"La strage di Capaci è al 90% di mafia, il resto lo hanno messo
altri, per quella di via D'Amelio siamo 50 e 50 e per le stragi sul
continente la percentuale mafiosa scende vertiginosamente". Luca Cianferoni
, avvocato di Toto' Riina, 2010.
La strage di Capaci non fu opera solo degli uomini di
Toto Riina: ormai si può affermare questa verità oltre ogni ragionevole dubbio.
Un uomo della
Gladio siciliana mi ha parlato concretamente di un
"doppio livello" nella strage di Capaci. Lo incontrai nel maggio del 2010 e durante una lunga conversazione mi disse:
"non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?".
Qualche anno prima il boss Giovanni Brusca, l'uomo che schiacciò il
telecomando appostato sulla collinetta a ridosso della strada, aveva
ribadito, tanto tempo dopo, la sua incredulità per il "successo"
dell'assalto. Disse così al magistrato Luca Tescaroli: "Quattro
stupidi...quattro stupidi, perché poi alla fine eravamo...un po' di
persone, in maniera molto rozza...in maniera artigianale, siamo riusciti
a portare a termine un attentato così importante". Non poteva ancora
crederci che avevano fatto tutto da soli.
L'agguato teso all'auto di Giovanni Falcone, tecnicamente un'imboscata,
fu realizzato in un teatro di guerra allestito dai migliori artificieri.
Fu
una operazione militare, un atto di strategia della tensione:
una mano fu mafiosa, l'altra no.
Qualcuno trasformò un'azione di vendetta mafiosa in un atto di brutale
manifestazione politica, cioè in una strage. Partecipò a tutte le fasi
organizzative dell'azione anche
Pietro Rampulla, il
mafioso addestrato da Ordine nuovo, il servizio segreto clandestino di
stampo neofascista: ma il 23 maggio non poté stare al fianco dei suoi
complici perché "aveva impegni familiari", sfilandosi così dalla scena e
mandando
Brusca a schiacciare il telecomando.
Dobbiamo ricordare che dalle numerose e diverse dichiarazioni dei
pentiti non è possibile stabilire il momento dell'ideazione di quel tipo
di strage. Come si arrivò alla decisione di fare una strage per
ammazzare Falcone? La trappola mortale contro il nemico storico di Cosa
nostra era già pronta
prima del 23 maggio 1992. Un
gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di
Trapani nel febbraio del 1992 era stato inviato a Roma per fare fuoco su
Giovanni Falcone con le armi tradizionali: niente esplosivo, niente
botti, solo
i proiettili mafiosi avrebbero dovuto
abbattere l'uomo che più di tutti aveva penetrato i segreti dei boss e
scardinato il loro tradizionale assetto di potere. Ma un giorno
Salvatore Biondino, il luogotenente di Toto Riina, va ad incontrare
Francesco Cancemi e
Raffaele Ganci
al cantiere di Piazza Principe di Camporeale e gli comunica che il
padrino aveva intenzione di passare all'esecuzione del progetto di
uccidere il magistrato con un ordigno esplosivo lungo l'autostrada da
Punta Raisi per Palermo. Dunque, tutto era stato
attentamente preordinato.
Il momento dell'ideazione del progetto criminale di Capaci viene solo
comunicato alle famiglie che poi avrebbero cooperato per realizzarlo; ma
nessuno tra tutti coloro che lo attuano può raccontare il momento in
cui viene elaborata quell'idea così originale e senza precedenti del
delitto, e questo semplicemente perché l'idea gli viene
suggerita dall'estero.
Dice sempre Giovanni Brusca, l'uomo del telecomando, che il posto dove
fare l'attentato "non l'ha scelto lui". Sostiene che in una riunione a
casa di Girolamo Guddo, il 20 febbraio prima della strage, scopre che
"Cancemi, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci avevano parlato della
possibilità dell'autostrada". Non sa che Cancemi e Ganci, come tutti gli
altri, avevano solo ricevuto le istruzioni per realizzare l'attentato
in quel modo.
Ma il "suggeritore" non si sa chi sia e che gente frequenti.
Ci sono poi
strani oggetti sulla scena del crimine: un
sacchetto di carta di colore bianco che conteneva una torcia a pile, un
tubetto di alluminio con del mastice di marca Arexons e due guanti in
lattice, evidentemente usati. Chi li aveva usati? E per fare cosa? I
giudici scrivono considerazioni molto interessanti: innanzitutto, notano
che quelle cose non possono essere state lasciate lì dal giorno in cui
sicuramente tutto fu predisposto e ultimato (e dopo il quale i mafiosi
non tornarono , l'8 di maggio, perché "sicuramente le intemperie,
frequenti in quel periodo sulla zona, avrebbero determinato la
lacerazione del contenitore, che lo si deve ricordare, era di carta".
Dunque,
non potevano essere strumenti impiegati dai
killer della mafia. Secondo loro è proprio "da escludere che gli
imputati (...) avessero lasciato quegli oggetti proprio in prossimità
del cunicolo, perché si sarebbe trattato di una macroscopica
distrazione, inconcepibile a fronte dell'emergere dalla descrizione di
tutte le operazioni che si sono via via susseguite nel corso dei
preparativi, di una
meticolosa e puntuale cura nell'evitare che potessero restare tracce delle azioni compiute".
Il ritrovamento di questi oggetti particolari, lasciati lì sicuramente
nelle ore di poco precedenti l'esplosione, è molto importante se si
considera un'altra strana circostanza: alcuni testimoni hanno denunciato
che il giorno precedente proprio nell'area della strage, ma a livello
della strada, non in quello sottostante dove erano state condotte le
operazioni di caricamento del cunicolo,
era stato notato un furgone Ducato di colore bianco
e alcune persone che apparentemente erano concentrate ad eseguire dei
lavori. Fu anche deviato il corso delle automobili di passaggio, furono
usati birilli per spartire il traffico. Lo hanno spiegato i testimoni
indicati con i numeri d'ordine 26 e 27 e il loro racconto si riferisce a
ciò che vedono il 22 maggio 1992, intorno alle ore 12: ma per Brusca e
compagnia non c'è alcuna necessità di lavorare lungo la corsia, il loro
lavoro si era concentrato a livello dell'imbocco del cunicolo, al di
sotto nel livello stradale. E poi loro erano
pronti già da tempo.
Per di più, fu subito accertato che in quei giorni non erano in corso
lavori di nessun genere e perciò si deve sicuramente escludere qualsiasi
attività di manutenzione stradale, ordinaria o straordinaria: in
pratica ci fu "un secondo cantiere, senza volto né nomi" e tuttavia
anch'esso attivato con ogni probabilità per provocare la strage.
E ancora, l'esplosivo. Anche qui i conti non tornano. Sono state ritrovate
tracce di nitroglicerina,
un componente che non fa parte di nessuna delle due componenti che
costituiscono la carica: ma la nitroglicerina rafforza la detonabilità
della carica. L'esplosivo con cui è stato riempito il cunicolo che
passava sotto l'autostrada in prossimità di Capaci era di due tipi:
c'era l'ANFO, vale a dire il
Nitrato di Ammonio addizionato a cherosene
- in alcuni bidoncini fu messo allo stato puro - e c'era poi il
tritolo, procurato da Biondino e recuperato dalle mine giacenti sotto il
mare che venivamo trovate in grandi quantità dai pescatori, secondo una
modalità raccontata minuziosamente da
Gaspare Spatuzza
(un racconto proprio identifico a quello del pentito di Piazza Fontana,
Carlo Digilio, sull'esplosivo usato per la strage del '69!). Le
indagini non si sono mai concluse: nel novembre del 2012 è stato
arrestato
Cosimo D'Amato, il pescatore di Santa Flavia
che oltre al pesce tirava su anche le vecchie bombe. D'Amato è stato
accusato dalla procura di Firenze di aver fornito in modo continuativo
l'esplosivo usato per le stragi del '93, almeno quella parte proveniente
dai recuperi in mare. Perché le vie degli esplosivi erano diverse:
c'era quello da cava e poi quello più sofisticato, come
il Semtex,
proveniente dai traffici internazionali. Oltra alle tracce di
nitroglicerina, ci sono poi quelle di T4, un esplosivo noto anche con
RDX utilizzato soprattutto per scopi militari, che nel cratere di Capaci
non viene unito ad altre sostanze e che potrebbe essere stato usato per
aumentare la detonabilità della carica o come legante esplosivo fra le
frazioni di carica. Inizialmente si era pensato che il T4 fosse presente
unito al tritolo con cui può formare un composto
chiamato Compound B ma poi l'ipotesi è stata scartata perché il tritolo,
come abbiamo detto, era stato sicuramente messo da solo nei bidoncini:
in pratica, l'uso del T4 sembrerebbe essere stato aggiunto all'esplosivo
trovato dai due gruppi di mafiosi per rendere più micidiale la carica.
Sia la pentrite che il T4 sono, infatti, sostanze non compatibili con
quelle descritte dai pentiti con le quali è stato riempito il cunicolo.
Con quel materiale in più, la strage era assicurata.
Falcone sarebbe morto sicuramente.
Ci spingemmo su "un terreno che non era il nostro", raccontò poi a
proposito delle stragi di mafia il pentito Gaspare Spatuzza. Era
il terreno del doppio livello
quello che si realizza quando siedono ad uno stesso tavolo entità
diverse, interessate a cooperare ad uno stesso identico progetto
criminale con scopi spesso diversi.
Nel "doppio livello"
c'è la regia degli eventi politici, quella che non siamo mai riusciti ad afferrare. Il "doppio livello" dello stragismo e dell'omicidio politico ha garantito
l'impunità ai mandanti,
lasciando sempre l'opinione pubblica smarrita e confusa, irrisolti i
processi giudiziari e un Paese da sempre in cerca delle sue verità.
Nelle cospirazioni nate in quel modo, per essere cioè realizzate con
l'apporto di mani diverse, la trama diventa impossibile da sbrogliare,
la complicità finale di tutti
permette di lasciare il delitto senza una apparente firma e
l'esecutore, che sia il neofascista degli anni 70 o il boss mafioso
della fine dello scorso secolo, si trova coinvolto in un'azione
attentamente progettata sulla base di tante informazioni, come sanno
fare i servizi segreti o tutte quelle agenzie affini, tanto che non
potrà mai provare la sua estraneità. Se non vuole ammettere di essere
stato manipolato, deve solo
tacere e pagare.