martedì 12 marzo 2013

La sinodalità prima di tutto

I cattolici di base: “Il conclave elegga un papa impegnato a realizzare la sinodalità nella Chiesa”

Associazioni, riviste di ispirazione cristiana, realtà ecclesiali di base, comunità ecclesiali firmano insieme un appello affinché dal Conclave che sta per iniziare esca una nuova idea di Chiesa, oltre che un nuovo papa: il testo chiede infatti che nella Chiesa si riprenda in mano lo strumento che il Concilio Vaticano II aveva individuato come essenziale per affiancare il papa nel governo della Chiesa, ossia il Sinodo dei Vescovi.
Oggi però il Sinodo ha un potere solo consultivo; farlo diventare un reale strumento di partecipazione delle Chiese locali alla vita della Chiesa perché dotato di poteri decisionali, appare ai firmatari una precondizione affinché si possa dare inizio a tutta una serie di riforme, auspicate da larga parte del popolo di Dio ma bloccate da un sistema di potere ecclesiastico che finora è stato verticistico ed autoreferenziale. Inoltre, al Sinodo potrebbero essere attribuiti quei poteri di controllo sul funzionamento della Curia e sullo Ior che renderebbero possibile l'inizio di una trasparente gestione finanziaria dei beni della Chiesa.
Ma l'esigenza di sinodalità nella Chiesa va al di là della istituzione di un vero Sinodo a Roma. Una gestione con metodi sinodali deve estendersi a tutta la vita delle Chiese locali. L'origine greca della parola syn (con, insieme) e odòs (strada, cammino), rende bene l'idea di una ekklesìa, di una comunità in cammino. Il Concilio stesso ha unito questa immagine a quella del popolo di Dio: la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella storia, per essere segno del regno di Dio offerto a tutta l’umanità.

Di seguito, il testo dell'appello, con le realtà cristiane che lo hanno sottoscritto.

LA SINODALITÀ PRIMA DI TUTTO

La rinuncia al pontificato di Benedetto XVI determinata dal riconoscimento della propria inadeguatezza ad esercitare il ministero petrino per l’ingovernabilità della curia impone al prossimo conclave di affidare al futuro pontefice il mandato prioritario di un radicale rinnovamento della gestione del governo centrale della Chiesa ispirato al dettato conciliare. Il Concilio infatti con l’istituzione del Sinodo dei vescovi per affiancare l’opera del papa aveva avviato una radicale riforma, subito bloccata prima dall’esitazione di Paolo VI, poi dalla decisa riaffermazione dell’esclusività del primato papale di Giovanni Paolo II.

In tempo di secolarizzazione, solo una piena collegialità ed un esercizio non esclusivo e verticistico del potere può evitare che il papa, attorniato da collaboratori da lui stesso scelti, diventi inadeguato a interpretare i diversi e sempre più accelerati processi sociali e culturali che nei cinque continenti costituiscono i contesti in cui oltre un miliardo di fedeli professano la loro fede e vivono la loro esperienza comunitaria.

Il Sinodo, dopo un radicale rinnovamento della struttura che gli è stata imposta e delle norme che ne regolano il funzionamento, può invece consentire che le diverse sensibilità e le sempre nuove esperienze ecclesiali, diffuse sul territorio, abbiano ascolto e cittadinanza anche nelle scelte pastorali e di governo della Chiesa.

Al tempo stesso il Sinodo si potrà dotare di strumenti di controllo sul funzionamento della Curia e della gestione delle risorse affidate allo Ior ed agli altri organismi che gestiscono le finanze vaticane.

Adista – Appunti alessandrini – Cem Mondialità – Chiccodisenape, Torino – Comunità Cascina Contina, Rosate (Mi) - Comunità Cristiane di Base Italiane – Comunità Cristiana della Piana, Avellino – Comunità di Base delle Piagge, Firenze – Comunità La Collina di Serdiana – Comunità di S. Rocco, Cagliari – Esodo – L'altrapagina, Città di Castello – Gruppo di Controinformazione Ecclesiale, Roma – Il tetto – Le radici e i frutti, Cagliari – Missione Oggi – Noi Siamo Chiesa – Nuova Proposta, Roma – Orientamenti Sociali Sardi – Piccola Comunità Nuovi Orizzonti, Messina – Progetto Gionata – Pretioperai – Qol – Scuola popolare Oscar Romero, Cagliari – Tempi di fraternità – Viottoli, semestrale di formazione comunitaria, Pinerolo (To)

mercoledì 6 marzo 2013

L'onda lunga dell'acqua bene comune


"Grazie ad una deliberazione di iniziativa popolare, la Smat SpA, la società che gestisce l’acquedotto torinese, potrebbe diventare una società speciale consortile. Il documento è stato approvato questo pomeriggio dal Consiglio comunale. A favore hanno votato 20 consiglieri, 1 contrario, 16 astenuti" spiega un comunicato stampa del Comune di Torino, diffuso dopo che -lo scorso 4 marzo- era stata votata la delibera promossa dal Comitato acqua pubblica Torino (ne avevamo dato conto qui).
L'onda lunga del referendum tocca anche la città delle Mole, e punta a mettere "paletti" alle possibili scelte di un ente locale fortemente indebitato, che ha già dimostrato l'interesse a svendere le proprie partecipazioni azionarie per far cassa. 
 
Smat spa, una società per azioni controllata al 100 per cento dagli enti locali, potrebbe diventare la più grande utility italiana a trasformarsi in soggetto di diritto pubblico: "Lunedì 4 marzo un incerto consiglio comunale di Torino è stato costretto ad approvare la delibera di iniziativa popolare sotto la spinta democratica dei cittadini -ha spiegato il Comitato, in un comunicato-. Emendamenti dell’ultimo minuto hanno comunque introdotto due elementi che giudichiamo negativamente. Il PD ha voluto cancellare gran parte della cosiddetta 'narrativa' che esprimeva le motivazioni che avevano portato alla proposta. La maggioranza di centro sinistra del Consiglio Comunale non ha avuto il coraggio di condividere il senso critico di larga parte della cittadinanza. Nel dispositivo si sono introdotti ulteriori passaggi di valutazione e analisi per l’effettiva applicazione della delibera, che -ricordiamo- viene discussa a distanza di sei mesi dalla sua presentazione".
Alle critiche del Comitato fanno da contraltare le dichiarazioni del sindaco della cittò, Pietro Fassino, che spiega quali siano le due condizioni che l'ente intende verificare, in un tempo di tre mesi, prima di procedere alla "trasformazione di Smat in società consortile". "In primo luogo -ha spiegato Fassino-, qualunque sia la forma societaria, bisogna garantire alla società che gestisce l’acqua adeguati flussi finanziari per investimenti, altrimenti nel tempo il servizio deperirebbe e il costo per i cittadini salirebbe. In secondo luogo, bisogna poi essere consapevoli che Smat ha già fatto cospicui investimenti finanziati da credito bancario: è necessario che la società sia in grado di onorare quegli impegni, che altrimenti ricadrebbero su tutti i 230 Comuni. E i piccoli Comuni non potrebbero sostenerli".
 
A Torino, e in tutto l'Ambito territoriale ottimale numero 3 del Piemonte, potrebbe partire un processo simile a quello che hanno avviato i sindaci della provincia di Reggio Emilia, dopo aver votato una mozione d'indirizzo volta alla ri-pubblicizzazione all'interno dell'Agenzia territoriale per i servizi idrico e rifiuti (ne abbiamo parlato su Altreconomia di febbraio 2013).
L'esempio reggiano potrebbe trovare presto una eco emiliana anche a Piacenza, dove il prossimo 14 marzo l'assemblea dei 48 sindaci della provincia sarà chiamata a decidere sul futuro affidamento della gestione dell'acqua (nel dicembre 2011 è scaduta la concessione a Iren).
"Si tratta di una scelta storica -spiega in un comunicato il comitato Abc Piacenza- tra due alternative agli antipodi, che condizionerà la gestione dell'acqua per i prossimi 30 anni". 
"Abbiamo chiesto di poter intervenire ad inizio assemblea per illustrare ai sindaci le nostre proposte -continua il comitato-, ma questa possibilità ci è stata negata. Continuiamo ad attendere il percorso partecipativo annunciato dal Sindaco Dosi appena prima di capodanno. Speriamo che venga avviato presto, e magari allargato all'ambito provinciale.
Le due alternative tra cui scegliere: 
1) affidare direttamente , 'in house', la gestione dell'acqua a un ente completamente pubblico, in ossequio alla volontà popolare espressa dal risultato referendario del giugno 2011. 
2) una gara europea per la scelta del gestore privato o del socio privato con il quale gestire il servizio, in spregio alla volontà popolare.
L'ipotesi della gara, non certamente priva di incognite e alti costi, tradirebbe palesemente l'esito referendario.
La gara potrebbe essere vinta da qualche multiutility privata straniera, e anche qualora venisse vinta da Iren il quadro a cui si andrebbe incontro è quello di una privatizzazione sempre maggiore del servizio idrico integrato, in spregio al risultato referendario.
Iren infatti nel suo ultimo piano industriale, oltre a prevedere di continuare nel taglio degli investimenti previsti, prospetta chiaramente la privatizzazione totale del servizio, affermando che l'impegno della società si concentrerà nel consolidamento della partnership con F2i", il fondo d'investimenti guidato da Vito Gamberale

Intanto, come anticipato da Altreconomia a febbraio, il Coordinamento romano acqua pubblica avvia il dibattito nella Capitale intorno allo studio di fattibilità economica per la ripubblicizzazione di Acea Ato2 Spa,  redatto avvalendosi di consulenti professionisti. "Su questa base il Coordinamento romano acqua pubblica ha articolato una proposta che intende condividere con tutte le realtà interessate -spiega il Crap in un comunicato-: a partire dai lavoratori del settore, passando per i cittadini dei comuni dell'Ato2, arrivando fino al consiglio comunale di Roma, principale azionista di Acea. Con la consapevolezza che questo possa essere un primo passo verso la ripubblicizzazione di tutti i servizi pubblici, sempre più aggrediti da speculazioni e privatizzazioni". L'appuntamento per un primo momento di confronto pubblico sui temi sarà venerdì 22 marzo alle ore 18.00 presso il Cinema America Occupato (Via Natale del Grande 6- Zona Trastevere). Mercoledì 6 marzo, invece, alle ore 17.30 presso il Rialto S.Ambrogio (Via S.Ambrogio, 4) il Coordinamento romano acqua pubblica organizza un incontro di autoformazione sulla proposta di ripubblicizzazione di AceaAto2.

Luca Martinelli, Altreconomia

Hugo Chávez, la leggenda del Liberatore del XXI secolo


L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria grande latinoamericana. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana. A Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile!
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha superato con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti, che aveva tutti i media contro e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato. Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

lunedì 4 marzo 2013

Mecu Beccaria sul Filadelfia

"Mi sento preso in giro dall'amministrazione cittadina"

Domenico Beccaria, consigliere d'amministrazione Fondazione Stadio Filadelfia, ha emesso questo comunicato per spiegare quanto sta succedendo nell'àmbito della questione Filadelfia.
"Dal CdA odierno, traspaiono alcune verità innegabili e preoccupanti. La prima verità è che la Città di Torino, in una lettera del suo Sindaco, ha affermato di aver fatto slittare la prima tranche di stanziamento dei 3,5 milioni di euro deliberati a favore della riedificazione del Filadelfia. Entro il 31 dicembre 2012, nelle casse della Fondazione Stadio Filadelfia, avrebbe dovuto arrivare 1,2 milioni di euro, che non è stato versato con la scusa che non erano stati presentati ne il progetto ne il piano finanziario. Richieste della Città di cui, su mio specifico quesito nello scorso CdA della Fondazione, non v’è traccia. Un pretesto per far slittare un pagamento di cui non c’era nè la volontà nè le risorse per far fronte. La seconda verità è che il progetto preliminare che ci è stato sottoposto adesso non ha un costo complessivo di 8 milioni di euro, ma bensì di una cifra oscillante tra i 12 e i 14 milioni. Questa differenza è dovuta al costo del lato su via Giordano Bruno, che oscilla tra i 4 e i 6 milioni di euro e di cui non s’è voluto tener conto. I progettisti, su indicazioni provenienti da soggetto diverso al Collegio del Fondatori o del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione, perché non voglio pensare che lo abbiano fatto di propria iniziativa, hanno ritenuto di ipotizzare lo scorporo su due differenti lotti, della realizzazione dell’opera. Ricordo che esclusivamente il Collegio dei Fondatori ha il potere di valutare ed eventualmente deliberare una soluzione del genere. La terza verità è che si continua a perdere tempo, procrastinando sine die la data del conferimento dei soldi, il vero motivo per cui la ricostruzione del Tempio granata non ha ancora avuto inizio. Come cittadino e come tifoso, mi sento preso in giro da una amministrazione pubblica che promette a piene mani in tempo di elezioni e poi non mantiene quando è ora. Mi sento tradito, quando non si ha la forza per affermare chiaramente che i soldi che la Città ha deliberato, ovvero i 3,5 milioni di euro, non sono soldi pubblici, distratti da altri capitoli di spesa, ma soldi che la Città incassò e destinò alla riedificazione illo tempore, quando ci fu lo scambio di terreni Filadelfia/Chinino, per evitare di edificare il centro commerciale sul Sacro suolo del Filadelfia. Mi sento offeso, quando constato che per una parte del cielo calcistico della città si usa una attenzione e una sensibilità completamente diversa a quella che si usa per l’altra. Credo che sia ora, una volta per tutte, che i tifosi e i cittadini sappiano con chiarezza, quel che succede su questa vicenda. La mia coscienza e la mia Fede Granata, mi impediscono di tacere su questa situazione vergognosa".

sabato 2 marzo 2013

Messico: desaparecidos, non più fantasmi

Ora è ufficiale: il governo messicano ha riconosciuto l’esistenza di desaparecidos. L’ha fatto sommessamente, pubblicando una lista di 26.121 persone scomparse – secondo i freddi termini burocratici, ¨non localizzabili¨ – durante i sei anni del mandato presidenziale di Felipe Calderón. Un’altra delle conseguenze della guerra senza quartiere alla criminalità organizzata, in particolare ai cartelli della droga, che l’ex presidente messicano aveva scatenato, un conflitto a bassa intensità che ha causato settantamila morti.
Un elenco asciutto, fatto solo di nomi e cognomi, che non spiega le responsabilità delle sparizioni e fino a che punto le autorità vi siano coinvolte, come nemmeno quali di queste sparizioni siano legate al conflitto Stato-narcos e quali ne siano estranee. Per Lía Limón, sottosegretaria del dicastero per i Diritti Umani, si tratta solo di un primo passo ed afferma che nella maggioranza dei casi è stata aperta un’inchiesta per appurare i particolari di ogni singolo episodio. Con l’assenza di dati e di prove il compito rischia di essere di proporzioni titaniche. Attenti però a parlare di desaparecidos: la parola è taciuta, quasi fosse un tabù e si preferiscono funambolismi semantici piuttosto di chiamare le cose con il loro nome.

Solo la settimana scorsa Human Rights Watch aveva denunciato 159 sparizioni forzate dovute ai corpi di sicurezza dello stato, dalla polizia all’esercito, in una polemica conferenza stampa tesa a responsabilizzare l’operato delle forze dell’ordine durante l’amministrazione Calderón. Un’iniziativa che si propone di non dimenticare e di evitare l’impunità, facendo valere in ogni istanza giuridica i diritti delle persone scomparse e dei loro famigliari.
Il direttore dell’ufficio regionale di Human Rights Watch, José Miguel Vivanco, ha assicurato che i casi sono migliaia. L’ambiente denunciato dall’organizzazione per i diritti umani rivela la brutalità degli effettivi militari, le minacce ai famigliari degli scomparsi, l’assenza dello Stato nonchè la connivenza delle forze dell’ordine con le organizzazioni criminali. Un panorama tetro che riporta alla luce fantasmi di epoche che si pensavano ormai passate. "Con Calderón" ha detto Vivanco alla stampa "si è vissuta una negazione assoluta della realtà".
Lía Limón ha confermato che ogni caso verrà analizzato singolarmente come prerogativa della nuova amministrazione del presidente Peña Nieto. L’iniziativa rischia di aprire un solco profondo in un Messico già diviso tra chi ha appoggiato – e continua a farlo – la linea dura di Calderón e quanti ritengono che l’applicazione della giustizia perorata da Peña Nieto sia la strada da seguire per legittimare la linea del PRI tornato a governare il paese.

I casi di violazione dei diritti umani sono gravissimi e sono migliaia. Il Messico ha puntati addosso gli occhi della comunità internazionale che chiede segnali. Il primo, e contundente, potrebbe proprio essere quello di una denuncia penale contro Calderón e i suoi principali collaboratori. Un procedimento simile è già in atto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, dove l’ex presidente è stato denunciato nel novembre 2011. Un documento firmato da 23.000 messicani lo accusa di aver avallato, con la sua politica, 470 casi di tortura chiamando in causa anche l’esercito autore di omicidi, violenze sessuali, torture, sequestri ed esecuzioni extra giudiziarie. Una denuncia questa, che era stata presentata ad un tribunale internazionale per "l’incapacità del sistema giudiziario messicano nel giudicare i crimini di lesa umanità", secondo le dichiarazioni dell’avvocato querelante, Netzai Sandoval.
In cerca di legittimità e di credibilità ora il governo di Peña Nieto apre ai diritti umani. Il compito è quello di sconfiggere l’impunità, a dimostrazione che in Messico lo Stato di diritto può ritrovare attendibilità e riconoscimento internazionale, qualità di cui Peña Nieto ha assoluto bisogno.

Maurizio Campisi
Maurizio Campisi, Lindro.it