venerdì 12 ottobre 2012

Il Pil decollerà assieme agli F35

Cacciabombardieri, corazzate, bombe, munizioni. Tutte le armi distruttive vengono spostate nella contabilità del Pil, da un capitolo all'altro: e nel passaggio, acquistano valore. Così sale il Pil dei paesi più armati. Parola di Eurostat
Metti un turbo nel Pil. Le nuove direttive statistiche internazionali, con l'aggiornamento dei manuali a cui si attengono i sistemi nazionali di statistica in tutto il mondo, porteranno dal 2014 una sorpresa, cambiando i metodi di contabilizzazione delle spese militari. A essere “premiati”, con un salto in avanti del prodotto interno lordo, saranno soprattutto i paesi con maggior produzione di armamenti di tipo puramente offensivo; cioè quelle armi che si distruggono nel loro uso bellico, non appena raggiungono l'obiettivo per cui sono state costruite: ammazzare e distruggere.
Non che finora le armi siano state messe fuori dal Pil. Come denunciava Robert Kennedy nel celebre discorso del '68 all'università del Kansas, sull'inadeguatezza di un indice che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”, il Pil cresce anche “con la produzione di napalm, missili e testate nucleari”. Solo che adesso si assisterà a un salto di qualità nella misurazione dei sistemi d'arma.
Tutto parte dall'aggiornamento del manuale di contabilità nazionale (sistema europeo dei conti SEC95), che entrerà in vigore nei paesi dell’Unione Europea dal 2014 (1): lì ci sono tutte le indicazioni sui nuovi metodi statistici di contabilizzazione delle grandezze economiche e finanziarie di ogni paese. Regole e metodi su cui si basa tutto il sistema europeo dei conti, e ai cui risultati fanno poi riferimento i governi, le politiche di convergenza, i giudizi degli analisti, la verifica degli obiettivi dei trattati europei (da Maastricht al fiscal compact).
Una delle novità riguarda proprio le spese militari. Novità metodologiche, ma con effetit sostanziali importanti. Attualmente, le spese militari sono considerate in modi diversi nella contabilità nazionale a seconda che siano passibili anche di un utilizzo civile (per esempio, una portaerei), oppure destinate a scopi esclusivamente distruttivi (per es., un missile). In questo secondo caso, non vanno ad arricchire il capitale di un paese, ma vengono classificate tra i “consumi intermedi”. Con i nuovi metodi invece, tutti gli acquisti di sistemi d’arma e dei relativi sistemi di supporto, purché utilizzati per un periodo superiore a un anno, saranno contabilizzati come investimenti in beni durevoli; anche le munizioni, le bombe e i pezzi di ricambio vengono spostati dai consumi intermedi per essere collocate fra le scorte.
Lo spostamento da un capitolo all'altro non è di poco conto. Evidente la sua implicazione simbolica e politica: i sistemi d'arma sono capitale fisso, che a tutti gli effetti contribuisce alla ricchezza e al benessere di un paese. Il che ha una immediata traduzione concreta: chi spende di più in armi, ad esempio per una guerra, aumenta la propria ricchezza e aumenta il volume di prodotto interno lordo. Con l'entrata in vigore dei nuovi criteri contabili, aumenteranno gli aggregati di capitale fisso dei vari paesi, e con essi cambierà il prodotto interno lordo. Il tutto, con l'aggiunta di una clausola di riservatezza dei dati: quelli militari saranno divulgati solo come valori aggregati – con scarso o nullo beneficio, dunque, per la comunità scientifica.
A beneficiare dei nuovi manuali di contabilità nazionale, saranno soprattutto i paesi con maggior spesa militare: Stati Uniti, Russia, Cina. Ma il premio statistico a uno sviluppo weapon based avrà importanti ripercussioni sull'Europa martoriata dalla speculazione sui debiti sovrani e sullo spread: la revisione statistica migliorerà come d’incanto, i conti di molti paesi. Eurostat sottolinea come l’impatto positivo delle armi distruttive sul Pil, in seguito alla revisione, cambi di molto da paese a paese con una media di mezzo punto di Pil. Per l'Italia, si tratterebbe di un aumento “contabile” del Pil di 800 milioni di euro.
Stima anche troppo prudente, secondo l’istituto nazionale di statistica olandese Cbs, che giunge a valutare un impatto positivo sul Pil olandese, dovuto al cambiamento di contabilizzazione, compreso fra i 725 e gli 826 milioni di euro. Per l’Italia – che ha una spesa militare pari al triplo di quella olandese, e un Pil del 30% superiore - non è ancora disponibile alcuna stima ufficiale: ma un confronto anche grossolano con i numeri forniti dal Cbs fa capire che la posta in gioco, in termini di revisione del Pil, è abbastanza alta.
E crescerebbe ancora se dovesse passare, negli accordi europei, la proposta da molte parti avanzata in passato di escludere dal rapporto debito/Pil le spese per investimenti pubblici: se le spese pubbliche in armamenti distruttivi vengono considerate investimenti, e per di più esclusi dalle tagliole di Maastricht, i ministeri della difesa europei avranno buon gioco a trovare la copertura finanziaria per i loro sistemi d’arma.
Anche se la revisione dei conti scatterà in Europa nel 2014, i vari istituti di statistica si sono già attrezzati per soddisfare tutti i nuovi requisiti dei manuali contabili. Dunque, è più che probabile che tra poco più di un anno assisteremo al doppio decollo dei chiacchierati cacciabombardieri F35 assieme a quello di un Pil inflazionato dalla spesa militare. Se qualcuno non si muoverà prima, magari tirando fuori dagli archivi il Bob Kennedy del 1968.

(1) Il sistema europeo dei conti, versione europea del manuale SNA 1993 dell’Ufficio di Statistica delle Nazioni Unite, stabilisce le regole per costruire gli aggregati macroeconomici su cui si concentra l’analisi economica e le politiche dei governi come le politiche di convergenza, la verifica degli obiettivi di Maastricht e la valutazione delle leggi finanziarie. Il processo di revisione dello SNA 1993, iniziato nel 2003 dall’Ufficio di Statistica delle Nazioni Unite è stato coordinato da un gruppo di lavoro di cui fanno parte Eurostat, Ocse, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, supportato da un comitato di esperti nazionali AEG (Advisory Expert Group), che ne ha prodotto la versione 2010 divenuta il riferimento per la successiva revisione del sistema europeo dei conti.

La riproduzione di quest'articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info

giovedì 11 ottobre 2012

Taranto specchio d'Italia

Smettessimo di guardarla da lontano come una città polveriera – nel senso del veleno e dell’esplosivo – Taranto ci apparirebbe per quel che è: lo specchio, neanche troppo deformato, del degrado in cui sta precipitando l’Italia tutta. Puntuale degenera anche lo scontro istituzionale fra magistratura e governo tecnico, con la Procura che detta tempi ultimativi per lo spegnimento degli altiforni e il ministro Clini che accelera il varo di un’autorizzazione somigliante a una deroga mascherata. E’ proprio quel che speravano i padroni del Nord arricchitisi oltre misura, la famiglia Riva, che non appena la giustizia li ha perseguiti e ha sequestrato loro gli impianti, si sono messi a cavalcare la rivolta operaia. Mai vista prima dell’Ilva una borghesia industriale cimentarsi così sfacciatamente nel paternalismo protestatario. Rifornendo le maestranze impegnate nei blocchi stradali con i viveri dalla mensa aziendale. Chiamando allo sciopero i lavoratori senza tessera sindacale attraverso i capireparto. Facendo pervenire all’esterno i comunicati dei dipendenti asserragliati a 60 metri d’altezza sul nastro di carico dell’Altoforno 5, indovinate da chi? Direttamente dall’ingegnere responsabile della struttura, trasformatosi in portavoce zelante, per non dire in regista dell’azione disperata. Perché l’Altoforno 5 è al tempo stesso il cuore produttivo dello stabilimento e la principale fonte d’inquinamento.
Detenuti agli arresti domiciliari, i Riva sanno di poter contare sull’imbarazzo della classe politica locale, già screditata dagli scandali e dal dissesto finanziario, adeguatasi all’idea che la produzione dell’acciaieria fosse per Taranto la priorità assoluta, e pazienza se ciò comportava di assumere per valide delle normative ambientali fasulle, peraltro cucite su misura da chi stava più in alto di loro, nei ministeri romani.
Con tempismo perfetto, gli scioperi in difesa dell’occupazione sono scattati dal 26 luglio scorso ogni volta che la magistratura tarantina ha fatto capire che questo andazzo illegale non era procrastinabile.
Apriti cielo. Come se non ci fossero di mezzo un’imputazione di disastro ambientale (e un’emergenza sanitaria che l’Ilva continua a negare), perfino i sindacati hanno sposato la linea della deroga a oltranza. Dopo l’adesione iniziale, nel mese d’agosto la Fiom si dissocerà. Ma ormai la comunità operaia è lacerata, anche perché emergono, sebbene minoritarie, le prime voci di dipendenti Ilva che sostengono il sequestro giudiziario della fabbrica, riunite nel Comitato Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti.
La disparità delle forze in campo è imbarazzante. Da una parte i proprietari del più grande stabilimento industriale italiano (11500 dipendenti più altre migliaia nell’indotto). Un’acciaieria dalle cui forniture dipende il 40% del comparto manifatturiero italiano; senza contare che fermarla significherebbe interrompere le lavorazioni pure negli altri stabilimenti Ilva di Genova e Novi Ligure (o almeno così sostiene la direzione aziendale).
Dall’altra parte ci sono le famiglie degli operai che non troveranno mai un’alternativa occupazionale, ma che già stanno pagando un prezzo altissimo sotto forma di patologie tumorali e malattie respiratorie, pericolose in special modo per i bambini. La città è stritolata da questa tenaglia, le cui leve sono impugnate da mani potenti e lontane.
Al quartiere Tamburi, epicentro popolare di questa Taranto che solo ora riconosce nell’Ilva una madre velenosa, l’indignazione è l’unica merce che si vende a buon mercato. Basta una folata di vento per sollevare la polvere di metallo cumulata a tonnellate nei limitrofi parchi minerali fino a invadere le case, le scuole, i nasi, gli occhi e le orecchie. Ma a chiudere le bocche sopraggiungono anche le dichiarazioni del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che equipara la chiusura dell’Ilva alla perdita di 8 punti di Pil: anche lui parla di “disastro” e invoca il “buonsenso”. Ma quale buonsenso? Non è forse il buonsenso alla base dell’operato della magistratura che, dopo anni di inutili sollecitazioni, preso atto della sordità delle istituzioni e delle inadempienze aziendali, procede nell’azione penale?
La sproporzione si misura nelle cifre dei bilanci: oltre quattro miliardi di utili hanno realizzato i Riva da quando, 15 anni fa, acquisirono la proprietà dell’ex Italsider. Da imprenditori capaci, hanno modernizzato gli impianti e migliorato le condizioni di lavoro, investendo nell’acciaieria, ricavandone utili straordinari. Evidentemente hanno speso per incrementare la produzione senza porsi il problema di una bonifica, come se la disastrosa situazione pregressa che avevano ereditato dall’Italsider li esentasse da questa responsabilità. Patetica è apparsa la sequenza delle cifre che, solo in seguito al sequestro, i Riva si sono dichiarati disposti a elargire: prima 90 milioni, poi 146, infine 400 “trattabili”. Gli esperti sostengono che tale somma non basterebbe neppure per la copertura dei parchi minerali da cui si sprigiona lo spolverio incivile su Tamburi.
Sicché viene il dubbio: può darsi un capitalismo al tempo stesso pulito e redditizio nel Mezzogiorno d’Italia, o invece la siderurgia deve per forza imporsi come colonizzazione?
Taranto specchio d’Italia rivela così gli effetti di una politica corrotta o sottomessa. A chi dovrebbero rivolgersi i cittadini spaventati che ora acclamano i magistrati e i pediatri, ma che domani potrebbero maledire con la stessa foga chi provocasse la chiusura dell’Ilva?
Incontrarli in piazza Gesù Divin Lavoratore, di fronte alla parrocchia, con sullo sfondo le ciminiere fumanti, significa immergersi in una catastrofe antropologica di rancori e sospetti. I politici locali sono tutti sospettati di aver nascosto la verità per convenienze inconfessabili. C’è chi fischia i sindacalisti accusati di essersi venduti e chi ce l’ha con le donne ambientaliste portatrici di miseria. Un’apocalisse culturale in cui sguazza da sempre la malavita organizzata.

Taranto, Italia appunto. Perché il contraltare dell’indignazione non è altro che il cinismo, quando la situazione appare senza vie d’uscita. Un cinismo che si manifesta a voce bassa nell’attesa del solito, classico, italianissimo conflitto d’attribuzione sintetizzato dalle due parole chiave incombenti su Taranto: bonifica o autorizzazione? E’ presto detto: la magistratura impone la bonifica come priorità assoluta, incompatibile con il prosieguo dell’attività produttiva. Autorizzazione invece è la parola magica che l’Ilva, ma non solo l’Ilva, confida sia rilasciata entro la settimana dal Ministero dell’Ambiente. Si chiama Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) il provvedimento che il ministro Clini intende varare d’intesa con la Regione Puglia, entrando in rotta di collisione con il decreto del gip Todisco. Ma pesa come un macigno l’esperienza dell’Aia precedente, varata dal ministro Prestigiacomo nell’agosto 2011 quando Clini era direttore generale dell’Ambiente (lui assicura di non averci avuto personalmente a che fare). Si trattò di un provvedimento elastico che consentì ai Riva di continuare a produrre inquinando, con forzature imposte da periti riconosciuti inesperti. Oggi a Taranto quell’Aia-beffa viene additata come il premio ottenuto dai Riva per aver sottoscritto 120 milioni nella cordata Alitalia voluta da Berlusconi (“sappiamo bene che non ci guadagneremo”, dichiarò allora il patriarca della dinastia).
Licenziato in fretta e furia il direttore delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, celebre a Taranto per le buste di “beneficenza” con cui riscuoteva il consenso necessario (pochi spiccioli se comparati ai miliardi di profitti), la famiglia Riva si è affidata alle arti diplomatiche del prefetto Bruno Ferrante. Il nuovo presidente si è fatto fotografare al fianco degli operai che protestano. Ha negato di avere organizzato le forniture di vettovaglie ai blocchi stradali, incassando però una pubblica smentita corale dei diretti interessati. Non c’è classe che tenga, tra i fumi di questa Taranto disperata: la comunità operaia diviene massa di manovra e strumento di pressione. Mentre col contagocce trapelano le statistiche sull’incidenza delle leucemie e dell’asma.
Quella che fu la prima città industriale del Sud si avvicina al punto di rottura senza averne tratto neanche briciole di benessere.

Gad Lerner, Repubblica, 8 ottobre 2012

Honduras: il lato oscuro delle città modello

Lo stato centroamericano firma il primo contratto per la loro costruzione. Sono veramente la panacea di tutti i mali dei paesi in via di sviluppo? Assassinato l’avvocato Antonio Trejo, che aveva presentato ricorso contro il progetto delle ’aree modello’ e difensore delle comunità contadine

Aggiornamento dell'ultima ora: il presidente della Corte Suprema dell’Honduras ha convocato una riunione plenaria per il prossimo 17 ottobre per decidere rispetto alla costituzionalità o meno delle città modello dopo che una sentenza non all’unanimità della Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia ha dichiarato incostituzionale il progetto.


di Annalisa Melandri per L’Indro*

Sono comunemente conosciute come ’città modello’ o ’città private’, il governo honduregno più tecnicamente le definisce invece Regiones Especiales de Desarrollo (RED) e cioè Regioni Speciali di Sviluppo, presentandole come “l’alternativa di richiamo di investimenti internazionali e di creazione di posti di lavoro più innovativa mai applicata da qualsiasi paese in America Latina negli ultimi anni”.
Il 4 settembre scorso, la Commissione per la Promozione del Partenariato Pubblico-Privato(Coalianza), statale, e dirigenti della compagnia statunitense NKG (rispetto alla quale tuttavia trapelano ben poche informazioni), hanno firmato il contratto per la costruzione della prima città modello nel paese.
Il progetto sta ovviamente scatenando numerose polemiche tra critici e sostenitori, ma di cosa si tratta veramente? L’idea di costruire ’città private’ trae origine dalle ’charter cities’ di Paul Romer, economista ed imprenditore statunitense fuori dagli schemi, “abile a camminare lungo la linea sottile che separa il rivoluzionario dal folle”, secondo la rivista’Time’ uno dei 25 americani più influenti, che ha recentemente rinunciato alla sua cattedra di economia presso la Stern School of Business di New York per portare avanti il suo ambizioso progetto.
Paul Romer le definisce come zone di riforma speciali che permettono ai governi di poter adottare rapidamente sistemi di regole nuovi e innovatori; regole che siano notevolmente diverse da quelle adottate nel resto del paese”. Le zone di riforme speciali possono essere di diverso tipo e gli attori in gioco devono essere necessariamente tre: il paese anfitrione che mette a disposizione il terreno e ospita la costruzione della città, il paese fornitore della massa umana che le abiterà (chiamato anche ’paese d’origine’) e il paese garante che farà in modo di far rispettare lo statuto amministrativo della città.
In alcuni casi paese anfitrione, paese garante e paese d’origine possono coincidere (come avviene in certi casi in Cina con alcuni esperimenti di città a statuto speciale) o in altri casi possono coincidere il paese anfitrione e il paese garante, ospitando intere comunità di persone o di migranti provenienti da un’altra regione, possono infine coesistere diversi paesi garanti che saranno a loro volta anche paesi d’origine. In ogni caso i requisiti principali del progetto devono essere tre:
1. Avere a disposizione terreni disabitati della grandezza di una città, concessi volontariamente da un governo anfitrione. Le dimensioni del terreno preferibilmente devono essere non inferiori a mille chilometri quadrati che permetteranno di costruire una città di circa 10 milioni di abitanti.
2. La città deve necessariamente contare su un sistema normativo speciale, uno statuto che quindi costituirà la base della sua amministrazione.
3. I residenti della città, gli investitori e coloro che offriranno il lavoro avranno piena libertà di decidere se vivere all’interno della zona di riforma o al di fuori di essa e quindi piena libertà di movimento.
Paul Romer ipotizza che la città debba essere interamente costruita da investitori privati stranieri i quali riceveranno introiti per i servizi offerti, mentre la proprietà del terreno rimarrà nelle mani del paese anfitrione che finanzierà la spesa pubblica con gli incrementi del valore del medesimo. I terreni inoltre saranno affittati agli investitori stranieri privati i quali saranno proprietari delle strutture ma non degli stessi.
Le charter cities vengono presentate quindi come la panacea adatta a risolvere tutti i mali e le disfunzioni croniche dei paesi in via di sviluppo, dove ad amministrazioni corrotte ed incapaci si aggiungono sistemi economici al limite del collasso. Infatti, sono state pensate proprio per questo tipo di paesi, che sono anche quelli che posseggono più terreni disabitati da poter offrire al libero mercato.
Romer spiega che le Nazioni Unite prevedono che nei prossimi decenni circa 3 miliardi di persone migreranno nelle zone urbanizzate del pianeta, andando ad affollare ulteriormente i cinturoni di miseria che già esistono intorno alle città più grandi, o affollando al limite della sopportazione umana quelle delle zone più industrializzate del pianeta con flussi migratori imponenti ormai totalmente fuori controllo.
Il fenomeno della crescente urbanizzazione, particolarmente grave in America latina e nei paesi del terzo mondo, può essere ridotto notevolmente creando proprio nuove città dove queste enormi masse umane potranno trovare lavoro e potranno avere accesso garantito ai servizi basici essenziali dei quali adesso non beneficiano. Praticamente, come affermaRomer, “invece di espandere le baraccopoli negli attuali centri urbani, nuove charter cities potrebbero offrire sicurezza, alloggi a basso costo e nuovi posti di lavoro.
Il futuro, ipotizza e immagina l’economista, è proprio nelle città e nel desiderio innato delle persone di vivere una accanto all’altra per avere più opportunità. Opportunità che — rispondendo perfettamente all’ideologia neoliberista espressa in forma così allettante da Romer - stanno proprio negli scambi commerciali e nel business.
Perché mai milioni di persone dovrebbero “essere disposte a pagare affitti elevati solo per vivere e lavorare vicino ad altri milioni di persone che a loro volta pagano affitti elevati?”.“Solo per ottenere benefici che derivano dallo scambio e dalle interazioni con molte altre, risponde Paul Romer all’interrogativo, forse un poco banale.
La cosa sembrerebbe affascinante, una specie di neo-colonizzazione del pianeta organizzata a tavolino che risolverebbe per incanto anche i problemi delle migrazioni; pensiamo per esempio agli haitiani che potrebbero avere, ipotizza il visionario Romer, in Brasile lapossibilità di vivere in una charter city pensata per loro, dal momento che il colosso latinaomericano ha investito notevoli risorse economiche ed umane nella missione MINUSTAH ad Haiti, che non ha affatto risolto la situazione del piccolo paese caraibico.
Sembra uno scenario da film post apocalittico: la ricolonizzazione del pianeta pensata dopo una grande catastrofe, enormi masse umane di indigenti che vengono ricollocate e rese funzionali al grande capitale mondiale. Nessuno spreco, né di uomini nè di risorse, perchétutto sarà gestito dalle élites mondiali imprenditoriali. Gli uomini saranno solo ingranaggi necessari per permettere il corretto funzionamento di quelle che sembrano grandi macchine per produrre ricchezza. Come gli schiavi (con qualche diritto in più) di una volta?
Al modello coloniale si rifà in certa misura infatti Paul Romer. Egli stesso afferma: “un percorso più veloce [per lo sviluppo di alcuni paesi ndr.] sembrerebbe essere quello di imporre da parte di un paese sviluppato nuove regole con la forza, come successo nel periodo coloniale. Alcune ex colonie oggi sono più prospere grazie alle norme stabilite durante la colonizzazione.
L’esperimento delle charter cities è stato già realizzato, pur se con modalità diverse in alcune aree del mondo. La più nota e forse meglio riuscita ad oggi rimane Hong Kong, seguita da Macao, ambedue città con regimi di amministrazioni speciali. Songdo, in Corea del Sud è per esempio un distretto imprenditoriale autonomo la cui costruzione si prevede terminera nel 2015, mentre in Mozambico era stata firmata una bozza di accordo per la costruzione di una charter city, saltata poi in seguito ad un colpo di Stato.
In Honduras, come dicevamo, il progetto e gli accordi per la costruzione di charter cities sono a un livello già avanzato. Probabilmente è proprio in questo paese dell’America centrale - territorio nei decenni scorsi di dominio economico (e politico) incontrastato delle Standard Fruit Company e della United Fruit Company, giganti statunitensi per la produzione e commercializzazione di frutta tropicale, soprattutto banane — che un progetto del genere può funzionare.
Si dice che queste imprese fossero un vero e proprio ’stato nello stato’, nella patria diFrancisco Morazán e probabilmente, almeno in Honduras, rappresentano forse l’embrione — con i dovuti distinguo — delle prime charter cities che l’attuale l’oligarchia honduregna, rappresentata da non più di dieci famiglie, brama costruire oggi.
Le difficoltà, sia nella realizzazione pratica del progetto sia rispetto alle proteste e al rifiuto da parte della società civile verso un modello futuro che mette a rischio la sovranità nazionale e mina nelle fondamenta il già traballante Stato di Diritto vigente nel paese sono tante.
Il 30 novembre del 2009 Porfirio Lobo venne eletto presidente dell’Honduras a seguito di elezioni farsa realizzate dopo il colpo di Stato del 28 giugno dello stesso anno, quandoil presidente in carica Manuel Zelaya fu cacciato dal paese in pigiama dai militari. Accusato di voler apportare modifiche costituzionali illegittime, in realtà quello che aveva spaventato la recalcitrante oligarchia honduregna probabilmente fu l’apertura a sinistra di Zelaya e le sue simpatie verso i governi progressisti della regione.
Nel dicembre del 2011 Porfirio Lobo ha nominato l’economista Paul Romer insieme ad alcuni suoi collaboratori del calibro di George Akerlof (Nobel all’economia nel 2001), NancyBirdsall (presidente del Center of Global Development), Boon-Hwee Ong (manager diBeyond Horizon Consulting -BHC) ed Harry Strachan (manager di Mesoamerica Investments) nella Commissione Trasparenza prevista dalla normativa delle Regioni Speciali di Sviluppo(RED nella sigla in spagnolo) per sorvegliare la trasparenza del progetto della costruzione delle città modello nel paese.
Proprio in questi giorni la notizia dei primi problemi. Paul Romer ha infatti lasciato l’incarico nella Commissione Trasparenza denunciando, per mezzo di una lettera inviata direttamente al presidente Lobo, che quello che mancava nella realizzazione del progetto era proprio la trasparenza.
La lettera, firmata dai 5 membri della Commissione e datata il 7 settembre scorso, denuncia la “mancata pubblicazione del decreto formalizzante il loro incarico sulla Gazzetta Ufficiale”. Quindi, conclude, la Commissione per la Trasparenza non è mai stata legalmente costituita e non è mai stata in grado di esercitare una delle sue funzioni in base allo Statuto costituzionale sulle Regioni Speciali di Sviluppo”.
Da questo momento in poi il Congresso Nazionale si configura pertanto come unico depositario della verità relativa ad un progetto di interesse nazionale e di importanza strategica per il paese e che viene portato avanti con assoluta segretezza.
Sullo stesso accordo, firmato dalla Commissione per la Promozione del Partenariato Pubblico-Privato (COALIANZA) e dalla fantomatica compagnia statunitense dal nome ancora poco chiaro (il Congresso nella sua pagina la chiama prima MKG e poi NKG) vige il più assoluto riserbo. Allo stesso Romer e ai suoi collaboratori è stata sempre negata la visione degli atti del contratto.
L’’Heraldo, quotidiano honduregno a diffusione nazionale, fa notare che la compagnia MKG (o NKG) sembra una compagnia fantasma. Nessun dato in rete, una scarna pagina web realizzata in tutta fretta proprio nelle ultimissime ore, l’unico riferimento ai dirigenti è a Michael Strong come firmatario dell’accordo con il quale l’americana MKG si impegna ad investire 15 milioni di dollari nella realizzazione dello stesso. Ad accrescere il mistero, il fatto che Michael Strong non abbia esperienza di nessun genere nella realizzazione di questo tipo di progetti, ma piuttosto appare come il fondatore di una fantomatica corrente filosofica conosciuta come FLOW.
Intanto Carlos Pineda, commissario di COALIANZA, fa trapelare che la MKG starebbe terminando l’acquisizione dei primi lotti di terreno da rivendere poi allo stato honduregno che a sua volta li affitterà agli investitori.
Sono state identificate tre zone dove poter costruire le città modello: alcune località del dipartimento di Colón, nella valle di Cuyamel nel dipartimento di Cortés e nel Golfo di Fonseca, tra Choluteca e Valle. Tutte sulla costa, perchè uno dei requisiti per il successo delle città modello è proprio che abbiano a disposizione l’accesso al mare per gli scambi commerciali.
Riserbo totale tuttavia, sulla quantità dei terreni, sul prezzo degli stessi e anche sul tipo di investimenti che verranno portati avanti. E anche sull’organizzazione amministrativa che avranno: le città modello infatti, nell’idea originaria dovevano avere un governatore e un proprio sistema normativo che Paul Romer avrebbe dovuto vigilare con la sua Commissione di Trasparenza. Adesso, rimane tutto nelle mani del Congresso.
Nonostante il presidente del Congresso Nazionale Juan Hernandez assicuri che le città modello in Honduras creeranno immediatamente 5mila posti di lavoro e nei prossimi anni almeno altri 200mila, è comprensibile che a fronte di così poca trasparenza il progetto abbia sollevato numerose perplessità, che si sono aggiunte a quelle iniziali e meramente ideologiche.
Contro il progetto delle città modello sono stati presentati infatti vari ricorsi di incostituzionalità (a oggi in tutto 24) alla Corte Suprema di Giustizia honduregna da parte di ampi settori organizzati della società civile. Tuttavia, probabilmente il rifiuto più grande viene dalle comunità indigene e nere del paese riunite sotto la sigla OFRANEH (Organizzazione Fraterna Negra dell’Honduras).
In modo particolare la comunità garifuna, discendente dagli schiavi originari dell’Africa occidentale, accusa il governo di voler “svendere intere porzioni di territorio alle potenze straniere”. Denuncia la coordinatrice generale di OFRANEH, Miriam Miranda che “in diverse occasioni, tanto il potere esecutivo come il legislativo hanno indicato che la prima RED in Honduras si troverà tra la Baia di Trujillo e il fiume Sico, area che comprende 24 comunità garifuna considerate santuario culturale. Inoltre – ha aggiunto– si è parlato di destinare le RED alla produzione degli agrocombustibili, presumibilmente nei boschi della Moskitiahonduregna”.
Le città modello, o città private o charter cities o come le si voglia chiamare, pur presentandosi come soluzione post moderna agli squilibri sociali derivati dalla fase odierna dello sviluppo umano, mostrano tuttavia un inquietante paradosso.
Come le ’città ideali’ di rinascimentale memoria, hanno come elemento centrale intorno al quale ruota tutta la loro organizzazione, l’uomo. Ma mentre nel primo caso l’uomo era centrale nella sua essenza spirituale, culturale e animica, nel caso delle charter citiesinvece l’uomo riveste lo stesso ruolo di una macchina o una fabbrica, esclusivamente quindi utilizzato come mezzo di produzione di ricchezza, ragionando cioè in termini marxisti, esclusivamente come forza lavoro.
Le masse necessarie a popolare le charter cities, i dieci milioni di abitanti di una città modello ipotizzati da Romer cosa sono se non una enorme forza lavoro da destinare alla produzione della ricchezza per alcuni grandi gruppi economici? Gli haitiani che troverebbero posto nella loro città modello in Brasile a cosa sarebbero funzionali visti da una prospettiva più ampia? L’uomo viene usato perché il grande capitale economico e finanziario per riprodursi ha bisogno di lui, ancora non può farne a meno. Anzi, vista la massa di indigenti a disposizione perchè non approfittarne?
Una notizia recente: l’avvocato Antonio Trejo, che aveva presentato ricorso di incostituzionalità contro il progetto delle città modello — e difensore delle comunità contadine che stanno lottando in Honduras per difendere le loro terre dall’accaparramento dei grandi latifondisti - è stato brutalmente assassinato alcuni giorni fa.

* per L’Indro il reportage é stato realizzato in due uscite:
la prima (Le città private dell’Honduras) qui
e la seconda (Honduras: il lato oscuro delle città private) qui

mercoledì 10 ottobre 2012

Il vescovo alla ’ndrangheta: “non potete dirvi cristiani”

Monsignor Salvatore Nunnari*
*arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano

Un momento della processione della Madonna di Polsi

Mi appello a voi, uomini della mafia,
come figlio di questa terra “grande e amara”. Ai suoi mali antichi si sommano le vostre organizzazioni “di cui la ‘ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa”. (Doc. Conferenza episcopale calabra 2007). Una presenza che fa pagare alla nostra terra un prezzo alto a livello sociale, economico e religioso. 
Siete però minoranza e non rappresentate la storia e la civiltà millenaria dei nostri padri. Come Caino però portate il segno di Dio per non essere oggetto dell’odio e della vendetta: “ Nessuno tocchi Caino”., (cfr. Gn 4,9-15) In lui potete riconoscere il progenitore. Nel suo cuore perverso, che abbatte il fratello Abele per avere la supremazia e il dominio sulle cose che Dio aveva messo a disposizione di tutti, il vostro cuore.
I segni che vi distinguono sono l’arroganza del potere, la spregiudicatezza del possedere, l’animosità che acceca e annulla i vincoli di sangue e la mancanza assoluta di rispetto per la vita e la dignità umana.
In questo contesto, avere la presunzione di appellarvi a tradizioni religiose, come spesso fate anche cercando di prendere parte alla preparazione di feste patronali, è semplicemente assurdo. Non c’è nulla nel Vangelo di Cristo a cui voi mafiosi potete richiamarvi, anzi la vostra stessa esistenza fatta di violenza e soprusi è una controtestimonianza allo spirito e alla norma etica della Parola di Dio. Non è certo la partecipazione, anzi peggio l’inserimento subdolo nelle pratiche della pietà popolare, che vi abilita ad appartenere a una Chiesa che purtroppo, soprattutto nel passato, non sempre è riuscita a discernere i vostri atteggiamenti a tal punto da cadere in questo imbroglio. Ciò ha permesso ad alcuni della vostra poco o per nulla onorata società di far parte di comitati per la realizzazione delle feste. Anche per questo alcune di esse hanno ancora molto dello spirito pagano.
E come riuscite a definirvi cristiani e mafiosi allo stesso tempo lo spiegano le testimonianze di Caldarola in Autobiografia di Cosa nostra.
“Fra di noi ci sono molti cattolici, per esempio una delle regole di Cosa nostra vieta di uccidere il venerdì perché per noi è un giorno di lutto. Sembra strano ma tutti noi uomini di onore abbiamo la Bibbia, festeggiamo i Santi, anche se sappiamo le conseguenze. Siamo cattolici: di fatti io sono cattolico e appartengo a Cosa nostra”.
Basta con la strumentalizzazione della devozione alla Madonna e ai Santi a cui solo cuori purificati e semplici possono accostarsi. Se Cristo è la vita e la verità, il vostro agire vi mette dalla parte della morte e della menzogna. Se la Chiesa e l’esempio di santità di tanti uomini colpiti da voi vi indicavano la luce, voi avete scelto consapevolmente le tenebre. Se Dio è tenerezza, amore infinito e compassione per tutti gli uomini, un insano ed erroneo senso dell’onore arma la vostra mano contro i fratelli. Ed infine, vi ricordo che “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (salmo 21). Voi che seminate morte offendete invece Dio ogni giorno opponendovi anche a testimoni che nelle situazioni difficili delle nostre città e dei nostri piccoli centri vi richiamavano alla conciliazione: Don Pino Puglisi è l’ultimo esempio.
La nostra terra
Se il Mezzogiorno e la Calabria vivono in condizioni di arretratezza socio-economica che conculca la speranza soprattutto delle nuove generazioni, la vostra colpevolezza è immensa.
Quando da organizzazione criminale locale avete occupato gli spazi spesso lasciati liberi da uno Stato, a volte poco attento ai nostri problemi, avete superato i vecchi canoni e gli stessi confini nazionali diventando una vera e propria forza imprenditrice del male.
Quello che per voi è stato “un salto di qualità”, per il Mezzogiorno ha segnato un ulteriore passo indietro con conseguenze deleterie sotto il profilo dell’immagine della nostra terra. Ciò continua a provocare la fuga degli investimenti.
Non si contano le piccole e medie aziende anche di imprenditori del nord del Paese che sono state costrette a chiudere battenti per le richieste di pizzo.
Accanto a questo fenomeno, inoltre, continua inesorabile quello dell’abbandono dei nostri centri da parte dei giovani scoraggiati verso ogni tipo di attività commerciale e d’impresa.
Molte energie vanno altrove dove trovano terreno fertile per le per realizzare le loro idee mentre, altre ( sempre di meno) resistono coraggiosamente sfidando ogni giorno ostacoli di ogni tipo.
L’immagine e la cultura accogliente della Calabria degradata a terra di mafia diventano facile giustificazione della presa di distanza di ogni tentativo di avviare un’attività economica.
Il racket subito quotidianamente dai piccoli commercianti è la causa di fallimento e chiusura oltre che un’offesa alla libera iniziativa e alla dignità dell’uomo.
Lodevole ed efficace l’azione della cosiddetta società civile e della voglia di riscatto dei nostri giovani. Altrettanto importante il lavoro della magistratura e della forze dell’ordine che individuano e confiscano i vostri beni.
Questo rappresenta per la parte sana del Mezzogiorno una delle scelte di lotta più significativa che colpisce il malaffare e restituisce alla società ciò che avete violentemente e illegalmente usurpato.
Tuttavia, come l’esperienza insegna, non è l’unica strada da percorrere anche perché siete diabolicamente capaci di occultare flussi di denaro e investimenti in ogni campo.
Nel nostro territorio ad esempio, collegato con i mercati internazionali del narcotraffico, famiglie mafiose amministrano una parte considerevole di questo criminoso e sempre più preoccupante commercio che mentre assicura fiumi di denaro, spezza la vita di tanti giovani. La loro morte grida vendetta al cospetto di Dio della vita e dovrebbe pesare come un macigno sulla vostra coscienza.
Le lacrime di tanti genitori e sposi in questi anni del mio Ministero pastorale hanno reso arduo considerarvi ancora capaci di accogliere l’appello che nasce dal cuore di un padre.
Tuttavia, sono un uomo di speranza che nutre fiducia nell’immensa misericordia di Dio, mai stanco di amore e di incrociare, magari attendendo, l’essere umano sulle vie tortuose della sua esistenza.
Trovo perciò nella Sua Parola un testo davvero interessante secondo il quale nessuno è perduto fino a quando ha la forza di cambiare. Dice Isaia: “L’uomo abietto non sarà chiamato più nobile…perché l’abietto fa discorsi abietti e il suo cuore trama iniquità per commettere empietà così da compiere e affermare errori intorno al Signore, per lasciare vuoto lo stomaco dell'affamato e far mancare la bevanda all'assetato…
Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall'alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto del diritto sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza”. (Is. 32,5-7; 15-17). Insomma, dopo la notte la luce. E i segnali di rinascita culturale della nostra terra ci fanno ben sperare.
Il male non può essere l’assoluto nella vostra vita, aprite perciò il cuore al messaggio eterno del Vangelo che è annuncio di liberazione e di salvezza e non ha nulla a che fare con le false devozioni.
La Bibbia che spesso tenete tra le mani deve diventare fonte di vera riflessione e di cambiamento radicale.
Ecco allora, vi chiedo di farvi raggiungere dallo Spirito effuso dall’Alto, l’unico che ha il potere di mutare il deserto della vostra esistenza in un giardino dove fiorisce la giustizia e la pace.“Fatevi riconciliare con Dio” (Cor. 5,20), è ancora l’esortazione che Paolo rivolge ai cristiani e che è rivolta anche a voi oggi.
Se riscoprirete infatti la Grazia del battesimo ricevuto potrete rivivere la gioia di essere ancora figli di Dio redenti dal sangue di Suo Figlio.
Il martire della fede Don Pino Puglisi, vittima del vostro odio e che oggi è certamente intercessore presso il trono di Dio per chiedere il perdono, vi ricorda che “ Ogni cuore ha i suoi tempi che neppure noi riusciamo a comprendere.Il Signore bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto aprirà”.
Le Chiese meridionali e calabresi vi hanno rivolto da tempo l’invito alla conversione. I vescovi nei loro interventi sono stati chiari. Illuminanti sono i documento del 1975 L’Episcopato calabro contro la mafia, disonorante piaga della società e quello più recente del 2007 : Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. E’ questo un passo del Vangelo di Luca (13,5).  Ecco la spiegazione : “Gesù commentando episodi di cronaca avvenuti a Gerusalemme, rimanda alla radice di tutti i mali: la peccaminosità dell’uomo, la potenziale connivenza con la violenza che si annida nel cuore umano in ogni tempo.
Il suo è un chiaro invito a cercare, anzitutto dentro di noi, i segni della complicità con il peccato”.
Scrivono poi i vescovi che “ Il primo passo, quindi, è la conversione personale e comunitaria, grazie ad un cambio di mentalità nel cuore e nella vita di ogni uomo e donna, di ogni famiglia, gruppo e istituzione, che permetta di rimuovere le forme di collusione con l’ingiustizia e respingere l’ingannevole fascino del peccato”.
Un invito che fa eco al grido del Beato Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi in Sicilia : “Convertitevi ! Un giorno verrà il giudizio di Dio”.
Sappiate che anche la società sta cambiando, anzi è già cambiata e dalle rive del mare e dalle cime dei monti già si intravvede un’alba nuova.
A voi scegliere da che parte stare!


Potrebbe interessarti anche:

Il cattivo esempio di Hugo Chávez

Visto il particolare contesto informativo di monopolio del punto di vista critico dei processi politici latinoamericani e di quello venezuelano in particolare, prego specialmente di far circolare e condividere questo mio articolo  (Gennaro Carotenuto)

L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Pilar Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Pilar, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Pilar Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia ma si è confermato presidente del Venezuela. Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton.
È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave. In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove.
C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico.
Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare. Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica.
Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%. Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.