sabato 17 giugno 2006

AL REVES: in difesa dell’umanità



Il testo della Dichiarazione di Anzoategui (Venezuela)

In Venezuela, la culla del libertador Simón Bolívar, decine di intellettuali e di artisti provenienti da diversi paesi e culture dell’America Latina si sono dati appuntamento per ribadire con forza il loro impegno contro la guerra imperialista e il terrorismo, in un’epoca in cui la Carta delle Nazioni Unite continua a non essere rispettata, la legalità internazionale è stata più volte violata e calpestati principi come il non-intervento negli affari interni degli Stati o il concetto stesso di sovranità.
Nonostante la lezione delle due guerre mondiali, la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili è ormai un vago ricordo del passato, mentre i detenuti seguitano ad essere torturati in luoghi al di fuori del controllo della legge, a Guantanamo come ad Abu Ghraib.
L’invasione e la successiva devastazione dell’Iraq, le minacce nei confronti delle altre nazioni del Medio Oriente, il genocidio del popolo palestinese, le costanti attività militari in Africa e in America Latina rivelano sempre più la vocazione delle grandi nazioni ad imporre “col sangue e col fuoco” un ordine internazionale basato sull’esercizio indiscriminato della forza.

Dichiarazione di Anzoategui, Venezuela -7 giugno 2006.

“Quando nel 1936 il colpo di stato di Francisco Franco scatenò la guerra civile che mise fine al breve ma affascinante sogno della Seconda Repubblica Spagnola, le persone più lucide nel mondo compresero immediatamente che la Spagna era solo la prima trincea di una guerra globale foriera di atroci conseguenze per l’intera umanità. Il fascismo di Hitler e Mussolini sembrava a molti una soluzione accettabile alla crisi del capitalismo e, incoscienti o indifferenti alla sua barbarie, le classi dirigenti europee tradirono la causa della dignità dei popoli, sempre contagiosa e potenzialmente “rivoluzionaria”. La sconfitta della Seconda Repubblica inaugurò una delle epoche più fosche della storia recente, ma la generosità e il coraggio di coloro che allora offrirono la loro vita per difendere quel sogno ancora ci sostengono e ci animano.
Dopo aver formalmente sconfitto il fascismo nella Seconda Guerra Mondiale, le stesse forze economiche e ideologiche che lo abbatterono hanno continuato e continuano ad aggredire con ogni mezzo qualsiasi progetto di sovranità popolare, di giustizia e di resistenza al dominio imperiale. Settant’anni dopo il golpe franchista, analoghi pericoli di derive autoritarie - di portata globale - stanno mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana. Di fronte a tutto ciò, con l’appoggio decisivo dei grandi mezzi di comunicazione, si continua a giustificare la barbarie e a promuovere la guerra, l’indifferenza e la selvaggia legge del più forte.
Sull’America Latina, considerata nella geopolitica coloniale come il “cortile di casa” degli Stati Uniti, queste minacce si concentrano in modo particolare ma, al tempo stesso, cominciano a germogliare i semi di una nuova coscienza e di una rinata speranza. L’attualità ci racconta quotidianamente le sofferenze di molte popolazioni sottoposte al terrorismo di stato degli Stati Uniti e dei loro complici. I crimini di guerra nei confronti del popolo palestinese, afgano, iracheno, le torture a Guantanamo e ad Abu Ghraib, le carceri segrete, i voli clandestini della Cia, l’esecuzione sistematica di intellettuali iracheni, di sindacalisti e di contadini latinoamericani, le leggi contro i diritti e la libertà delle persone, l’ostilità permanente contro i processi sociali in corso nel Venezuela bolivariano, a Cuba, e ora in Bolivia, sono gli strumenti di un capitalismo militarizzato e criminale, che non agisce in nome di una supposta superiorità della razza, bensì come artefice e tutore della democrazia planetaria.
Settanta anni fa grandi scrittori e poeti, di una e dell’altra sponda dell’Atlantico, difesero insieme in Spagna la causa della libertà; lì vi erano, tra gli altri, Cesar Vallejo, Pablo Neruda, Miguel Hernandez, Antonio Machado, Rafael Alberti, Nicolas Guillén e, naturalmente, Federico Garcia Lorca, assassinato nelle prime settimane del conflitto perché simbolo dell’incontro della parola con la dignità. Come diceva un altro grande poeta spagnolo, “la poesia non può essere concepita come un lusso culturale per i neutrali”, laddove la neutralità è complice della tirannia, dell’ingiustizia e della morte. La poesia deve salvaguardare la verità quando è minacciata e guidarci, come ancora oggi ci guida, verso la solidarietà e l’impegno civile.
Noi giornalisti, scrittori e poeti della “Rete in Difesa dell’Umanità” appoggiamo la lotta del popolo iracheno che si oppone all’invasore nordamericano, e la resistenza dei popoli dell’America Latina che sono in prima linea di fronte all’aggressione imperialista.”*

Seguono le firme di 40 intellettuali latinoamericani.

Andrea “Chile” Necciai


* Testo inviato da Armando Rama Martell – Segreteria della sezione cubana della “Rete in Difesa dell’Umanità”.

sabato 20 maggio 2006

AL REVES: ricordando Schafik



Vita e morte di un rivoluzionario esemplare

A distanza di qualche mese dalla sua morte improvvisa, molti salvadoregni piangono ancora la perdita di Schafik Jorge Handal, leader carismatico del Frente Farabundo Martì de Liberacion Nacional, personaggio amatissimo dal suo popolo per aver dedicato tutta una vita alla lotta sociale - prima quella armata, come capo guerrigliero durante la guerra civile del 1980-1992, poi quella politica come dirigente di partito.
Ai funerali hanno partecipato migliaia di persone, nonché i rappresentanti di 20 paesi tra i quali Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Guatemala e Repubblica Dominicana; ma molti altri paesi primeggiavano in quella folla che cantava: “Il Comandante rimane, il Comandante non va via”. Il giorno prima il Parlamento Centroamericano (PARLACEN) aveva decorato post mortem Handal con la medaglia d’Onore al Merito Centroamericano, una delle più importanti concesse ai capi di stato e alle persone illustri che hanno svolto la propria opera in modo esemplare; un giusto riconoscimento del popolo dell’America Centrale a un grande uomo che con la sua morte lascia un vuoto enorme, ma anche il suo pensiero profondo e l’insegnamento del suo esempio.
Di lontane origini palestinesi, Schafik Handal conseguì la laurea in Diritto all’università di San Salvador, dove diventò anche dirigente del movimento per la riforma e l’autonomia universitaria. La sua lunga militanza nel Partito Comunista Salvadoregno ebbe invece inizio nel lontano 1944; un anno cruciale per il cammino democratico del piccolo paese centroamericano, paralizzato da una serie di scioperi e di furiose proteste popolari che portarono alla caduta della dittatura di Maximiliano Hernandez.
Come conseguenza del suo impegno politico, il giovane Handal fu presto costretto a fuggire in esilio, in Cile e Guatemala, per poi far ritorno nel suo paese d’origine in assoluta clandestinità e appena in tempo per contribuire all’organizzazione della lotta rivoluzionaria. In quel periodo, Handal si distinse come capo delle formazioni guerrigliere integrate nel Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale, che combatté per tutti gli anni ottanta contro la dittatura militare appoggiata apertamente dagli Stati Uniti. Alla fine del conflitto armato (1992), Schafik fu a capo della commissione del FMLN che partecipò ai negoziati di pace, contribuendo all’apertura di ampi spazi di partecipazione politica e civile per la neonata sinistra salvadoregna. E dopo la trasformazione del FMLN in partito politico, il “Comandante” si presentò alle elezioni amministrative del 1994 come candidato sindaco per il comune di San Salvador.
Nel 2002 il Fronte Farabundo Martì conobbe la sua crisi più acuta. La fazione “riformista” capeggiata da Facundo Guardado stava portando il partito verso la scissione, entrando decisamente in rotta con la cosiddetta “ala dura” (l’altra parte della dirigenza composta dagli ex-combattenti di area “social-rivoluzionaria”), stigmatizzata come troppo conservatrice e quindi incompatibile con la modernità e la democrazia. Del resto, un po’ ovunque nel mondo, quelle organizzazioni che in passato erano stati movimenti rivoluzionari o guerriglie popolari stavano attraversando analoghi processi di “rinnovamento” (o per meglio dire di “mutazione genetica”), trasformandosi a loro volta in partiti politici con orientamenti molto lontani dalle loro posizioni di partenza.
In Salvador Joaquin Villalobos, anch’egli ex-comandante del FMLN, da molti considerato uno stratega eccellente e un uomo di grandi doti politiche, una volta deposte le armi si lasciò sedurre dalle sirene della politica, tradendo completamente i suoi principi rivoluzionari. Dopo una breve esperienza ad Oxford, dove gli fu offerta una cattedra, tornò in patria per fondare un piccolo partito filo-statunitense, stretto alleato della destra salvadoregna.
Più tardi, anche Facundo Guardado finì per fare il gioco delle destre. Ad un certo punto della campagna elettorale, il leader “rinnovatore” arrivò ad essere definito un “buon rivoluzionario” da quella destra che, per ovvie ragioni di opportunità politica, non perdeva occasione per favorire con ogni mezzo il processo riformatore all’interno del Frente, sperando così in una sua provvidenziale “spaccatura”.
Ma l’intento destabilizzatore era destinato a fallire miseramente. Il FMLN cresceva insieme ai suoi militanti proprio perché riusciva nel tempo, nonostante le sue contraddizioni interne, a tener fede ai suoi principi d’origine. Ben presto, infatti, la linea ortodossa tornò ad imporsi come maggioranza, e mentre l’astro di Facundo Guardado tramontava definitivamente, la popolarità di personaggi come Handal, rimasti ligi alla linea d’un tempo, continuava a rimanere integra.
Schafik rimase a lungo il deputato più caro ai settori popolari, ma anche il più calunniato dai media e da una larga parte della destra salvadoregna. Di conseguenza, la fama di rivoluzionario “ortodosso” ed intransigente che si era ritagliato nel corso degli anni lo portò ad essere stimato anche all’estero come uomo d’azione e - al tempo stesso - come ideologo, grazie soprattutto ai lucidi interventi in occasione delle molteplici conferenze internazionali a cui partecipò come membro della delegazione del FMLN.
Hugo Chavez, il presidente del Venezuela, ha scritto di recente alla vedova Handal una lettera molto commovente e piena di ammirazione per il compianto “Comandante Schafik”. Anche Fidel Castro non ha mai nascosto di aver stretto con Handal una profonda amicizia; il messaggio di condoglianze del presidente cubano aggiungeva che “Cuba si sente orgogliosa di aver avuto Schafik Handal tra i suoi più generosi e combattivi amici. Il mondo rende omaggio a chi ha sempre vissuto con dignità, fedele ai principi di libertà e di giustizia sociale, senza mai tirarsi indietro”.

Andrea “Chile” Necciai

sabato 22 aprile 2006

AL REVES: un’attesa lunga 500 anni



Bolivia: la mobilitazione popolare alla base della vittoria di Evo Morales

L’America Latina torna a sperare. Dopo i progressi iniziali dell’ALBA di Hugo Chavez e l’affermazione di forze progressiste al governo in molte nazioni sudamericane, è arrivata l’ora della Bolivia. Il paese più povero dell’America latina, il cui spirito indomito non è stato ancora fiaccato da cinque secoli di vessazioni subite dallo sfruttatore di turno, ha deciso di cambiare rotta affidando il timone a Evo Morales, leader carismatico del MAS (Movimento per il Socialismo).
Il successo elettorale ottenuto dalla coalizione izquierdista, che al primo turno aveva già superato il 51% dei voti, è stato un trionfo senza precedenti; anzi, il risultato delle elezioni boliviane ha quasi del miracoloso, se si tiene conto dell’ostruzionismo esercitato dai media televisivi - CNN in testa - e della campagna d’odio scatenata contro il MAS da parte dell’oligarchia dominante.
La scalata al potere di Evo Morales, indigeno di umili origini, ha radici molto lontane nel tempo. La lotta di Evo per i diritti degli indios comincia dalle piantagioni di coca del Chapare con l’impegno a favore dei contadini sfruttati ed esclusi dall’iniqua distribuzione della ricchezza, prosegue con la lunga militanza nel sindacato dei cocaleros, per giungere finalmente sul più alto gradino istituzionale.
Ma il sogno di “Evo presidente” non si sarebbe mai realizzato senza la lotta degna e coraggiosa di migliaia di indigeni, passata alla storia come “Guerra dell’Acqua”, che a partire dal 2000 cominciava lentamente a sgretolare quel potere politico-economico “imposto vent’anni or sono dall’impero e dal capitale finanziario internazionale con la complicità dei partiti politici tradizionali e della destra”.* Da questo punto di vista, la storica “svolta a sinistra” può essere considerata la naturale conseguenza del ciclo di mobilitazioni popolari per la difesa del libero accesso alle fonti idriche del paese; un diritto primordiale minacciato dal tentativo di un consorzio di multinazionali di impossessarsi degli acquedotti situati nella regione di Cochabamba. Le rivolte per l’acqua ebbero pieno successo giacché, dopo la morte di cinque persone ed il ferimento di altre centinaia tra i manifestanti, il popolo di Cochabamba riuscì infine a cacciare il consorzio “Aguas del Tunari” (a cui appartengono - tra le altre - l’impresa statunitense Bechtel e l’italiana Edison) e a riappropriarsi dell’azienda municipale.
Tuttavia, la stagione delle lotte conobbe il suo apice sul finire del 2003. Ondate di scioperi e proteste popolari attraversarono nuovamente la Bolivia, in seguito alla decisione assunta dal governo in carica di svendere il gas - risorsa di cui il paese andino ancora abbonda - alle compagnie straniere. L’entrata in vigore dell’infausta Ley de Hidrocarburos, un autentico regalo per le multinazionali, costò la testa al presidente Sanchez de Losada (detto “el gringo” per l’eccessiva deferenza verso gli Stati Uniti), costretto frettolosamente a lasciare il suo paese di fronte ad un clima di violenza crescente che egli stesso aveva contribuito ad alimentare autorizzando l’uso della forza contro i manifestanti.
Rafforzato da tante esperienze di lotta, il movimento spontaneo denominato “Coordinadora en defensa del agua y de la vida”, insieme ad un variegato schieramento di altre forze sociali, è riuscito negli ultimi sei anni a condizionare l’agenda politica del paese vincolandola alla realizzazione di una serie di riforme considerate necessarie, se non addirittura impellenti:
1)      Riappropriazione del patrimonio comune attraverso la nazionalizzazione del gas e delle fonti idriche, ovvero le due principali risorse che continuano a far gola agli investitori stranieri.
2)      Assemblea costituente su base popolare, senza ingerenze da parte dei partiti.
3)      Riforma agraria per consentire finalmente una più equa distribuzione della terra.
4)      Fine dell’impunità per i responsabili dei delitti politici e di lesa umanità contro il popolo e gli esponenti della società civile boliviana.
Guidata da questi precisi orientamenti, la coalizione di Evo Morales si appresta dunque a varare il nuovo piano di governo, sotto l’occhio vigile della destra messa nell’angolo dalla mobilitazione popolare ma pur sempre pericolosa, potendo ancora contare sull’appoggio “in risorse materiali e intellettuali delle multinazionali e dell’imperialismo statunitense, mentre continuano a restare in vigore le sue leggi di manipolazione, che hanno stabilito e consacrato la gerarchia sociale escludente e razzista garantendo lo sfruttamento”.* Oltre alla destra tradizionale, c’è in agguato un altro nemico da cui la stessa società civile boliviana dovrà guardarsi; si tratta di quella forza sociale - oscura ed amorfa - formata dai tecnocrati caduti in disgrazia con la fine del vecchio regime (ma sempre pronti a riciclarsi con il nuovo) e dai nuovi arrivisti della politica. Entrambi considerano l’ascesa al governo del MAS una ghiotta opportunità per ottenere posti di spicco nell’apparato statale.
Nonostante tutte le insidie e le contraddizioni insite nell’esercizio del potere, l’esecutivo in carica dovrà sforzarsi di mettere in pratica il principio del “comandare obbedendo”- come dicono gli zapatisti -, rispondendo al bisogno di giustizia di tutti quei boliviani che, organizzati e mobilitati dal basso, “non saranno mai più disposti a lasciare che qualcuno li inganni, né che amministri o negozi le loro conquiste”.*

Andrea “Chile” Necciai


“Ora non rimane che lottare per l’unità latinoamericana, ricostruire il Tahautinsuyo, la Patria Grande di Bolivar, per ottenere una vita migliore”.
Evo Morales



 
Note:
* “Evo presidente” di Oscar Olivera (“Coordinadora en defensa del agua y de la vida” di Cochabamba) – da Carta Etc n°2, marzo 2006.

sabato 18 febbraio 2006

AL REVES: la scuola degli assassini



SOA 1946-2006: sessant’anni di crimini sotto silenzio.         

Dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, molti cittadini statunitensi si saranno rivolti domande come queste: “Cosa abbiamo fatto per essere tanto odiati?”, oppure “Com’è possibile che ci sia accaduto tutto questo?”. Con ogni probabilità, molte delle increduli vittime del terrorismo di Stato “a stelle e strisce” si sono poste, in passato, le stesse domande. E non c’è dubbio, inoltre, che migliaia di persone innocenti in ogni parte del mondo continuino ad essere coinvolte nelle cosiddette operazioni di “controinsorgenza” - o di “guerra sporca” - di matrice nordamericana. La fotoreporter statunitense Linda Panetta, inviata di guerra negli anni 80 e 90 in Centroamerica, racconta che “in America Latina ogni persona che il nostro governo ha ritenuto una minaccia (leader sindacali, religiosi, vescovi, capi di stato, bambini maya) è stata etichettata come comunista, individuata ed uccisa. Oggi la minaccia “comunista” sembra essersi dissolta come un brutto sogno, ma un nuovo spauracchio “terrorista” è emerso dai cassetti per rinverdire paure e far impallidire una nazione terrorizzata.”*
Negli ultimi sessant’anni, una struttura militare degli Stati Uniti si è distinta più di altre per essersi prestata a diventare “palestra di addestramento” di spietati assassini, dittatori e terroristi. Si tratta della tristemente nota SOA, o “School of Americas”, originariamente costruita a Panama nel lontano 1946, e successivamente trasferitasi in Georgia dopo l’abbandono del Canale da parte delle autorità statunitensi. Nonostante i cambiamenti subiti fino ad oggi la SOA, chiamata sarcasticamente per le sue nefandezze “School of assassins” e in seguito anche “Scuola di golpe”, ha continuato a sfornare diplomati perfettamente addestrati nel “seminare morte e terrore, attraverso la deportazione e la sparizione di centinaia di migliaia di persone in America Latina.”*
Dalla sua fondazione – avvenuta, come detto, nell’immediato dopoguerra – sono stati oltre 60.000 i militari latinoamericani formati nella prestigiosa accademia. Successivamente, negli anni della Guerra Fredda, l’ossatura di tutti gli eserciti latinoamericani fu costruita proprio attingendo dal florido “vivaio” della SOA. I suoi neo-diplomati si sarebbero presto dimostrati all’altezza dei loro compiti, spesso coadiuvati da consiglieri militari statunitensi a cui era affidata la supervisione delle operazioni militari e di polizia politica nel turbolento scacchiere dell’America latina.
La lunga lista dei licenciados usciti dalla SOA comprende tra gli altri gli ufficiali Rios Montt, Lucas Garcia e Hector Gramajo, tutti accusati di genocidio contro il popolo guatemalteco. Il piano da loro denominato “Tierra razada” [“Terra bruciata”] provocò la morte di decine di migliaia di civili in 627 massacri (accertati) nel periodo della dittatura militare capeggiata dallo stesso Montt. In totale le vittime del conflitto guatemalteco, secondo il rapporto della Commissione Onu per le chiarificazioni storiche (CEH), ammontano a oltre 200.000 tra morti e desaparecidos. Il rapporto evidenzia pure che l’addestramento ricevuto alla School of Americas “aveva una relazione significativa con la violazione dei diritti umani compiuta durante il conflitto armato”.
Non molto distante dal Guatemala, nel Nicaragua del dittatore Somoza, il corpo ufficiali della Guardia Nazionale – principale responsabile del mantenimento dello stato di polizia sotto il quale fu costretta a vivere per decenni la popolazione nicaraguense – era in larga parte composto da cadetti della SOA. Nel 1979 dopo l’avvento al potere dei sandinisti, molti di loro confluirono nei reparti dei “Contras”, l’esercito mercenario armato e finanziato dalla Cia e da altre fonti occulte. Negli anni di spaventosa guerra civile che seguirono, i Contras si segnalarono come i peggiori violatori di diritti umani, perpetrando ovunque torture, massacri di civili, devastazioni e saccheggi.
La storia del massacro di El Mozote, avvenuto in El Salvador nel 1981, può essere citata come modello - tra migliaia di altri fatti analoghi accaduti - della strategia di controinsorgenza messa in atto dagli Usa e dai governi centroamericani loro “subalterni” dall’inizio degli anni settanta fino alla fine del novecento. Strategia basata, in zona di guerra, sulla persecuzione e lo sterminio di intere comunità di civili, ritenute preziose fonti di sostentamento per la guerriglia e i movimenti in lotta per il cambiamento sociale. Ripensando al recente passato, lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che “per anni i manuali di addestramento usati alla SOA avevano sostenuto la pratica di esecuzioni, torture, ricatti. Alcuni dei manuali raccomandavano di individuare quelli che appoggiavano l’organizzazione o il reclutamento sindacale, simpatizzavano con i dimostranti degli scioperi e accusavano il governo di aver fallito nel compito di andare incontro alle necessità fondamentali della popolazione.”*
Rufina Amaya, una donna tra le poche sopravvissute all’eccidio di El Mozote, ricorda ancora oggi con l’orrore negli occhi come, nascosta dietro ad un cespuglio, aveva assistito impotente all’esecuzione dei circa 900 abitanti del villaggio (inclusi il marito e i suoi quattro bambini). “I soldati stupravano le donne e lanciavano in aria i neonati per infilzarli con le baionette per puro divertimento. Intanto gli uomini erano stati torturati e poi ammassati in chiesa insieme a molti bambini. I soldati ne avevano già eliminati molti a raffiche di mitra, quando alcuni bambini protetti dai corpi degli adulti cominciarono ad urlare. Allora i soldati uccisero anche loro, incendiando la chiesa. […] Alla fine ho desiderato anch’io di morire […] ma implorai Dio di risparmiare la mia vita affinché le voci di quelli che erano stati brutalmente massacrati non fossero dimenticate, perché il loro pianto continuasse a vivere in me e la verità non rimanesse nascosta”. Anche in questo caso, dieci dei dodici responsabili del massacro erano stati addestrati alla SOA.
Più recentemente negli Stati meridionali messicani, dopo l’entrata in vigore del Nafta [il trattato di libero commercio fra Stati Uniti, Canada e Messico], le operazioni militari di presidio sono considerevolmente aumentate di numero e intensità. L’incremento di queste attività di guerra di bassa intensità - che hanno visto ancora una volta coinvolti contingenti provenienti dalla SOA in funzione controinsurrezionale - si deve soprattutto alla sollevazione zapatista del Chiapas, giudicata dai governi e dagli investitori interessati un fastidioso ostacolo all’applicazione del Nafta. Tra gli ufficiali che ordinarono la strage di Acteal (eseguita il giorno di Natale del 1997) figurano, ancora una volta, ex-membri della SOA.
Crimini feroci come quelli consumati in Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Messico o Colombia testimoniano che tali barbarie non sono semplicemente l’opera di alcune “schegge impazzite” dell’esercito, o di gruppi di uomini in divisa particolarmente sadici; fanno parte piuttosto di una specifica strategia del terrore messa in atto dalle forze armate per suscitare paura, sofferenze ed umiliazioni. Il tutto con il placet della Cia e del Pentagono.
Anche se la giustizia non ha quasi mai seguito il suo corso lasciando molti dei responsabili impuniti, negli Stati Uniti non tutti ignorano questi orribili fatti, o si dimostrano indifferenti. Il 21 novembre 1999, decimo anniversario dell’omicidio dei sei padri gesuiti di San Salvador, gli attivisti che si battono per la chiusura della Scuola riuscirono a riunire poco fuori la sua sede di Fort Benning più di 12.000 persone, in una manifestazione che è stata definita “uno dei più grandi atti di disobbedienza civile della storia degli Stati Uniti”. Il corteo era preceduto da militanti pacifisti che portavano bare e croci con incisi i nomi di alcune vittime dei diplomati della SOA.
Nel 2002 anche Amnesty International ha fortemente insistito per la chiusura del complesso SOA/WHISC, invocando la creazione di una commissione verità che porti finalmente alla luce il legame esistente tra l’addestramento militare impartito nella Scuola e le atrocità commesse dai suoi allievi, senza con ciò dimenticare la complicità delle istituzioni governative. Inutile dire che anche questo autorevole appello è rimasto finora inascoltato.
 Andrea “Chile” Necciai

“Noi che abbiamo una voce dobbiamo parlare per coloro che non ce l’hanno”.
Mons. Oscar Arnulfo Romero



 
Note:
* da “SOA: School of Americas, la fabbrica dei gorilla” di Linda Panetta – Latinoamerica n°90/91.