giovedì 6 novembre 2014

Burkina Faso, la faticosa transizione

Tre presidenti africani sono in viaggio verso Ouagadougou con un messaggio chiaro da consegnare al nuovo ‘uomo forte’ del Burkina Faso, il luogotenente colonnello Yacouba Isaac Zida: consegnare il potere ai civili entro 15 giorni per evitare sanzioni da parte dell’Unione Africana. Previsto per oggi l’incontro tra Zida e il capo di Stato del Ghana, John Dramani Mahama, in qualità di presidente di turno della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), accompagnato dal suo omologo nigeriano Goodluck Jonathan e dal senegalese Macky Sall. Una visita già preparata dagli emissari della ‘troika’ Unione Africana, Onu e Cedeao, finalizzata anche alla preparazione del vertice dell’organizzazione dell’Africa occidentale in agenda per domani ad Accra, al centro del quale ci sarà la crisi in Burkina Faso.
Una minaccia di sanzioni presa sul serio a Ouagadougou per il potenziale rischio di isolamento sulla scena continentale ed internazionale e per le possibili ripercussioni negativi in termini economici e di aiuti allo sviluppo da parte dei “donors”, il cui contributo è cruciale a sostegno di uno dei paesi meno sviluppati del pianeta. Ieri sera il Canada ha annunciato la sospensione della cooperazione umanitaria con il Burkina Faso. “Alla luce della situazione attuale, non è più possibile fornire assistenza allo sviluppo versando direttamente i fondi al governo burkinabe in quanto non abbiamo alcuna garanzia che verranno spesi in conformità con gli impegni presi” ha detto il ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Christian Paradis. Tra il 2012 e il 2013 il Canada ha versato aiuti al paese africano per circa 35,6 milioni di dollari. “I fondi saranno nuovamente versati quando il governo di Ottawa sarà sicuro che il potere verrà restituito ad un’autorità civile e legittima” ha aggiunto Paradis. In base alla Costituzione del Burkina Faso, in caso di dimissioni del capo dello Stato è la seconda carica istituzionale, cioè il presidente dell’Assemblea nazionale (parlamento), a dover assumere la guida del paese.
A poche ore dall’arrivo dei tre presidenti africani e dopo due giorni di consultazioni con tutte le ‘forze vive’ della nazione – partiti politici di maggioranza e opposizione, società civile, capi tradizionali e sindacati – il luogotenente colonnello Zida si sarebbe impegnato a “consegnare il potere ai civili entro due settimane”. Una garanzia data durante i colloqui avuti col capo dei Mossi, la principale comunità del paese, ma anche col presidente della confederazione dei sindacati, Joseph Tiendrebeogo. Dopo l’incontro con Zida, il re dei Mossi ha dichiarato di aver chiesto ai militari di “fare tutto il possibile per avviare un processo di pace nel paese poiché tutti vogliono la pace”.
Il nuovo ‘uomo forte’ ha anche ricevuto l’imam Sana Aboubacar, capo della comunità musulmana, e l’arcivescovo di Ouagadougou, il cardinale Philippe Ouédraogo, che ha già indetto una novena di preghiera “per la pace, la riconciliazione e la giustizia in Burkina Faso” fino al 9 novembre. In una speciale preghiera il cardinale chiede a Dio di “accordare al nostro paese delle istituzioni che garantiscano il benessere, la libertà e la pace”. Dalle dimissioni del presidente Blaise Compaoré, rimasto al potere per 27 anni, nessun leader religioso si era finora espresso pubblicamente. Già nel 2013, con una lunga lettera pastorale indirizzata a Compaoré, i vescovi del Burkina Faso criticavano un “governo sempre più sconnesso dalla realtà e dall’etica sociale”. Lo scorso gennaio, dopo essere stato creato cardinale, in un’intervista alla MISNA monsignor Ouédraogo aveva auspicato che in Burkina Faso “come già avvenuto in Senegal, possa essere avviato un processo di alternanza politica nella pace e senza spargimento di sangue”.

MISNA -
Missionary International Service News Agency

domenica 2 novembre 2014

Il 16 Ottobre Taranto volta pagina

Una giornata storica per Taranto, il 16 ottobre 2014. Una spaccatura netta tra passato e presente.
Un passato che sarà giudicato dal processo “Ambiente Svenduto”, del quale l’udienza preliminare di questo 16 ottobre è appunto l’inizio. Un presente che è quello del non rispetto delle norme, come attesta oggi la Commissione Europea che porta la procedura d’infrazione lanciata a due riprese (settembre 2013 e aprile 2014) contro l’Italia per lo stabilimento Ilva alla sua seconda fase, quella del “parere motivato”. Siamo ad un passo dal deferimento alla Corte di Giustizia.
Ma andiamo per ordine.

Il processo al passato. Esso vede 53 imputati, di cui 50 persone fisiche e tre società, appartenenti al Gruppo Riva, ancora proprietario dell’ILVA, fino a quando non ci sarà l’annuncio formale della vendita ventilata, ma non confermata, che vedrebbe l’Ilva in mano al Gruppo Marcegaglia e al colosso franco-indiano Arcelor Mittal.

Nell’udienza preliminare il Gup Gilli dovrà deliberare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’ex Presidente dell’Ilva (ed ex prefetto di Milano) Bruno Ferrante; per due ex direttori dello stabilimento, Luigi Capogrosso ed Adolfo Buffo; per l'ex addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva, Girolamo Archiná; per il direttore dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (Arpa), Giorgio Assennato; per l’assessore all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro (IdV); per l'ex consigliere regionale della Puglia, oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni; per l'attuale consigliere regionale Donato Pentassuglia (Pd); e per l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (Pd); per l’ex Presidente della Provincia Gianni Florido (Pd); e per il sindaco di Taranto (Sel) Ippazio Stefàno. Ma soprattutto, per il Presidente della Regione Puglia e Presidente di Sel, Nichi Vendola.

Si, perché il processo al passato e al presente dell’Ilva é un processo alla sinistra tutta, avviluppata nella gestione dell’Ilva-gate e pronta, come sostiene l’accusa, a cedere alle richieste del padrone Riva. Sembra quasi un gioco del destino che la Commissione Europea e la Magistratura, nello stesso giorno, prendano ancora una volta in mano una il passato e l’altra il presente di una città che é stata abbandonata da tutte le istituzioni, che avrebbero dovuto proteggerla e tirarla fuori dai miasmi asfissianti emessi dalla fabbrica e dalla politica ad essa amica.

Il coraggio della svolta Taranto lo ha trovato nelle sue associazioni, che sono state la chiave di volta per uscire dall’oppressione silenziosa nella quale essa é stata relegata. L'inchiesta Ambiente Svenduto è nata nel 2009, a seguito delle numerose denunce delle associazioni ambientaliste. Nel 2007 Peacelink, sulla base del registro europeo Eper, denunciava che oltre il 90% della diossina nazionale veniva prodotto a Taranto. Nel febbraio del 2008 la stessa associazione faceva realizzare delle analisi sul pecorino prodotto da aziende locali i cui capi di bestiame (abbattuti) pascolavano vicino allo stabilimento: la diossina e gli altri inquinanti presenti nel formaggio erano allarmanti.

Ma perché si è dovuta far carico una associazione di commissionare le analisi che hanno portato la Magistratura ad indagare sulla questione ambientale? Perché si é dovuta attivare la stessa associazione per andare a Bruxelles a chiedere che la Commissione intervenisse a difesa della città? Perché il muro di omertà era spaventosamente ampio e talmente potente da sembrare impossibile da scalfire.

Da una parte la Magistratura, dall’altra la Commissione Europea. In mezzo il governo silente, ieri e oggi, che ha sempre minimizzato, che ha cercato di occultare, che ha omesso e finto che a Taranto non accadesse nulla di diverso dalla norma.

La magistratura, per bocca del Gip Patrizia Todisco, ha descritto come “disegno criminoso” ciò che avvenne dentro l’Ilva e dentro i palazzi tarantini, baresi e romani. La politica ha permesso che l’Ilva godesse di una impunità senza precedenti, permettendo così che i profitti dei Riva arrivassero nelle banche estere e disegnando leggi ad hoc per consentire allo stabilimento di produrre senza rispettare le leggi, che venivano di volta in volta cambiate secondo le esigenze dettate dall’Ilva stessa.

La politica ha inoltre fatto e disfatto leggi e decreti nel tentativo di fermare la magistratura.

L’accusa per il Presidente della Regione Puglia Vendola è di concussione con i vertici dell’azienda: la Procura di Taranto gli imputa di aver esercitato pressioni sui vertici dell'Arpa Puglia e in particolare sul suo direttore Giorgio Assennato, affinché ammorbidisse l'azione di controllo verso l'Ilva. Il Sindaco di Taranto, Stefàno, deve invece rispondere di omissione di atti d’ufficio e di non aver dato corso, in qualità di prima autorità sanitaria della città, alle denunce in merito all'inquinamento causato dall'Ilva.

Negli anni, sono stati numerosi gli interventi istituzionali per salvare l’Ilva e metterla in regola con provvedimenti ope legis contestati dalla popolazione. E la Commissione Europea ne prende nota e lo scrive nel testo del parere motivato annunciato stamane. Sei provvedimenti ad hoc per l’Ilva, AIA (autorizzazione integrate ambientale) scritta nel 2011 e poi cambiata diverse volte senza mai essere applicata.

Il processo al presente é ancora più eclatante, perché é molto raro che la Commissione Europea intervenga contro uno Stato Membro quando si tratta di questioni legate all’economia e a gruppi di potere economico. Ma il Commissario all’Ambiente Potocnik ha applicato il diritto europeo in tutta la sua pienezza e ha saputo andare avanti con coraggio e determinazione ammirevoli, in barba a tutte le pressioni che sono state esercitate a Bruxelles.

La Commissione Europea ha annunciato stamane di aver preso nuove misure contro l’Italia a causa dell’impatto generato dall’Ilva. L’Italia, scrive la Commissione, non ha assicurato che l’Ilva operasse in conformità alla legislazione europea sulle emissioni industriali, con conseguenze potenzialmente pericolose per la salute e l’ambiente, così come sanciscono la Direttiva sulle Emissioni Industriali e tutta la legislazione europea in materia ambientale.

La Commissione ha affermato stamane di aver riscontrato una serie d’infrazioni alla legge europea perpetrate dall’Italia (la quale ha il compito di garantire che sul territorio nazionale ci sia una corretta applicazione del diritto europeo). Nel testo si parla del mancato rispetto delle condizioni stabilite dall’AIA, di un’inadeguata gestione di diversi aspetti fondamentali per la protezione della salute e dell’ambiente, e si sottolinea che molti dei problemi riscontrati derivano dalla mancata riduzione dell’alto livello delle emissioni e delle polveri che fuoriescono dalla fabbrica e che mettono in pericolo i cittadini di Taranto.

La Commissione affonda ancora e scrive che gli esami condotti hanno evidenziato un pesante inquinamento dell’aria, del suolo, della superficie e delle acque di falda, sia sul sito Ilva che nella città di Taranto, e che la contaminazione del quartiere Tamburi, adiacente all’Ilva, può essere attribuita alle emissioni che fuoriescono dallo stabilimento.

I permessi per la produzione, scrive la Commissione, possono essere concessi solo se alcune condizioni ambientali sono rispettate. Essi devono garantire che misure di prevenzione adeguate vengano messe in atto perché, si evince, senza applicazione delle legge e dei protocolli previsti non é possibile autorizzare la produzione.

L’Ilva, dice in sostanza la Commissione Europea, opera ancora fuori legge. La politica e la dirigenza dell’Ilva, dice la Magistratura, hanno operato fuori legge.

Il futuro della nostra città non é più nelle mani della politica che tutto ha visto, taciuto e nascosto. Il 16 Ottobre Taranto volta pagina.

Antonia Battaglia
(16 ottobre 2014)

sabato 1 novembre 2014

Brasile, Tunisia, Ucraina, Uruguay...

Domenica 26 ottobre si è votato per le elezioni presidenziali in Brasile e in Uruguay, per rinnovare il Parlamento della Tunisia e per eleggere i parlamentari in Ucraina. Anche se in alcuni casi il conteggio dei voti è ancora in corso e i dati sono parziali, è possibile già farsi un’idea di chi abbia vinto dove e come. (Il Post)

Brasile
La presidente uscente Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori, ha vinto il ballottaggio contro il rivale del Partito Socialdemocratico Aecio Neves: ha ottenuto il 51,6 per cento dei voti, mentre Neves si è fermato al 48,4 per cento. Durante il suo discorso della vittoria, Rousseff ha detto di voler essere “un presidente migliore rispetto a ciò che sono stata finora” e ha poi invitato tutti i brasiliani a unirsi “per un migliore futuro del Brasile”, annunciando di essere aperta al dialogo e che questo sarà uno dei tratti essenziali del suo nuovo mandato. Grazie alla sua vittoria, il Partito dei Lavoratori ha ormai un proprio esponente alla presidenza dal 2002: il primo mandato di Rousseff era iniziato nel 2010 ed era stato preceduto da due mandati di Luiz Inacio Lula da Silva.

A Belo Horizonte, Aecio Neves ha riconosciuto la sconfitta e ha ringraziato “gli oltre 50 milioni di elettori” che hanno comunque votato per lui. Anche Neves ha parlato della necessità di mantenere unito il Brasile, il cui elettorato ha dimostrato di essere equamente diviso tra i due principali partiti del paese.




Ucraina
I partiti filo-europei sono in ampio vantaggio alle elezioni parlamentari: a oltre un quarto dei voti scrutinati, il Fronte Popolare dell’attuale primo ministro, Arseny Yatseniuk, è al 21,7 per cento, seguito di poco dall’alleato Blocco di Poroshenko al 21,6 per cento, costituito dal gruppo di partiti e movimenti che sostengono il presidente Petro Poroshenko. Nella notte Poroshenko ha ringraziato gli elettori per avere reso possibile la formazione di una “maggioranza democratica, riformista, filo-ucraina e filo-europea”. La netta affermazione dei due partiti dovrebbe portare a una nuova stretta collaborazione tra Yatseniuk e Poroshenko, entrambi impegnati a fare avvicinare l’Ucraina alle politiche economiche, e non solo, dell’Unione Europea, allontanando il paese dall’influenza del governo russo. Gli incontri per formare una nuova coalizione di maggioranza dovrebbero iniziare già lunedì.
Stando ai dati, ancora parziali, il Blocco delle opposizioni che sostiene l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich ha ottenuto circa il 9,6 per cento dei voti, più di quanto si aspettassero molti analisti. Si tratta di una percentuale sufficiente per essere rappresentati all’interno del Parlamento. L’Unione Pan-Ucraina “Patria” guidata dall’ex primo ministro Yulia Timoshenko è andata meno bene del previsto, fermandosi al 6 per cento, una quantità di voti sufficiente per avere comunque qualche seggio all’interno del nuovo Parlamento. Ventisette seggi rimarranno vacanti perché rappresentano collegi che si trovano nella Crimea – occupata e annessa dalla Russia – o nelle zone orientali controllate dai ribelli filo-russi in cui non è stato possibile organizzare il voto. Per i dati definitivi occorrerà attendere il prossimo 30 ottobre, salvo ritardi.


Uruguay
Alle presidenziali, Tabaré Vazquez – il candidato di sinistra del Fronte Ampio, il partito del presidente uscente José Mujicaha ottenuto secondo i primi risultati circa il 46 per cento dei voti, superando di oltre dieci punti Luis Alberto Lacalle, del Partito Nazionale di centrodestra. Nessuno dei due ha però ottenuto più del 50 per cento dei voti, e per questo motivo nel paese si dovrà tenere un ballottaggio a novembre. Pedro Bordaberry, il candidato di centrodestra arrivato terzo con il 14 per cento, ha già detto che sosterrà Lacalle: secondo i media dell’Uruguay l’esito del ballottaggio sarà difficilmente prevedibile.
 
Vazquez è stato tra i protagonisti del successo del Fronte Ampio ed è già stato presidente, vincendo le elezioni del 2004 e diventando il primo presidente di sinistra dell’Uruguay. Le sue politiche – tese a maggiori aperture per il mercato e per una intensa riforma dello stato sociale – gli fecero ottenere molti consensi, ma alla fine del mandato non poté ricandidarsi perché in Uruguay non è possibile rimanere presidenti per due turni consecutivi. Mujica durante il proprio mandato ha seguito molte delle politiche avviate da Vazquez. Lacalle ha puntato invece tutta la campagna elettorale sulla necessità del cambiamento, dichiarandosi inoltre contrario alla discussa legge in fase di approvazione sulla liberalizzazione della marijuana.
In Uruguay si è votato anche per il rinnovo del Parlamento. Stando ai risultati non ancora definitivi, né il Fronte Ampio né il Partito Nazionale hanno ottenuto una maggioranza.



Tunisia
Sono state le prime elezioni organizzate dopo l’approvazione della nuova Costituzione a inizio anno. Il conteggio dei voti è ancora in corso e richiederà tempo prima di essere completato, ma Appello della Tunisia (Nidaa Tunes), un’alleanza di partiti laici, ha già detto di avere ottenuto più di 80 seggi nel nuovo Parlamento, che ne ha in tutto 217. Sempre secondo i dati dell’alleanza, il partito di ispirazione religiosa e considerato moderato Ennahda avrebbe ottenuto circa 67 seggi. Ennahda era la forza di maggioranza relativa nell’attuale Parlamento uscente. Secondo diversi osservatori i risultati ufficiali non dovrebbero differire molto e potrebbero quindi segnare una sensibile sconfitta per Ennahda.
Il prossimo 23 novembre sempre in Tunisia si terranno le elezioni presidenziali, le prime regolari dopo la rivoluzione del 2011 che portò alla deposizione dell’allora presidente Ben Ali.


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La Tunisia, chiamata alle urne domenica 26 ottobre dopo tre anni dalla cosiddetta “Rivoluzione della dignità”, ha dovuto scegliere i 217 membri che andranno a sedersi nel nuovo Parlamento per i prossimi cinque anni. È stato chiaro sin da subito che la sfida maggiore si sarebbe giocata tra il partito islamico Ennahda e il partito modernista Nidaa Tounes. Dai risultati dell’Isie (L’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni), Nidaa Tunes è risultata in testa con 85 seggi contro i 69 di Ennahda e in terza posizione l’Upl, l’Unione patriottica libera, con 16 seggi davanti al Fronte Popolare di Hamma Hammami con 15 seggi. L’affluenza alle urne, rispetto ai cittadini registrati (l’iscrizione era obbligatoria, ndr) è stata del 61,8% nei confini nazionali e del 29% all’estero. Il tutto svoltosi in un clima tranquillo, nonostante non siano mancate le difficoltà, soprattutto per i tunisini all’estero: «Lì molte persone, registratesi volontariamente per le elezioni – riferisce Leila Chraibi Ayadi, membro dell’Atide, Associazione Tunisina per l’integrità e la Democrazia delle Elezioni, presente con 408 osservatori volontari all’estero e 2.693 nei confini nazionali – non hanno trovato il proprio nome sui registri e non hanno potuto esercitare il loro diritto di voto. In altri casi l’Isie ha cambiato la sede dei seggi senza informare gli elettori e aggiornare le informazioni sul suo sito internet».
Anche in Tunisia sono state rilevate diverse infrazioni: tra le altre, ritardi nell’apertura di diversi seggi, propaganda elettorale davanti ad alcuni seggi, la non neutralità politica di alcuni presidenti e nel 6% dei seggi, le urne non sono state aperte prima del voto davanti agli osservatori per dimostrare che fossero vuote. «Rispetto alle elezioni del 2011 – dice Marysa Impellizzeri – in cui il popolo aveva fiducia nel cosiddetto “partito di Dio”, si riscontra una certa disillusione e sfiducia nei suoi confronti, anche negli strati sociali più bassi della popolazione, dovuta alla propaganda strumentale, all’aumento delle violenze e all’abuso di potere.» Marysa si è stabilita a Tunisi da gennaio di quest’anno, ma il suo legame con il Paese è ben più profondo: fa parte dei cosiddetti “italiani di Tunisia”, la numerosa comunità emigrata in Tunisia che dopo l’indipendenza fu costretta a tornare in Italia. Genitori nati e cresciuti a Tunisi, Marysa ha lasciato la culla della primavera araba da piccola, vivendo tra Torino, Milano e Bergamo, per poi decidere di ritornarci. «Molti elementi hanno contribuito alla minore affluenza: tra questi, anche la quantità smisurata di partiti. Per un popolo che era abituato ad un solo partito, lontano dalla cultura del confronto e del dibattito, non è una scelta facile. Il guardiano del mio stabile mi ha detto: “Con tutti questi partiti, non so chi votare”. Per i problemi avuti all’estero, sicuramente c’è una parte di disorganizzazione, ma anche una parte di dolo. Agire sull’assenteismo è un fattore sicuro». E conclude: «Io come italiana di Tunisia spero che vinca la libertà, come l’ho sempre vissuta qui. La libertà di integrarsi, di mescolarsi e la laicità. I tunisini sono un popolo la cui cultura è venuta alla luce grazie a questo mescolarsi, senza che nessuno abbia perso la propria identità».
Cinzia Anelli abita a Sahline (Monastir) dal 1997, insieme al marito, tunisino, e i loro tre figli. Dal 1999 ha ottenuto la cittadinanza tunisina, ma ha deciso di non votare: «Non sono interessata alla politica – spiega -: mi sembra un minestrone di idee troppo pagate. Se fosse retribuita come un normale lavoro salariato si vedrebbero molte più persone oneste e veramente elette e supportate dal popolo. In attesa che succeda, niente voto». Sui risultati commenta: «Si sapeva già che non c’erano vincite nette. È più importante una collaborazione che un contrasto, altrimenti si creeranno le fazioni e il paese ripiomberà nel malcontento precedente. In queste elezioni nonostante la caterva di liste e di nomi sconosciuti i tunisini si sono trovati piuttosto ben organizzati: circa 3000 volontari hanno seguito e supervisionato seggi e svolgimento e vi erano pattuglie di polizia ovunque, per controlli e domande. Hanno fermato anche noi». E per quanto riguarda le priorità che il nuovo governo dovrà darsi aggiunge: «Incentivare l’occupazione creando nuovi posti di lavoro con compensi adeguati al costo della vita: un uomo occupato potrà mantenere la famiglia, mandare i bambini a scuola, vestirli, comprare il necessario senza fuggire su un canotto verso l’ignoto. Aumentare le specializzazioni dei giovani, incentivando con stage e corsi la possibilità di lavorare. Poi tutto il resto: problemi dei rifiuti, aule sovraffollate, potenziamenti della rete ferroviaria, e via dicendo, cose comuni a tutti i Paesi. Inoltre ricordarsi delle vittime della rivoluzione, non con medaglie o commemorazioni, ma con supporti tangibili alle famiglie. Cercare di sviluppare l’ entroterra, sempre dimenticato e magari, ciliegina sulla torta, paesi confinanti che si mantengono in pace senza rifilarci i loro problemi».
Al di là dei risultati, l’attenzione ora si concentra sulle alleanze, necessarie per governare il Paese: per governare sono difatti necessari 119 seggi. I tunisini dovranno ritornare alle urne il 23 novembre, per votare il presidente della Repubblica: dopo quella data Nidaa Tounes deciderà il da farsi. E per i cittadini tunisini non resta che attendere.

Giada Frana,
CorSera MI

Il veleno in tavola


IL VELENO E’ IN TAVOLA I  (2011 - doppiato in italiano)
Presentato a Rio de Janeiro il 25 luglio 2011, di fronte a più di 800 persone nel Teatro Casa Grande, il documentario realizzato da Silvio Tendler per la “Campagna contro i pesticidi e per la vita” mostra in 50 minuti gli enormi danni causati da un modello agricolo basato sull’agrobusiness.  Oltre alle aggressioni all’ambiente, i veleni sempre più utilizzati nelle piantagioni causano seri rischi per la salute tanto del consumatore finale quanto degli agricoltori esposti quotidianamente all’intossicazione. In questa storia, le uniche a guadagnarci sono le grandi imprese transnazionali come Monsanto, Syngenta, Bayer, Dow, DuPont, tra le altre. Il documentario racconta come la cosiddetta Rivoluzione Verde del dopo-guerra eliminò l’eredità dell’agricoltura tradizionale, impiantando un modello che minaccia la fertilità del suolo, le riserve d’acqua e la biodiversità, contaminando persone e aria. Il Brasile è il paese che consuma più veleni nel mondo.5,2 litri all’anno per abitante. I prodotti biologici sono difficilmente accessibili alla popolazione a causa dell’alto costo. Tra l’altro in Brasile ci sono incentivi fiscali per chi usa pesticidi in agricoltura generando una contraddizione tra la salute della popolazione e l’economia del paese e privilegiano la seconda.
 
• Il veleno è in tavola 1 - http://www.youtube.com/watch?v=2xm0HzjLxN4
• Il veleno è in tavola 2 - http://www.youtube.com/watch?v=avY7nT_qgmQ
• Il veleno è in tavola 3 - http://www.youtube.com/watch?v=i2EB5Qe4Vnw
• Il veleno è in tavola 4 - http://www.youtube.com/watch?v=napeFgNxFOk



IL VELENO E’ IN TAVOLA II (2014 - sottotitoli in italiano)
Dopo  "Il Veleno in tavola I”  a cui hanno assistito più di un milione di persone nel solo Brasile, il nuovo documentario sottolinea, come il primo,  gli effetti nocivi dell’uso dei veleni agricoli, ma si occupa soprattutto delle alternative esistenti, dell’agricoltura che non fa uso di pesticidi, concentrandosi in particolare sull’agricoltura familiare biologica. Tendler ha viaggiato per tutto il paese per conoscere e registrare pratiche agricole e stili di vita di uomini e donne che si dedicano alla cura del cibo che producono, vogliono produrre cibo sano e conservare la biodiversità. Ci sono - sostiene Tendler - con il suo lavoro, altri modelli possibili di agricoltura oltre quelli offerti dall’agrobusiness che abusa di pesticidi danneggiando salute di produttori e consumatori e ambiente. Silvio Tendler, registra da sempre impegnato a difesa della democrazia e per mantenere la memoria della storia del suo paese, ha dichiarato: “Ho cominciato a capire l’importanza del cibo nella vita delle persone quando ho saputo di avere il diabete. A partire da quel momento ho compreso come il cibo possa farci ammalare. Il Veleno I è stato un avvertimento, il documentario che esce ora propone alternative. Ti invita a scegliere in che mondo vuoi vivere. E’ ora o mai più”.
http://youtu.be/Ntzs-nxkaw0


SALVIAMO LA MADRE



“Tra i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale,” ha scritto l’attivista R. Lessio nel suo libro All’ombra dell’acqua. “Un progetto folle a cui possono credere solo persone profondamente malate , ammalate del nulla.”
E in questo paese sono tante le persone  ‘ammalate del nulla’, che spingono di nuovo l’Italia verso la privatizzazione dell’acqua. E questo nonostante il Referendum (11-12 giugno 2011), quando 26 milioni di italiani hanno sancito che l’acqua deve essere tolta dal mercato e che non si può fare profitto su un bene così fondamentale .
A tutt’oggi il Parlamento italiano è stato incapace di rispondere a questa decisione popolare con un’appropriata legislazione. Eppure lo scorso anno 200 deputati hanno preparato un disegno di legge che non si riesce a far discutere in Parlamento. La ragione è che il governo Renzi sta perseguendo una devastante politica di privatizzazioni. Con “Sblocca Italia” e la “Legge di Stabilità”, Renzi offrirà incentivi agli enti locali che privatizzano i servizi pubblici. E’ il tradimento del Referendum!
Il governatore della Campania Caldoro ha fiutato bene questo clima e il 31 luglio ha fatto votare al Consiglio Regionale la finanziaria con due maxi-emendamenti: uno, sul condono edilizio e l’altro sulla privatizzazione dell’acqua. La Regione Campania affida così alle società operanti sul territorio, soprattutto alla GORI, non solo la gestione e distribuzione dell’acqua, ma anche la captazione  e l’adduzione alla fonte. Per di più Caldoro ha deciso di costituire presso la giunta una Struttura di missione con grandi poteri sulla gestione dei servizi idrici, togliendoli agli enti locali.
Abbiamo reagito con forza come comitati acqua della Campania con una vivace campagna mediatica. Anche il governo ha impugnato il maxi-emendamento perché in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia. “Troveremo un’intesa con il governo”, ha replicato Caldoro, che è deciso a procedere sulla via della privatizzazione.
 Tutto questo mette in pericolo l’ABC (Acqua Bene Comune) di Napoli , un comune che è passato da una gestione  SPA ad un’Azienda Speciale, uno strumento che non permette di fare profitti .
Napoli è l’unica grande città in Italia che ha obbedito al Referendum ed ha dimostrato che si possono gestire i servizi idrici con un’Azienda Speciale. Lo sbaglio del sindaco De Magistris è stato che, nonostante le pressioni dei comitati, non ha “ messo in sicurezza”l’ABC . Così anche l’acqua di Napoli potrebbe capitolare alla spinta privatizzatrice di Caldoro.
 A raccogliere i frutti di questa operazione di Caldoro sarà l’ACEA (Roma) di Caltagirone che si sta espandendo in Toscana e ora tenta di prendersi l’acqua del Meridione. L’ACEA detiene il 37% delle azioni della GORI , che ha una gestione molto contestata di 76 comuni dell’area vesuviana.  
Al Nord sono in atto  le stesse manovre di unificazione fra IREN (Torino-Genova) e A2a (Milano –Brescia) a cui guarda con interesse HERA (Emilia Romagna). Rischiamo così di avere  una grande multiutility, che gestirà l’acqua del Nord.
Quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi è di una gravità estrema. E’ la negazione del Referendum. Davanti a questo scenario, mi viene spontaneo chiedermi:”Dov’è il grande movimento dell’acqua ? Dove sono i 26 milioni di italiani che tre anni fa hanno votato per la ripublicizzazione dell’acqua? Ma soprattutto dov’è la chiesa italiana, le chiese, le comunità cristiane su un tema così fondamentale come l’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta Terra?” La chiesa si batte contro l’aborto, l’eutanasia e la pena di morte in nome del ‘Vangelo della Vita’, così deve oggi battersi per il diritto all’acqua come  ‘diritto alla vita’ come afferma la teologa americana Christiana Peppard nel suo volume Just Water.
E’ questo il tempo opportuno per credenti e non, per riprendere con forza l’impegno per proclamare l’acqua  diritto fondamentale umano.
Per questo chiedo a tutto il movimento per l’acqua pubblica di ricompattarsi e di rimettersi insieme sia a livello locale, regionale , nazionale ed europeo. Mettiamo da parte  rancori e scontri e continuiamo a camminare insieme!
A livello regionale dobbiamo contrastare la spinta alla privatizzazione dell’acqua e opporci alle multiutilities.
A livello nazionale, dobbiamo fare pressione sul  Parlamento italiano perché discuta subito la Legge sull’acqua , firmata da 200 parlamentari . E’ possibile che il movimento Acqua del Lazio si impegni a dei “sit-in” davanti a Montecitorio?Dobbiamo batterci contro le politiche del Governo Renzi contenute in  “Sblocca Italia” e nella “Legge di Stabilità”, che spingeranno i Comuni a privatizzare  i servizi pubblici .
A livello europeo, dobbiamo fare pressione sui parlamentari a Bruxelles, perché boccino il “Piano Acqua Europa 2027”, noto come “Water Blueprint” e contestino la Commissione Europea che si è rifiutata di prendere in considerazione l’iniziativa dell’ICE (Iniziativa dei cittadini europei ) sull’acqua ,che ha ottenuto oltre un milione e mezzo di firme in sette paesi.
A livello internazionale continuiamo a sostenere come movimento Acqua , il vasto movimento contro il T-TIP (Partenariato Transatlantico per gli Investimenti e il Commercio tra USA e UE ) e il TISA (Trattato sui servizi pubblici  sotto l’egida del WTO), che spingono verso la privatizzazione di tutti i servizi pubblici .
Infine, in un momento così grave, chiediamo alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di dichiarare che l’acqua è un diritto fondamentale, invitando tutte le comunità cristiane a impegnarsi a fianco del movimento per l’Acqua pubblica in Italia e a scrivere una lettera come quella del vescovo cileno  Luis Infanti della Mora:”Dacci oggi la nostra Acqua  Quotidiana “. ”La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile –scrive il vescovo Luis Infanti (che con il suo popolo ha impedito che l’ENEL costruisse 5 dighe in Patagonia) - quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria:gli esclusi! Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e sopratutto dell’acqua, possono essere legalmente padrone di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietarie di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. E’ un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare.”
                                                                                     
                                                                                                   
Alex Zanotelli
Napoli, 27 ottobre 2014