sabato 11 settembre 2010

AlReves: USA


La dottrina del “potere intelligente”
La nuova strategia militare Usa e il ruolo delle “Forze Speciali”

In un suo recente discorso il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha spiegato che in fatto di politica estera gli Stati Uniti adotteranno un programma ispirato al principio dello smart power (o “potere intelligente”).

Ciò segnerebbe il passaggio “da un esercizio diretto del potere”, come quello adottato dai falchi repubblicani di Bush , “ad un’applicazione dello stesso più sofisticata, che implica una delicata combinazione di influenza ed uso della forza (…) e che richiede pazienza e perseveranza poiché l’esercizio indiretto del potere ha bisogno di molto tempo”. (Hillary Clinton, 2010).

Lo smart power si configura quindi come una giusta miscela tra soft power (la capacità di influire nel mondo attraverso la diplomazia e la propaganda culturale) e hard power, l’uso diretto della forza militare alla quale gli Usa hanno fatto ricorso ripetutamente dal conflitto in Vietnam fino alle più recenti Guerre del Golfo.

A prima vista, il nuovo approccio potrebbe significare un sostanziale cambiamento di rotta rispetto al passato verso una politica estera finalmente più morbida e “multilaterale”: meno interventi militari e più impegno nell’azione diplomatica per risolvere la controversie internazionali, il tutto condito dal sorriso rassicurante del presidente Obama.

Secondo le informazioni pubblicate da numerose fonti nordamericane (tra cui il New York Times), una “direttiva segreta” del Pentagono in particolare, quella del dicembre 2009 firmata dal Generale Petraeus, conterrebbe indicazioni illuminanti per comprendere il nuovo orientamento della neonata dottrina militare Usa.

In perfetta continuità con l’”era Bush”, la politica estera del governo Obama assegna un ruolo cruciale all’intervento militare in tutti quei paesi che, pur non trovandosi in stato di guerra con gli Usa, risultano strategici per i loro interessi oppure potenzialmente pericolosi per la loro “Sicurezza Nazionale”. In prima fila, tra i paesi considerati “ostili”, ci sono Cuba (vittima da decenni di un embargo assurdo ed anacronistico) e il Venezuela chavista con il suo ambizioso progetto di integrazione regionale antistatunitense (ALBA).

Secondo le stesse fonti citate, l’intervento militare nei paesi “non allineati” vedrà un coinvolgimento sempre maggiore delle “forze speciali” (corpi d’elite, contractors, agenti segreti).

Si tratta di unità addestrate nello svolgere compiti nell’ambito della guerra psicologica e delle “operazioni coperte”, sullo stile di quelle che in passato provocarono l’abbattimento dei governi progressisti di Abenz (Guatemala), Goulart (Brasile) ed Allende (Cile). Tutto ciò non deve sorprendere se si considera che le tattiche di guerra non convenzionali sono proprio alla base delle operazioni svolte dalle “forze speciali”.

Un altro compito assegnato alle “forze speciali” consiste nel raccogliere informazioni [lavoro di intelligence] e nel costruire legami con le forze di sicurezza locali. Fino ad oggi è stata la CIA ad occuparsi di queste “delicate” funzioni. Si può citare come esempio il “Piano Condor” - messo in atto dalle dittature del Sudamerica nel corso degli anni 70 per “liquidare la sovversione” - in cui l’agenzia Usa svolse un ruolo determinante nel “consigliare” e coordinare i servizi di intelligence della regione. Questo tipo di cooperazione rese anche possibile lo scambio di informazioni, il trasferimento dei prigionieri e l’esecuzione di operazioni “congiunte”, quali il sequestro, la tortura e l’omicidio di centinaia di persone in Cile, Argentina e Uruguay.

Negli Stati Uniti, uno dei dubbi che si nutrono nei confronti delle “forze speciali”, sottoposte al Dipartimento della Difesa, riguarda il fatto che “le loro operazioni non necessitano dell’approvazione del Presidente, né il Congresso ha la facoltà di essere informato sulle loro attività”*. Ciò conferisce all’Esercito un’autonomia che va al di là dell’azione di controllo da parte delle autorità civili, circostanza di per sé estremamente pericolosa in qualunque democrazia.

Considerando il calo d’immagine e di consenso che gli Stati Uniti hanno subito di recente, non solo in America Latina ma un po’ in tutto il mondo, il governo Obama sta cercando di stanziare più fondi da investire nell’attuazione dei programmi per la sua politica estera.

Il Segretario alla Difesa, Robert Gates, ha chiesto all’amministrazione del suo governo più soldi e più sforzi per il soft power (la diplomazia, l’assistenza economica e la propaganda attraverso i mezzi di comunicazione), “poiché i militari non possono da soli difendere gli interessi degli Stati Uniti d’America in tutto il mondo. Ha inoltre sottolineato che la spesa militare ammonta a circa mezzo trilione di dollari all’anno, a fronte di un bilancio complessivo del Dipartimento di Stato di 36 miliardi di dollari.”**

Il mantenimento della “Pax Americana” in tutto il pianeta, anche mediante il “potere intelligente”, continua a rivelarsi un affare molto costoso.

Andrea Necciai
 
Note:
* “Poder Inteligente, discurso de la Pax Americana en el gobierno de Obama: continuidades y discontinuidades”,
di Silvina Maria Romano e Gian Carlo Delgado Ramos – “Rebelión”.
** ”Smart Power, un nuovo approccio della politica estera statunitense”, di Joseph S. Nye Jr.


AlReves: Messico


Ay pobre Mexico…
Una nazione in bilico tra crisi economica e violenza diffusa

Nell’anno del Centenario di una delle rivoluzioni più importanti della storia del ventesimo secolo, il Messico è sprofondato in una crisi economica senza precedenti, mentre si registra un’escalation di violenza alimentata dalla delinquenza e dalla piaga del narcotraffico, ma anche dallo stesso Stato Federale.

Negli ultimi quattro anni la povertà si è enormemente diffusa tra la popolazione. Secondo i dati del Coneval (il Consiglio nazionale di valutazione delle politiche sociali), le persone con redditi inferiori a 65 dollari mensili, cioè in condizioni di estrema indigenza, hanno raggiunto in poco tempo i 20 milioni. Se a questi si sommano altri 31 milioni di cittadini con redditi che non consentono il soddisfacimento dei bisogni essenziali (come la casa o l’assistenza socio-sanitaria), si deve concludere che oggi la metà dei messicani sono poveri. Un oltraggio per un paese che nei “mitici anni novanta” si candidava ad entrare trionfalmente nel Primo Mondo per la porta principale.

Erano quelli i tempi del NAFTA, l’accordo sul libero commercio siglato con gli Stati Uniti e il Canada, che secondo i governanti e le classi dirigenti di allora avrebbe consentito al Messico una rapida crescita economica e sociale, proiettandolo verso l’eldorado delle nazioni più sviluppate. E in effetti, il progetto liberista prese decisamente il volo nell’ultimo ventennio, attraversato dal declino dei governi priisti - gli eredi della Rivoluzione, al potere in Messico per più di 80 anni - e dall’avvento di quelli panisti della destra nazionalista, senz’altro più “adattabile” alla modernità capitalista e ai suoi processi di globalizzazione.

Ma la costruzione di uno Stato nazionale, egemonizzato da una borghesia meticcia che “parla spagnolo pensando in inglese, ha il suo cuore negli Stati Uniti e svolge il ruolo assegnatole dall’attuale trans-nazionalizzazione dello Stato”*, non ha fin qui prodotto i benefici promessi - a suo tempo - a tutti i messicani (né sul piano economico, tanto meno su quello sociale).

La gestione della crisi economica da parte del governo in carica - retto da Felipe Calderon, che guadagnò la Presidenza nel 2006 ricorrendo a clamorosi brogli elettorali - è stata condotta in modo pessimo. Per lo meno questo è il giudizio di molti esperti di economia, tra i quali anche il Premio Nobel Joseph Stiglitz che ha criticato a più riprese l’operato del governo panista affermando che “l’eccesso di austerità che pretende di imporre potrebbe contribuire ad indebolire ulteriormente l’economia”, mentre l’introduzione di una “fiscalità più equa” e la tassazione delle transazioni e delle rendite finanziarie risolverebbe molti problemi di bilancio, oltre che scoraggiare la speculazione.

Più che del disastro economico e sociale, i vertici dello Stato sembrano più preoccupati (ed occupati) a non deludere il potente vicino del nord. La visita di Stato di Calderon a Washington del mese scorso era diretta soprattutto ad ottenere il “timbro di approvazione” di Obama sulla condotta del governo messicano.

Pare che il timbro, alla fine, sia stato apposto, nonostante le polemiche suscitate dalla richiesta - da parte messicana - di abrogare la legge-scandalo dell’Arizona sull’immigrazione e di proibire la vendita di armi pesanti nelle zone di confine. Richiesta legittima anche quest’ultima, per tentare di ostacolare i potentissimi cartelli messicani della droga che, grazie alle oltre 7.000 armerie disseminate sulla frontiera, sono facilmente in grado di ingrossare i loro arsenali.
La guerra (mal concepita) che lo Stato messicano da 3 anni ha ingaggiato contro i cartelli della droga ha già provocato più di 23.000 morti, aumentando a dismisura il livello della violenza in tutto il paese.

La “mano dura” del governo non è solo rivolta alla repressione dei fenomeni di criminalità. E’ bene ricordare che in Messico esiste anche un altro tipo di violenza: quella praticata dalle stesse istituzioni nei confronti dei movimenti popolari. Fino ad un’epoca recente, essa veniva esercitata con i sequestri, la tortura e la repressione; ora “si applica anche nei processi giuridici contro gli oppositori, come nel caso degli attivisti di Atenco condannati a pene maggiori rispetto a quelle comminate a qualsiasi narcotrafficante o assassino comune.”**   

A Città del Messico, la grande piazza dello Zocalo è diventata teatro della protesta civile di centinaia di membri del sindacato degli elettricisti (SME), da un mese in sciopero della fame. Lamentano la perdita del loro posto di lavoro, in seguito al fallimento dell’azienda parastatale “Luz y Fuerza” che ha portato al licenziamento di 43.000 sindacalisti ed addetti. La strategia del governo di Calderon, simile del resto a quella dei suoi predecessori, è fin troppo evidente: provocare la bancarotta delle aziende statali per aprirle alle privatizzazioni, senza badare alle conseguenze sociali. A pochi metri di distanza, i presidi degli insegnanti provenienti dallo stato di Oaxaca, in rivolta dal 2006 per ottenere condizioni di vita e di lavoro più dignitose; la loro comunità continua a subire la prepotenza delle bande paramilitari controllate dal governo statale del PRI.

Per questi e per molti altri casi di “violenza istituzionale”, il Centenario della Rivoluzione sarà ricordato in Messico come l’anno del trionfo – forse definitivo – della Controrivoluzione.

Andrea Necciai

Note:
* ”La Contrarrevolucion en el poder”, di Gilberto Lopez y Rivas – La Jornada.
** ”Intervista alla giornalista Laura Castellanos”, di Luis Martinez Andrade – El Columnista.

sabato 31 luglio 2010

AlReves: Cile


Shock economy in salsa latina
Il Cile di Pinochet e le “cavie di laboratorio” dei Chicago Boys

Negli ultimi decenni l’America Latina è stata il principale laboratorio di sperimentazione delle cosiddette “terapie di shock”, un insieme di misure economiche “di emergenza” (molto gradite a corporations e multinazionali) che comprendevano privatizzazioni su larga scala e drastici tagli alla spesa sociale. Applicati secondo i paradigmi del “libero mercato”, tutti questi provvedimenti hanno contribuito nel tempo a indebolire e depauperare interi Stati e popolazioni.

In uno dei suoi saggi più letti, il defunto economista Milton Friedman, considerato uno dei padri fondatori della dottrina neoliberista, sembrava aver trovato la panacea per il capitalismo moderno quando affermava che “soltanto una crisi, autentica o supposta, può produrre un cambiamento reale. Quando si produce una crisi, le azioni che si adottano devono dipendere dalle idee dominanti”. E Friedman seppe come sfruttare una crisi “su grande scala” quando, a metà degli anni 70, entrò in contatto con il dittatore cileno Augusto Pinochet.

In quel tragico capitolo della sua storia il Cile, già prostrato dal colpo di stato militare ai danni del governo legittimo del socialista Allende, stava soffrendo un periodo di grave crisi economica dovuto all'iperinflazione. Friedman colse la palla al balzo e raccomandò a Pinochet di imporre una repentina trasformazione dell'economia a base di tagli alle tasse, libero commercio, privatizzazione dei servizi pubblici, drastica riduzione della spesa sociale e deregulation. Il risultato fu la più grande trasformazione capitalista mai realizzata nella storia del Continente (meglio conosciuta come “Rivoluzione della Scuola di Chicago”). Ma le conseguenze furono soprattutto licenziamenti di massa, disoccupazione crescente e aumento delle povertà.

Nel frattempo analoghi processi venivano sperimentati negli stessi anni anche in Brasile, Uruguay ed Argentina, sempre contando sull’aiuto dei “cervelli” dell'Università di Chicago e sotto l’ala protettrice delle dittature militari. Vale la pena ricordare che queste importanti riforme economiche, messe in atto per il bene dei paesi “cavia”, venivano propinate alle popolazioni interessate con l’ausilio di terapie invasive in molte sale di tortura sudamericane, e grazie al meticoloso lavoro di soldati e poliziotti addestrati negli Stati Uniti.

Negli anni 80 e 90, epoca in cui le dittature lasciarono lentamente spazio a fragili democrazie, l'America Latina non riuscì lo stesso a sfuggire alla “dottrina dello shock”. Anzi, nuove crisi prepararono il terreno ad un'altra sfilza di “terapie d’urto” di stampo liberista: il problema dell'indebitamento agli inizi degli anni 80, seguito da un'ondata di iperinflazione e dal crollo dei prezzi delle materie prime, dalle cui esportazioni - del resto - dipendono ancora oggi molte economie della regione.

In Cile, malgrado dal 1990 sia in corso un singolare processo di transizione alla democrazia, “i dirigenti della Concertacion para la Democracia, la coalizione formata da democristiani, radicali e socialisti post Allende, avevano negoziato con la dittatura il ritorno ad una normalità democratica vigilata da Pinochet. Conosciamo alcuni dei diktat della dittatura: il modello economico imposto con successo a forza di sangue e terrore non doveva essere toccato; la costituzione fatta dal dittatore per garantire l’egemonia delle forze armate sulla società civile non doveva essere riformata; la sinistra sarebbe rimasta ai margini della partecipazione politica e si sarebbe continuato a stigmatizzare qualsiasi forma di dissidenza dal modello economico liberista, perché la nuova democrazia cilena era questo, un prodotto della nuova situazione di mercato. Tutta la vita sociale, culturale e politica doveva essere funzionale al modello economico.”*

In virtù di questi trascorsi, è logico ritenere che la rivolta contro il neoliberismo stia concentrando le sue avanguardie proprio in America Latina, dove intere popolazioni, istituzioni e movimenti politici continuano ad opporsi ad un modello economico che mostra sempre più le corde ma che ha ancora la forza di imporsi come sistema dominante.

Come “cavie” del primo laboratorio di shock i popoli latinoamericani hanno impiegato parecchio tempo a comprendere i meccanismi di funzionamento delle politiche neoliberali (e i loro disastrosi effetti); ma ora sembrano aver sviluppato i giusti anticorpi per proteggersi da nuovi, minacciosi venti di crisi. Alla ricerca di sistemi sociali più giusti ed egualitari, molti governi cercano oggi di gettarsi alle spalle - forse definitivamente - i fantasmi di un sistema economico devastante che per decenni ha avuto il solo merito di moltiplicare sofferenze e povertà dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco.

Andrea Necciai

Note
* “Il potere dei sogni” di Luis Sepulveda - TEADUE, marzo 2008.

sabato 10 luglio 2010

AlReves: El Salvador


Un terrorista chiamato “El Panzón”
Chi è Francisco Chávez Abarca, il braccio destro di Posada Carriles

I servizi di sicurezza venezuelani sono riusciti a mettere le mani sul terrorista salvadoregno Francisco Chávez Abarca, considerato il braccio destro di Luis Antonio Posada Carriles - l’ex agente della CIA attualmente in attesa di giudizio negli Usa per violazione della legge sull’immigrazione -, responsabile dagli anni ’70 di una serie di attentati contro Cuba e di altre “operazioni eversive” compiute in vari paesi del subcontinente.

Chavéz Abarca, meglio conosciuto con il nomignolo di “El Panzón", stava tentando di entrare in Venezuela munito di credenziali e passaporto falsi. Le intenzioni del criminale salvadoregno sono ancora sconosciute, ed è probabile che neppure gli interrogatori del Sebin (il servizio di intelligence bolivariano), o dell’Interpol, porteranno a qualche confessione.

Cosa è andato a fare El Panzón in Venezuela? Che tipo di incarico o di missione è stato chiamato a svolgere nel paese bolivariano? E per conto di chi? Per il momento il quadro della situazione è ancora oscuro; sono invece ben conosciute le attività criminali a cui si è fin qui dedicato il personaggio in questione.

Se si scorre il curriculum vitae di Francisco Chávez Abarca, la sequenza dei crimini da lui commessi è davvero impressionante: si va dal traffico di droga agli attentati dinamitardi, passando per le truffe e il furto di automobili. Per quest’ultimo reato il nostro uomo ha già scontato due anni di prigione in Salvador, insieme ad altri 21 membri della banda specializzata in “robo de carros”; secondo la magistratura salvadoregna si trattava di “una delle principali organizzazioni criminali a livello centroamericano, specializzata nel furto e nella rivendita di autoveicoli”.

Nel corso degli anni ’90, El Panzón fu pure implicato in altre attività illecite come il narcotraffico, la vendita di armi e il riciclaggio di denaro sporco, operando questa volta in Guatemala.

Nonostante questi ed altri precedenti penali, nell’ottobre del 2007 un giudice salvadoregno decise a sorpresa la scarcerazione di Chavéz Abarca, senza che il detenuto fosse mai stato chiamato a rispondere davanti alla giustizia dei suoi delitti più gravi, quelli legati al terrorismo internazionale.

Alla fine degli anni 80’, quando El Panzón si mise a servizio dell’agente segreto della CIA Posada Carriles, quest’ultimo era impegnato ad organizzare il traffico illegale di armi per i “Contras”, i mercenari addestrati dagli Usa ed utilizzati nella guerra “sporca” e mai dichiarata contro il Nicaragua sandinista.

Per tutti gli anni ‘90, utilizzando diversi pseudonimi, il criminale salvadoregno si rese utile all’organizzazione clandestina di Posada, svolgendo un’infinità di “missioni” tra El Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua, soprattutto come reclutatore di uomini adatti a compiere attentati o sabotaggi. Come nel caso della campagna terroristica del 1997 contro Cuba, concepita dalla Fondazione Nazionale Cubano Americana (FNCA) - un ente socio/culturale di “copertura” utilizzato dalla CIA in funzione anticastrista - e diretta personalmente da Posada dal suo quartier generale situato in un rifugio segreto a San Salvador.

Chavéz Abarca ricevette l’incarico da Posada Carriles di selezionare dei mercenari e di addestrarli all’uso di esplosivi per compiere attentati dinamitardi sul suolo cubano. Alla fine, fu scelto Ernesto Cruz León, un salvadoregno “degno di fiducia”, per collocare le bombe in alcune strutture alberghiere de L’Avana.

Il primo ordigno, confezionato con 600 grammi di esplosivo C-4, esplose nella discoteca Aché dell’Hotel Meliá Cohíba, il 12 aprile del 1997, causando soltanto danni materiali. Il 30 aprile venne disinnescato un altro ordigno (di 400 grammi di C-4) nascosto in un vaso nel corridoio del 15° piano dello stesso albergo. Qualche giorno più tardi, mentre El Panzón si trovava in Messico, un’altra bomba fu fatta detonare. In quell’occasione l’obiettivo scelto erano gli uffici della compagnia cubana Cubanacán che opera a Città del Messico.

Infine, una quarta bomba fu collocata nell’atrio dell’Hotel Copacabana, sempre a L’Avana e sempre dagli stessi attentatori. Esplose il 4 settembre 1997, provocando la morte del giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo.

Chávez Abarca, El Panzón, sarà presto estradato a Cuba dove verrà giudicato per terrorismo, al contrario del suo “principale” Posada Carriles che, alla veneranda età di 84 anni, può ancora godersi il suo “esilio dorato” negli Stati Uniti, in attesa di un giudizio che - probabilmente - non arriverà mai.

Andrea Necciai

sabato 8 maggio 2010

AlReves: Cuba


Fuoco di fila sulla Revolución
I diritti umani e l’offensiva mediatica contro Cuba

Come è noto, il clamore suscitato dalla tragica morte di Orlando Zapata e dallo sciopero della fame inscenato da un altro detenuto, Guillermo Fariñas, ha riacceso la polemica sul tema dei diritti umani e della dissidenza politica a Cuba.

La notizia della morte di Zapata è apparsa sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari di tutto il mondo. Ciò ha prodotto una nuova campagna di demonizzazione contro il governo di Cuba, che negli ultimi mesi era già stato ripetutamente “aggredito” dai media. E, da un po’ di tempo, anche sulla rete grazie all’opera dei blogger anti-sistema (tra i quali spicca la giovane “cyber-dissidente” Yoani Sanchez), diventati gli artefici della moderna propaganda anticubana. Se n'è accorto anche il Pentagono che ha cominciato ad investire molto denaro e risorse nel neonato settore della cyberguerra - un tempo “guerra psicologica” - contro i Paesi nemici o non allineati agli Stati Uniti.

Sulle presunte violazioni dei diritti umani e della libertà d’espressione a Cuba, le critiche più aspre giungono dai colossi editoriali di Stati Uniti ed Europa (inclusa buona parte della stampa nostrana), i quali controllano le maggiori testate e i più importanti canali radiotelevisivi (inter)continentali.

Tuttavia alla maggior parte di questa informazione, sempre molto attenta alle vicende cubane, continuano a sfuggire alcuni fatti non proprio irrilevanti. Ad esempio, dall’ultimo rapporto di Amnesty International (2009), organismo chiaramente super partes, risulta che in 23 dei 27 Stati che compongono l’Unione Europea sono state commesse negli ultimi anni gravissime violazioni dei diritti umani: carcerazioni arbitrarie, sequestri, torture ed omicidi extragiudiziali. A Cuba non è mai stato registrato un solo caso simile.

In Francia, la culla dei diritti umani, solo nei primi due mesi di quest’anno si sono verificati più di 20 suicidi di detenuti, tra cui un adolescente di 16 anni. Ma la stampa transalpina ha del tutto trascurato queste “beghe interne”, preferendo piuttosto concentrarsi sulla perniciosa questione delle persecuzioni subite dai “dissidenti” cubani incarcerati, e sul caso Zapata.

L’ipocrisia dell’informazione sull’America Latina.
A differenza di quanto accade nelle “moderne e liberali” democrazie latinoamericane, dove la violazione della dignità umana, i sequestri e gli assassini di Stato, le torture e i suicidi dei detenuti non sono eventi sporadici ma quotidiani, a Cuba per ricordare anche solo un fatto analogo a quello di Orlando Zapata dobbiamo tornare indietro di almeno 50 anni. Ciò nonostante, ai grandi media non mancano i pretesti per dare addosso al regime cubano, ad ogni sospetto di violazione dei diritti umani o sulla base di semplici rumors.

Intanto però si continua a tacere, o a glissare, su ciò che di assai peggio sta succedendo nel resto del continente latinoamericano. Ad esempio, non è stata pronunciata una sola parola di condanna sulle centinaia di vittime della dittatura honduregna (da poco trasformata, per evidenti motivi di immagine, in “Stato democratico” dopo le elezioni-farsa), che continua a reprimere l’opposizione civile del paese con la violenza e le esecuzioni sommarie.

Poco o nulla si è detto, invece, sul ritrovamento in Colombia dell’ennesima fossa comune con migliaia di vittime dei corpi paramilitari e dell’esercito colombiano, il principale alleato degli Stati Uniti nel Cono Sud;  oppure sulle mattanze di sindacalisti, giornalisti scomodi ed attivisti sociali che si verificano quotidianamente in Paesi “modello di democrazia” come il Guatemala, il Messico, il Cile o il Perù; od ancora sui moderni metodi di interrogatorio - o per meglio dire di tortura - adottati ancora oggi dalle polizie di mezza America, come la “bolsa” o la “picana” di argentina e cilena memoria.

Umani con diritti.
Vittima di un blocco economico anacronistico e di un accanimento mediatico senza precedenti, malgrado tutti gli errori e le sue contraddizioni interne, in fatto di salvaguardia dei diritti umani Cuba può ancora vantare al mondo le sue conquiste. Vale la pena, ancora una volta, ricordarle.

1) Tutti i cittadini cubani hanno diritto e accesso gratuito agli ospedali e ai servizi sanitari.
2) La scuola è per tutti, non ci sono università private, e tutti i cittadini cubani hanno accesso gratuito ai centri scolastici ed educativi. Già nel 1961 Cuba era diventata “territorio libero dall’analfabetismo”.
3) Cuba è, secondo l'UNICEF, l'unico paese dell'America Latina che ha eliminato la denutrizione infantile, anche durante il duro "periodo especial"degli anni '90, e vanta la più alta speranza di vita del cosiddetto Terzo Mondo (78 anni). Il suo tasso di mortalità infantile è il più basso dell'America Latina e dei Caraibi (4,7 per ogni mille nati vivi), inferiore persino a quello degli Stati Uniti.*
4) Secondo il rapporto del 2006 riguardante il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Cuba occupa il 50° posto per l'elevato sviluppo umano (su un totale di 177 paesi studiati), vale a dire quelle società che migliorano le condizioni di vita dei propri cittadini attraverso un incremento dei beni che servono a soddisfare i bisogni primari e complementari e la creazione di un ambiente in cui si rispettino i diritti umani.*

Infine, nonostante le sue ristrettezze economiche, Cuba è sempre la prima ad inviare nei paesi più bisognosi del terzo mondo medici, infermieri, maestri e tecnici specializzati (come nel caso dell’assistenza alimentare e sanitaria fornita ad Haiti dopo la catastrofe del terremoto). E sempre mettendo al primo posto il principio e la pratica della solidarietà con altri esseri umani.

Andrea Necciai

Note:
*”22 Particolari su Cuba che forse non conoscete” di Red Informativa Virtin (tratto da Latinoamerica e tutti i sud del mondo n.108).