martedì 12 giugno 2012

Honduras, Bajo Aguán

Il MUCA costretto a firmare


Dopo una lunga e difficile negoziazione con le autorità agrarie e sotto una forte pressione e minaccia di sgomberi indiscriminati da parte del Gruppo Dinant, il Movimento unificato contadino dell'Aguan Margine destro, Muca-Md, ha firmato l'accordo sulle condizioni finanziarie per l'acquisto delle terre e aziende agricole su cui si sono già stabilite più di 1900 famiglie contadine. [VEDI articolo precedente, NdR]
L'accordo prevede l'acquisto di quattro aziende agricole - La Aurora, La Concepciòn, La Lempira e La Confianza - per un totale di 2429 ettari che sono in possesso del Muca-Md da aprile 2010. La combattiva organizzazione contadina s'è impegnata a pagare circa 16.8 milioni di dollari alla statale Banca honduregna per la produzione e l'abitazione, Banhprovi, entro un termine di 15 anni, con un tasso d'interesse del 6 per cento e tre anni di grazia. Il governo ha inoltre concesso un'area aggiuntiva di 32 ettari per la costruzione di abitazioni e una garanzia sovrana dello Stato per permettere la realizzazione dell'operazione.
La firma del Muca-Md completa in questo modo un accordo più ampio che include anche il Margine sinistro (Muca-Ms) e il Movimento autentico rivendicatore contadino dell'Aguan, Marca. In totale, le 32 imprese contadine che integrano queste organizzazioni e che rappresentano circa 3500 famiglie dislocate in otto aziende agricole, acquisiranno circa 4600 ettari a un costo totale che supera i 32 milioni di dollari.
Durante le prossime ore si attende che il Gruppo Dinant, il cui proprietario è il latifondista e produttore di palma africana Miguel Facussé Barjum, ritiri la richiesta di sgombero di sette delle otto aziende agricole presentata il 1 giugno, come misura di pressione affinché il Muca-Md firmasse l'accordo e l'Istituto nazionale agrario. Ina, pagasse il totale delle terre.
"Abbiamo trascorso diverse settimane sotto un'enorme pressione tanto dei proprietari terrieri come del governo, i quali ci accusavano di essere intransigenti, di non voler raggiungere un accordo, minacciandoci di sgomberare migliaia di famiglie. E' stata una lotta contro quei poteri politici, economici e militari che dominano il Paese e che hanno realizzato il colpo di Stato. Alla fine abbiamo preso la decisione di firmare l'accordo e accettare le condizioni finanziarie imposte dall'Ina", ha spiegato Yoni Rivas, segretario generale del Muca. Secondo il dirigente contadino, il governo dovrà ora rispettare tutti i punti contemplati negli accordi dell'aprile 2010, i quali prevedono la consegna al Muca di un totale di 11 mila ettari di terra, programmi di educazione, salute e abitazioni.
Durante l'atto celebrato nella Casa Presidenziale, il capo dell'Esecutivo, Porfirio Lobo, non solo s'è impegnato pubblicamente a rispettare tali punti, ma ha anche riconosciuto che in Honduras s'è commesso un errore e v'è stata una controriforma agraria che bisogna correggere. "Speriamo che la nostra decisione porti un po' di pace alla zona del Bajo Aguán, tuttavia il conflitto non è risolto, perché il problema agrario in Honduras ha profonde cause strutturali e ha bisogno di soluzioni integrali che vanno oltre la nostra regione", ha dichiarato Rivas.
In questo senso, le organizzazioni contadine stanno esigendo la deroga della Legge di modernizzazione agricola, approvata nel 1992 in piena era neoliberista e l'approvazione del disegno di legge di Trasformazione agraria integrale, presentata in Parlamento lo scorso anno. È stata inoltre s
ottolineata la necessità di indagare a fondo su tutti gli omicidi di contadini - sono 48 durante gli ultimi due anni e mezzo - e le innumerevoli violazioni dei diritti umani che hanno portato lutto e terrore tra le famiglie contadine. Purtroppo, questo tema non è stato inserito nell'accordo, né è stato menzionato durante la cerimonia della firma.

"È qualcosa che non vogliamo, né dobbiamo dimenticare. Esigiamo la fine dell'impunità, perché è una responsabilità dello Stato indagare i fatti e punire i responsabili del bagno di sangue che sta avvenendo nel Bajo Aguán", ha concluso Rivas.



© Testo e Foto: Giorgio Trucchi
- Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua
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traduzione di Giorgio Brambilla, CICA.

giovedì 7 giugno 2012

Acqua: ancora sotto attacco

A un anno dal referendum, i tentativi di privatizzazione il servizio idrico integrato continuano
 
“La Repubblica siamo noi”, cioè i 26 milioni di italiani che il 12 e 13 giugno 2011 hanno votato “2 sì per l’acqua bene comune”. Per questo sabato 2 giugno -in occasione della festa della Repubblica- il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) è sceso in piazza, a Roma. La manifestazione nazionale, convocata a un anno dai referendum sui servizi pubblici locali, ha denunciato “il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle ‘esigenze dei mercati’ sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro”. Invece di attuare il referendum, gli enti locali discutono ulteriori privatizzazioni o fusioni tra società di gestione del servizio idrico integrato; il governo “tecnico” guidato da Mario Monti, intanto, ha approvato nell’ambito del cosiddetto decreto “liberalizzazioni” un articolo che rischia di mettere in ginocchio ogni possibile gestione pubblica, bloccando di fatto gli investimenti
 
 Qui Roma. Uno dei fronti aperti è nella Capitale. Per il Comune di Roma, con in testa il sindaco Gianni Alemanno, il decreto “Ronchi” -oggetto del primo quesito referendario e abrogato nel luglio del 2011 con decreto del presidente della Repubblica- è ancora in vigore.  Per questo, Alemanno vorrebbe cedere il 21% delle azioni della multiutility quotata Acea, di cui oggi Roma Capitale detiene il 51%. La legge cancellata dal referendum, infatti, imponeva ai Comuni di scendere (entro giugno 2015) al 30% nel capitale delle società quotate. L’unica spiegazione plausibile del comportamento di Alemanno è l’esigenza di far cassa, a fronte di un indebitamento monstre del Comune certificato a 12,14 miliardi di euro (dicembre 2011), anche se negli ultimi dodici mesi il titolo di Acea è crollato del 52%. Perciò, denunciano i movimenti romani che ad Alemanno hanno indirizzato una lettera aperta tramite il sito www.dilloadalemanno.it, la vendita si trasforma in una “svendita”. Il sindaco prova a minimizzare e spiega: “Non si sta vendendo l’acqua di Roma ma semmai si sta parzialmente privatizzando il sistema idraulico”. Intanto, la situazione d’incertezza -che deprime ulteriormente il valore di un’azione Acea- mette agitazione ai maggiori soci privati della società, i francesi di Gdf-Suez e il gruppo Caltagirone. Il Coordinamento romano per l’acqua pubblica (craproma.blogspot.it) ha convocato una partecipata manifestazione, che il 5 maggio ha attraversato le strade della capitale.
 
Tutti insieme appassionatamente. L’ulteriore privatizzazione di Acea (3,53 miliardi di euro di fatturato e 86 milioni di euro di utile netto nel 2011,) “riguarda” il futuro di 9,5 milioni di italiani, i cui acquedotti -a Roma, nel Lazio, in Toscana e in Campania- dipendono da società partecipate o controllate dalla multiutility romana. Cambiamenti significativi, però, sono in corso anche nell’area della Pianura padana e in tutto il Nord Italia. I confini del progetto di una maxi-utility del Nord (vedi Ae 137), che avrebbe dovuto nascere da una fusione tra le due società quotate Iren (tra i soci i Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia) e A2a (Milano e Brescia), si allargano. Il 22 marzo scorso Equiter, fondo del gruppo Intesa Sanpaolo “azionista di 4 delle 10 utility quotate”, cioè Acque Potabili, Acegas-Aps, Iren ed Hera ha promosso a Torino un dibattito su “Quale futuro per le grandi multiutility?”, nel quale si è discussa un’integrazione che arrivi a toccare anche i Comuni di Padova e Trieste, che sono appunto gli azionisti di riferimento di Acegas-Aps. La società veneto-giuliana (585 milioni di euro di fatturato nel 2011), che potrebbe “fondersi” con Iren o con Hera, interpellata da Altreconomia ha spiegato che “preferisce evitare di alimentare il dibattito in corso, attendendo l’evoluzione dello scenario”. Quel che è certo, è che ogni eventuale integrazione risponderebbe a logiche finanziarie e non industriali.
Nel convegno promosso da Equiter lo ha spiegato Sandro Baraggioli, ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale, che ha presentato uno studio (inedito) nel quale spiega che “i vantaggi della maxi-fusione deriverebbero più a livello finanziario che a livello industriale; a questo proposito è giusto interrogarsi sulla possibilità per l’aggregato di fare ricorso ad una maggiore leva finanziaria. I dubbi non mancano anche in questo caso, perché la situazione debitoria di ognuna delle local multiutility leader (A2a, Hera, Iren, ndr) è già oggi tesa e il quadro internazionale evidenzia, al contrario, una tendenza alla riduzione dell’esposizione”.
 
Qui Torino, il Comune “blindi” la Smat. Una maxi aggregazione sarebbe, cioè, il frutto dell’esigenza di “spalmare” i debiti delle tre utility, che complessivamente ammonta a 8-9 miliardi di euro, ma non appare una risposta alle esigenze dei cittadini. Non esistono “economie di scala”, cioè. Per questo, il Comitato acqua pubblica di Torino (www.acquapubblicatorino.org) sta raccogliendo firme per una delibera d’iniziativa popolare da sottoporre al Comune di Torino (che è il principale azionista di Smat, Società metropolitana acque Torino, con il 65,31%; gli altri soci sono  268 enti locali) e alla Provincia di Torino, per chiedere “dal basso” la trasformazione della società per azioni a totale capitale pubblico, che è una società di diritto privato, in un’azienda speciale, società di diritto pubblico. Dando così piena attuazione alla “volontà” espressa dagli estensori dei quesiti referendari, e prevenendo una paventata inclusione della stessa Smat nel perimetro di Iren.
 
Una tariffa inadeguata. Intanto, da gennaio 2012 in 12 regioni è in corso la campagna di “Obbedienza civile” (vedi Ae 134), per l’attuazione del secondo quesito referendario, che ha “abrogato” una delle tre componenti della tariffa, ovvero la remunerazione del capitale investito. Si tratta, in pratica, di un ricalcolo della tariffa, con una riduzione per gli utenti che oscilla fra il 10% e il 20%. E sulla tariffa è intervenuta anche una recente sentenza del Tar della Campania, su ricorso di Federconsumatori, Comune di Visciano (Na) e cittadini appartenenti al Comitato acqua pubblica contro l’Ente d’Ambito Sarnese-Vesuviano, che il 2 agosto 2011 (dopo i referendum) aveva determinato un adeguamento tariffario -a favore del gestore Gori spa, partecipata da Acea- per l’anno già in corso. “Al di là della dubbia legittimità dell’inserimento di singole voci (quale il costo di gestione della struttura e la remunerazione del capitale investito) -ha scritto il giudice nella sentenza che accoglie il ricorso-, il quadro motivazionale a supporto dell’adeguamento tariffario, costituendo il frutto di una istruttoria sommaria e incongruente, non appare soddisfacente”. La tariffa, insomma, cresceva solo nell’interesse del gestore. 
 
Il colmo del comma
Un comma del “decreto liberalizzazioni” (dl 1/2012, convertito in legge a fine marzo) rischia di minare il futuro delle gestioni pubbliche del servizio idrico integrato, e la qualità del servizio. Stabilisce, infatti, che “le società affidatarie in house sono assoggettate al patto di stabilità interno”. Lo stesso meccanismo che oggi limita la capacità di spesa degli enti locali, potrebbe -di fatto- bloccare gli investimenti sulla rete, compresi quelli urgenti per quanto riguarda fognature e depurazione. “Abbiamo affrontato il tema il 10 maggio nel corso dell’ultima riunione con l’Upi (Unione province italiane) -spiega Paolo Carsetti, già presidente del Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune”-. In attesa del decreto attuativo, che deve emanare il ministero dell’Economia entro fine ottobre, c’è preoccupazione: il regolamento definirà le modalità di assoggettamento, e potrebbe tradursi in un ‘nulla di fatto’ o in un atto molto grave”.

Ai francesci l'acqua non piace più
“Acqua sporca”, è il nome scelto dalla Procura di Vibo Valentia per l’inchiesta che ha portato -a metà maggio 2012- al sequestro della diga dell’Alaco, un invaso che dalle Serre vibonesi portava acqua nelle case di circa 400mila cittadini calabresi. L’inchiesta è stata avviata nel 2010, e nasce dalle numerose segnalazioni di cittadini sul colore, il sapore e l’odore dell’acqua potabile (l’avevamo raccontato nel maggio 2011, su Ae 127). L’impianto è gestito da Sorical, società partecipata dalla Regione Calabria e dalla multinazionale francese Veolia, che nelle ultime settimane ha annunciato di voler lasciare la Calabria. Il sequestro è solo l’ultima tegola: a marzo, 3 funzionari Sorical e uno della Provincia di Reggio erano stati arrestati dalla Guardia di finanza.

mercoledì 6 giugno 2012

Honduras: sfratto ai contadini

Grande mobilitazione contadina in difesa del diritto alla terra Continua la minaccia di sfratto massivo

di Giorgio Trucchi - Rel-UITA (traduzione: Davide Piccolo)

Migliaia di contadini accompagnati da organizzazioni popolari, sociali e sindacali della Valle del Aguàn si sono mobilitati il giorno 1 di Giugno nella città di Tocoa, rifiutando le minacce lanciate dal latifondista e produttore di palma africana Miguel Facussè Barjum, di sfrattare diverse tenute che sono oggetto di negoziazione con il governo e che sono in possesso del Movimiento Unificado Campesino del Aguàn (MUCA). Si esige di compimento degli accordi firmati con il governo nel 2010 e l'approvazione del progetto della legge di Trasformazione Agraria Integrale presentata l'anno passato al Congresso Nazionale.
La situazione del Bajo Aguàn potrebbe diventare esplosiva nei prossimi giorni, dopo che i delegati del Gruppo Dinant presentarono oggi davanti alla Segreteria di Sicurezza una richiesta per riattivare l'ordine di sfratto di almeno sette tenute - circa 4 mila ettari -, oggetto della negoziazione e degli accordi con il governo dal Giugno dell'anno passato, dove sono insediate migliaia di famiglie contadine affiliate al MUCA.
Inoltre, la dirigenza del MUCA ha deciso ieri di chiedere più tempo al governo per poter analizzare con la base contadina il piano di negoziazione presentato all'ultimo minuto dall'Istituto Nazionale Agrario (INA), la cui approvazione è condizione per poter proseguire con gli accordi.
"E`impressionante vedere il numero di persone arrivate a Tocoa per manifestare il deciso rifiuto alle minacce di Facussè, che ora sembrano essere appoggiate anche dall'INA", disse Yoni Rivas, segretario generale del MUCA.
Rivas etichettò come "irresponsabili" le dichiarazioni della massima autorità dell'INA ai media nazionali, dove dichiara che, al non firmare, il MUCA si troverà fuori da qualsiasi tipo di accordo e quindi, esposto a quello che potrà succedere.
"E`una brutale manipolazione della verità perché non possiamo firmare qualcosa che non abbiamo discusso con la base. In questo senso abbiamo chiesto più tempo, ma c'è stato negato. Inoltre - continuò Rivas - stiamo esigendo il complimento degli accordi del 2010 e l'approvazione nel Congresso del progetto di Legge di Trasformazione Agraria Integrale".
Il dirigente contadino assicura che con questa mobilitazione si è dimostrato che la Valle del Aguàn vuole giustizia e esige una giusta ripartizione della terra. "Siamo preoccupati per quello che potrà succedere nei prossimi giorni. Fin da ora allertiamo la comunità internazionale e le organizzazioni internazionali dei diritti umani perché mantengano alta l'attenzione su quello che potrebbe succedere", concluse Rivas.
Anche per Esly Banegas, del Coordinamento di Organizzazioni Popolari del Aguàn (COPA) e dirigente regionale del Sindacato de trabajadores del Instituto Nacional Agrario (SITRAINA), la mobilitazione di oggi è un segnale chiaro della volontà della gente di non lasciarsi intimidire dalle minacce.
"La gente ha reagito ed è venuta ad appoggiare questa lotta, rafforzando l'unità della popolazione. Non possiamo permettere che continuino le violazioni dei diritti umani e che si calpesti il diritto delle famiglie contadine all'accesso alla terra", sottolineò Banegas.
Secondo varie organizzazioni e reti internazionali, tra queste la Rel-UITA - che nei giorni passati convocarono un'Udienza pubblica e un Seminario internazionale sulla situazione dei diritti umani nelle comunità contadine - nel Bajo Aguàn c'è una mancanza assoluta delle istituzioni e regna l'impunità.
La mancanza di accesso alla terra, la promozione della monocultura della palma africana su grande scala, la militarizzazione del territorio e l'assenza dello stato sono elementi di un conflitto agrario che ha lasciato, ad oggi, un saldo di 48 contadini organizzati uccisi in meno di tre anni.



Note e gallerie fotografiche relazionate:
- Debemos exigir que el país deje de ser invisible - traducción al inglés
- (Vídeo) Intervención de Carlos H. Reyes en la Audiencia Pública sobre ddhh en el Bajo Aguán
- Un Estado para pocos en el reino de la impunidad
- Ni la caña de azúcar, ni la palma africana nos alimentan
- MUCA se moviliza y responde a Facussé
- Galería fotográfica del Seminario
- Galería fotográfica Audiencia Pública 1
- Galería fotográfica Audiencia Pública 2
- Aguán: Facussé amenaza con desalojos masivos

martedì 5 giugno 2012

Cina: TienAnMen 23 anni dopo...


ishr tien an men 500x336 TienAnMen ventitrè anni dopo, chi dimentica e chi ricorda
Chi dimentica e chi ricorda

La nuova versione di Wikileaks, le parole delle Madri degli Studenti, la memoria sbiadita delle Seconde Generazioni in Italia: dal 1989 al 2012, la Piazza del Cielo aspetta ancora la verità


Ricordiamo di Tienan Men un’immagine gloriosa e sfocata: un ragazzo - il Rivoltoso Sconosciuto – in pantaloni neri e camicia bianca, piccolissimo di fronte ad una colonna di carri armati T-54. Lui, in piedi e disarmato, ferma la marcia dei carri. Di quella primavera 1989 dimentichiamo il prima e il dopo: come si arrivò allo scontro, cosa accadde dopo quella foto. Forse perché è comodo pensare che tutto si congelò lì, in un gesto di sfida al potere costituito, e ignorare la realtà di una rivoluzione fallita.
Al bombardamento dei media, pilotato proprio dall’ala conservatrice di Deng Xiaoping e di Li Peng, gli studenti reagirono alzando il tiro. Per due settimane la folla si riunì nella Piazza del Cielo aumentando di numero e chiedendo di essere riconosciuti dal governo. C’era di tutto: riformisti “inquadrati”, discepoli di Hu Yaobang, sostenitori del “comunismo delle origini”. Alcuni esponevano foto di Mao e inneggiavano alla rivoluzione culturale. Si ritrovarono uniti contro i media, che di loro stavano raccontando una versione falsa, e contro la corruzione dilagante nel partito.
Prima. Era iniziato tutto il 15 aprile, ai funerali di Hu Yaobang, politico riformista che aveva riabilitato molti “epurati” finendo a sua volta in disgrazia. Gli studenti scesero in Piazza a chiedere la riabilitazione di Hu e del suo pensiero. Erano alcune migliaia, ma fecero paura. Il vecchio conservatore Deng Xiaoping, ancora estremamente influente, scrisse un violento editoriale sul primo giornale cinese accusando gli studenti di “complottare contro lo Stato” e di “preparare la controrivoluzione”.
Il rinnovamento voluto dagli studenti non ci fu. Il Partito finì, dopo un mese di tregue e di stasi, per accettare la soluzione dura e dichiarò – su ordine di Deng Xiaoping – la legge marziale a Pechino, ormai testa di un movimento che coinvolgeva oltre 300 città. L’esercito entrò con la forza il 3 giugno in città, aprendosi la strada tra i rivoltosi nel quartiere ovest, per occupare il 4 giugno la piazza simbolo della rivoluzione. Iniziò la strage, dalle cifre mai confermate. Si va dai 200 morti ammessi dal Pcc cinese alle
Nuove Rivelazioni. Wikileaks racconta un’altra verità. Secondo alcuni dispacci dell’ambasciata statunitense, l’esercito cinese combattè e sparò nel quartiere occidentale, alla periferia di Pechino, causando decine di morti sulle barricate improvvisate. Ma in Piazza Tienanmen – prosegue Wikileaks – nemmeno uno sparo. Agli studenti fu consentito ritirarsi dopo aver trattato con l’esercito, per non creare martiri.
Dopo l’arrivo dei carri. La rivoluzione finì quel giorno. La sollevazione popolare nelle altre città fu soffocata dall’esempio di Pechino, occupata militarmente. Nelle due settimane successive, i leader dei movimenti studenteschi furono catturati e “fatti sparire” dalle forze speciali cinesi. Anche il Rivoltoso Sconosciuto, di cui ancora oggi non sappiamo il nome. Le Madri di Tienanmen, parenti di quei desaparecidos, ancora oggi chiedono al Partito il coraggio di parlare e di ammettere la verità su quelle morti.
Vista da qui. La Piazza del Cielo è lontana dall’Italia. I cinesi di Roma, Prato, Milano la conoscono per sentito dire, scuotono la testa al ricordo, tirano dritto. Pensano che, per quanto drammatica, la repressione fu necessaria: “saremmo potuti finire come la Russia dopo il muro”. Lo spettro della crisi economica legata alla perestrojka russa è viva e ben presente tra le seconde generazioni cinesi. La miseria spaventa più della corruzione e della dittatura.
, DirittoDiCritica

*Ringraziamo China Files per le interviste inserite nei link dell’articolo

La Repubblica siamo noi (Roma, 2 Giugno)

RASSEGNA STAMPA:
a cura di:
Luca Faenzi
Ufficio Stampa Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
ufficiostampa@acquabenecomune.org

Esperienze ed esperimento responsabile di una società in movimento:
report dalla manifestazione "La Repubblica siamo noi"

(Roma, Piazza s.Giovanni, 02.06.2012)

Carissimi,
il 2 giugno è stata un esperienza indimenticabile. Grande partecipazione, rispetto alle coincidenze e/o distrazioni di popolo (parata, family day, rinuncia sindacati confederali, condizioni meteo ottimali per gite ecc). Grande consapevolezza sulla congiunzione dei beni comuni come unico grande tema. Allegria, divertimento, sole, ma anche consapevolezza di una necessaria solidarietà per chi soffre ore di angoscia ed è privato del proprio futuro. Per la strada un lungo corteo, con partecipazioni diverse (meno dei nostri e più altre vertenze). Arrivati in p.zza san Giovanni pensavamo di occuparla per uno spazio maggiore, ma la qualità degli interventi e la loro tematicità concreta ci hanno catturato e messo di fronte ad una situazione nuova: si va verso un forum dei beni comuni, un parlamento dei cittadini, delle vertenze, delle resistenze. Un nuovo soggetto politico è nato. L'acqua ed il lavoro trascinano, ma non sono soli: energia, rifiuti, grandi opere, conoscenza, pace, legalità, emergenze. Il tutto unito da una visione ecocentrica (persona e natura insieme) e non più antropocentrica (uomo al centro). Per chi ha avuto la fortuna di partecipare, una pietra angolare nella costruzione di una nuova città. Il livello si alza! Se ci sono critiche rispetto alla giornata, alle condizioni di conflittualità varie, esse possono cogliere alcuni aspetti, ma non togliere la portata storica all'evento. Certo, come tutte le cose importanti che hanno cambiato la storia (come alcuni di voi sono cristiano e l'origine della mia fede è stata una grotta alla periferia dell'impero con poche umili presenze, ma una nuova storia da lì è nata) non c'erano le masse. Attenzione ad inseguire le masse! La storia ci dice che spesso si fanno abbindolare e sconfinano nell'inciviltà.
Chi non ha potuto o voluto partecipare avrebbe potuto dare il proprio contributo ed essere lì dove è nata una nuova Repubblica, più mesta, concreta, consapevole, più solidale, più vera, più alla ricerca, più umile, più in ascolto.
Ringrazio la segreteria e tutti coloro che all'interno del coordinamento ci hanno contagiato questa nuova strategia. Grazie ai territori che ci hanno creduto ed hanno saputo lavorare sui territori cogliendo frutti insperati.
In P.zza san Giovanni si è chiusa una fase, ma se ne è aperta un'altra: la costruzione di una nuova democrazia partecipativa e pluritematica dei movimenti e della società civile. E' stata un'esperienza unica ed un esperimento da consolidare e perseguire con convinzione e tenacia. Abbiamo una grande responsabilità: quella di vivere il nostro tempo con intensità e con il desiderio di costruire una società globale su basi diverse.
Facciamoci gli auguri!
Un saluto fraterno.
Antonio de lellis
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Care/i,
la manifestazione nazionale del 2 giugno è stata bella e importante.
Bella perché ancora una volta si è visto in piazza il popolo dell’acqua nella sua dimensione di forte radicamento territoriale (c’erano comitati da tutta Italia e da quasi ogni regione, con la splendida presenza degli emiliani) e di altrettanto forte riconoscimento collettivo dentro una vertenza che è anche nazionale ed europea.
Un movimento maturo che ha portato in piazza la propria capacità di persistenza e la forza delle ragioni che nel giugno scorso hanno determinato la straordinaria vittoria referendaria, con il pronunciamento e la partecipazione della maggioranza assoluta del popolo italiano.
Un movimento consapevole della nuova fase apertasi dopo quel voto, da una parte con gli attacchi normativi agli esiti referendari, fino alla più recente proposta/truffa dell’AEG sulla nuova tariffa, dall’altra con il non rispetto a tutti i livelli della volontà popolare, in nome della “crisi” e delle “esigenze” dei mercati.
Attacchi rispetto ai quali il movimento per l’acqua ha messo in campo sia la campagna per l’obbedienza civile, sia il contrasto ai progetti di multi utilities e di ulteriori tentativi di privatizzazione in tutti i territori, con una presenza, certo meno riconoscibile dai media, ma profonda nel suo riallacciare la partecipazione diretta delle persone alla difesa del voto referendario e della democrazia.
Importante perché, fin dallo slogan scelto “La Repubblica siamo noi”, il movimento per l’acqua ha voluto parlare a realtà molto più ampie, provando ad innescare nella pratica l’idea di una coalizione sociale dei movimenti sui beni comuni. Un percorso per niente scontato, senza scorciatoie politiciste, e da costruire con intelligenza, ma che nella manifestazione nazionale del 2 giugno ha trovato primi importanti momenti di coagulo e di intreccio, a partire da esperienze concrete che si stanno sperimentando nei territori e nelle realtà urbane (“Roma non si vende” come esempio fra i tanti).
Una manifestazione che consegna al movimento per l’acqua nuove riflessioni e nuovi strumenti per decidere collettivamente il proprio futuro : la partecipazione numerica, pur ricca e importante ma ovviamente imparagonabile a quella di altre manifestazioni durante la campagna referendaria, segnala anche per il movimento per l’acqua -così come in maniera molto più evidente per gli altri movimenti- una difficoltà a costruire un’ alternativa di massa di fronte ad un Governo della “crisi” –UE e governo Monti- che procede a spron battuto nello smantellamento dei diritti e nella mercificazione dei beni comuni e che, nel disprezzo della democrazia e del voto popolare, rischia di rendere disilluse le persone che con grande speranza avevano partecipato attivamente alla battaglia referendaria.
Serve un salto di qualità da parte di tutti i movimenti, che devono saper sempre più portare la propria azione dall’intervento a valle a quello a monte, aprendo conflittualità precise –in ogni territorio e a livello nazionale- sia sulla democrazia diretta e partecipativa sia sulla riappropriazione delle risorse che garantiscano l’effettiva riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni che a tutte e tutti appartengono.
Un salto di qualità, a cui il movimento per l’acqua può dare –dopo la bella e colorata manifestazione del 2 giugno – un decisivo apporto, in termini di riflessione politica e culturale, affinchè “la Repubblica siamo noi” (ma anche in ogni territorio “il Comune siamo noi”), passi da importante intuizione collettiva a pratica sociale quotidiana.
A patto che tutte e tutti noi sappiamo alzare collettivamente lo sguardo e assumerci la comune responsabilità.
Un abbraccio.
Marco Bersani