sabato 14 novembre 2020

Ha senso parlare? Uno scritto di Mauro Portello

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un futuro invisibile e troppo insopportabilmente minaccioso. È lo scudo delle parole che io alzo istintivamente per ripararmi, per separarmi dal disastro che, finché io parlo, vuole dire che non mi ha ancora colpito. Parlo perché vivo. Parlo finché vivo.
È l’istinto di sopravvivenza che il sapiens mette in azione nel momento in cui sente le condizioni della sua esistenza poste fisicamente in discussione. Un conflitto primordiale tra l’uomo cosciente e la biosfera. Uno scontro assoluto che solo nei momenti estremi si manifesta in tutta la sua muscolarità. La possibile negazione del proprio futuro mette in campo la potenza del verbale dell’homo sapiens. Non mi riferisco al potere della parola di orientare il mondo (questo lo ha spiegato benissimo David Grossman alla Buchmesse di Francoforte – vedi Le parole cambiano il mondo su Repubblica dello scorso 17 ottobre), ma alla pressione verbale quantitativa, di quando si ha come il bisogno di agire con una materiale sovrapproduzione di parole, di dire tanto, quasi che la massa delle parole potesse fare da diga alla catastrofe. È un sentire di guerra che – a dispetto dei precisini che ci fanno osservare che questa non è in senso stretto una guerra –, è più che sufficiente a scatenare la psiche. 
C’è il tasto kantiano da suonare, ne abbiamo bisogno per capire veramente. Poi c’è il tasto brechtiano, per realizzare bene che cosa succede. Ma soprattutto c’è il tasto pulsionale, quello che ci dice semplicemente, appunto, che siamo ancora vivi.
Lo stesso venir meno della solidità delle istituzioni, della loro materiale efficacia, ha in qualche modo incrementato la verbalizzazione del disagio. Fa impressione il profluvio di riflessioni, idee, opinioni che in questi giorni si sta riversando nel mondo della comunicazione, di cui la rete è, naturalmente, il formidabile moltiplicatore. Una massa che si aggiunge ai pensieri, alle riflessioni e ai discorsi che le persone stanno producendo in relazione alla situazione di allarme globale che stiamo vivendo. Tutto converge su questo. Il comune sentire è all’unisono, unipatico, e fa stare tutti allo stesso modo. Il vagare dei significati, il tremolare delle categorie (il tempo, la salute, il benessere, la felicità, l’infelicità, la solitudine…) in un sobbollire cosmico che è cominciato e continua a emanare un odore buono e cattivo, come il minestrone della nonna con tutte le sue verdure.
Al di là delle implicazioni per la salute e, poi, l’economia, c’è quasi uno sbalorditivo azzeramento delle altre implicazioni. Non si pensa più ad altro se non come a delle reminiscenze di un prima che non si sa più bene se esista ancora o sia completamente stato spazzato via dal virus. Accanto alla sacrosanta funzione informativa della stampa – su cui molto c’è da dire, ma non nel fuoco della battaglia –, si assiste a un lavoro alacre di tutti coloro che sono in grado di formulare pensiero complesso e articolato (intellettuali, opinionisti, scrittori, artisti) per spiegare, far capire, un gran darsi da fare a elencare ciò che c’era e che non potrà più esserci e a prefigurare un nuovo futuro. Con una specie di ansia di cancellazione e di rinnovamento, con i tentativi più o meno argutamente sostenuti di segnalare che cosa precisamente sarà diverso, in che modo questo che cosa si modificherà giocoforza dopo questo flagello. E tutti (noi) a cercare un qualsivoglia conforto, una rassicurazione sul proprio grado di sopravvivenza. D’altronde le guerre inducono una tabula rasa della riflessione e dell’espressione, come se solo i conflitti mortali potessero costringere il pensiero a riformularsi rapidamente. 
I musicisti, i disegni dei bambini, i nomi, tutto parla di più: l’ambiente (vigliaccamente ignorato), la povertà (vecchia e nuova), il lavoro (riformulato e dislocato), la scuola (ormai una sfida sociale ed educativa), la socialità (esplosa), l’emotività (completamente ridimensionata). Un’impressionante quantità di parole, meglio, di discorsi che probabilmente stanno elaborando una nuova configurazione della sostanza umana attorno alla quale ogni specificità settoriale dovrà rivedere i suoi fondamenti, e dovranno tenere conto della “necessità che trascende il nostro potere e che ci riconsegna a quella “natura” che credevamo, ingenuamente, di aver evaso”, come bene ha detto recentemente Rocco Ronchi (Seconda ondata, l’angoscia, Doppiozero, 25.10.2020). 
 
Il fatto è che per molti di noi parlare è la suprema coscienza di noi stessi, la vera sostanza del nostro stare al mondo. E quando supera lo stadio solo emotivo di “logorrea ansiosa”, come direbbe lo psicologo, questo parlare oltre misura ha evidentemente dei significati più larghi e fondi. Ecco il punto: siamo soli, davanti allo shock generalizzato della pandemia ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Persino le rassicuranti “convinzioni” scientifiche vacillano, gli uomini tirano fuori le armi desuete dell’”oscurantismo” (complottismi, ecc. ecc.), scopriamo che i conforti generalizzati della goduria neoliberista (ristoranti, vacanze, viaggi, nottate a ballare, a bere e strafarsi, consumi incessanti, di cose e persone…) possono non essere più dati per scontati. E allora ci agitiamo e parliamo, guardando in tutte le direzioni, scrutando una bussola che sembra essersi smagnetizzata. E quando ci si percepisce soli si è preda del corpo, delle sue spietate meccaniche di sopravvivenza. Soli e smarriti, si diventa egoisti, e abbiamo bisogno di iperverbalizzare, alla ricerca fisica di dare un senso, una interpretazione a tutto questo (i sociologi della comunicazione avranno il loro bel da fare nei prossimi anni). 
C’è un’oscillazione frenetica e costante tra il generale e il particolare, tra il collettivo e l’individuale, ma soprattutto è maturata una vera angoscia per il futuro. “È una lezione clinica – dice Massimo Recalcati –: il ritorno del trauma — la sua recidiva — può essere più traumatico della sua prima volta. Il panico della seconda ondata porta con sé il sentimento di non poter più ritornare alla vita” (Se cresce la paura del futuro, in Repubblica, 31.10.2020).
 
E ancora più soli ci percepiamo se ci misuriamo con le vastità dei sistemi sociali e politici certamente destinati a rivedere il loro funzionamento e le loro “filosofie”. Verifichiamo, infatti, che “la morte non è democratica”, perché le condizioni sociali condannano i più deboli, ma soprattutto sperimentiamo sulla nostra pelle (anzi, sulla nostra solitudine) quale sia il potenziale di coercizione del controllo digitale anche nelle società liberiste, come dice il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han: “Il liberalismo occidentale è minacciato non solo dalla pandemia, ma anche dal totalitarismo digitale. […] Le informazioni che divulghiamo ci controllano e ci guidano. Il governo neoliberista non sopprime la libertà, fa uso della libertà stessa. Viviamo oggi in questo paradosso dell’autosfruttamento volontario che va di pari passo con la percezione della libertà. ("Noi, schiavi felici della pandemia digitale" intervista a Repubblica, 31.10.2020).
 
Sono nuove realtà, nuove sensibilità, nuovi errori di cui ha senso che io parli, purché ne nasca una discussione, e non un’istanza malata della mia (nuova) solitudine. Non posso non chiudere con le parole di Chandra Livia Candiani (Doppiozero, 03.11.2020): «Il fatto è che le cose sono complesse e se vedi un lato ne manchi un altro e non ho parole rotonde. Tutto sommato, credo che ascolterò e basta, lascerò dire a ognuno la sua e intanto respirerò. Certe volte, così facendo, qualcuno mi dice: “Grazie, mi fa bene parlare con te.” “A me invece fa bene respirare,” penso io, un po’ malinconicamente”».

Mauro Portello,
DoppioZero.com

sabato 12 settembre 2020

[IRAN] nessuna pietà per Navid

Questa mattina Navid Afkari, 27enne campione iraniano di lotta greco-romana, è stato impiccato nella città di Shiraz. Lo scrive il sito della televisione di Stato, che cita il procuratore generale della provincia di Fars, Karem Mousavi.

La sentenza di "qesas", cioè la "legge di ritorsione", una condanna di "punizione", è stata eseguita questa mattina nel carcere della città natia di Afkari. Afkari era stato arrestato con due suoi fratelli, dopo brevi e farraginose indagini, il 17 settembre 2018 dalle autorità iraniane per aver partecipato alle manifestazioni contro il governo nell’agosto dello stesso anno. Accusato di aver ucciso un agente in servizio a Shiraz e di aver fomentanto le proteste, Afkari si era dichiarato più volte innocente. 

Il verdetto è stato emesso sulla base di confessioni arrivate da testimoni che – secondo il suo legale – erano stati sottoposti a torture. La condanna è stata eseguita anche se la famiglia di Hassan Torkman, accoltellato durante i disordini, aveva accettato di perdonare il lottatore (la sentenza però riporta in modo contraddittorio che l'esecuzione è avvenuta anche per la richiesta dei parenti di avere giustizia) e nonostante la pressione internazionale esercitata: oltre 85mila atleti mondiali hanno chiesto la scarcerazione dell'uomo, che aveva denunciato di essere stato torturato in carcere. Human Rights Watch e Amnesty International ma anche il Comitato Olimpico Internazionale e alcuni campioni di wrestling mondiali avevano lanciato appelli accorati. Lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump, via twitter, aveva chiesto di risparmiare la vita a #NavidAfkari.

Stamane il tragico epilogo.
I fratelli di Navid, Vahid e Habib, sono a loro volta stati condannati rispettivamente a 54 anni di carcere e 74 frustate, e a 27 anni di carcere e 74 frustate.


 

sabato 29 agosto 2020

[IRAN] Tre al petto, uno al cuore e uno alla testa


Hanno sparato 5 colpi a Pejman Gholipour.
Tre al petto, uno al cuore e uno alla testa.

Ogni volta che piove nella sua città, la sua mamma porta un ombrello sulla tomba del figlio.
 
Se il regime iraniano non avesse sparato a lui lo scorso novembre durante le proteste contro l'aumento del costo della benzina, oggi Ali avrebbe compiuto 19 anni
 
JAS

domenica 7 giugno 2020

Zaki l’italiano in carcere da quattro mesi e i doveri di un Paese

Sono quattro mesi esatti che Patrick George Zaki è in prigione nel carcere di Tora al Cairo, la capitale del suo Paese, incolpato di non si sa bene quali malefatte contro il regime di Abdel Fattah al Sisi. Un egiziano alle prese con la malagiustizia egiziana. Affari loro? Il fatto è che Zaki, nato da una famiglia borghese copta a Mansoura, 120 chilometri dalla capitale, dal settembre scorso si era guadagnato un master europeo all’Università di Bologna, diventando studente in Italia. Dopo aver brillantemente superato un esame complicato, si concede come premio un breve ritorno a casa dalla sua famiglia.
È il 7 febbraio, quando non si sono ancora spenti gli echi dell’ultima commissione d’inchiesta parlamentare sulla morte indecente di un altro studente italiano, ma di stanza a Cambridge, Giulio Regeni. I familiari, stremati da quattro anni di inutili battaglie per avere almeno un po’ di verità sulla fine atroce e misteriosa di loro figlio, accusano apertamente di omicidio la «dittatura sanguinaria» di Al Sisi. Tre giorni dopo, Patrick Zaki atterra al Cairo, e forse proprio in quanto «italiano» viene arrestato, torturato, interrogato senza esito anche su presunti legami con i Regeni, che non conosceva. Da allora, di 15 giorni in 15 giorni, la sua custodia preventiva viene rinnovata, in attesa di un processo per «istigamento al rovesciamento del governo» che si celebrerà forse tra un anno ma nessuno può dirlo.
Nel frattempo, oltre al sospetto che il suo sia stato un sequestro a scopo di avvertimento alle nostre istituzioni (basta indagini su Regeni), il Covid 19 ha fatto la prima vittima anche nel penitenziario di Tora. Patrick è asmatico: un’infezione polmonare, già debilitato com’è, gli sarebbe fatale. Stiamo facendo qualcosa per lui? Stiamo continuando a fare qualcosa per Giulio Regeni? Doppio zero. 
Una democrazia, la nostra, che lascia che due giovani di 28 anni, entrambi impegnati nello studio e nella pratica dei diritti civili, vengano inghiottiti da una ex repubblica socialista guidata da un presidente padrone e supinamente ne accetta l’insolenza, non brilla né per forza né per decenza. Ma anche se magari non sembra, è un problema che non riguarda solo la coscienza di un Paese. Riguarda il peso che abbiamo, e soprattutto che dovremmo avere, nelle complicate trattative finanziarie che ci attendono al varco a Bruxelles e dintorni.
 
Specie in questo tempo sospeso, imboccato il ponte fragile tra il prima e il dopo Covid, vale la cruda verità annunciata per sempre da Marguerite Duras: «Si crede che quando una cosa finisce, un’altra ricomincia immediatamente. No. Tra le due cose, c’è lo scompiglio». Ecco, noi siamo proprio in quel punto, nello scompiglio, in ordine sparso. Se guardiamo giù, da un lato ci affacciamo sul precipizio di una crisi economica senza fondo, dall’altro si scorgono le sagome di un milione di senza lavoro precipitati in un buco nel quale rischiano di essere raggiunti da tanti altri disarcionati dal virus. A guidarci nell’incertezza, tra vaghi «piani di rinascita» (meglio sarebbe almeno cambiargli il nome, visto il passato piduista che evocano) e certezze di ripartenza, a cominciare dalla scuola, instabili come le assi su cui camminiamo, c’è un presidente del Consiglio indebolito dagli attacchi dentro e fuori la sua maggioranza e un pacchetto elettorale previsto per settembre che non gli agevola il comando. La speranza è il soccorso alpino dell’Europa, ma molto dipende dalla compattezza con cui ci presenteremo ai prossimi tavoli e dalla credibilità di nazione che riusciremo a esibire. E una piccola storia ignobile come quella di Patrick Zaki, gemella, speriamo non negli esiti, con la fine martoriata e mai spiegata di Giulio Regeni, rappresentano due ombre che non aiutano l’immagine di un Paese che dovrebbe fare rispettare, oltre al proprio onore, anche i propri cittadini, naturali o acquisiti che siano.


Rifugiarsi nella ragion di Stato è un comodo espediente per non dire che, oltre un po’ di innocuo baccano diplomatico (compreso il provvisorio ritiro del nostro ambasciatore dopo lo strazio di Regeni, ma dall’agosto 2017 ne è tornato un altro in sede), l’Egitto è un partner da maneggiare con cura sia per gli equilibri geopolitici nella zona sia perché è un più che discreto giacimento di affari. Oltre all’Eni, più di 130 aziende italiane ci lavorano con ottimo profitto (2 miliardi e mezzo di dollari di fatturato, commesse militari, due fregate della Fincantieri pronte ad essere vendute in loco).
Restano qui e là in Italia, per esempio sulla facciata di Palazzo Marino del comune di Milano, gli striscioni gialli con la scritta «Verità per Giulio Regeni». Bologna tutta, a cominciare dall’università dove non smettono di invocare il ritorno del loro compagno Zaki, è unita nella lotta, per quanto impari. Anche se, dopo quattro mesi, qualche segno di resa comincia a intravvedersi. Fino a una settimana fa, un murale con Patrick circondato dal filo spinato, opera di Gianluca Costantini, copriva un’intera facciata del Palazzo dei Notai, vicino a San Petronio. È stato sostituito con il poster di una banca. Un altro murale, questa volta a Roma, via Salaria, ambasciata d’Egitto, realizzato dallo street artist Laika, vede due bravi ragazzi col volto gentile e una barbetta ancora adolescenziale. Uno è Giulio Regeni che abbraccia sorridendo il compagno di sventura Patrick George Zaki e lo rassicura: «Stavolta andrà tutto bene». Stavolta, non come a lui. Tutto bene, nelle condizioni date, è davvero un atto di fede.

Carlo VERDELLI,
Corriere.it

giovedì 14 maggio 2020

[IRAN] il virus degli altri


Era mercoledì 26 febbraio quando è uscita la notizia della morte di due uomini in un ospedale a Qom, città religiosa vicina a Tehran. La loro morte ha scatenato un delirio tra gli utenti iraniani sui social: “Uno degli uomini deceduti poche ore fa è il fratello di un politico importante. Questi avrebbe chiesto alle autorità di indagare la causa della morte di suo fratello. Il fratello è morto di Covid 19. Se non fosse stato un parente di una persona importante, il governo avrebbe continuato a nascondere la verità, nessuno avrebbe saputo nulla di questo virus!”

Perché il governo iraniano avrebbe mantenuta nascosta una cosa così importante? Dopo il lockdown in Cina, quando nessuna compagnia aerea avrebbe trasferito passeggeri dalla Cina in altri Paesi per via del virus, la compagnia iraniana MAHAN Airlines, ha continuato a fare viaggi tra le città cinesi, portando i passeggeri in Iran e da qui in altri Paesi. La popolazione iraniana ha condannato tutta questa finta “umanità”, così è stata definito dal governo questo gesto folle, e hanno sempre assicurato al popolo di avere preso tutte le misure di sicurezza necessarie e che il virus non sarebbe mai entrato in Iran. Seicento studenti cinesi che studiavano religione a Qom, sono tornati in Iran con la Mahan Airlines proprio quando Wuhan era in piena fase uno. È forse un caso che i primi decessi per covid in Iran siano stati proprio a Qom?

Dopo la morte di quei due uomini a Qom, tante persone, da medici a attori e artisti, hanno chiesto al governo iraniano di mettere il Paese in quarantena e di chiudere le strade che entrano ed escono da Qom. Il governo però, ha sempre dichiarato che non serviva, che la situazione era sotto controllo e che “mettere un paese in quarantena” era un metodo medievale! Il 10% della popolazione di Qom ha abbandonato la città in questo periodo per paura di prendere il virus. Metà di loro sono andati a Tehran e nella regione Mazandaran (al nord del Paese) ed è subito diventata la regione più colpita dal virus. La situazione era così grave che non c’erano più posti per seppellire i defunti e quindi hanno seppellito tante persone in fosse comuni a gruppi di trenta. Nel frattempo l’Italia, insieme a molti altri Paesi europei entrava in quarantena. Tutti Paesi del terzo mondo con governi medievali!
Da allora tutti i medici e gli infermieri in tutte le città iraniane hanno denunciato sui social le numerose morti a causa del coronavirus, e che le autorità hanno loro ordinato di dire che è la causa di questi decessi era “per problemi gravi polmonari”. Ovviamente tanti di questi medici sono stati arrestati. Tanti di loro hanno perso la vita a causa del virus. Tanti altri continuano ancora ad informare la gente di come evitare il contagio e continuano a lottare contro il virus e contro chi non vuole che si sappia della situazione reale del Paese! Solo ieri, 11 maggio, il ministro della salute iraniano ha dichiarato che il coronavirus era in Iran già da dicembre, ma che loro l’hanno scoperto solo in gennaio!

Il nuovo anno persiano inizia il 21 marzo e ogni anno ci sono tredici giorni di ferie per tutti e quasi tutto il Paese è chiuso. Il governo ha approfittato di questa chiusura festiva per mettere tutte le città in quarantena, dopo quasi un mese di richieste e lotte di attivisti e medici! Alla fine delle ferie, il governo ha dichiarato che il Paese era entrato nella fase di quarantena obbligatoria e quindi per le successive due settimane sarebbero state aperte solo banche, ospedali e uffici governativi necessari (la verità è però che nessuno degli uffici governativi ha mai lavorato in quel periodo!) Più aumentavano i decessi più il regime iraniano utilizzava la carta “sanzioni americani contro il regime iraniano” per poter chiedere a altri Paesi sovvenzioni e attrezzature sanitarie e  fare pressioni affinché Trump togliesse una parte delle sanzioni messe recentemente. Ovviamente tutto invano.

Ufficialmente l’Iran è tornato alla normalità da sabato scorso, saranno ancora chiuse le scuole fino alla fine del Ramadan; la quarantena è finita e la gente esce di casa come niente fosse, tanti indossando mascherine e guanti, ma tanti altri senza alcuna protezione. Aumentano i casi di contagio nel sud del Paese, ma ormai il governo iraniano ha deciso che userà l’immunità di gregge per fermare il virus.
Alla fine il regime iraniano non ci ha mai visti altro che come un gregge!

Jass,
La Persiana Aperta
(tratto da ildieci.com)