti col cervello che puzza e ciò che scriviamo semina pensieri di dubbio nei giovani e questo è sbagliato ma poi lo legge dalla prima all'ultima pagina, sempre!!
La foto me l’ha fatto lui una volta che mi parlava e io non rispondevo! E poi gli ho fatto una foto anch'io e questa è la sua faccia ogni volta che mi vede…

Auguri Ibrahim. Buon Compleanno!

P.S.
sì, negli anni sono riuscita a comprarli tutti i libri che guardavo con così tanto amore!

mercoledì 6 dicembre 2017

[Salvador] Il martirio della UCA

Il 16 novembre è trascorso il ventottesimo anniversario della mattanza dei sei gesuiti dell’Universidad Centroamericana di El Salvador, uccisi dai militari dell’esercito salvadoregno nel 1989. Quella strage, purtroppo, non solo è rimasta impunita, ma una recente sentenza della Corte costituzionale, emessa poco meno di tre mesi fa, ha umiliato, ancora di più, la memoria dei religiosi e il diritto alla verità e alla giustizia di un intero paese.


Quel 16 novembre, i militari del regime che si era instaurato fin dal 1980 nel paese centroamericano, fecero irruzione all’interno dell’ugeniversità uccidendo cinque sacerdoti spagnoli (Ignacio Ellacuría, Segundo Montes, Armando López, Ignacio Martín Baró e Juan Ramón Moreno), il salvadoregno Joaquín López e due domestiche che lavoravano con i religiosi, Elba Julia Ramos e la figlia Celina. La recente sentenza della Corte, invece, non solo ha fatto orecchie da mercante di fronte all’ordine di cattura emesso nel gennaio 2016 dal giudice spagnolo Eloy Velasco, ma ha addirittura accettato il ricorso formulato dai legali degli alti vertici militari di allora per presunte violazioni della libertà personale. Non solo, quindi, non sarà dato adito all’estradizione dei responsabili della mattanza in Spagna, ma si favorisce e si rafforza quel clima di impunità dilagante in El Salvador nonostante alla guida del paese ci sia il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Del resto non c’è da sorprendersi poiché l’allora presidente Alfredo Cristiani, della destrissima Alianza Republicana Nacionalista (Arena), il partito che ha creato gli squadroni della morte ed ha promosso e incoraggiato la tortura verso gli oppositori politici, non ha mai chiesto scusa per l’omicidio dei religiosi. È così che i responsabili della morte dei gesuiti, tra i quali Juan Rafael Bustillo, Rafael Humberto Larios, Juan Orlando Zepeda, Francisco Elena Fuentes, Carlos Mauricio Guzmán, pur essendo dei veri e propri criminali di guerra, paradossalmente possono sostenere che la “democrazia, la legalità, l’etica e la giustizia hanno trionfato”. Arpas El Salvador (Asociación de Radios comunitarios) ha scritto che la magistratura, ancora oggi, è controllata dall’oligarchia e gode della copertura e del sostegno dei principali mezzi di comunicazione del paese, mentre la sinistra, per quanto al governo, non è mai andata aldilà di critiche che poi si concludono finendo con l’accettare l’arroganza dei poteri forti.
Definito come uno dei casi più emblematici del conflitto salvadoregno (il regime militare è stato al potere fino al 1992, ma anche dal ritorno in “democrazia” Arena ha governato fino al 2009), il martirio dei religiosi della Uca ha sempre rappresentato un ingombrante scheletro nell’armadio per le forze che simpatizzavano con la dittatura, tanto che la giustizia ha tutelato in tutte le sedi gli autori materiali e intellettuali della mattanza. Secondo la Commissione per la verità di El Salvador, che nel suo rapporto intitolato “Dalla pazzia alla speranza” ha indagato a fondo sul caso, è emersa la responsabilità dell’ex ministro della Difesa René Emilio Ponce, morto alcuni fa, ma noto per la sua offensiva lanciata, in qualità di colonnello, contro il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, quando la guerriglia sembrava vicina a conquistare la capitale San Salvador. Fu proprio Ponce ad ordinare l’irruzione all’interno della Uca per uccidere Ignacio Ellacuría ed a chiedere deliberatamente ai suoi sottoposti di fare una strage affinché non restassero testimoni. Cristiani, in qualità di presidente del paese, ha sempre coperto i militari coinvolti che, insieme a Ponce, facevano parte dell’Asvem, l’associazione dei veterani militari. Nel 1991 un gruppo di militari che avevano partecipato alla mattanza fu processato, ma nel 1993 giunse una legge di amnistia votata a grande maggioranza dal Parlamento salvadoregno che servì per scagionarli da ogni accusa, mentre nel 2012, per la prima volta, il paese negò l’estradizione dei militari verso la Spagna.
Andreu Oliva, rettore della Uca, ha evidenziato come nel paese vi sia tuttora una politica volta a favorire e a proteggere sistematicamente i militari responsabili delle violazioni dei diritti umani, come accadde anche in occasione del massacro di El Mozote, avvenuto il 10 dicembre 1981, quando il battaglione dell’esercito Atlacatl, lo stesso che uccise i gesuiti, sterminò gli abitanti di questo piccolo villaggio perché, secondo loro, offrivano appoggio e sostegno ai guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Oggi, a distanza di ventotto anni, gran parte degli assassini di Ignacio Ellacuría sono ancora a piede libero e conducono tranquillamente la loro esistenza in maniera nemmeno troppo nascosta.

Nigeria, "conchiglia" di morte

Amnesty International ha chiesto a Nigeria, Regno Unito e Olanda di aprire indagini sul ruolo avuto dal gigante petrolifero anglo-olandese Shell in una serie di orribili crimini commessi dal governo militare nigeriano nella regione petrolifera dell’Ogoniland negli anni Novanta. 
La richiesta è stata fatta da Amnesty International in occasione del lancio di un suo rapporto che esamina migliaia di pagine di documenti interni della Shell, dichiarazioni di testimoni e denunce presentate, all’epoca dei fatti, dalla stessa organizzazione per i diritti umani.
La campagna del governo militare nigeriano per ridurre al silenzio le proteste degli ogoni contro l’inquinamento prodotto dalla Shell causò gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, molte delle quali costituiscono anche precise fattispecie di reato penale.
“Le prove che abbiamo esaminato mostrano che la Shell incoraggiò ripetutamente i militari nigeriani ad affrontare le proteste locali, pur sapendo l’orrore che questo avrebbe procurato: uccisioni illegali, stupri, torture e villaggi dati alle fiamme”, ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.
“In questa brutale repressione la Shell arrivò persino a fornire ai militari sostegno materiale, come i mezzi di trasporto, e in almeno un caso pagò un comandante militare noto per aver violato i diritti umani. Il fatto che la compagnia petrolifera non sia mai stata chiamata a risponderne è un oltraggio”, ha aggiunto Gaughran.
“Non c’è dubbio che la Shell abbia giocato un ruolo chiave negli eventi che devastarono l’Ogoniland negli anni Novanta. Crediamo che vi siano ragioni per aprire indagini penali. Presentare l’enorme quantità di prove raccolte è stato il primo passo per portare la Shell di fronte alla giustizia. Ora stiamo preparando una denuncia penale da inoltrare alle autorità competenti”, ha spiegato Gaughran.
La campagna del governo nigeriano nell’Ogoniland culminò nell’impiccagione, 22 anni fa, di nove leader ogoni tra cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e attivista che guidava le proteste. Le esecuzioni, al termine di un processo clamorosamente irregolare, provocarono uno scandalo internazionale. Nel giugno 2017 le vedove di quattro degli impiccati hanno denunciato la Shell alla giustizia olandese, accusando la compagnia petrolifera di complicità nella loro morte.
Un individuo o una compagnia possono essere chiamati a rispondere sul piano penale per un reato che abbiano incoraggiato, favorito, facilitato o esacerbato, pur non essendone stati gli autori materiali. Ad esempio, può comportare una responsabilità penale il fatto di essere consapevoli che la propria condotta o un rapporto di stretta vicinanza con gli autori materiali possano contribuire a un reato. Il nuovo rapporto di Amnesty International, intitolato “Un’impresa criminale?” afferma che la Shell è stata coinvolta con queste modalità nei reati commessi nell’Ogoniland negli anni Novanta.
In quel periodo la Shell era la più importante compagnia petrolifera attiva in Nigeria. Durante la crisi dell’Ogoniland, la Shell e il governo nigeriano operavano come partner in affari e s’incontravano regolarmente per discutere come proteggere i loro interessi.
Memorandum interni e appunti relativi agli incontri mostrano come la Shell abbia fatto pressioni su alti funzionari del governo per ottenere appoggio militare, anche dopo che le forze di sicurezza avevano compiuto uccisioni di massa di dimostranti. Le stesse fonti confermano che la Shell fornì assistenza logistica e finanziaria alle forze armate o alla polizia nigeriana, pur essendo a conoscenza che esse erano coinvolte in assalti mortali contro civili inermi.
La Shell ha sempre negato di essere stata coinvolta in violazioni dei diritti umani ma non c’è mai stata un’indagine sulle accuse nei suoi confronti.

La Shell sapeva

Le proteste contro la devastazione dell’Ogoniland causata dalle fuoriuscite di petrolio dagli impianti della Shell erano guidate dal Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop).
Nel gennaio 1993, dopo che il Mosop aveva dichiarato che la Shell non era più benvenuta nella regione, la compagnia sospese temporaneamente le attività adducendo motivi di sicurezza.
Secondo i documenti interni analizzati da Amnesty International, mentre la Shell pubblicamente cercava di minimizzare i danni causati all’ambiente, suoi alti dirigenti riconoscevano che le proteste del Mosop erano legittime ed erano fortemente preoccupati per le cattive condizioni degli oleodotti.
Il 29 ottobre 1990 la Shell chiese a un reparto speciale paramilitare della polizia, chiamato Polizia mobile, “protezione per la sicurezza” dei suoi impianti nel villaggio di Umuechem, dove erano in corso proteste pacifiche. Nel giro di due giorni, la Polizia mobile attaccò il villaggio con fucili e granate, uccidendo almeno 80 persone e dando fuoco a 595 abitazioni. Molti dei corpi vennero gettati in un fiume vicino.
Almeno da quel momento in poi, i dirigenti della Shell sarebbero stati consapevoli dei rischi associati alle richieste d’intervento delle forze di sicurezza. Ciò nonostante, la Shell continuò a invocarlo.
Ad esempio nel 1993, poco dopo aver lasciato l’Ogoniland, la Shell chiese ripetutamente al governo nigeriano di dispiegare l’esercito nella regione per proteggere un nuovo oleodotto che era in corso di realizzazione da parte di un’azienda appaltatrice. Il risultato furono 11 morti il 30 aprile nel villaggio di Biara e un morto il 4 maggio nel villaggio di Nonwa.
Meno di una settimana dopo l’incursione nel villaggio di Nonwa, funzionari della Shell ebbero una serie di incontri con alti funzionari del governo e della sicurezza della Nigeria.
Gli appunti di questi incontri mostrano che, invece di esprimere preoccupazione per l’uccisione di dimostranti inermi, la Shell fece pressioni per poter tornare a operare nell’Ogoniland offrendo in cambio aiuto “logistico”.

Sostegno finanziario

La Shell offrì anche sostegno finanziario. Un suo documento interno mostra che il 3 marzo 1994 la Shell versò oltre 900 dollari all’Istf, un’unità speciale creata per “ripristinare l’ordine” nell’Ogoniland. Solo 10 giorni prima il comandante di quell’unità aveva ordinato di aprire il fuoco contro una manifestazione di fronte al quartier generale della Shell di Port Harcourt. Il documento spiega che quel pagamento era “un segno di gratitudine e di incentivo per una futura attitudine positiva [verso la Shell]”.
“In un certo numero di occasioni, le richieste fatte dalla Shell al governo nigeriano affinché contribuisse ad affrontare quella che la compagnia chiamava ‘la questione degli ogoni’ vennero seguite da una nuova ondata di violazioni dei diritti umani nell’Ogoniland. È difficile non vedere il rapporto causale o immaginare che la Shell non sapesse come le sue richieste in quel periodo sarebbero state interpretate”, ha commentato Gaughran.
“In alcuni casi la Shell ebbe un ruolo più diretto nei bagni di sangue, ad esempio trasportando sui suoi mezzi le forze armate nei luoghi ove erano in corso proteste, persino quando divenne chiaro quali sarebbero state le conseguenze di tale comportamento. Questo equivale chiaramente a rendere possibili o facilitare i crimini orribili che ne seguirono”, ha aggiunto Gaughran.

Indicare le comunità delle proteste

Il 13 dicembre 1993, poco dopo il colpo di stato che aveva portato al potere il generale Sani Abacha, la Shell scrisse al nuovo amministratore militare dello Stato dei Fiumi, facendo i nomi delle comunità in cui erano in corso le proteste contro la compagnia e richiedendo assistenza.
Un mese dopo, nel gennaio 1994, il governo istituì l’Istf. Nel corso dell’anno la violenza contro gli ogoni raggiunse picchi terrificanti e l’Istf si rese responsabile di raid nei villaggi ogoni, arresti, stupri, torture e uccisioni.
Secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato il 24 giugno 1994, in quel periodo vennero attaccati oltre 30 villaggi e “più di 50 membri del gruppo etnico ogoni furono vittime di esecuzioni extragiudiziali”. Il comandante dell’Istf si vantò in televisione di queste operazioni, che ebbero dunque una notevole risonanza. Nel luglio dello stesso anno l’ambasciatore olandese fece sapere alla Shell che l’esercito aveva ucciso circa 800 ogoni.

Ken Saro-Wiwa nel mirino

I documenti interni mostrano che nel 1994-95, proprio al culmine della crisi degli ogoni, l’allora presidente della Shell in Nigeria, Brian Anderson, ebbe almeno tre incontri col generale Sani Abacha. Il 30 aprile 1994 Anderson sollevò “il problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa”, descrivendo i riflessi economici derivanti alla compagnia dalle attività portate avanti dal Mosop.
Ken Saro-Wiwa era già nel mirino del governo e, parlando di lui nel corso di quell’incontro, Anderson incoraggiò irresponsabilmente un’azione contro di lui. Anderson riferì di essere uscito da quell’incontro con la sensazione che Abacha “[sarebbe intervenuto] o con l’esercito o con la polizia”.
Infatti, nel giro di un mese Ken Saro-Wiwa e altri leader del Mosop vennero arrestati e accusati, senza alcuna prova, di partecipazione all’omicidio di quattro noti leader tradizionali. Vennero posti in isolamento e torturati, per poi essere sottoposti a un processo-farsa e impiccati nel novembre 1995.
I documenti analizzati da Amnesty International mostrano che la Shell sapeva che sarebbe stato assai probabile che Ken Saro-Wiwa venisse giudicato colpevole e messo a morte. Tuttavia, continuò a discutere col governo su come affrontare “la questione degli ogoni”. È davvero difficile immaginare che la Shell non abbia incoraggiato, e persino condiviso, l’azione del governo contro Ken Saro-Wiwa e gli altri leader ogoni.
Amnesty International chiede che le indagini siano avviate nelle tre giurisdizioni competenti: in Nigeria, dove si verificarono i reati, e in Gran Bretagna e Olanda, dove la Shell ha sede.
“Nelle sue parole finali di fronte al tribunale che lo aveva condannato a morte, Ken Saro-Wiwa ammonì che un giorno sarebbe stato il turno della Shell a essere processata. Vogliamo che ciò accada”, ha annunciato Gaughran.
“Giustizia dev’essere fatta: per Ken Saro-Wiwa e per le migliaia di altre persone le cui vite sono state rovinate dalla distruzione dell’Ogoniland da parte della Shell”, ha concluso Gaughran.
Ulteriori informazioni
I documenti interni della compagnia – tra cui fax, lettere ed e-mail tra i suoi vari uffici – evidenziano che le responsabilità per l’operato della Shell durante la crisi degli ogoni non riguardarono solo il personale presente in Nigeria e che in ogni momento i vertici della Shell all’Aja e a Londra erano pienamente a conoscenza di quanto stesse accadendo nel paese africano.
Un memorandum fa riferimento all’approvazione da parte dei vertici di una dettagliata strategia elaborata nel dicembre 1994 dalla Shell Nigeria su come rispondere alle critiche dopo le proteste degli ogoni. Nel marzo 1995 i vertici della Shell di Londra ebbero un incontro con un rappresentante dell’esercito nigeriano, concordando di “vedersi periodicamente” per scambiare informazioni.
Amnesty International ha chiesto alla Royal Dutch Shell e alla Shell Nigeria di commentare le sue conclusioni. Questa è la risposta della Shell Nigeria:
“Le denunce citate nella vostra lettera sono false e prive di merito. [La Shell Nigeria] non ha colluso con le autorità militari per sopprimere le proteste delle comunità e non ha in alcun modo incoraggiato o invocato l’uso di qualsivoglia atto di violenza in Nigeria. La compagnia ritiene che il dialogo sia il mezzo migliore per risolvere le dispute. Abbiamo sempre respinto tali denunce, nel modo più netto possibile”.







Il rapporto “Un’impresa criminale?” è disponibile online all’indirizzo:
https://www.amnesty.org/en/documents/AFR44/7393/2017/en/