lunedì 3 dicembre 2012

Messico: Peña Nieto si insedia con una repressione



Passaggio di potere, ma anche di morti e feriti
Un morto, Juan Francisco Quinquedal, di 67 anni, circa un centinaio di persone arrestate, oltre cento feriti, sette ore di guerriglia urbana. Così è avvenuto a Città del Messico l’insediamento del nuovo presidente Enrique Peña Nieto.
Tra i feriti alcuni molto gravi. Juan Francisco Quinquendal, maestro di teatro, militante ed attivista, ha avuto il cranio squartato da un ordigno esplosivo.

Questa nella foto è una delle granate, in dotazione all’esercito, che lanciava la Polizia Federale tra i manifestanti ieri, insieme a proiettili di gomma, il cui uso indiscriminato, come quello dei lacrimogeni, direttamente sul corpo delle persone è condannato da tutti gli organismi internazionali di difesa dei diritti umani.
Un ragazzo di 25 anni, Carlos Yahir Valdivia, dato in un primo momento per morto e poi smentita la notizia, ha rischiato di perdere un occhio. Si trova in gravissime condizioni.
Ci sono stati alcuni episodi guerriglia urbana con negozi e banche assaltati, auto incendiate, furti e rapine. Come ha twitteato il giornalista messicano Epigmenio Ibarra “ Hanno manifestato, hanno votato, tutto è stato inutile. Si sono stancati. Si sono radicalizzati. Sono passati all’azione diretta. Questo non giustifica la violenza ma la spiega”.
Appare chiaro ed evidente solo a chi non vuol vedere, in Messico (e non solo) il fallimento della “democrazia rappresentativa”, che vedremo in futuro via via assumere toni più drammatici in tutto il mondo con l’aumentare della crisi, che va di pari passo con il diminuire per i giovani delle possibilità di un futuro dignitoso.
Resta la violenza? Sicuramente no, ma è una componente innegabile della rabbia… Non è violenza fine a se stessa come vogliono far credere i giornali. E’ rabbia di massa che esprime indignazione, miseria, opportunità negate, rifiuto di un governo corrotto e criminale che protegge se stesso con l’impunità.
Alla rabbia si contrappone la prepotenza e l’alterigia di un sistema, quello della “democrazia rappresentativa” che somiglia sempre di più una monarchia ereditaria. Ci sarebbe da domandarsi, se in Messico veramente era il caso, in una giornata come quella di ieri, dove era prevedibile ed erano previsti scontri e dove il conflitto sociale sta alzando i toni in maniera vertiginosa contro un sistema che riproduce se stesso ogni volta allontanandosi sempre di più dal popolo, portare avanti, come ad ogni cambio di governo, la farsa del “cambio di potere” , o dell’”assunzione di potere” o dell”insediamento”. Parole queste, che veramente rendono bene l’immagine di un potere che si insedia, che si trasferisce , che passa di mano in mano, che cambia senza cambiare nulla, che si assume, nel senso che assume se stesso, senza che la base del popolo senta veramente di averlo concesso. Un potere che, come in una “monarchia”, passa intatto da sovrano a sovrano e che in questo passaggio trova la sua conferma e la sua legittimazione.
Quella di ieri, la cerimonia ufficiale in cui il sovrano Felipe Calderón passa la bandiera messicana come se fosse uno scettro al suo successore Peña Nieto poteva e doveva essere evitata, se almeno la “monarchia” della quale stiamo parlando fosse stata una monarchia illuminata dal buon senso. Di fatto Calderón ha passato al suo successore Peña Nieto una bandiera piena di sangue e di dolore, quella delle oltre 60mila vittime che hanno caratterizzato il “sextenio lutuoso”, il sessennio luttuoso, come i messicani definiscono i suoi sei anni di governo.
A questo sangue, Peña Nieto aggiunge nel suo primo giorno, quello di Juan Francisco Quinquendal, che sicuramente giovane non era, ma che con i giovani, con quelli del movimento YoSoy132, con quelli dei simpatizzanti della Otra Campaña, con quelli di Atenco, perchè di Atenco era anche lui, condivideva sogni, speranze ed ideali. E tuttavia come dimenticare oggi Alexis Benhumea e Javier Cortès di soli 14 anni, gli altri morti di Peña Nieto, quelli di Atenco nel 2006, quando lui era governatore dello Stato del Messico e la polizia si macchiò di crimini orrendi nella repressione di quel movimento cittadino in lotta contro la costruzione del nuovo aeroporto internazionale sulle loro terre: violenza sessuale contro le donne arrestate, torture contro i detenuti, uso indiscriminato della forza contro i manifestanti, morti e feriti.

Proprio in questo momento , il movimento YoSoy132 emette un comunicato in cui diffonde la notizia che Juan Francisco Quinquendal non è morto, ma è mantenuto in coma farmacologico, le sue condizioni tuttavia restano gravissime.
Questo non toglie responsabilità alle autorità messicane che ieri hanno agito con metodi purtroppo tristemente noti, che riportano ad un passato neanche troppo lontano. Il potere si sente minacciato e al sentirsi minacciato risponde con la sua solita arroganza. Non solo in Messico i tempi che verranno non lasciano presagire nulla di buono. Forse la crisi economica rappresenterà un’occasione per smantellare le strutture obsolete e anacronistiche della cosiddetta “democrazia rappresentativa”, forse il momento concederà l’occasione per spostare l’ago della bilancia veramente verso “las mayorias”, che reclamano oltre che diritti, soprattutto maggior partecipazione politica. Questa parola in spagnolo, meglio che la sua traduzione italiana in “maggioranza/e” rende il concetto: la maggioranza è quella che ha eletto Peña Nieto, “las mayorias” sono quelli che ieri lo rifiutavano per strada, dopo aver votato, dopo aver assistito al gioco elettorale di compravendita dei voti, per una lavatrice nuova o una spesa al supermercato. Le elezioni in Messico, ma come accade anche nei grandi Stati Uniti o nella piccola Repubblica Dominicana le vince chi ha più soldi perché questi rappresentano oggi il vero potere. C’è chi si vende per un cellulare o per una lavatrice, c’è chi crede al suo voto e lo difende nelle urne sapendo che sarà inutile, c’è chi cova e nasconde la rabbia che prima o poi viene fuori. Una grande crepa, forse, per dirla alla John Holloway, si sta aprendo in Messico, nella struttura di potere. Ancora indefinita, ancora incerta sui suoi passi, indecisa e contraddittoria, ma una crepa e queste si sa, vanno solo in avanti.

Annalisa Melandri
galleria fotografica completa: http://1dmx.wordpress.com

domenica 2 dicembre 2012

Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale

Mentre il Medio Oriente è in fiamme, si rafforza la partenership tra i due Paesi, basata sull'import-export di sistemi d'arma. Accordo che viola la legge italiana, la quale vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi siano responsabili di gravi violazioni dei diritti umani

Il Medio oriente è in fiamme. La Siria è in ginocchio, migliaia di profughi fuggono in Libano, in Turchia, in Giordania. Tel Aviv mobilita le forze terrestri, aeree, navali. Minaccia d'intervenire in Golan e di lanciare i suoi missili e i suoi caccia contro decine di "obiettivi strategici" in Iran. Intanto cannoneggia la striscia di Gaza e schiera carri armati e blindati alla frontiera con il Libano. Scenari di guerra che non sembrano intimorire più di tanto le forze politiche e il governo italiano. Quest'ultimo, anzi, trova pure il tempo d'inviare a Gerusalemme una delegazione d'eccezione, il premier con sei ministri, per il terzo summit intergovernativo in meno di due anni. Per rafforzare la partnership politica e militare e moltiplicare affari e scambi commerciali. Il comunicato ufficiale emesso lo scorso 25 ottobre è come sempre laconico. "In occasione del vertice Italia-Israele, al quale ha partecipato il Presidente del Consiglio, Mario Monti, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha incontrato il suo omologo dello Stato di Israele, Ehud Barak. A conferma dei solidi rapporti di amicizia e di collaborazione esistenti tra i due Paesi, sono stati approfonditi i temi inerenti alla cooperazione industriale nel settore della Difesa".

Il faccia a faccia tra i ministri della guerra è stato preceduto da una serie d'incontri tra i massimi rappresentanti delle rispettive forze armate. Il 7 e l'8 febbraio 2012, il sottocapo di Stato maggiore israeliano, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma i responsabili dell'Aeronautica italiana per "approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative". Il successivo 14 giugno è stato il comandante delle forze aeree israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale.

Meeting e visite di cortesia si sono sommate a tre importanti esercitazioni aeronavali bilaterali. Le prime due si sono svolte a fine 2011 in Sardegna (nome in codice Vega) e nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed "Eurofighter" e "Tornado" italiani; inoltre sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera. Dal 3 all'8 novembre 2012, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta invece la prima edizione dell'esercitazione Rising Star a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana.

L'accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele risale a sette anni fa ed è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte "pubblica" del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge in particolare che la "cooperazione" fra i due paesi riguarderà in particolare "l'industria della difesa, l'importazione, l'esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l'organizzazione delle forze armate e la gestione del personale la formazione e l'addestramento, i servizi medici militari". Sempre per l'accordo, le attività si svilupperanno grazie "alle riunioni dei ministri della Difesa, dei Comandanti in Capo e di altri ufficiali autorizzati, lo scambio di esperienze fra gli esperti delle due parti, l'organizzazione e l'attuazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni, le visite di navi e aeromobili militari e ad impianti, lo scambio di informazioni, pubblicazioni e hardware, la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d'armamento". "Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie", recita l'articolo 3 dell'accordo di mutua collaborazione. E ancora: "Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente Memorandum".

Senza troppi giri di parole, l'import e l'export di sistemi d'arma devono essere l'essenza delle consolidate relazioni tra Roma e Tel Aviv, in palese violazione della legge italiana che disciplina il commercio di tecnologie belliche e che vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani. Israele riassume in sé tutte le caratteristiche per dover essere posta al bando dal complesso militare industriale italiano: le sue forze armate sono sistematicamente impegnate su più fronti di guerra e dal 1967 occupano ancora buona parte della West Bank. Inoltre il regime d'apartheid instaurato contro la popolazione palestinese e gli stessi cittadini israeliani di origine araba è stigmatizzato dalle principali organizzazioni non governative internazionali. Non ultimo, Tel Aviv non ha mai firmato il Protocollo di Non Proliferazione Nucleare e da tempo immemorabile, anche grazie la collaborazione tecnico-scientifica di Stati Uniti ed Unione europea, a Dimona, nel deserto del Negev, si costruiscono armi nucleari (secondo gli istituti di ricerca indipendenti Israele sarebbe già in possesso di più di 200 testate).

Nonostante la riesplosione della crisi mediorientale, proprio il 2012 ha rappresentato l'anno chiave nei trasferimenti di sistemi d'arma tra i due paesi. Il 19 luglio, in particolare, il Ministero della difesa italiano e l'omologo israeliano hanno ratificato la fornitura alle forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 "Master" prodotti da Alenia Aermacchi. La commessa ha un valore di poco inferiore al miliardo di dollari ma prevede vantaggiose contropartite per le industrie israeliane. Elbit Systems, azienda specializzata nella produzione di tecnologie avanzate, svilupperà il nuovo software che verrà caricato sugli addestratori. Il Virtual Mission Training System (Vmts) "ingannerà i sensori degli M-346 simulando le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche, nonché scelte d'armamento complesse", riporta la World Aeronautical Press Agency. "Utilizzando il software una volta in volo, il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l'uso di sistemi d'arma all'avanguardia". Alle future guerre le forze aeree israeliane si addestreranno cioè con il made in Italy.

In cambio dei caccia, Tel Aviv ha anche imposto che l'aeronautica militare italiana si doti di due velivoli di pronto allarme "Gulfstream 550" con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici, prodotti da Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elta Systems (costo complessivo, 800 milioni di dollari circa). Selex Elsag, una controllata di Finmeccanica, s'incaricherà per conto delle aziende israeliane a fornire ai velivoli i "sottosistemi" di comunicazione e link tattici secondo gli standard Nato. Le forze armate italiane dovranno pure acquistare un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione "Ofeq", anch'esso di produzione IAI ed Elbit Systems (245 milioni di dollari). Prime contractor degli israeliani sarà Telespazio, azienda controllata in parte da Finmeccanica, che assicurerà entro il 2015 la costruzione del segmento terrestre, il lancio e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare.

Quest'anno, l'Aeronautica italiana ha pure deciso d'installare sugli elicotteri EH101 e sugli aerei da trasporto C27J "Spartan" e C130 "Hercules" un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato Dircm - Directional infrared countermeasures, co-prodotto da Elettronica Spa di Roma ed Elbit Systems. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. Gli elicotteri d'attacco AW-129 "Mangusta" di AugustaWestland, in dotazione all'esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio "Spike" prodotti da un'altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell'uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Roma e Tel Aviv puntano infine a sviluppare congiuntamente nuovi velivoli a pilotaggio remoto UAV (i famigerati droni) e a cooperare nella produzione e nella "gestione logistica" del nuovo cacciabombardiere a capacità nucleare F-35, uno dei programmi più costosi della storia mondiale dell'aviazione da guerra.

Mentre i programmi di riarmo italo-israeliani sono condivisi e sostenuti da tutte le forze politiche presenti in Parlamentare, si sta rafforzando tra alcune forze sociali e no war la convinzione che la solidarietà al popolo palestinese non può essere disgiunta dalla mobilitazione per ottenere l'embargo militare nei confronti di Israele. Singoli cittadini, associazioni e comitati di base hanno dato vita alla Campagna BDS per "il boicottaggio, il disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele" fino a che esso "non porrà termine all'occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellerà il Muro; riconoscerà i diritti fondamentali dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; rispetterà i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell'ONU".

Lo scorso 13 ottobre, di fronte allo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono-Varese, si è tenuta la manifestazione nazionale Nessun M346 a Israele per chiedere la revoca della vendita dei caccia addestratori alle forze armate israeliane, a cui hanno partecipato, tra gli altri, Pax Christi, la Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Attac, Arci - Servizio Civile, Assopace e una serie di soggetti che sostengono il popolo palestinese. "Quella di Varese è stata una manifestazione anche contro lo scellerato accordo del 2005 di cooperazione militare, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele", ha spiegato Elio Pagani per il Comitato promotore. "Un accordo che non è stato scalfito neppure dall'Operazione piombo fuso del dicembre 2008 - gennaio 2009, che ha visto Israele colpire con il suo potere aereo la popolazione palestinese civile inerme (1.400 uccisi, di cui circa 400 bambini). Un'azione militare brutale, senza giustificazioni, nella quale sono state usate anche armi sconosciute o già vietate dalle Convenzioni internazionali (fosforo bianco, bombe D.I.M.E., uranio impoverito) e nella quale Israele ha commesso crimini di guerra e contro l'umanità".

Antonio Mazzeo, Adista n.43 dell'1 dicembre 2012

venerdì 30 novembre 2012

Diciotto grandi impianti fuorilegge e l'Unione europea ci condanna

Non solo Ilva. Da nord a sud sono una ventina le installazioni industriali che non hanno ancora l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale. La denuncia del rapporto di Legambiente "Mal'aria". La vicenda di Gela

In Italia ci sono 18 impianti industriali, alcuni di enormi dimensioni, che per l'Unione Europea sono "fuorilegge".  Non hanno ancora ottenuto l'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale, che deve essere rilasciata dalla Commissione istruttoria Ippc del ministero dell'Ambiente. Una certificazione dal 2005 obbligatoria per il controllo degli inquinanti prodotti dagli stabilimenti industriali.

Non ce l'ha ancora, ad esempio, la raffineria di Gela, la vera "altra Ilva" d'Italia, su cui la procura siciliana indaga da circa un decennio per varie ipotesi di inquinamento ambientale. Per ora l'unica cosa certa sono i dati ministeriali, risalenti al 2010, secondo i quali la raffineria gelese risulta essere l'impianto primo in Italia per immissioni in atmosfera di inquinanti quali ossido di zolfo (16.700 tonnellate, il doppio della raffineria di Augusta della Esso, che in questa classifica è seconda), benzene (26,5 tonnellate), mercurio (237 kg), oltre a cromo, ossido di azoto, arsenico, monossidio di carbonio e nichel, categorie in cui viene "battuta" proprio dall'Ilva di Taranto.

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E non hanno l'Aia nemmeno le centrali termoelettriche di Porto Torres, Vado Ligure, Mirafiori e la Spezia, l'impianto di produzione di acido solforico del nuovo polo di Portoscuso, lo stabilimento di Piombino delle acciaierie Lucchini, l'impianto chimico Versalis di Priolo (gruppo Eni) e quello della Tessenderlo a Verbania, uno degli ultimi a utilizzare ancora la tecnologia a mercurio. La lista delle istruttorie ancora aperta è riportata nell'ultimo dossier "Mal'Aria" di Legambiente, che mette nero su bianco lo stato dell'arte delle autorizzazioni Aia, i certificati che integrano in un unico documento i vari permessi preesistenti al 2005, con la finalità di ridurre, controllare e monitorare gli inquinanti prodotti. Secondo la direttiva europea 96/61 dovevano essere tutte rilasciate entro il 30 ottobre del 2007. Ma l'Italia è in forte ritardo.

Al 22 ottobre di quest'anno, 160 provvedimenti Aia nazionali giacevano in fase istruttoria alla Commissione Ippc del ministero (formata da 23 soggetti tra cui docenti universitari, magistrati, fisici, ingegneri, geologi e chimici), a fronte di 153 autorizzazioni già concesse. Tra le pratiche ancora da chiudere ci sono 121 aggiornamenti, 4 riesami, 13 rinnovi e soprattutto 18 impianti esistenti senza Aia, e che quindi non rispettano gli standard di esercizio ed emissione previsti dall'Ue. "E' evidente l'inefficienza di questa Commissione Ippc  -  commenta Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente  -  che è già costata all'Italia una condanna alla Corte di giustizia europea il 31 marzo del 2011. Non è possibile che una situazione esplosiva come quella di Gela (dove il tasso di bambini malformati è sei volte di quello del resto dell'Italia e i casi di tumore e malattie renali hanno un'incidenza doppia rispetto alla media nazionale, ndr) non sia ancora regolamentata".

Commissione che in questi giorni è finita in un ginepraio di polemiche per alcune intercettazioni dell'ex capodipartimento del ministero dell'Ambiente Luigi Pelaggi e dell'ex responsabile delle relazioni industriali di Ilva Girolamo Archinà, risalenti al periodo precedente il rilascio della prima Aia all'acciaieria pugliese nell'agosto del 2011, poi annullata e nuovamente concessa il mese scorso. Conversazioni contenute nel fascicolo del pm di Taranto Franco Sebastio che sembrerebbero indicare pressioni subite dalla Commissione per "aggiustare" l'istruttoria. "In attesa di conoscere i risultati dell'inchiesta giudiziaria  -  aggiunge Ciafani  -  ci sembra opportuno chiedere le dimissioni di Pelaggi dalla commissione Via e di Dario Ticali dalla presidenza della Commissione Ippc".

"Le Fabbriche dei veleni, sei milioni a rischio":  LEGGI L'INCHIESTA

F 35, un memorandum per Bersani (bugiardo o distratto?)



Il nostro magazine è stato il primo a dedicare una copertina allo scandalo F 35, era l’11 settembre 2011 (qui a lato una riproduzione). Il Governo Berlusconi-Tremonti aveva appena varato una manovra di sacrifici e tagli eppure stanziava un copioso gruzzolo di miliardi per degli aerei da guerra. Con il Governo Monti-Grilli le cose, se possibile, sono andate peggi, sia in fatto di lacrime e sangue sia per lo stanziamento degli F 35 sia per il peso delle bugie raccontate in questi mesi.
Da un anno la società civile è mobilitata sul tema. Sulla base di un ragionamento semplice: che senso ha spendere tutti questi soldi mentre si costringono milioni di italiani a fare enormi sacrifici e mancano i soldi per il lavoro, la scuola, la lotta alla povertà, i servizi degli enti locali, la protezione civile, la polizia e la giustizia, la sanità? Contro questa decisione irresponsabile, la Tavola della pace, la Rete Italiana per il Disarmo e la Campagna Sbilanciamoci! hanno anche promuovono una Giornata nazionale di mobilitazione contro gli F-35 lo scorso 25 febbraio 2012 nell’ambito della campagna “Taglia le ali alle armi” lanciata dalle tre organizzazioni.
In decine di città (tra cui Torino, Bari, Perugia, Napoli, Milano, Roma, Novara, Trieste, Cagliari, Trento…) si sono raccolte migliaia le firme dei cittadini contro l’acquisto degli F-35 che sono state consegnate al Parlamento, dove si discuteva la riforma delle Forze Amate. E gli stessi parlamentari sono stati chiamati, collegio per collegio, a prendere una posizione pubblica. In molti lo hanno fatto e in Parlamento sono state presentate  interrogazioni. Interrogazioni che hanno costretto nel febbraio del 2012, nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il ministro “tecnico” della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola ad annunciare pomposamente che l’Italia avrebbe acquistato solo 90 F35, invece dei 131 inizialmente prenotati, così da ottenere un risparmio di cinque miliardi di euro. Una balla clamorosa smentita poi dalla preoccupante escalation dei costi prevista nel rapporto americano, di cui il ministro “tecnico” (?) Di Paola era già a conoscenza e che ha volutamente omesso. Se l’ammiraglio a febbraio dice “l’areo costa 80 milioni” (di dollari), ma a settembre si corregge e dice che in verità i milioni sono 127 (!), voi Parlamento che fareste? Lo chiamereste per farvi spiegare come mai il costo di un aereo in sette mesi possa aumentare da 80 a 127 milioni. Un genio: un costo previsto e staanziato di 17 miliardi di euro (di cui 2 miliardi e mezzo già pagati alle imprese).
Di tutto queste polemiche, mobilitazioni, interrogazioni, figuracce Pierluigi Bersani non se ne deve essere accorto e nulla deve essere arrivato alle sue orecchie (forse era intento a pettinare bambole visto che si è perso anche Crozza) se ieri sera nel confronto televisivo con Renzi, alla domanda: “Nel primo incontro con Obama cosa gli direste?” se n’è uscito in questo modo orrendo. Ecco la trascrizione dello scambio di battute:
Bersani: “Innanzitutto, l’Afghanistan: il 2013 deve essere l’anno di chiusura di questga avventura; poi, gli F35: con questa crisi non mi sembra il caso…”. Renzi a quel punto non si trattiene: “Scusa segretario, ma sull’Afghanista la ‘road map’ già prevede l’uscita nel 2013; e gli F35 dipendono da noi, non da loro…”. Eh già caro Bersani, invece di chiedere a Obama magari prendi uno specchio e fatti qualche domanda.
Il mattino dopo, non posso tacere di fronte a questo modo di far politica fatto da bugie o mezze verità (sono la stessa cosa), di grigiore ammiccante su temi cosi importanti. Ma Bersani dov’eri questi anni??? Eddai! Non so se sei bugiardo o distratto, ma le due cose sono entrambe gravissime!

In ogni caso per un ripasso da 4 minuti:

Il Vangelo secondo fratel Arturo

Che sia un giorno di quiete, nella tempesta quotidiana dalla quale tutti noi proviamo a sopravvivere, lo si capisce salendo i tornanti, incorniciati dal verde argentato degli uliveti, che da Lucca conducono a Pieve Santo Stefano. È qui, nella chiesa con annessa canonica messagli a disposizione dall’arcivescovo Italo Castellani, che dopo mezzo secolo, passato ad attraversare il deserto e in soccorso degli ultimi, è voluto tornare fratel Arturo Paoli. Ad aprire la porta della casa è Paola, mamma di due figli e «Vado a preparare il pranzo». Seduta al lungo tavolo, accanto a colui che sembra un magnifico ulivo nodoso e secolare – fratel Arturo domani compie 100 anni –, sta Benedetta, universitaria alle prese con la tesi sul cantautorato di Carmen Consoli e un impiego da commessa al supermercato per sbarcare il lunario. Benedetta è una dei giovani degli "incontri del martedì", quelli dedicati alla lettura e al commento del Vangelo guidati dal sacerdote e piccolo fratello della Congregazione fondata da Charles de Foucauld. Fratel Arturo finisce di leggere con voce attoriale una lettera appena recapitata: «È dello psicanalista Luigi Zoja… Anche io, sa, scrivo solo lettere di mio pugno», poi alza lo sguardo e ci tiene a precisare: «L’idea di un gruppo che si ritrovasse a leggere e a commentare il Vangelo me l’ha data un libro geniale, La prima generazione incredula di don Armando Matteo. Trovo che sia un approccio assolutamente straordinario per loro…». "Loro" sono i ragazzi, proprio come quelli che qui in questo momento sono alle prese con il Vangelo di Matteo. Si incontrano alla sera dopo la scuola o il lavoro e vanno avanti fino a notte fonda, quando fratel Arturo si ritira nella sua cameretta per salutare il nuovo giorno. «Alle 4 sono sul mio letto che aspetto l’aurora, senza di me il sole non se la sente mica di sorgere», sorride divertito e si fa scuro solo quando il ricordo lo riporta a quelle «brevi ore di un pomeriggio d’inverno del 1920», quando a Lucca, in piazza San Michele, vide le "camicie nere" fasciste sparare e uccidere due uomini che assistevano a un comizio socialista. Un trauma, come la morte della giovane amata e poi quella della madre che lo condussero al sacerdozio, «anche se non riuscivo a pensarmi parroco». È diventato un prete spesso "scomodo", che ha cercato di conciliare impegno politico e testimonianza di fede concreta.

Dinanzi alla banalità del male, rispose con l’impegno totale, adempiendo alla richiesta dell’allora arcivescovo di Lucca, Antonio Torrini, che a lui e altri tre giovani sacerdoti disse: «Dedicatevi a tutti i perseguitati della terra». In quel periodo della seconda guerra, che definisce «straordinario», riuscì a mettere in salvo centinaia di ebrei, pagando con il carcere. Il 6 agosto, giorno in cui venne liberato da un anonimo tenente tedesco, ancora oggi lo commemora con una Messa. Nella sua memoria sono scolpiti i nomi dei tanti salvati che ne hanno fatto un "Giusto fra le nazioni", a cominciare dallo scrittore ebreo e tedesco, Ludwig Greve, che della scampata deportazione racconta nel libro dedicato a fratel Arturo, Un amico a Lucca. Ricordi d’infanzia e d’esilio. «Ludwig veniva da Cuneo, dopo che suo padre e la sorella erano spariti nel nulla… Appena arrivato, a muso duro mi disse: "Non crederà mica di convertirmi?". Tre giorni dopo, vivendo assieme a noi, rideva di quello che aveva detto. Si salvò vestendosi da prete. Le sue figlie, che ha fatto battezzare in Germania, quando passano per l’Italia non mancano mai di venirmi a trovare». E anche oggi è giorno di visite. Dal Brasile sono atterrati tre amici, parte di quelle comunità di base che fratel Paoli contribuì a creare tra i campesinos e gli affamati dell’America Latina, «dove ho visto realizzato il Concilio Vaticano II. Qui da noi invece, molto spesso li abbiamo dimenticati... Laggiù è ancora accesa la scintilla della sana "ribellione" cristiana. E quella l’ho toccata con mano nelle favelas brasiliane, nel popolo d’Argentina e del Venezuela». Parla come ha vissuto, condividendo speranze e drammi, come quelli dei desaparecidos argentini e subendo anche lui la violenza dei generali che lo cacciarono. «Oggi la forza rivoluzionaria positiva di quei popoli, vorrei ritrovarla nei nostri giovani, ma si sono spenti…». Fissa negli occhi Benedetta che prova a difendersi e a difendere la sua generazione: «Ma Arturo, anche questo modo diverso di vivere il Vangelo con leggerezza e al tempo stesso in maniera estremamente profonda, come ci hai insegnato tu, per noi rappresenta già una piccola rivoluzione…». Fratel Arturo annuisce. Comprende le ragioni dei giovani di un Occidente svuotato e annichilito, e mostra un piccolo libro. "L’anno scorso ho scritto questo pamphlet, La rinascita dell’Italia, in cui denuncio il fatto che non si può tacere delle gravi responsabilità della politica, delle ruberie compiute dai dragoni di una classe dirigente che pare non tenga in nessun conto la povertà crescente del nostro popolo. La deriva politica però, è lo specchio di quella morale... Non si sono mai viste, come oggi, tante "unioni" così frettolose e che altrettanto velocemente poi si sciolgono. L’incapacità di amare è il grande male dell’uomo».

Ragionamenti "scomodi" anche per chi potrebbe pensare che la sua "rivoluzione" sia un po’ relativista e a buon mercato. Si rifà all’insegnamento di Teilhard de Chardin, fratel Arturo. «Dobbiamo "amorizzare" il mondo», dice mentre accarezza l’immaginetta del suo Charles de Foucauld («il 1° dicembre - ricorda - è il giorno della sua morte»), in cui sta scritta la massima: «Jamais avoir peur», mai dobbiamo avere paura. «Già, non dobbiamo temere neppure il "vuoto"». Fratel Arturo lentamente si alza e chiede con permesso se può andare a riposarsi un po’ nella sua stanza. Riappare dopo una mezz’ora e confessa: «Ho imparato da Beethoven che durante la giornata è necessario fare delle piccole soste di sonno... Il mio tempo è pieno di letture. Testi religiosi certo, ma anche tanta letteratura, a cominciare dai miei amati sudamericani, a cominciare da Jorge Amado. Il fatto di scrivere (Aragno ha appena ripubblicato il suo Dialogo della libertà e di venire considerato un intellettuale all’inizio è stato un ostacolo per entrare nella Congregazione dei Piccoli Fratelli. Da loro ho appreso tanto e più vado avanti e più mi convinco che il cristianesimo va ricercato nell’opera del contadino. Come dice il mio amico Ivo, piccolo fratello nella comunità di Spello: "Degno di Cristo, è chi affonda le mani tutti i giorni nella terra madre"». Nell’orto fuori dalla canonica, le mani nella terra le affonda Camillo, 84 anni - uno degli "ex ragazzi" di fratel Arturo - assieme al giovane Valentin, il figlio di Paola che dice raggiante: «Coltivano di tutto, in casa abbiamo pomodori grandi come cocomeri». Benedetta apparecchia la tavola, Paola serve la pasta. Sono tutte volontarie, come «quell’angelo della Piera che appare e scompare, in silenzio», dice fratel Arturo che non ha mai voluto una perpetua «perché anche la migliore con il tempo diventa un triste sottoprete. Molto meglio affidarsi alla Provvidenza». È quella che spinge tanti a salire fin quassù in questa oasi di San Martino in Vignale, per parlare e ascoltare la sua voce che incanta con le omelie della domenica. «Per me sono una ferita aperta. Dopo ogni omelia fatico a riprendermi. E non è perché ora porto un secolo sulle mie povere spalle, ma accade da quando il Cristo, il mio Amico, ha cominciato a parlarmi. E tutto questo è iniziato tanto tempo fa…».

Massimiliano Castellani (Avvenire, 29.11.12)