lunedì 28 febbraio 2011

Licio Gelli e l'anello

Il Venerabile torna sui poteri della prima Repubblica:
«Io avevo la P2, Cossiga Gladio e Andreotti l'Anello»

di Stefania Limiti
- CadoInPiedi

Se a parlare è Licio Gelli bastano anche poche parole ma l'effetto è sicuro: si va con la mente su e giù attraverso gli anni della Repubblica e vengono i brividi. Recentemente il Venerabile è tornato sulle vecchie dicerie che vogliono Andreotti capo della P2 e, conversando con una giornalista del settimanale Oggi, ha detto: «per carità...tutte storie, io avevo la P2, Cossiga Gladio e Andreotti l'Anello».... Poche parole che vogliono dare l'idea di una ripartizione precisa e 'democratica' delle strutture segrete e per la prima volta offrono la conferma da parte di un personaggio di calibro dell'esistenza dell'Anello, espressamente ricondotto all'influenza di Giulio Andreotti. Gli scettici, e quanti hanno tentato di contrastare la verità su questa struttura segreta, si mettano l'anima in pace: l'iceberg si è sciolto...anche se Gelli non dovesse aggiungere più nulla, quelle parole pesano come pietre.
Non sapremo mai se Gelli ha parlato sapendo che il suo vecchio amico Giulio non ha energie per replicargli ma questo ormai poco importa. Ed anche quella rigida divisione dei compiti convince poco: secondo Gelli ognuno godeva di fatto di un suo personale servizio segreto - perché questo sono state le tre strutture menzionate. Si può accettare che ognuno avesse una sua sfera d'influenza nella quale era più 'di casa' di quanto non lo fossero gli altri, per vicinanza agli uomini e alla loro storia. Ma non convince questa rappresentazione un po' casareccia di tre organismi che hanno influenzato dal sottosuolo, e attraverso l'influenza esterna, più di ogni altra cosa la dialettica democratica ed il corso degli eventi della nostra Repubblica; ancora meno, poi, l'estraneità di Andreotti alla P2.
Fascista e repubblichino, Gelli si era distinto come il più giovane volontario della guerra di Spagna: è forse lì che inizia il suo legame con il generale Mario Roatta, capo del Sim e padre del Noto Servizio? E' assai probabile, visto che dal '41-'42 Gelli è stato agente segreto del Sim e protagonista di una delle operazioni più eclatanti e ancor oggi misteriose, il trasporto dell'oro del Regno di Jugoslavia in Italia. Certo è che Gelli ebbe l'investitura direttamente dal Duce: nel 38 fu convocato a Roma, a Palazzo Venezia, dove in una immensa stanza ricevette l'abbraccio di Benito Mussolini e probabilmente l'indicazione della missione a cui era stato predestinato. Il capo della P2 non entra nei particolari di quella giornata particolare ma ammette che <> della sua lunga vita. Il suo curriculum lo rende senz'altro molto credibile quando parla di Anello e questo è ciò che più conta in quelle poche parole.
Molti si interrogano poi sul loro significato attuale: qui si entra nel piano inclinato delle deduzioni ma si possono mettere insieme alcuni elementi. Prima di quell'intervista, Gelli aveva anticipato al quotidiano "Il tempo" alcune analoghe considerazioni, senza fare ancora il nome esplicito dell'Anello: in entrambe le occasioni poche parole sul passato e tante considerazioni sull'oggi e sul suo amico Berlusconi verso il quale Gelli è stato assai severo. Gli ha rimproverato molte cose e sembra dirgli: caro mio, il tuo tempo è finito e a te ormai neanche la P2, Gladio o l'Anello posso cacciarti dai guai. Sembra che voglia rivendicare la sua venerabile parte di grande burattinaio. Una megalomania da grande vecchio? Può darsi ma Berlusconi per lui non è un estraneo, su di lui la P2 aveva puntato molto. Come sostiene il professore Giuseppe De Lutiis nell'introduzione a L'Anello della Repubblica forse Giuseppe Cabassi, uomo dell'Anello, nonché figlio del peccato, cioè di padre Zucca, era il cavallo sul quale aveva puntato la P2 (l'amministratore delegato del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, Bruno Tassan Din, aveva detto che Cabassi era della Loggia) prima di scegliere un uomo con maggiore carisma, cioè Silvio Berlusconi. Il nostro presidente del Consiglio è strettamente legato al passato della nostra Repubblica non solo attraverso stallieri e mafiosi: Berlusconi finanziò, ad esempio, la scissione del Movimento sociale italiano, nel 1976, operazione ampiamente sponsorizzata dall'Anello.
Nel 1977, ricordò solo recentemente Rino Formica, Berlusconi gli manifestò l'intenzione di fare il ministro degli Esteri: quali onorevoli meriti gli consentivano di osare tanto? L'anno successivo, durante i 55 giorni del caso Moro, una delle trattative avviate per la sua liberazione fu portata avanti da padre Zucca e comprendeva, oltre che un enorme pagamento in denaro, la liberazione di due terroristi della Raf che si trovavano nelle carceri di Tito: sapete che mise a disposizione dell'entourage della famiglia Moro il suo aereo personale per andare a fare la trattativa in Jugoslavia? Silvio Berlusconi.
Insomma, il Cavaliere è nato e cresciuto a pieno titolo nella prima Repubblica: e tra i fondatori dei circoli di Forza Italia, oltre ai mafiosi al Sud, ci sono al Nord uomini che ruotavano intorno all'Anello. Dunque, con le sue parole sembra quasi che Gelli voglia 'disattivare' il logoro Berlusconi. Proprio come furono disattivati anni fa gli agenti dell'Anello.

Anche noi abbiamo un sogno !

Chi Siamo: Siamo un gruppo di laici del Centro Giovanile Antonianum di Padova, convinti che come cristiani non si possa più tacere di fronte a quanto sta accadendo nel nostro paese.

Un giorno chi guida la Chiesa in Italia riuscirà a denunciare i comportamenti inaccettabili con chiarezza e determinazione, perché avrà come unico interesse l’annuncio della Buona Notizia.
    In situazioni come quelle odierne, dirà che chi offende ed umilia le donne in modo così oltraggioso non può governare un paese.
    Dirà che coinvolgere minorenni in questo mercato sessuale è, se possibile, ancora più sconcertante.
    Dirà che chi col denaro vuol comprare tutto, col potere vuol essere al di sopra delle leggi, con i sotterfugi evita continuamente di rendere conto dei propri comportamenti, costui propone e vive una vita che è all’opposto di quanto insegna il nostro maestro Gesù.
    Per evitare ambiguità dirà chiaramente che questa persona è il nostro Primo Ministro.
    Da quel giorno, ogni giorno, chi guida la Chiesa ci esorterà all’onestà, alle scelte etiche, alla coerenza, dimostrando anche con l’esempio che davvero ciò che più conta sono i valori evangelici.
    Allora noi smetteremo di pensare che siano gli interessi economici o di potere a giustificare il sostegno a chi si comporta in modo così scandaloso.

    Un giorno anche il silenzio di noi laici, la nostra rassegnazione, la nostra mancanza di iniziativa e passione finiranno: troveremo il modo di partecipare alle decisioni ed alle prese di posizione della Chiesa. I nostri Pastori gradiranno e sosterranno il nostro cammino di crescita nella responsabilità.

    Quando la Chiesa italiana sarà chiamata ad una verifica di cosa ha detto e fatto in questi momenti tragici della vita politica italiana non saremo dunque costretti a riconoscere che le nostre lampade erano spente e nascoste sotto il moggio.

    Sogniamo che questo giorno sia oggi: non possiamo più tacere

puoi sottoscrivere il documento, se lo condividi, al seguente link:
https://sites.google.com/site/anchenoiabbiamounsogno/Sottoscrivi

Nuovo documento di riflessione (.doc):
La tua legge, Signore, è nel profondo del mio cuore!
(Sal 39,9)  
http://www.antonianum.info/wp-content/uploads/2011/02/La-tua-legge.doc

giovedì 24 febbraio 2011

Date consultazioni

L'annuncio di Maroni che i referendum si terranno il 12 giugno, nonostante questo comporti enormi costi aggiuntivi rispetto all'accorpamento con le elezioni amministrative, sembra voler scoraggiare la partecipazione al voto referendario delle cittadine e dei cittadini.
Il Forum dei movimenti per l'acqua chiede l'accorpamento della data del referendum con quello delle prossime elezioni amministrative.
Qui di seguito un articolo di Alberto Lucarelli che motiva la richiesta del Forum.
SE NO L'AVETE ANCORA FATTO... FIRMATE L'APPELLO online a favore di tale richiesta,
http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php?option=com_petitions&view=petition&id=171



Luca

** 12 Giugno, una proposta irricevibile **
 di Alberto Lucarelli (Il Manifesto del 10 Febbraio 2011)

Il ministro Maroni ha dichiarato di voler fissare la data dei referendum domenica 12 giugno, ovvero l'ultima data utile prevista dalla legge. Il Forum dei movimenti per l'acqua, subito dopo le sentenze di ammissibilità della Corte, aveva inoltrato una lettera al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio ed al ministro degli Interni chiedendo che il voto dei referendum si svolgesse in contemporanea con il voto delle amministrative. Tale richiesta sembrerebbe per il momento essere stata del tutto ignorata e l'idea di fissare le consultazioni referendarie il 12 giugno, in prossimità dell'estate e degli esami di maturità, sembra proprio portare in sé l'obiettivo di scoraggiare i cittadini a recarsi alle urne. Non dimentichiamo che negli ultimi quindici anni i referendum di giugno non hanno mai raggiunto il quorum.

La legittima ed opportuna richiesta del Forum si fonda su due argomentazioni, entrambe di notevole rilevanza:

 1) la scelta del giorno in cui fissare la consultazione elettorale deve essere esercitata nel rispetto del principio del favor del referendum, e più in generale della partecipazione politica, ovvero nell'obiettivo, in linea con il disposto dell'art. 1 Cost. che attribuisce la sovranità al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, di adottare soluzioni organizzative e procedurali che non sacrifichino il circuito della democrazia sia diretta, prevista dall'art. 75 della Costituzione, sia rappresentativa, prevista dagli artt. 55-70 della Costituzione. È evidente infatti che la concreta possibilità di tre consultazioni elettorali nell'arco di un mese (amministrative, ballottaggio e referendum) possa costituire un serio rischio alla partecipazione dei cittadini sia per le amministrative che per il referendum;

 2) la frammentazione dei momenti elettorali rappresenta un ingiustificato ulteriore costo per la finanza pubblica. L'occasione che si presenta di unificare i futuri momenti elettorali va colta dunque anche nel senso di risparmio di soldi pubblici, la cui entità sembra di non poco conto.  Come è noto l'art. 87 della Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di indire il referendum, ma tale atto è preceduto sulla base dell' art. 34 della legge n. 352 del 1970 dalla deliberazione del consiglio dei ministri cui spetterebbe in concreto la determinazione della data di svolgimento della consultazione. Tuttavia tale potere governativo va esercitato sia un'ottica di correttezza istituzionale e di leale collaborazione con il Presidente della Repubblica (che non sembrerebbe essere stato nemmeno consultato sul punto) sia nel senso di favorire la partecipazione e quindi il concreto esercizio della sovranità popolare. Invece, il governo su proposta del ministro degli interni fissando la data della consultazione elettorale il 12 giugno farebbe un cattivo esercizio della sua discrezionalità, ponendosi di fatto in contrasto con i principi generali dell'ordinamento costituzionale.

 In questo caso, dunque, proprio perché si tratta di un potere condiviso (la Corte costituzionale da ultimo con ordinanza n. 38 del 2008 ha riconosciuto al governo un ampio potere di valutazione in ordine al momento di indizione ma non un suo potere esclusivo) e perché la fissazione della data del 12 giugno è un'evidente scelta irrazionale (duplicazione delle spese) strumentale ed inopportuna, in quanto mira di fatto a svilire la consultazione elettorale e a non far raggiungere il necessario quorum richiesto dalla legge, il Capo dello Stato potrebbe assumere le iniziative necessarie al fine di adottare (o indurre ad adottare) l'atto in concomitanza con le consultazioni amministrative.  Si tratterebbe di esercizio del potere presidenziale inteso come controllo e garanzia di piena ed effettiva esplicazione della volontà popolare e quindi come atto sostanzialmente presidenziale ed appartenente alla sua sfera di discrezionalità. Un atto di garanzia contro l'arroganza e la scorrettezza del governo che non sembra voler tener in nessun conto che è la prima volta nella storia della Repubblica che una richiesta referendaria sia stata sottoscritta da quasi un milione e mezzo di cittadini. Questo dato va rispettato, tutto il resto costituisce un evidente abuso di potere. L'auspicio è che il governo rimediti sulle sue inaccettabili intenzioni fissando la data dei referendum in concomitanza con le amministrative. Per restare in tema possiamo dire che la proposta del 12 giugno è irricevibile!

martedì 22 febbraio 2011

Da Algeri a Teheran: dovuti distinguo

*I media internazionali tendono a trattare tutti allo stesso modo teatri molto differenti, dove non mancano gli elementi in comune, ma tante sono anche le peculiarità
di Christian Elia, peacereporter.net, 15/02/2011

Un'onda, potente e rabbiosa. L'immagine che il mondo arabo e islamico sta lanciando nel mondo è dinamica. Esperti e studiosi, inviati e commentatori, riversano fiumi di inchiostro su quello che accade, ma sono senza parole rispetto a quello che potrebbe accadere, perché in fondo nessuno lo sa. Egitto e Tunisia sono archiviate, almeno per coloro che ritengono esaurita la fase rivoluzionaria, in attesa dell'evoluzione democratica in entrambi i paesi. Il fuoco è in cammino e non sarà facile spegnerlo. Con il rischio, però, di omologare situazioni molto differenti tra loro.
L'Algeria, in primis. Grande manifestazione sabato scorso <http://it.peacereporter.net/articolo/26837/Algeria,+capitale+blindata+in+vista+della+grande+protesta+di+domani> , grande manifestazione sabato prossimo. L'ex colonia francese - a grandi linee - si muove nello stesso solco dei vicini nordafricani.
Con una differenza molto importante: la memoria. La guerra civile che ha insanguinato il Paese, dal 1990 al 1998, che ha causato la morte di almeno 150mila persone, è una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del Paese. Ecco che, pur in presenza di evidenti metastasi nella situazione socio-economica del Paese, pare molto più improbabile che la società civile algerina si lanci in un salto nel vuoto istituzionale, sul modello tunisino. Più probabile un passaggio di poteri all'interno dell'elité economico-militare che governa il Paese, se la situazione dovesse aggravarsi. Di fronte a un'opposizione, però, che al momento ha un'identità molto islamista. Con tutto quello che questo ha comportato negli anni Novanta.
Situazione ancora differente quella dello Yemen. Da giorni, nonostante le garanzie fornite dal presidente Saleh di non ricandidarsi e di non lasciare il potere nelle mani del figlio, la piazza ribolle <http://it.peacereporter.net/articolo/26870/Yemen,+studenti+universitari+in+marcia+verso+il+palazzo+presidenziale> . Uno schema, sulla carta, simile a quello egiziano. Solo che, a differenza dell'Egitto, dove classi sociali differenti si sono saldate attorno alla voglia di cambiamento, facendo leva sull'esercito come elemento di garanzia, lo Yemen è uno stato a pezzi. I ribelli sciiti del nord, i secessionisti del sud, gli integralisti islamici dei clan dello Yemen centrale. A tutto questo si uniscono i milioni di profughi del Corno d'Africa, la cui gestione rappresenta una grande incognita per il Paese. Ecco che, in presenza di elementi comuni, il fronte delle opposizioni al regime di Saleh è frantumato, con l'esercito che si arrocca attorno al presidente, avvinti in un ballo del potere che non regala un'alternativa ai due sodali.
Sono giorni di fuoco anche in Bahrein. I media tradizionali, almeno la maggioranza degli stessi, sta calibrando i racconti da Manama sulla stessa sceneggiatura di quelli visti e sentiti al Cairo o a Tunisi. Difficile metterli sullo stesso piano. La dinastia al-Khalifa, sul modello della famiglia di Ben Alì o della cricca di Mubarak, detiene
il potere in modo assoluto da sempre. Una ristretta minoranza della popolazione, circa il 30 percento, di sunniti legati alla famiglia reale gode di un elevato tenore di vita e di tutto il potere, economico e politico. Il restante 70 percento, invece, vive una discriminazione permanente. Si tratta degli sciiti. Ecco che in Bahrein il conflitto prende più i connotati di una eventuale guerra civile <http://it.peacereporter.net/articolo/26866/Bahrein,+morto+il+manifestante+antigovernativo+ferito+ieri> , con la componente sciita della popolazione decisa a rovesciare lo status quo.
In Libia, per il 17 febbraio, è stata  convocata - su internet - una grande manifestazione per chiedere le dimissioni di Gheddafi <http://it.peacereporter.net/articolo/26868/Libia,+l%27opposizione+chiede+le+dimissioni+del+colonnello+Gheddafi> . Il giorno scelto non è casuale: è quello del massacro di Bengasi, nel 2006. La polizia libica, in difesa del consolato italiano assaltato da dimostranti inferociti (il giorno prima il ministro Calderoli aveva mostrato una maglietta al Tg1 che riproduceva le vignette su Maometto ritenute offensive dai musulmani), massacrò undici persone. La criminale provocazione del ministro italiano, però, è solo la scintilla per un confronto storico, in Libia: il potere centrale, arabo, e la minoranza berbera, che ha proprio a Bengasi il suo fortino. Ecco che la protesta in Libia prende connotati etnici, più che politici. Le rivendicazioni contro il regime del Colonnello, passano ancora una volta nella tensione tra Tripoli e i berberi, anche perché Gheddafi è stato forse il più lungimirante dei dittatori regionali, distribuendo una parte dei proventi dei suoi ricchi traffici alla popolazione, aiutato anche dal piccolo numero di abitanti del Paese. Una spaccatura trasversale alla società libica, più che verticale, come in Tunisia o Egitto.
Ultimo, ma non meno importante, l'Iran. Paese che arabo non è, ma islamico sì. Il 14 febbraio scorso, per un attimo, pareva di essere tornati ai momenti di tensione <http://it.peacereporter.net/articolo/26869/La+rabbia+di+Teheran>  del 2009, con le violenze che seguirono la rielezione di Ahmadinejad, prima a giugno e poi a ottobre. Una lacerazione che la Rivoluzione Islamica non aveva mai conosciuto. L'onda verde, la chiamarono. Difficile dire se gli scontri del 14 siano sullo stesso registro: mancano alcuni elementi. In primo luogo il bersaglio era molto più l'ayatollah supremo Khamenei che Ahmadinejad. Bisogna indagare il perché. Il presidente Ahmadinejad non è, all'improvviso, diventato gradito alle opposizioni. Ma i movimenti di emancipazione hanno subito, tra il 2009 e il 2010, un colpo durissimo. Al punto che sembra quasi un sommovimento interno alla gerarchia. Alla passione dei ragazzi iraniani, pagata a caro prezzo e in prima persona, non si può mancare di rispetto. Ma di sicuro incuriosisce una dinamica che, nel grande incendio, rischia di far confondere l'osservatore, accecato da tanto fumo, dove tutto sembra uguale, ma non lo è.

lunedì 21 febbraio 2011

Lo sconfitto d'interesse

Lo scorso 15 febbraio l'Autorità Garante della Concorrenza e del mercato ha inoltrato al Parlamento la relazione con la quale, secondo la vigente disciplina in materia di conflitto di interessi, ogni semestre dovrebbe informare il Parlamento degli episodi di conflitto da parte dei membri del Governo riscontrati e dei provvedimenti adottati.
Quella appena arrivata a Montecitorio è la dodicesima relazione.
Negli ultimi sei anni, tuttavia, le ipotesi nelle quali l'Autorità ha registrato conflitti o incompatibilità si contano sulla punta delle dita e riguardano, sempre, "figure minori" ed episodi davvero di poco conto rispetto ai grandi conflitti di interesse sotto gli occhi di tutti e dei quali siano, ormai, rassegnati a leggere su qualche giornale e, più di rado, a sentir parlare in televisione.
Ancora una volta, anche in relazione al semestre giugno-dicembre 2010, secondo l'Autorità va tutto bene.
Né il Presidente del Consiglio né i membri del suo Governo avrebbero, infatti, indebitamente gestito la "cosa pubblica" a proprio vantaggio e per proprio comodo o, almeno, mai lo avrebbero fatto adottando atti in conflitto di interessi nel senso previsto dalla vigente disciplina.
Leggere la relazione dell'Autorità Garante è un'esperienza disarmante e, ad un tempo sconfortante che, pure, aiuta a capire che se il Paese si trova nell'attuale condizione la colpa non può semplicemente essere attribuita all'attuale maggioranza ma va, con maggior onestà intellettuale, equamente imputata a chi, negli anni passati, pur avendo i numeri per cambiare le "regole del gioco" democratico ha preferito guardare dall'altra parte e preoccuparsi di altro.
Il presidente del Consiglio dei ministri, Tycoon indiscusso dell'industria radiotelevisiva italiana, assume - e conserva per oltre 150 giorni - l'incarico, ad interim, di ministro dello Sviluppo economico, dicastero nella cui sfera di competenza, rientra anche la materia delle comunicazioni e, dunque, la gestione dell'universo radiotelevisivo ma, secondo l'Autorità garante della concorrenza e del mercato è tutto regolare e non c'è alcun conflitto di interessi perché "La circostanza che alcune imprese di proprietà del presidente del Consiglio operassero in settori interessati dalle attribuzioni istituzionali del ministero dello Sviluppo economico, non ha potuto di per sé costituire una condizione sufficiente per avviare un procedimento ai sensi dell'art. 6, della legge sul conflitto di interessi." in quanto "A tale fine, si sarebbe dovuto, in concreto, individuare un atto (o omissione) posto in essere dall'on. Berlusconi che fosse suscettibile di incidere sul settore radiotelevisivo in cui operano le società delle quali il medesimo titolare di carica è proprietario."
L'atto in questione arriva il 6 agosto 2010, in piena estate, quando il Ministro dello Sviluppo economico, alias Silvio Berlusconi, assegna alla RTI SpA - ovvero ad una società di sua proprietà - l'utilizzo provvisorio del canale 58, affinché lo utilizzasse sino alla data di pubblicazione del bando di gara per l'assegnazione delle frequenze destinate al dividendo digitale.

Un bel vantaggio per le imprese del biscione ed un grande svantaggio per i concorrenti ma, anche in questo caso, secondo l'Autorità Garante, va tutto bene.

 Scrivono, infatti, gli uffici dell'Autorità nella relazione "L'Autorità, avendo verificato che tale autorizzazione era stata rilasciata, su richiesta di Elettronica Industriale Spa [n.d.r. controllante di RTI], dalla 'Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica e radiodiffusione' del Dipartimento comunicazioni, a seguito di parere positivo espresso dalla Direzione generale Pianificazione e gestione dello spettro radioelettrico dello stesso Dipartimento, ne riconosceva la piena natura amministrativa, non ritenendo l'atto in alcun modo riferibile al vertice politico". 
Come dire giacché non è stato Berlusconi ad auto-assegnarsi le frequenze in questione ma se le è fatte assegnare dai dirigenti del ministero del quale era responsabile ad interim, deve escludersi l'ipotesi del conflitto di interessi.
In Italia non c'è nessun conflitto di interessi: non c'è se il Ministero delle comunicazioni è gestito come se fosse un ufficio di RTI, non c'è quando il parlamento è trasformato d'imperio nello Studio Legale dell'Avv. Ghedini, non c'è quando immobili pubblici vengono utilizzati in modo clientelare e, naturalmente, non c'è neppure quando si usano le risorse pubbliche per garantire al Sovrano qualche momento di relax ed intrattenimento.
E' troppo augurarsi che la nuova stagione politica - quando sarà - possa, tra l'altro, inaugurarsi con il varo di una nuova legge sul conflitto di interessi?
[guido scorza]