mercoledì 4 luglio 2012

I cattolici e l’impegno per l’acqua bene comune



Preti, missionari, singoli credenti, parrocchie, associazioni e ong di ispirazione cristiana sono da anni parte attiva del movimento italiano per l’acqua bene comune. Quali sono le caratteristiche di questa militanza? Che indicazioni offre al dibattito sull’impegno dei cattolici in politica?

Diversi eventi degli ultimi mesi - il Forum di Todi, la caduta del Governo Berlusconi – hanno contribuito ad alimentare le riflessioni sul “risveglio dei cattolici” e il dibattito sulle caratteristiche che dovrebbe assumere il loro impegno in politica per superare l’“afonia”, l’“irrilevanza” e il “disagio” degli ultimi anni. L’attenzione si è concentrata prevalentemente sui vertici delle gerarchie politiche e istituzionali, o sull’ipotetico ritorno del “partito dei cattolici”, tralasciando l’analisi di significative esperienze concrete di militanza e partecipazione politica della base – con i loro successi e le loro fatiche - che pure negli ultimi tempi non sono mancate.
La mobilitazione per i referendum di giugno 2011, ed in particolare per i due quesiti sull’acqua, è sicuramente tra queste: non solo per il raggiungimento del quorum dopo 14 anni e 24 consultazioni referendarie fallite, ma anche perché i quesiti referendari sull’acqua sono stati i primi a non essere promossi da partiti, ma da un comitato composto da realtà civiche ed associative e gli unici ad aver raggiunto la cifra record di 1 milione e 400 mila firme di sostegno. Ciò in virtù della capacità di consolidare, all’interno del Comitato referendario 2 SI per l’Acqua Bene Comune e del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, una coalizione ampia e plurale che comprende social forum, ong di cooperazione internazionale, ambientalisti, associazioni di consumatori, comitati civici territoriali, sindacati, enti locali e numerose realtà del mondo cattolico. Al Comitato referendario hanno infatti aderito le ACLI, Focsiv-Volontari nel mondo, Pax Christi, Beati i costruttori di Pace, CIPAX, la Conferenza degli Istituti Missionari, oltre a diverse diocesi e parrocchie. Gli scout dell’Agesci, così come il Jesuit Social Newtork, hanno sostenuto dall’esterno il comitato referendario. Sull’acqua si sono concentrate le energie di quei cattolici particolarmente sensibili al tema della giustizia sociale ed ecologica, che si ritrovano anche nella Rete interdiocesana sui nuovi stili di vita, che conta 67 diocesi ed è animata dal missionario saveriano Adriano Sella, a cui si deve la campagna “Acqua dono di Dio e bene comune”. Questa e altre azioni di sensibilizzazione hanno spinto numerose diocesi e parrocchie ad invitare a “recarsi alle urne”, ribandendo il “dovere di tutti di partecipare al voto”, spesso senza nascondere il proprio orientamento favorevole ai quesiti referendari. La mobilitazione per l’acqua sembrerebbe così aver superato il confine di quel nucleo di cattolici tradizionalmente impegnati sui temi della giustizia sociale, per estendersi alla maggioranza generalmente più silenziosa di parrocchie e singoli credenti che nell’occasione hanno partecipato alla “campagna leggera” praticata dal quel 16% di cittadini che, privi di precedenti esperienze di militanza politica, si sono attivati per il referendum attraverso formule di partecipazione non tradizionale, informale, spesso individuale.
Questo impegno è stato ispirato e legittimato dai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, secondo cui “in quanto dono di Dio, l’acqua è elemento vitale, imprescindibile per la sopravvivenza e pertanto un diritto di tutti. L’utilizzazione dell’acqua e dei servizi connessi deve essere orientata al soddisfacimento dei bisogni di tutti e soprattutto delle persone che vivono in povertà. L’acqua, per sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale. Il diritto all’acqua come tutti i diritti dell’uomo si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo, che considerano l’acqua solo come un bene economico. Senza acqua la vita è minacciata. Dunque, il diritto all’acqua è un diritto universale e inalienabile”(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa §484 e §485). Principi riaffermati in numerosi messaggi e testi di Benedetto XIV, ad esempio nella “Caritas in veritate”, e ribaditi nei mesi precedenti al referendum nelle dichiarazioni ufficiali di diversi vescovi, come il Segretario generale della CEI Mons. Crociata o il segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, mons. Toso.
Al di là dei pronunciamenti ufficiali, una prima caratteristica dell’impegno dei cattolici sul tema dell’acqua è stata la spontaneità della mobilitazione. In linea con le modalità d’azione dell’intero movimento, in cui esiste un coordinamento nazionale, rappresentato dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che resta tuttavia frutto di un’aggregazione dal basso, rispettosa della pluralità e dell’autonomia delle singole realtà che la compongono e della loro indipendenza dai partiti e dalle istituzioni. Analogamente, la partecipazione dei cattolici al movimento non è stata organizzata dall’altro, in particolare dalla gerarchia ecclesiastica, come invece avvenuto nel precedente referendum sulla procreazione assistita.
In secondo luogo si è trattato di una partecipazione plurale, a cui i differenti soggetti hanno contribuito a partire dalle specificità dei rispettivi carismi: chi puntando sulle capacità di organizzazione e mobilitazione per la raccolta firme, chi approfondendo la dimensione educativa, chi allargando l’orizzonte della questione ai temi più generali dello sviluppo sostenibile e della solidarietà internazionale. E in questa pluralità non vanno dimenticate le posizioni discordanti e le voci critiche rispetto al referendum. Comunione e Liberazione, ad esempio ha mantenuto un profilo basso o indifferente, che nel caso del referendum, in cui è essenziale mobilitare gli elettori per raggiungere il quorum, equivale implicitamente ad un voto negativo.
In terzo luogo, la natura stessa del tema e la valenza simbolica della risorsa acqua, hanno favorito il carattere ecumenico della mobilitazione, facilitando il dialogo e la collaborazione, sia con i credenti di altre fedi che con le realtà del mondo laico, secondo modalità decisamente meno laceranti rispetto al dibattito sulle questioni in cui entrano in gioco i valori considerati “non negoziabili”, ad esempio quelle bioetiche.
L’insieme di queste caratteristiche si è tradotto in una partecipazione quasi mimetica dei cattolici al movimento per l’acqua: non tanto un “esserci per contare e per contarsi”, quanto piuttosto la volontà di contribuire ad un obiettivo generale che travalica identità e appartenenze specifiche, nello spirito più genuino del “bene comune” cui la mobilitazione per l’acqua costantemente si richiama. Da qui l’inevitabile frammentazione della presenza dei cattolici nel movimento e la difficoltà di discernere la specificità e l’entità del loro contributo. Di sicuro, in virtù dell’approccio della Dottrina sociale della Chiesa e della valenza simbolica che l’acqua assume nella tradizione spirituale cristiana - ma non solo -, la partecipazione di numerosi soggetti del mondo cattolico ha contribuito a declinare il tema dell’acqua non solo in termini di dibattito tecnico sulla gestione dei servizi idrici in Italia, ma nel contesto delle più ampie questioni dello sviluppo sostenibile e della solidarietà internazionale, prestando anche attenzione alla dimensione culturale e simbolica del problema.
La mobilitazione per l’acqua pubblica ha finito così per trasformarsi in battaglia paradigmatica per la difesa della democrazia e dei beni comuni. Resta da capire quali spazi e quali energie sono disponibili per estendere i tratti più positivi di questa esperienza ad altri ambiti di impegno dei credenti nella politica e nella società.
                                                                                                                 Emanuele Fantini




Box con riferimenti bibliografici sul mondo cattolico e l’acqua:
- Benedetto XVI, Messaggio in occasione della Giornata della Santa Sede all’esposizione internazionale di Saragoza, 2008.
- Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Acqua. Un elemento essenziale per la vita. Impostare soluzioni efficaci. Contributo della Santa Sede al IV Forum mondiale dell’acqua di Marsiglia (12-17 marzo), 2012
- Luis Infanti de la Mora, Dacci oggi la nostra acqua quotidiana, EMI, 2010
- Alex Zanotelli, Giù le mani dall’acqua, EMI, 2010.




[1] Emanuele Fantini si interessa da diversi anni al dibattito sulla
gestione dell’acqua nel contesto delle politiche di sviluppo e dei
processi di privatizzazione dei servizi idrici in Italia e nel mondo,
coniugando l’attività di ricerca accademica con la curiosità del
giornalista e l’empatia di chi ha lavorato sul terreno in Africa e
dintorni per ong, Ministero degli Affari Esteri e Nazioni Unite. Di
recente ha pubblicato “Acqua privatizzata? Economia politica e morale" (Cittadella Editrice, 2011). Una versione più estesa di questo articolo è stata pubblicata sul n. 6, giugno 2012 della rivista “Aggiornamenti sociali”.

La politica dei movimenti


Stefano Rodotà,
La Repubblica 04.07.2012

Il “principio di realtà” sembra irrompere nella politica solo quando si fanno più drammatiche le questioni dell’economia, alle quali tuttavia si guarda troppo spesso come se in esse si manifestasse una ineludibile legge “naturale”. I mercati “votano”, si attendono le “reazioni” dei mercati. Soggetti onnipresenti e impersonali, alle cui pretese la politica si piega, e palesa le sue impotenze, smarrisce ogni filo razionale, sembra rassegnata alle dimissioni. Di questo contagio la politica è vittima consapevole. Prigioniera della sola dimensione economica, perde la capacità di misurarsi con le grandi questioni della società, di elaborare strategie di più largo respiro e di più lunga durata. E si priva così degli strumenti che possono consentirle di ricominciare a pensare lo stesso mercato come una creazione sociale, non come una entità naturale, alle cui leggi si è costretti ad obbedire. Nella realtà vi sono più cose da vedere, analizzare, comprendere. A questa ricchezza la politica deve attingere. Non è una impresa impossibile, a condizione che si voglia davvero uscire dall’autoreferenzialità e dalle logiche oligarchiche che si sono impadronite dei partiti. I punti di riferimento non mancano. Questa sembrava l’indicazione venuta dal segretario del Pd quando, lanciando la sua candidatura verso primarie aperte, l’associava con una dichiarata attenzione per le nuove dinamiche sociali, per le richieste di partecipazione, per i diritti civili, per il tema centrale del lavoro, dando la sensazione che si volesse così dar vita ad una agenda politica finalmente espressiva di contenuti concreti, abbandonando le abitudini che hanno trasformato l’azione del partito in una eterna schermaglia tra persone. Solo in questo modo si può evitare che le primarie si trasformino in un’altra tappa verso quell’estrema personalizzazione della politica che è all’origine di infinite distorsioni istituzionali. Il principio di realtà dovrebbe portare verso una riflessione sulle effettive dinamiche degli ultimi tempi. Tutto quello che usciva fuori dai canali della politica ufficiale è stato sbrigativamente etichettato come antipolitica. Questo non è stato solo un errore analitico. Si è rivelato come un modo per sottrarsi ad un confronto scomodo, non con l’antipolitica, ma con l’altra politica che si è presentata in modo incisivo sulla scena italiana, suscitando nei partiti una reazione di fastidio e di sufficienza, quasi che si trattasse di inutili iniziative “movimentiste” e protestatarie. Le cose non sono andate così. Tra il 2010 e il 2011 si sono svolte grandi manifestazioni di donne e lavoratori, studenti e mondo della cultura. A questa iniziativa diffusa si deve la reazione che ha bloccato la “legge bavaglio” sulle intercettazioni, fino a quel momento contrastata blandamente dall’opposizione parlamentare. Quel variegato movimento ha contribuito grandemente ai successi nelle elezioni amministrative dell’anno scorso, non a caso vinte, in città chiave come Milano e Napoli, da candidati scelti fuori dalle indicazioni dei partiti. In quelle campagne elettorali, come ha ricordato Ilvo Diamanti, vi fu una straordinaria e spontanea presenza dei cittadini. Punto di approdo di tutta quella fase fu il voto referendario del 13 giugno dell’anno scorso, quando ventisette milioni di cittadini dissero no alla privatizzazione dell’acqua, al nucleare, alle leggi ad personam. Altro che movimentismo sterile, del quale disinteressarsi. Quelle sono state tutte iniziative vincenti, che avrebbero dovuto sollecitare la massima attenzione della politica “ufficiale”, rimasta invece sorda, lontana, ostile. Ora proprio a quel mondo si dice di voler rivolgere l’attenzione. Ma questo non è affare di parole. Non si può dire di voler prendere sul serio i segnali che arrivano dallasocietà e poi contribuire a una strategia che vuole sostanzialmente cancellare i risultati del referendum sull’acqua. Sta accadendo proprio questo con una rottura della legalità costituzionale che giustifica un appello al Presidente della Repubblica. Migliaia di cittadini si organizzano in una campagna di “obbedienza civile”, pagando le bollette dell’acqua in base a quel che essi stessi hanno deciso con il referendum. Una convincente nuova politica non può eludere questo terreno, che i cittadini hanno pacificamente occupato non con iniziative sgangherate, ma con il loro voto. Quale credito può recuperare un partito che ignora la voce di ventisette milioni di persone? Vi è una lezione generale da trarre da questa storia recente. Tutti quei movimenti non hanno mai scelto la strada non solo antipolitica, ma antistituzionale, che altri hanno imboccato o vogliono imboccare. Al contrario. I loro interlocutori sono stati i parlamentari al tempo della legge bavaglio. Gli strumenti adoperati sono quelli della democrazia quando si sceglie di partecipare convintamente alle elezioni amministrative e quando si raccolgono le firme e si vincono i referendum. Se davvero si vuole rafforzare la partecipazione, la via da seguire è nitidamente segnata. Tutto questo, infatti, è avvenuto all’insegna della Costituzione, salvata nel giugno del 2006, da sedici milioni di cittadini che, dicendo no alla riforma costituzionale approvata dal governo Berlusconi, indicavano pure una strada da seguire. Se oggi si vuol discutere seriamente di riforma costituzionale, bisogna tenere nel giusto conto le indicazioni venute in questi anni da milioni (insisto, milioni) di cittadini, non dalle intemperanze di gruppetti o dalle pretese di professori (anche se un po’ di attenzione per la grammatica costituzionale non guasterebbe). Queste indicazioni sono chiarissime. Il rifiuto dell’accentramento del potere e di una più intensa personalizzazione dovrebbe essere ancor più tenuto in considerazione oggi, di fronte alla minaccia di pericolose derive populiste. L’attenzione per la partecipazione dei cittadini non può essere ridotta a una giaculatoria. Ma nelle proposte di riforma costituzionale non vi è nulla (insisto, nulla) che vada in questa direzione, anzi si va verso accentramenti e smantellamento di equilibri e garanzie. E questa è una linea autolesionista, al limite del suicidio, perché la stessa democrazia rappresentativa può essere salvata solo da una sua intelligente integrazione con forme di partecipazione dei cittadini. Dall’Europa ci vengono indicazioni che consentono, ad esempio, di rafforzare l’iniziativa legislativa popolare, come vado dicendo da anni. Ma l’altra politica manifesta pure una fortissima richiesta di diritti, che non può essere sacrificata all’economia con il trucco della politica dei due tempi, come ha benissimo ricordato Chiara Saraceno, né può essere affidata a documenti come quello predisposto dal Pd, elusivo su troppe questioni. I diritti del lavoro sono emblematici del legame scindibile tra economia e diritti, come dimostrano alcuni opportuni interventi dei giudici, resi possibili anche da indicazioni provenienti dall’Europa che, anch’essa, deve essere considerata nella dimensione dei diritti. Sono molte, dunque, le possibilità concrete di riprendere il filo del rapporto spezzato tra partiti e cittadini. Ma questa, evidentemente, non è una operazione a costo zero. Esige l’abbandono di pessime abitudini e qualche segnale immediato. Torno alla questione dell’acqua come bene comune e ricordo che in Parlamento, su vari temi, giacciono proposte di legge di iniziativa popolare o regionale. Perché non metterle all’ordine del giorno, cominciare a discuterle? I cittadini capirebbero.

martedì 3 luglio 2012

Messico: risultati elezioni

Messico CITTA’ DEL MESSICO – Dopo 12 anni di esilio all’opposizione il Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri) è tornato al potere in Messico. Enrique Pena Nieto è il nuovo presidente del Paese.
Nieto,  avvocato quarantacinquenne, ha riconquistato la presidenza del Messico imponendosi con un vantaggio di circa otto punti sul suo principale avversario, il progressista Andres Manuel Lopez Obrador, che però non ha ancora ammesso la sua sconfitta.
”Assumo con emozione, impegno e pieno senso della responsabilità il mandato che mi è stato affidato”, ha dichiarato Pena Nieto nella sua prima dichiarazione dopo che l’Istituto Federale Elettorale (Ife) ha reso note le cifre del suo Conteggio Rapido, una proiezione statistica dei risultati in base a campioni rappresentativi di tutti i circuiti elettorali del Paese, che gli attribuiscono fra il 37,9 e il 38,55% dei voti.
Il presidente eletto ha affermato che i cittadini messicani ”hanno parlato con assoluta chiarezza”, esprimendo la loro scelta a favore di un ”cambiamento con direzione”, e ha chiesto ai dirigenti di tutti i partiti di collaborare lealmente con il prossimo governo nella sua azione, indicando come priorità la lotta contro la disoccupazione e il narcotraffico: ”Con il crimine organizzato non vi sarà né patto né tregua”, ha assicurato.
L’appello alla ”riconciliazione nazionale” di Pena Nieto non sembra però aver avuto alcun effetto su Lopez Obrador (a cui l’Ife attribuisce fra il 30,9 e il 31,86% dei voti): dopo la diffusione della prima proiezione ufficiale, infatti, il candidato della sinistra non ha riconosciuto la sconfitta, limitandosi a dichiarare che aspetterà fino alla conclusione dello scrutinio ufficiale dei voti, mercoledì 4 luglio, per commentare l’esito delle elezioni.
Lopez Obrador non ha denunciato specificatamente brogli o irregolarità, ma ha detto che ”esistono informazioni in nostro possesso che indicano qualcosa di diverso da quello che dicono le cifre ufficiali”, precisando che ”non voglio squalificare quello che è stato reso noto ufficialmente: semplicemente noi non abbiamo i dati”.
La presa di posizione del candidato della sinistra ha risvegliato lo spettro delle denunce sulla legittimità del voto, che avevano portato lo stesso Lopez Obrador a disconoscere pubblicamente la sua sconfitta nel 2006 da parte di Felipe Calderon, il presidente uscente, per meno di un punto percentuale.
Il primo candidato che ha ammesso pubblicamente la sua sconfitta è stata Josefina Vazquez Mota, del Partito di Azione Nazionale (Pan,destra) a cui la proiezione dell’Ifa attribuisce fra il 25,1e il 26,03% dei voti, e lo stesso ha fatto poco dopo Gabriel Quadri, del Partito Nuova Alleanza (Panal, ambientalista) che avrebbe ottenuto fra il 2,27 e il 2,57% dei voti, e che ha chiesto esplicitamente a Lopez Obrador di riconoscere la sua sconfitta, segnalandogli che al farlo Vazquez Mota aveva dato ”una prova di maturità e senso civile che dovrebbe prendere ad esempio”.
Molti analisti hanno segnalato durante la campagna elettorale che l’atteggiamento di Lopez Obrador dopo le elezioni del 2006 – quando il leader progressista si è lanciato in una campagna di reclamo della presidenza sulle piazze del paese che è durata mesi – è stato appunto uno dei fattori che hanno portato a una sensibile riduzione della popolarità che aveva ottenuto come presidente del governo del Distretto Federale, ossia Città del Messico.
Alla sinistra resta comunque un premio di consolazione: il suo candidato al governo del Distretto Federale, Miguel Angel Mancera, ha ottenuto una vittoria schiacciante, con oltre il 60% dei voti, e 30 punti di distanza dal rivale piu’ vicino, mantenendo la capitale messicana solidamente in mano all’opposizione progressista, che la governa ininterrottamente dal 1997.

domenica 1 luglio 2012

Beata la differenziata


Giochino estivo innocente:
quanto ti è servita la nuova campagna sulla raccolta differenziata?
Ti senti sensibilizzato? Ti senti edotto?

Per capirci... stiamo parlando di questa roba qui:


Allora...
Sei pronto a metterti alla prova?

Ti avvertiamo: non buttarti subito nel cassonetto...



Messico: lezioni di stile su FaceBook

# - Paulina Peña Petrellini, figlia del candidato alla presidenza del Messico Enrique Peña Nieto, ha condiviso su Twitter un commento... "Un saluto a tutti la massa di idioti, che fanno parte del proletariato e sanno solo criticare chi invidiano!"...

Il filosofo e scrittore messicano Hector Jesús Zagal Arreguin scrive su FB in risposta:

<< Non ho il piacere di conoscerti personalmente. Non so come sei, non so le tue qualità, i tuoi hobby, i tuoi interessi. Capisco il tuo fastidio nel sentire critiche verso tuo padre, Enrique Peña Nieto. Esse sono parte del lavoro. Dovresti essere abituata agli attacchi contro di lui. In una democrazia, la critica è un esercizio essenziale. Tuo padre è un personaggio pubblico e, di conseguenza, le sue azioni sono giudicate severamente. "Perché sono così duri con lui?", chiedi. Beh, i funzionari guadagnano molto denaro. Ci sono migliaia di persone disposte a subire critiche e attacchi pur di coprire cariche pubbliche. Lo stipendio val bene quei colpi. Non è vero?

Ma non è di tuo Padre che voglio parlare, ma di te. Devo confessarti, mi spaventa che tu abbia utilizzato l'espressione "proletari" come un insulto. Insisto, è perdonabile la rabbia e lo scherno nei confronti di chi attacca tuo padre. Non mi sarei spaventato se li avessi chiamati "babbei", "stupidi". Inoltre, non è in questione chi vi ha chiamato "stronzi". Invece è imperdonabile il tuo disprezzo per i figli degli operai e dei lavoratori.
Hai sentito dello scandalo delle Dame di Polanco? Hanno squalificato un poliziotto chiamandolo "dipendente". Hai fatto qualcosa di simile squalificando la metà del paese in base allo status sociale. Che cosa c'è di male ad essere il figlio di un operaio? Sai, io sono il nipote di un minatore, un proletario. Non mi vergogno a dirlo. Ti vergogneresti di tuo di padre se si trattasse di un venditore di "tamales" o un idraulico?

Senza rendertene conto, con le tue parole hai rivelato il tuo classismo, il disprezzo per il lavoro manuale, la svalutazione di quelli che si guadagnano da vivere con la prpria fatica. Che tristezza pensare che sei pure la figlia di un candidato presidenziale!
«Proletari» sono, infatti, quelli che studiano nelle scuole pubbliche, che utilizzano la metropolitana, che non mangiano tagli di carne argentina e formaggi spagnoli, che non fanno uso di scarpe da migliaia di pesos, che non si curano in ospedali privati, coloro che non viaggiano in elicottero. I proletari, invece, fanno lunghe ore di coda nelle cliniche di sicurezza sociale, mangiano carboidrati (tortillas), devono studiare in aule senza computer, devono contare solamente sul trasporto pubblico. I proletari, cara Paulina, guadagnano in un anno ciò che tuo padre riceve in una settimana.

Quando leggerai queste righe, fai il seguente esercizio, controlla quello che ti circonda: profumi, creme, deodoranti, vestiti, scarpe, telefoni cellulari, orecchini. Fai la somma totale. Lo sai che corrisponde a più di quello che un indigeno guadagna in un anno di duro lavoro?
Paulina, mi terrorizza che tu la pensi così. Il tuo lapsus rivela la tua "realtà": vivi in una bolla rosa. "Proletario" non è un insulto, ma un titolo d'onore. Questo paese, che tuo padre aspira a governare, dipende dagli operai, dai contadini, dagli impiegati, dipende da quelle persone che disprezzi.

Speriamo che questo lapsus molto grave non sia frutto dell'educazione che hai ricevuta a casa. Speriamo che la colpa sia solo tua;, il frutto della tua arroganza (così caratteristica del messicano della classe elevata). Che cosa sarà del Messico se arriverà a governarlo una persona che disprezza il proletariato?
Guarda Paulina, penso che per il tuo bene dovresti iscriverti a una scuola pubblica, ridurre al minimo la tua scorta, prendere la metropolitana nelle ore di punta per arrivare al lavoro. Se non lo sai, molti dei "proletari" si pagano gli studi con il proprio lavoro: fanno gli agricoltori, i garzoni, i manovali. Alcuni lavorano fin da quando erano bambini.

Paulina, stai mettendo a rischio il futuro politico di tuo padre. Ma cosa più grave è mettere a rischio il futuro del Messico. >>

(Per gentile concessione del corrispondente Messico Pérez Tapia Mphk)