giovedì 21 novembre 2019

[El Salvador] la violenza sulle bambine non può più restare impunita

Negli ultimi anni El Salvador è stato un paese soddisfatto. E non perché tutto vada bene. Al contrario: soddisfatto perché, quando tutto va male, nella sconfitta resta poco da fare. Dopo la guerra civile ha vinto più volte il triste titolo di paese con più omicidi del continente.
È un paese di appena 6,5 milioni di abitanti che permette che, in media, ogni mese due donne muoiano per mano del loro partner e che ignora le statistiche che parlano di 12 denunce per delitti sessuali al giorno. Però, nelle ultime settimane, questo paese soddisfatto e sconfitto dalla violenza non ha accettato una cosa: non ha accettato che un tribunale stabilisse che toccare la vagina di una bambina di dieci anni, da sopra i vestiti, non fosse un crimine.
Per quanti di noi sono nati dopo gli accordi di pace del 1992, la protesta in piazza non è mai stata davvero una strada per mostrare la propria insoddisfazione di cittadini. Almeno non da un punto di vista generazionale. Siamo cresciuti con madri che facevano la lista dei morti e ricordavano il rumore delle pallottole negli anni ottanta, quando migliaia di salvadoregni sono scesi in piazza per protestare contro la repressione statale.


La paura sussurrata
Senza che i traumi della guerra fossero stati risolti, quanti di noi sono nati dopo la guerra e nei quartieri operai hanno imparato a tacere per altre cose. A insegnarci il silenzio, negli ultimi decenni, sono state le gang. Gli ordini sono scritti nei vicoli e nelle strade di un’infinita di comunità che queste controllano: “Ver, oir y callar” (Vedere, ascoltare, tacere) è sempre stato il presupposto.
E in generale il compito è stato portato a termine. Quando le famiglie salvadoregne parlano delle gang, non le chiamano così. Si parla dei “muchachos” (i ragazzi). Quando qualcuno, all’interno di una comunità, si azzarda a raccontare l’ultima estorsione o l’ultima violenza fisica inflitta dai “ragazzi”, lo dice a bassa voce, sussurrando. La paura trasforma le proteste in mormorii e silenzi. Nel Salvador una marcia contro gli omicidi commessi dalle gang Mara Salvatrucha o Barrio 18 sarebbe impensabile. La gente ha imparato che dare voce al malcontento può costare la vita. 

La settimana scorsa il silenzio generalizzato nei confronti della violenza ha cominciato a cedere. Perché il muro di silenzio relativo agli abusi sessuali è stato scalfito. Nei tribunali salvadoregni solo una denuncia su dieci per abusi sui minori porta a una condanna. Il 90 per cento delle denunce si conclude con l’impunità. Però lo scorso 4 novembre, centinaia di persone sono scese in piazza con una parola d’ordine: “Toccare una bambina è un crimine”.
Questa massa di persone arrabbiate ha cominciato a scendere in piazza a febbraio, dopo che Eduardo Jaime Escalante, un magistrato, era arrivato con la sua auto in un quartiere operaio e, secondo le accuse del procuratore, aveva toccato la vagina di una bambina di dieci anni che giocava con un suo coetaneo.
L’uomo era fuggito a piedi quando alcuni familiari della bambina lo avevano sorpreso, lasciando però la sua auto sul posto. Così sono riusciti a identificarlo. L’uomo è stato accusato di aggressione sessuale contro minore, un delitto passibile di una pena tra otto e 12 anni di carcere. Ma la commissione che si occupa del caso, composta da due magistrati, ha concluso la settimana scorsa che la condotta di cui è accusato il loro collega è, al massimo, un’infrazione punibile con una multa compresa tra dieci e trenta giorni di salario.
Il verdetto è caduto come acqua bollente su persone abituate a disinteressarsi dei problemi altrui. Scottandole. E il paese centroamericano, che normalmente accetta la violenza nelle sue espressioni più estreme, ha detto basta.
Una donna che possiede una flotta di 25 taxi ha invitato tutti i suoi autisti a scrivere “Toccare una bambina è un crimine” sui parabrezza di tutti i veicoli. Cartelli con la stessa frase sono circolati in città e il presidente della repubblica ha fatto sua questa causa pubblicando dei tweet sull’argomento. Il movimento femminista si è assicurato che il caso non fosse sfruttato dai politici per i loro interessi. In una società che per decenni ha taciuto comincia una mobilitazione in difesa delle bambine e delle donne. 

Non dimenticare
Nel 1999, quando Katya Miranda, una bambina di nove anni, fu violentata e assassinata in una fattoria di famiglia, non ci fu una protesta che dicesse agli aggressori: siamo qui e vi controlliamo.
Il suo caso si trasformò in un simbolo dell’impunità con la quale in Salvador si palpeggiano, si violentano e si uccidono le bambine. Nel 2013, quando Ana Elizabeth Chicas, una giovane di 18 anni, fu assassinata dal suo ex partner, non ci fu nessuno che si mobilitò per difenderla, neppure nelle strade del suo polveroso villaggio nel dipartimento di Usulután, nell’est del paese. Nel 2016, quando Karen e Andrea, di 12 e 14 anni, sono scomparse a Cojutepeque, non c’è stata alcuna mobilitazione per ritrovarle. Al di fuori delle organizzazioni e dei movimenti femministi, la violenza contro le donne si è ridotta, nel migliore dei casi, a qualche hashtag sui social network.
Il triangolo settentrionale dell’America Centrale è una regione troppo abituata alla violenza. Lo strumento per eccellenza con cui misuriamo il fallimento, o il successo, delle politiche pubbliche che la combattono è stata la riduzione del numero dei morti ogni giorno. Quando si parla di violenza si pensa alle gang, agli scontri con la polizia, ai cimiteri clandestini. Pensiamo poco alle bambine e alle donne violentate, molestate e umiliate.
La commissione che si occupa del caso del magistrato Escalante, per esempio, secondo il verdetto non ritiene che prendere una bambina di dieci anni per le spalle e poi abbassare la mano fino ai suoi genitali sia di per sé un atto violento. Non ci sono state pallottole, urla, sangue o spari. Solo una bambina sconvolta. 
Oppure, poiché il fatto è avvenuto rapidamente e al di sopra dei vestiti, i magistrati hanno concluso che esso costituisse un “contatto impudico”. Ai sensi della legge, questo tipo di contatto avviene quando qualcuno approfitta della “distrazione” di una vittima che transita in un qualche luogo pubblico per toccarla. Sembra che il messaggio sia che sono le bambine a non doversi distrarre, a restare all’erta casomai apparisse un uomo in giacca e cravatta che tocchi la loro vagina.  

Le proteste di questa settimana sono una piccola conquista per un paese tollerante nei confronti delle intimidazioni, delle aggressioni e delle violenza. Solo nel 2018 la polizia ha ricevuto 4.304 denunce di violenza sessuale, e tutti sono d’accordo sul fatto che una tale cifra sia un’approssimazione per difetto rispetto alla realtà. Anche se la recente manifestazione spalanca la porta a un movimento sociale che reclama giustizia per le donne, è una risposta che arriva tardi.
Nessuna marcia permetterà alla bambina di dieci anni di poter nuovamente uscire a giocare senza paura, nessuna protesta ridarà la vita a Katya Miranda, ad Ana Elizabeth né a Karen e Andrea. Però è stato confortante vedere che per un momento questa società, che puzza di marcio per i tanti cadaveri che nasconde, abbia dato l’impressione di avere ancora senso della giustizia.




mercoledì 20 novembre 2019

[IRAN] iranprotests


"Io sono viva e sto abbastanza bene.
È da sabato che non esco di casa (non mia ovviamente, sto altrove in questo periodo) perché hanno già arrestato tutti i miei ex colleghi e ex compagni di galera con la scusa di aver partecipato alle proteste di questi giorni in Iran anche se tanti di loro sono usciti di casa solo ed esclusivamente per fare una spesa veloce o per accompagnare i figli a scuola
Sono stati arrestati 74 dei miei amici e conoscenti, colleghi o solo amici dei social.
Sono stati uccise più di 310 persone negli ultimi 3 giorni qui (Amnesty dice 106, numeri aggiornati a domenica).
Net Blocks dice che l'accesso a internet in Iran è diminuito al 5%. Io sono riuscita a collegarmi stasera usando un vpn governativo grazie a un amico che lavora al governo ma ha i miei stessi pensieri (cmq per prudenza scrivo solo questo post e solo per pochi amici che potranno leggerlo; quindi mi raccomando non condividete in chiaro, per favore!).

Qui la situazione è grave. Sparano sulla gente senza problemi e i giovani cadono come foglie d'autunno per le strade di questo paese ma dal loro sangue versato ingiustamente nascono mille fiori di speranza e resistenza nei nostri cuori. Lottiamo tutti per la nostra libertà e per una vita degna da vivere. Abbiamo bisogno anche del vostro aiuto e della vostra attenzione...
Noi qui siamo bloccati. Siamo in una grande prigione. Siate la nostra voce. Per favore parlate delle proteste in Iran. Chiedete informazione ai vostri siti di News. Commentate. Seguite l'hashtag #iranprotests per sapere le ultime notizie dell'Iran."


domenica 17 novembre 2019

...mentre incendiano il locale della famiglia Impastato

"Io la mafia non l'ho mai vista come una piovra, per me la mafia è una pantera: agile, feroce, vigile". Era l'ultima intervista, e Giovanni Falcone, a Roma, parlava così di quella Cosa nostra che aveva già predisposto tutto e l'aspettava a Capaci.
Restando all'idea di Falcone, potremmo dire che la mafia, come la pantera, se ne sta sempre ben nascosta, quasi irraggiungibile, di tanto in tanto se ne trovano le tracce, si raccolgono i resti di chi resta vittima dei suoi artigli, raramente esce allo scoperto, a volte lo fa per una zampata. Come l'altra notte, con l'incendio alla pizzeria della famiglia di Peppino Impastato.
Nella logica di Cosa nostra quella zampata, al di là del valore oggettivo, al di là dei danni, che comunque compromettono l'attività, ha un valore simbolico che va oltre il risultato della zampata. Peppino è vivo, il suo ricordo è un'arma che forse la stessa mafia aveva sottovalutato. Generazioni nuove, che non c'erano ancora al tempo di quel delitto camuffato, sanno chi fu Peppino, e in chiave contemporanea fanno quello che seppe fare Impastato contro quella Cosa nostra che aveva conosciuto nell'interno di famiglia. Cento passi non lo spaventarono, i cento passi che lo dividevano dalla casa di don Tano Badalamenti, cento passi non spaventano i tanti giovani della meglio gioventù dell'Isola che, spesso isolati, non raccontati, fanno dell'impegno civile contro l'illegalità il senso pieno della loro testimonianza. L'attentato alla pizzeria degli Impastato non a caso arriva poco tempo dopo la decisione, attesa da troppo tempo, di recuperare e rendere fruibile il casolare dove Peppino Impastato fu ucciso.
Eliminato da più mani, che tentarono di farlo apparire un terrorista caduto sul "lavoro". Ma contro la mafia e il malaffare Peppino non usava esplosivo ma esplosive parole di denuncia. Era il 9 maggio del'78, il corpo dilaniato di Peppino fu trovato alle prime ore del mattino dai macchinisti di un treno in transito lungo la linea Trapani-Palermo. Il binario tranciato di netto, Peppino smembrato.
A pezzi restituito alla madre Felicia. Trapani-Palermo, un treno che ritorna questa mattina nell'indagine che ha portato ad altri mafiosi riconducibili a Matteo Messina Denaro, irraggiungibile dal giugno del'93. Uno degli arrestati di questa mattina, andato a vivere a Bologna, parla di Messina Denaro che si sposta in treno, in uno di quei lenti treni con i quali convive la Sicilia. Messina Denaro che magari sale nel Trapani-Palermo delle 5.45 e che passa proprio davanti al casolare di Impastato, e poi davanti al tratto di autostrada di Capaci, con la stele che ricorda Giovanni Falcone. Dietro gli arresti di questa mattina, tanta droga, tra Marocco, Spagna e Italia. Dietro gli arresti di questa mattina, l'immancabile ombra della massoneria. L'anziano avvocato radiato per mafia e droga, arrestato a Bologna, era armato di cappuccio e grembiulino. Come tantissimi mafiosi, come tanti, preziosi fiancheggiatori e complici.
Tutti a cerchio attorno al superlatitante, a fargli da scudo, a foraggiarlo, a dividere con lui piccoli, grandi bocconi di ricchezze smisurate. E mentre si muovevano queste cose, la cronaca ci ha appena dato le immagini parziali della storica aula del maxiprocesso: entra un signore in doppiopetto e camicia nera, chiede di non essere ripreso, siede davanti alla corte solo il tempo di dire che non ha intenzione di rispondere.
L'uomo in doppiopetto era stato citato dalla difesa dell'uomo che più gli fu vicino nella buona e nella cattiva sorte. Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Ma questa è un'altra storia, e il silenzio dell'uomo in doppiopetto potrebbe aprire un capitolo nuovo. 



In Rai, Vicedirettore del Giornale Radio e del Tg3, dove ha curato Primo Piano, approfondimento della sera del telegiornale. In precedenza, curatore di Mediterraneo, il settimanale televisivo internazionale realizzato a Palermo con France3 e altre tv europee. E'stato nella redazione di Sergio Zavoli per l'inchiesta a puntate "Viaggio nel Sud" ed ha firmato per il Tg3 "RT-Rotocalco" il settimanale che ha segnato il ritorno in Rai di Enzo Biagi, dopo il cosiddetto "Editto bulgaro".
Agli inizi degli anni'90, in Sicilia, ha diretto "Suddovest", periodico che fu protagonista di una importante stagione politica e culturale dell'Isola.

giovedì 14 novembre 2019

Peppino Impastato, voce e scritti

Nella notte del 9 maggio del 1978, il corpo senza vita di Peppino Impastato fu abbandonato sulla linea ferroviaria di Cinisi. Un assassinio che passò quasi inosservato alla stampa nazionale, perché nel frattempo si consumava un altro delitto: quello di Aldo Moro. Oggi non c'è italiano che non conosca la sua storia. Il rifiuto di seguire le orme del padre e della sua famiglia nel mondo asfittico della mafia, l'impegno politico e l'attivismo culturale e radiofonico su Radio Aut, la stazione in cui per due anni (dal 1976 alla morte) denunciò i traffici di droga della mafia locale e ne sbeffeggiò i capi. 

La cultura ha assorbito da anni la grande lezione di Peppino, ed è difficile trovare qualcuno che non abbia cantato o abbia ballato sulle note della canzone che gli hanno dedicato i Modena City Ramblers (nell'album ¡Viva la vida, muera la muerte!, 2004) o che non abbia mai visto la splendida interpretazione di Luigi Lo Cascio nel film "I cento passi" (regia di Marco Tullio Giordana, 2000) - ormai un culto, riproposto continuamente nelle scuole per coltivare memoria e impegno.

Ma Peppino Impastato non era soltanto un intellettuale impegnato; possedeva anche un'innata sensibilità, che riversò in poesie di rara bellezza. Per la profonda corporeità della parola e dei simboli, immersi in una sintassi elementare, queste poesie ricordano i versi di Cesare Pavese. Sembra di avvicinarsi al nucleo pulsante di una verità che ha insieme le fattezze di un uomo e di un fiore, e possiede una grazia mortale...


E venne da noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.

lunedì 14 ottobre 2019

[IRAN] la ragazza blu

Per la prima volta dopo quasi 40 anni, il 10 ottobre le donne iraniane sono entrate allo stadio Azadi di Tehran per vedere la partita della nazionale contro la Cambogia (finita 14-0).
Il suicidio di qualche settimana fa davanti alla corte di Tehran di Sahar, la ragazza blu, arrestata perché era andata allo stadio travestita da uomo, ha cambiato tutto.
Una ragazza giovane che si da fuoco perché non vuole andare in galera, ha scioccato tutti nel mondo ma sopratutto Gianni Infantino (FIFA) che ha obbligato il regime iraniano ad aprire alle donne gli stadi.

La ragazza delle foto che ha visto la partita di ieri dallo stadio ha scritto: "Ragazza blu dell'Iran! Il tuo nome è rimasto nella storia per sempre."
Ad un certo punto una delle poliziotte strappa la scritta. Rimane solo la parte "ragazza blu" e poi nemmeno quella. E così lei, la ragazza che ricorda la sua eroina, diventa lei stessa un'eroina.
Tutto qui.
La Persiana aperta

Trovo queste foto più poetiche di mille poesie.
Il fotografo è Mohsen.Abolghasem (attivo su instagram)