lunedì 13 dicembre 2010

B. DAY

Erano alcuni giorni che volevo scrivere qualcosa sull'attuale situazione politica, dal momento che B. ancora una volta la farà franca. Ha avuto tutto il tempo per organizzarsi e per definire il budget da spendere. Vincerà lui e Fini perderà, perchè la vera battaglia è fra loro due. Il problema non è chi vincerà questa battaglia o che verosimilmente non sarà comunque in grado di governare con pochi voti di vantaggio, ma soprattutto che sono mesi che nessuno si occupa dei nostri problemi, nessuno che si occupi della gestione dello stato, tutti direttamente o indirettamente occupati degli affari e sugli affari personali di B. La tragedia non è la fine di B., che prima o poi sarà inevitabile (anche il precedente B. è finito), ma che alla nostra generazione è stata negata la speranza e un progetto e recuperare questi 20 anni sarà veramente difficile. In compenso sarà stato concesso a B. di salvarsi dalla giustizia terrena e aver arricchito ulteriormente il suo patrimonio. Anche la Lega si accorgerà troppo tardi di aver venduto l'anima al diavolo, così come tutti quelli che lo hanno seguito e sostenuto. Ho letto oggi un articolo di Luca Ricolfi su La Stampa, che condivido nella sua spietata analisi. Come semplici cittadini, visto che non è obbligatorio entrare in politica, siamo comunque chiamati a fareformazione e ad informare (in questo modo avremo fatto politica). Per cui, chi vuole diventare informatore, oltre questo blog, o vuole fare delle proposte, lo faccia. Dico questo per non esprimere solo lamentazioni, ma provare a costruire una maggiore attenzione verso quello che, in sordina, sta accadendo.
ciao
beppe

13/12/2010 LA STAMPA
Il palazzo degli incredibili
LUCA RICOLFI

C'è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l'Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. Prima l'attesa per il discorso di Fini a Mirabello (5 settembre), poi quella per il discorso di Berlusconi in parlamento (voto di fiducia del 29 settembre), poi quella per il discorso di Fini a Bastia Umbra (7 novembre), infine quella per il discorso che Berlusconi terrà domani, seguito dal doppio voto di fiducia (al Senato) e di sfiducia (alla Camera). In mezzo le esternazioni di Bersani, di Casini, di Bocchino, le decine e decine di interviste dei leader minori, per non parlare delle penose conferenze stampa dei parlamentari in procinto di cambiare bandiera.
E tutto questo per che cosa? Per un voto che, comunque vada, servirà solo a decidere una manche della partita a tennis che Berlusconi e Fini da due anni stanno giocando sulla pelle di tutti noi. Vista dall'esterno, ad esempio da un qualsiasi Paese europeo, è una situazione ridicola, per non dire tragica.
Mentre il mondo vive una delle più drammatiche crisi dei rapporti internazionali dai tempi della caduta del Muro di Berlino, mentre le economie avanzate si trovano di fronte a rischi immensi (da una stagnazione di anni, fino al crollo dell'euro e del dollaro), mentre gli esperti si dividono sulle migliori terapie da adottare, noi - e dicendo noi parlo innanzitutto dell'informazione - perdiamo ancora del tempo e dell'attenzione a interpretare una frase di Bocchino, a decodificare una battuta di Bossi, a indovinare le intenzioni di un parlamentare «corteggiato» (per non dire altro). Un doppio provincialismo attanaglia il discorso pubblico: siamo provinciali
perché parliamo sempre e solo dell'Italia, ma siamo provinciali anche perché, con gli immensi problemi economico-sociali che l'Italia ha di fronte, con le enormi difficoltà che ci attendono, permettiamo al
nostro ceto politico di baloccarsi nei suoi giochi di palazzo, nelle sue vanità, nelle sue miserevoli rivalità personali, senza mai metterlo di fronte alle sue responsabilità vere. Che non sono di salvare un governo, o di costituirne uno nuovo, ma di offrire soluzioni credibili. Possibilmente più credibili di quelle che l'attuale governo ha fornito fin qui. A me non pare che i protagonisti dell'attuale tempesta in un bicchier d'acqua parlamentare lo stiano facendo. Non mi pare che siano minimamente credibili.
Non è credibile Berlusconi, che si è permesso il lusso di governare mediocremente in una situazione che avrebbe richiesto ben altre priorità (quanto tempo è stato dissipato sui problemi giudiziari del premier?) e ben altro coraggio (come si può pensare di combattere gli sprechi con i tagli lineari?).
Non è credibile Fini, la cui giusta battaglia per una destra moderna (e normale) è compromessa dai modi in cui viene combattuta e dai soggetti che la conducono. Agli osservatori non accecati dalla passione politica è fin troppo evidente che la scoperta dei limiti del berlusconismo è tardiva, strumentale e insincera. E ancor più evidente è la scorrettezza di combattere una rancorosa guerra politico-personale dalla posizione di presidente della Camera, una scorrettezza istituzionale che le opposizioni non stigmatizzano solo perché, in questa fase, fa loro gioco.
Ma non è credibile, purtroppo, neppure Bersani. Il quale ha perfettamente ragione quando dice che, con i mercati finanziari in agguato, con gli enormi problemi del nostro debito pubblico, non possiamo permetterci di andare alle urne ora. Ma dimentica di aggiungere che, altrettanto se non più pericolosa per la stabilità dell'economia, è la prospettiva su cui l'opposizione di sinistra mostra di giocare le sue carte: quella dell'apertura di una «fase nuova», una stagione di negoziati e manovre politiche il cui sbocco sembra essere un governo degli sconfitti alle ultime elezioni, pudicamente battezzato «governo di responsabilità istituzionale».
Non sono fra quanti assumono che siamo ormai fuori dal regime parlamentare, e che quindi la caduta di un governo implichi automaticamente il ritorno alle urne. Su questo la penso come Giovanni Sartori: la flessibilità dei regimi parlamentari, in virtù della quale, caduta una maggioranza, si può tentare di costituirne un'altra, non è un difetto ma semmai un pregio di tali regimi. Però est modus in rebus. Un conto è ritoccare una maggioranza, un conto è capovolgerla.
E, anche ammesso che si voglia e si possa varare un governo degli sconfitti, il punto essenziale è uno solo: un governo per fare cosa? E' qui che l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza. Non solo perché è divisa persino sulla legge elettorale (l'unico suo vero cavallo di battaglia), ma perché nessuno ha finora prodotto risposte convincenti alle domande fondamentali. Ad esempio: sulla politica economico-sociale seguireste le idee di Ichino o quelle di Vendola? Quelle dell'ala riformista del Pd o quelle della Cgil? Ancora più sacrifici per ridurre le tasse sui produttori, o più spesa per salvare l'università, la ricerca, la cultura? Un federalismo più responsabile o più solidale? E soprattutto, visto che la torta non cresce più, dove trovare i quattrini di cui c'è bisogno? Né basta rispondere con le solite formule: riduzione dei costi della politica, contrasto all'evasione fiscale, lotta alle rendite. Su quei versanti le risorse ulteriori che si possono reperire in tempi brevi sono molto scarse (costi della politica), o sono già contabilizzate fin troppo ottimisticamente nella manovra finanziaria (evasione fiscale), o sono armi a doppio taglio (che ne sarebbe delle aste sui titoli di Stato se, in questo frangente, l'Italia decidesse di tassarli di più?). Sono convinto anch'io che ci voglia una nuova agenda economica, e che il prudente attendismo di Tremonti non basti più. Ma il punto è che chiunque aspiri a guidare una nuova politica economica e sociale non può cavarsela con formule propagandistiche.
Perché il primo problema di qualsiasi governo europeo in questa fase non è di convincere i propri cittadini, ma di convincere anche i mercati. La mia impressione è che molti critici di Tremonti semplicemente non si rendano conto degli ordini di grandezza in gioco: mentre si discute di alcune centinaia di milioni in più o in meno a qualche ente locale o ministero o istituzione, non ci si rende conto che un aumento anche di un solo punto del costo del nostro debito pubblico ci può presentare, di colpo, un conto da 18 miliardi di euro
all'anno, una somma pari ad una Finanziaria e 50-100 volte superiore alle cifre di cui con tanto accanimento si parla e si negozia in questa stagione di tagli.
Per questo la vacuità dell'opposizione è un problema per l'Italia. Se cacciare Berlusconi, o «aprire una nuova fase», bastasse per avviarci a una soluzione dei nostri problemi, non troveremmo nulla di preoccupante nella deriva identitaria del Pd, nel tentativo di Bersani di «scaldare i cuori» più e meglio di Nichi Vendola. Ma purtroppo non è così. Il rischio non è che Berlusconi resti in sella, visto che al suo disarcionamento stanno già lavorando il tempo, la (non infinita) pazienza degli italiani, nonché la sua attitudine ad «autoribaltarsi», come causticamente ha fatto notare Bersani. Il rischio vero è che, nel momento in cui Berlusconi sarà costretto a farsi da parte, non ci sia nessuno abbastanza credibile, e abbastanza ferrato, da saper portare la nave dell'Italia al riparo dalla tempesta che l'attende.

sabato 4 dicembre 2010

Alex Zanotelli: mobilitiamoci, questo è l'anno dell'acqua!

Ri-pubblico l'esortazione/appello che Padre Alex Zanotelli, già direttore di Nigrizia e Mosaico di Pace, fondatore della Rete Liliput, poi ancora missionario in Kenya ed oggi al Rione Sanità, ha scritto all'inizio di quest'anno su "sorella acqua"..
Luca

Questo è l’anno dell’acqua, l’anno in cui noi italiani dobbiamo decidere se l’acqua sarà merce o diritto fondamentale umano. Il 19 novembre 2009, il governo Berlusconi ha votato la legge Ronchi, che privatizza i rubinetti d’Italia. E’ la sconfitta della politica, è la vittoria dei potentati economico-finanziari. E’ la vittoria del mercato, la mercificazione della «creatura» più sacra che abbiamo: «sorella acqua». Questo decreto sarà pagato a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, che, per l’aumento delle tariffe, troveranno sempre più difficile pagare le bollette dell’acqua [avremo così cittadini di serie A e di serie B!]. Ma soprattutto, la privatizzazione dell’acqua sarà pagata dai poveri del Sud del mondo con milioni di morti di sete. Per me è criminale affidare alle multinazionali il bene più prezioso dell’umanità [«l’oro blu»], bene che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici  sia per l’incremento demografico.
L’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestito dai Comuni a totale capitale pubblico, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile. Purtroppo il nostro governo, con la legge Ronchi, ha scelto un’altra strada, quella della mercificazione dell’acqua. Ma sono convinto che la vittoria dei potentati economico-finanziari si trasformerà in un boomerang.
E’ già oggi notevole la reazione popolare contro questa decisione immorale. Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull’acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica. Ecco perché il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua pubblica lancia ora il Referendum abrogativo della Legge Ronchi, che ha raccolto, fra aprile e luglio 2010, le necessarie firme. Non sarà un referendum solo abrogativo, ma una vera e propria consultazione popolare su un tema molto chiaro: o la privatizzazione dell’acqua o il suo affidamento ad un soggetto di diritto pubblico.
Nel frattempo chiediamo a tutti di costituirsi in gruppi e comitati in difesa dell’acqua, che siano poi capaci di coordinarsi a livello provinciale e regionale. E’ la difesa del bene più prezioso che abbiamo [aria e acqua sono i due elementi essenziali per la vita!]. Chiediamo a tutti i gruppi e comitati di fare pressione prima di tutto sui propri Comuni affinché convochino consigli monotematici per dichiarare che l’acqua è un bene di non rilevanza economica. Questo apre la possibilità di affidare la gestione dell’acqua ad un soggetto di diritto pubblico. Abbiamo bisogno che migliaia di Comuni si esprimano. Potrebbe essere questo un altro referendum popolare propositivo. Solo un grande movimento popolare trasversale potrà regalarci una grande vittoria per il bene comune. Sull’acqua ci giochiamo tutto, anche la nostra democrazia. Dobbiamo e possiamo vincere. Ce l’ha fatta Parigi [la patria delle grandi multinazionali dell’acqua, Veolia, Ondeo, Saur che stanno mettendo le mani sull’acqua italiana] a ritornare alla gestione pubblica. Ce la possiamo fare anche noi. Mobilitiamoci! E’ l’anno dell’acqua!

venerdì 3 dicembre 2010

International Water Messengers Days

COMUNICATO STAMPA
WATER FOR ME, WATER FOR YOU, WATER FOR EVERYONE
Con questo messaggio si sono conclusi venerdì a Bruxelles gli “International Water Messengers Days”.  I messaggi dei ragazzi di 6 delegazioni europee, verranno inseriti in una risoluzione sul riconoscimento del diritto all’acqua per tutti e la sua gestione pubblica, proposta da 5 europarlamentari. Il prossimo passo del percorso dei giovani Portatori d’acqua sarà il World Water Forum di Marsiglia 2012
Luca
Roma, 29 novembre 2010 – “Water for me, water for you, water for everyone”. È questo uno dei messaggi che oltre 2000 ragazzi provenienti da diversi paesi europei hanno lanciato nel cielo di Bruxelles, a conclusione degli “International Water Messengers Days” che si sono svolti nella città belga dal 24 al 26 novembre 2010. Nella giornata conclusiva, i “Messaggeri dell’acqua” hanno presentato ai parlamentari europei e alle istituzioni presenti, le richieste da loro elaborate durante laboratori, workshop e gli scambi di esperienze dei giorni precedenti. “Stiamo pensando all’oggi senza considerare il domani – hanno sottolineato – e allo stesso tempo siamo consapevoli che troppe persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile per tanti motivi, come l’inquinamento, la mancanza di diritti, il fatto che l’acqua viene considerata dalle istituzioni un bene economico da vendere sul mercato e che ancora non esistono politiche internazionali efficaci che riconoscano l’acqua diritto umano e bene comune. Per questo affermiamo con forza che l’acqua è per tutti e non per il profitto, che è arrivato il tempo di usare l’acqua e non di abusarne e di liberarla dalle logiche del mercato!”.
“La nostra generazione – hanno inoltre affermato i ragazzi – non può ignorare il problema dei cambiamenti climatici in atto e di come questi influiscano sull’accesso all’acqua e sulla sua qualità. Noi siamo giovani provenienti da tutta Europa, e vogliamo cambiare i nostri stili di vita per assicurare un futuro alle prossime generazioni. Chiediamo al Parlamento europeo di aiutarci a portare avanti questo proposito”. I ragazzi hanno chiesto un impegno forte a proteggere la qualità di fiumi, laghi e mari, affinché l’acqua non venga contaminata, perché essi non sono solo contenitori di acqua, ma habitat di vita. L’accento è stato posto anche sulla necessità di aumentare i fondi a disposizione della cooperazione, sottolineando la stretta relazione esistente tra povertà e mancato accesso all’acqua e come questa dovrebbe essere diritto umano anche per le popolazioni impoverite del sud del mondo. “L’acqua è vita, per questo vogliamo impegnarci ad usarla correttamente, riciclandola, cambiando gli stili di vita e utilizzare l’acqua del rubinetto per bere, insegnando alle altre persone che è possibile fare della risorsa idrica un uso più corretto e responsabile”. Durante questa giornata, una delegazione di ragazzi ha partecipato all’incontro dello Ierpe su “Acqua e città”, portando le proprie proposte, sottolineando la necessità di una maggiore cooperazione tra politica e cittadini rispetto alla tematica dell’acqua, che si traduca in una maggiore partecipazione e governo collettivi sia a livello locale sia nazionale e internazionale.
 “Con i messaggi e le richieste fatte ai parlamentari, ma soprattutto con il loro entusiasmo e la loro voglia di essere cittadini attivi e responsabili – ha sottolineato Raffaella Cavallo (CeVI) –  i ragazzi hanno dimostrato di volersi impegnare per migliorare il proprio futuro e hanno messo in luce la loro capacità di dialogare con le istituzioni per promuovere e diffondere il diritto all’acqua per tutti”. I parlamentari non sono rimasti insensibili alle richieste dei ragazzi: il rappresentante dell’europarlamentare belga Bart Staes si è impegnato a fare arrivare i messaggi dei Portatori d’acqua al Parlamento europeo, e ad inserirli in una risoluzione proposta da 5 europarlamentari di diverse nazionalità, tra cui 2 italiani, che tratterà del riconoscimento del diritto umano all’acqua, la protezione della risorsa idrica e la sua gestione pubblica. 
“Vogliamo proseguire questo cammino di dialogo e partecipazione attiva dei giovani alle politiche sull’acqua – continua Raffaella Cavallo – cercando di replicare il modello dello Scheldt Youth Parliament. Un Parlamento composto da giovani tra i 15 e i 23 anni che vivono o studiano nel bacino dello Scheldt tra Francia, Belgio e Olanda e partecipano attivamente alle riunioni del Parlamento europeo sull’acqua, portando le loro proposte ed elaborando progetti sulla qualità dell’acqua, la biodiversità e la sostenibilità. Non vogliamo e non possiamo fermarci qui, ma pianificare un percorso che porti una delegazione di questi giovani al World Water Forum di Marsiglia 2012”.
L’evento è stato organizzato dalla Campagna "Portatori d'Acqua" a conclusione di tre anni di azione e impegno a difesa dell'acqua, all’'interno del progetto internazionale “WATER - Water Access Through Empowerment of Rights” (ACQUA – Accesso all’'acqua attraverso la promozione dei diritti), il cui obiettivo generale è quello di inserire il riconoscimento del diritto all’'acqua per tutti i cittadini, soprattutto dei paesi del Sud del mondo, nei quadri normativi e nell’'organizzazione dei servizi per l’'accesso all’'acqua. La Campagna è promossa da un consorzio di Ong e associazioni  europee - Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua, Cevi, Solidarietà e Cooperazione Cipsi, Cospe, Legambiente e altre Ong europee (CERAI - Spagna; Humanitas – Slovenia; France Libertés – France; GREEN– Belgium; KE.S.S.A. Dimitra – Greece; TNI - Olanda).
Per guardare la galleria fotografica dell'evento clicca qui
Per informazioni: CeVI -  Udine - Raffaella Cavallo, tel. 0432 548886, eas@cevi.coop e Green Bruxelles - Sophie Clesse, s.clesse@greenbelgium.org
Con il supporto dell’'Unione Europea nell’'ambito del progetto:
“WATER - Water Access Through Empowerment of Rights” (ONG-ED/2007/136-066).
  cipsi | Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale

mercoledì 1 dicembre 2010

La sofferenza dei gay cristiani

«I nostri obiettivi sono chiari: da un lato mettere a disposizione un luogo accogliente dove una persona omosessuale cristiana possa fare un percorso di riconciliazione tra la propria Fede e la propria omoaffettività, percorso che, ahimé, solo gruppi come il nostro offrono in questo momento; dall’altro dialogare con le comunità cristiane, parrocchiali e non, per fornire spunti di comprensione sull’accoglienza delle persone omosessuali». Questo è la missione di Nuova Proposta, “donne e uomini omosessuali cristiani”, riassunta nelle parole di Andrea Rubera, il suo presidente. L’associazione ha da poco compiuto “i suoi primi venti anni” e Andrea l’anno prossimo festeggerà 25 anni di vita insieme a suo marito, Dario, con il quale si è sposato il 9 dicembre scorso in Canada.
Luca

Le recenti dichiarazioni del Papa contenute nell’ultimo libro intervista non contengono nessun elemento di novità. Ma forse qualche commento vuoi farlo comunque: trovi delle differenze rispetto al passato? Leggendo le anticipazioni, soprattutto quelle che escludono le persone gay dal disegno divino, a chi è andato il vostro primo pensiero?
Il mio personale primo pensiero è andato alle ragazze e ai ragazzi omosessuali credenti che hanno ascoltato queste parole e che sono purtroppo ancora oggi in una situazione di totale isolamento e vivono in solitudine il loro tentativo di coniugare due aspetti fondamentali dell’esistenza, che costituiscono altrettanti mattoni fondamentali dell’identità: la Fede e l’orientamento affettivo. Penso a cosa possono avere provato nel sentire definire la loro esistenza “moralmente ingiusta” e alla ferita profonda che si può essere generata. Mi sono rivisto nella sofferenza che ho provato io da adolescente nel prendere coscienza della mia omosessualità e nel non trovare alcun appiglio per orientare in maniera pacificata questo conflitto. Troppo spesso, infatti, e anche questa volta,  parlando di omosessualità lo si fa ragionando per categorie astratte, legate all’etica e alla morale cattolica, e nel farlo si tralascia l’effetto che queste stesse parole hanno sulle persone che ne sono destinatarie, soprattutto gli adolescenti. Nella maggior parte dei casi si gettano questi ragazzi nella disperazione perché vedono bollata con una lettera scarlatta indelebile la loro esistenza. Nella parole del Papa sull’omosessualità, purtroppo non vedo molta novità… Si continua a considerare l’omoaffettività solamente sotto il profilo “sessuale” quando, invece, andrebbe inquadrata, in maniera più ampia ed esaustiva, sotto l’aspetto dell’affettività.

Insieme alla condanna dell’omosessualità, c’è un monito contro la discriminazione delle persone gay. Considerando che, in linea  con la lettera del 1986 sulla “sulla cura pastorale delle persone omosessuali” della Congregazione per la dottrina della Fede, si tende a proporre un approccio compassionevole e mai di reale accettazione, credi che sia sufficiente? Ci sono molti che ritengono che l’immutata serie di condanne  non faccia che alimentare i sentimenti omofobici, sei d’accordo?
La posizione del magistero su questo tema mi sembra piuttosto inequivocabile: c’è una scissione netta tra condizione omosessuale e esercizio della sessualità omosessuale. Se da un lato si raccomanda l’accoglienza “caritatevole” delle persone omosessuali, dall’altra si ribadisce la necessità di stigmatizzare “l’esercizio della sessualità”. Credo che in qualche modo questo possa contribuire all’affermazione di sentimenti omofobici in quanto, in base a questo ragionamento, la persona omosessuale viene vista sotto una luce di persona per cui non è previsto il pieno sviluppo della persona, sviluppo che sappiamo poter prevedere l’affettività e, all’interno di essa, la sessualità. Gli effetti maggiori, tuttavia, li vedo sulle persone omosessuali credenti, molte delle quali, purtroppo, tendono, sulla base di questa visione dell’omosessualità, a vivere in maniera pericolosamente dissociata la loro affettività, relegando il loro essere omosessuali all’esercizio di una sessualità vista come “caduta” e non all’interno di uno sviluppo completo di un’affettività feconda. In questo modo, la sessualità diventa un “nemico”, qualcosa da fare in maniera nascosta, casuale, un’esigenza genitale incontenibile dopo il cui esercizio piombare nello sconforto. Quanto sarebbe più facile, invece, se affettività e sessualità fossero conciliate in maniera serena, prevedendo la possibilità per una persona omosessuale di immaginare per la propria esistenza, qualora lo voglia, un disegno di amore anche come sviluppo di un progetto di coppia!

A proposito di percorso pastorale e di accompagnamento spirituale, non trovi che ci siano delle assonanze con le teorie praticate da associazione come il Narth di Joseph Nicolosi? Anche lì si pretende di “curare” le persone gay attraverso la religione…
Direi di no, in realtà. Il fenomeno delle teorie riparative non credo venga incoraggiato dalla Gerarchia Cattolica. Ritengo sia un fenomeno per fortuna di nicchia e che trova sostegno all’interno di movimenti cattolici fondamentalisti. Le teorie riparative sono state ufficialmente “sconfessate” anche da buona parte degli psichiatri/psicologi cattolici proprio perché è diffusa ormai la consapevolezza che non ci sia nulla da “riparare” perché nulla è “rotto”, ma piuttosto sia necessario promuovere un percorso di serena accettazione per uno sviluppo pieno della propria persona.

Nel libro c’è un parallelismo tra il celibato dei preti e il divieto per i gay a prendere gli ordini. Non trovi che sia infelice accostare l’omosessualità a una scelta, come quella della castità?
Credo che il problema vero  non sia accostare l’omosessualità alla castità, quanto pensare che l’eventuale scelta di castità non possa essere appannaggio di una persona omosessuale che voglia diventare sacerdote. La sessualità, omo o eterosessuale che sia, si muove con dinamiche personali e, francamente, pensare che la scelta di “celibato” di un eterosessuale sia più valida di quella di un omosessuale mi lascia molto perplesso proprio perché implicitamente posiziona su una scala valoriale diversa le due condizioni. Non trovo nulla di strano se una persona omosessuale si senta spinta alla scelta di castità e a diventare sacerdote, se questo proviene da una pulsione reale, da una vocazione e da una scelta serene, e non da una forzatura.

Oltre ai preti noti per la loro disponibilità, che arriva a livelli di vero “attivismo gay”, come don Franco Barbero, avete contatti con altri sacerdoti?
Abbiamo delle serie difficoltà a contattare le parrocchie o religiosi in genere. C’è qualche parroco, qualche religioso o religiosa più “illuminati” che ci ascoltano, ci offrono degli stimoli di riflessione e ci danno un grande aiuto soprattutto nell’offrirci un’immagine di Dio come Padre misericordioso, ma si contano veramente sulle dita di una mano. Purtroppo nei confronti di gruppi come il nostro credo ci sia ancora un certo pregiudizio e una paura che francamente non mi spiego. Temo che pensino che vogliamo in qualche modo creare dei “gruppi paralleli” di cristiani omosessuali. In realtà nulla è più lontano dalla nostra volontà: saremmo ben lieti di non esistere più qualora ci fosse una pastorale seria per le persone omosessuali e quando una persona omosessuale potrà vivere serenamente la sua condizione di Fede e di affettività all’interno della sua comunità cristiana. Questo pregiudizio fa sì che questo cammino dobbiamo costruircelo da soli, senza l’aiuto di nessuno. Ogni anno scriviamo alle oltre 300 parrocchie romane per fornire aggiornamenti sia sul nostro programma di incontri sia fornire spunti di riflessione sulle difficoltà che possono incontrare le persone omosessuali cristiane. A queste nostre comunicazioni hanno finora risposto ufficialmente solo tre parrocchie. Molte di più ci hanno chiesto di non inviare più loro alcuna comunicazione perché le hanno ritenute ora “offensive”, ora addirittura “dissacranti”. Mi chiedo cosa ci sia di dissacrante nel proporre uno spunto per l’accoglienza delle persone. Noi di Nuova Proposta amiamo definire il nostro gruppo una “locanda”; questa metafora ci è sempre piaciuta proprio perché dà il vero senso del nostro servizio: cerchiamo di essere un luogo caldo ed accogliente dove chiunque possa fermarsi per ristorarsi, magari solo per un pasto caldo o per abbeverarsi e poi ripartire, oppure per fermarsi un tempo più lungo, qualora la fatica del suo cammino sia stata più forte e i tempi di recupero più sostanziosi.

E salendo di grado, avete qualche tipo di rapporti?
Nuova Proposta negli anni ’90 ha avuto un percorso di incontri con un vescovo, Mons. Riva, particolarmente illuminato. Questi incontri sono stati sempre a carattere “ufficioso”, sebbene molto fecondi.
Da qualche anno, inoltre, scriviamo regolarmente al cardinale Vicario perché, sentendoci parte della chiesa, popolo di Dio in cammino, riteniamo utile informarlo delle nostre attività. A luglio scorso siamo stati ufficialmente ricevuti in Vicariato dal card. Vallini. E’ stato un incontro importante e sereno. Abbiamo avuto modo, credo, di dissipare alcuni dubbi e di ribadire le finalità del nostro gruppo, di parlare del problema reale dell’isolamento che un adolescente omosessuale, a maggior ragione se cristiano, vive nel sentirsi ovunque “fuori posto”, in casa, a scuola, in parrocchia e come questo isolamento, se non affrontato con lo strumento dell’Amore, possa sfociare, con un’incidenza purtroppo preoccupante, in depressioni, ossessioni e addirittura nel suicidio, come si evince dalgli ultimi terribili fatti di cronaca. Ovviamente il cardinale ha ribadito la posizione ufficiale del Magistero ma ci ha anche lasciati dicendoci che se riusciremo a far capire alle persone che arrivano al nostro gruppo che Dio le ama, avremo fatto un buon lavoro. Ci è sembrato un messaggio incoraggiante in qualche modo. Anche se è chiaro che i tempi non sono purtroppo ancora maturi, può essere l’inizio di un dialogo importante, se lo faremo da entrambe le parti veramente con l’obiettivo di porci alla sequela dell’Amore che ci invita a guardare all’altro non come un essere da annientare e mortificare ma come oggetto del nostro Amore e del nostro servizio, ad ogni costo, oltre ogni “ragionevolezza”... E per noi è talmente vero che ne abbiamo fatto la nostra ragione di vita, scegliendo come nostro motto le parole di San Paolo quando scrive: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.”

Cosa pensi del recente reportage di Panorama sui preti gay?
Bah… sono sempre molto perplesso nei confronti di questi reportage che puntano agli aspetti “morbosi” del problema… Non credo che fare “outing” su preti omosessuali che frequentano chat o locali a sfondo erotico sia un buono strumento. Mi sembra in qualche modo una violenza gratuita nei confronti di persone che, in linea teorica, non stanno commettendo “reati”. So di sacerdoti che, dopo reportage come questo, sono piombati nella disperazione e nello sconforto perché temono di essere allontanati o cacciati. Ritengo che ogni nostra azione si misuri sulla base dei frutti: se il frutto di questi reportage è solo quello di rendere disperate delle persone, senza incidere in alcun modo sull’accoglienza delle persone omosessuali, allora me ne chiedo il senso. Inoltre, questo taglio giornalistico non fa altro che ribadire un concetto secondo me sbagliatissimo: inquadrare l’omoaffettività solo, come ho già detto, dal punto di vista della sessualità nascosta, rubata, di cui ci si vergogna. Sarebbe diverso forse se l’outing fosse relativo confronti di sacerdoti esplicitamente omofobi che, poi, venissero scoperti essere omosessuali “praticanti”. In questo caso il dito l’enfasi sarebbe non sul loro essere omosessuali ma sull’incoerenza dei loro pronunciamenti. E questo avrebbe un valore differente. Credo che i giornalisti farebbero comunque meglio a raccontare storie di “affettività” che, credimi, sono molto più frequenti di quello che si pensi. Non credo si risolverà in questo modo la questione dell’accoglienza delle persone omosessuali da parte della Gerarchia Cattolica, perché il problema non sta nel rendere noto che esistano dei sacerdoti omosessuali, quanto piuttosto “denunciare” l’inesistenza di un percorso di accoglienza per gli omosessuali cristiani.

Non sono pochi i fedeli cattolici che, in risposta alle critiche della comunità lgbt, invitano le persone omosessuali ad allontanarsi definitivamente dalla fede cattolica piuttosto che crearsi una “religione fai da te”. E’ difficile pensare che ragionino da credenti, considerando che tutta la teologia cattolica descrive la fede come un Dono di Dio. Cosa ti senti di rispondergli? E cosa pensi di quelle persone gay e lesbiche che iniziano a seguire la Chiesa Valdese, o altre chiese protestanti, perché meno ostili o addirittura del tutto aperte all’omosessualità?
Credo fermamente che la Chiesa siamo tutti noi e non solo la Gerarchia. Come ci ricorda san Paolo, ognuno di noi è una parte del corpo della Chiesa e tutti contribuiamo al suo funzionamento. La vedo come un’entità molto più in movimento di quello che possa apparire e molto più estesa. I tentativi di ecumenismo che si stanno facendo a partire dal Concilio Vaticano II vanno in questa direzione: nel riconoscerci tutti parte di una stessa Chiesa in quanto figli di Dio. Preferisco, ma è la mia opinione personale, continuare a pensarmi come “parte della comunità” piuttosto che cercare altri contesti dove sentirmi esattamente “accettato”. Il mio impegno va nel far capire alla comunità cattolica come, dove, quando e perché ci sia bisogno di un’accoglienza per le persone omosessuali, piuttosto che andare altrove. Io voglio rimanere perché troppe persone omosessuali ancora oggi abbandonano la propria Fede in Cristo perché si sentono giudicate dalla Gerarchia. Vogliamo cercare di far sì che non si rinunci ad un bene così importante come la Fede. Molte volte ci dicono: “Ma come fare a essere cristiani con tutto quello che dice la Chiesa degli omosessuali?”… A questa domanda noi rispondiamo invitando a leggere il Vangelo e il messaggio di Amore e inclusione incondizionati che Gesù ci propone e che ha una portata talmente generatrice di Vita che non si può “abbandonare” solo per i pronunciamenti di alcuni rappresentanti della Chiesa. Se ce ne andassimo tutti, come potremmo contribuire al cammino evolutivo della Chiesa Cattolica? Il nostro personale invito a tutte le sorelle i a tutti i fratelli omosessuali cristiani è a non mollare, a non gettare alle ortiche la propria Fede, a mantenere vivo dentro di sé questo fuoco, nonostante tutto, nonostante tutti... Perché se si ha Fede non si può fingere di non averla: è una sorgente che sgorga libera dentro di noi, e rinunciarvi è forse solo un’operazione posticcia che rischia di generare solo una frattura interna, una scelta coatta che porta al rancore, che è un’energia negativa di cui dobbiamo tutti cercare di liberarci…

Dopo 24 anni  di fidanzamento con Dario vi siete sposati in Canada. Non credi che sia davvero “troppo”? Avete ricevuto disapprovazione da altre persone gay credenti?
Francamente no. Io e Dario siamo cresciuti insieme: siamo stati il primo e l’unico per entrambi. Ci siamo inventati il modo di stare insieme. Abbiamo coltivato con amore la nostra storia, e non è stato un percorso facile. Per molti anni l’abbiamo vissuta in segreto, senza dirlo a nessuno, con la “consegna del silenzio”. Per gli altri eravamo due amici. Poi abbiamo maturato la consapevolezza del fatto che ci stavamo infliggendo una terribile violenza e allora abbiamo cominciato ad aprirci agli altri. E’ stato tutto molto naturale e non abbiamo avuto alcun problema. Sposarci è stata un’evoluzione naturale del nostro rapporto. Ci sentivamo sposati già da tempo ma abbiamo voluto concederci anche un momento simbolico, tutto per noi. Purtroppo in Italia non è possibile aspirare a niente di vicino allo sposarsi e allora siamo volati in Canada, dove abbiamo esperito la “normalità” di essere una coppia. La cosa più stupefacente è stata il constatare come, in quanto coppia gay, eravamo veramente “invisibili”… Per gli impiegati del comune di Toronto eravamo solamente una coppia che voleva sposarsi. Dopo la cerimonia, abbiamo scattato qualche foto fuori al Comune… E’ stato incredibile vedere i passanti, di ogni età e genere, che ci facevano le congratulazioni come ad una qualunque coppia di sposi. Bello, molto bello… E’ una sensazione difficile da spiegare quella di sentirsi per una prima volta “trasparenti” per quanto riguarda il proprio orientamento affettivo.

[intervista di Andrea Tornese, Diritto di Critica]

AlReves: El Salvador


L’inferno delle maquilas
Flessibilità e sfruttamento, ricette vecchie e nuove per salvare l’economia salvadoregna

San Salvador, novembre 2010.

L’industria manifatturiera del Salvador segna il passo. La crisi economica mondiale ha duramente colpito il settore tessile - quello delle maquiladoras - che nel 2003, anno della sua massima espansione, poteva contare sulla produzione in 230 stabilimenti, tutti ubicati nelle cosiddette “zone franche”. Solo pochi anni dopo quelle stesse imprese si erano già dimezzate, in seguito alle pesanti ristrutturazioni adottate dalle proprietà taiwanesi per far fronte alla crisi.

In realtà, a pagare il conto più salato sono stati - e continuano ad essere - i lavoratori, nella stragrande maggioranza giovani donne, e cioè l’84% della forza lavoro del settore. Da decenni sottoposte ad orari e a condizioni di lavoro massacranti, in cambio di salari che si aggirano attorno ai 200 dollari mensili, moltissime di loro non sono sfuggite alla falcidia dei licenziamenti di massa: negli ultimi due anni si contano circa 25.000 operaie tessili espulse dalle fabbriche.

Nelle maquilas impera la legge della foresta. I traguardi di produzione fissati dalle aziende richiedono ben più di 8 ore di lavoro, cosicché le lavoratrici si devono dannare l’anima per raggiungerli se vogliono almeno portare a casa i loro 162 dollari di salario minimo. Una paga misera, e ben al di sotto dei livelli minimi di sussistenza.

In più, al già magro trattamento economico si aggiungono altre forme di umiliazione e di sfruttamento come il divieto di organizzarsi in sindacati, i ricatti dei datori di lavoro, il mobbing e i danni alla salute provocati dalle sostanze tossiche.

La tendenza delle imprese tessili, diffusissime in Centroamerica, è sempre stata quella di produrre più profitti riducendo progressivamente la mano d’opera. Alla fine del 2007, per citare un esempio, nello stabilimento taiwanese Charter S.A., situato nella Zona Franca Internazionale di Olocuilta, erano occupate 1.400 persone; attualmente ne sono rimaste solo 370. Ciononostante la proprietà ha deciso comunque di elevare il traguardo di produzione giornaliero da 935 a 2.500 pezzi, costringendo il personale sotto organico a sopportare ritmi di lavoro impossibili. 

L’estate scorsa la CAMTEX, l’associazione degli impresari delle maquiladoras, ha addirittura proposto al Ministero del Lavoro di aumentare da 8 a 12 ore la giornata lavorativa degli operai del settore tessile, “con l’obbiettivo di creare più posti di lavoro”. In cambio i proprietari si impegnerebbero a ridurre i giorni lavorativi da 5 a 3 e mezzo, alternandoli con altri 3,5 giorni di riposo settimanale.  

Il progetto confindustriale, motivato dall’urgenza di riformare il mercato del lavoro con maggiori misure di flessibilità, ha lo scopo di migliorare l’efficienza e la competitività delle industrie. Sul fronte contrario il Tavolo Sindacale della Maquila, il maggiore sindacato del settore, si è opposto fermamente riuscendo ad organizzare negli ultimi mesi numerose manifestazioni di protesta.
La proposta di CAMTEX ha destato perplessità anche nel Procuratore per la Difesa dei Diritti Umani (PDDH), Oscar Luna, che si è espresso in questi precisi termini: “la proposta di modificare l’orario di lavoro agli operai delle maquilas non si accorda con le aspirazioni della popolazione salvadoregna ad uno sviluppo economico e sociale basato sul più ampio rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei lavoratori”.
Una presa di posizione, quella di una delle cariche più importanti del Salvador, senza dubbio molto coraggiosa se si considera che nella storia recente del Centroamerica le confindustrie locali hanno
sempre imposto la loro avidità sfruttatrice, spadroneggiando sulle deboli istituzioni statali come sui sindacati.
In attesa che anche il governo di Mauricio Funes si pronunci sulla questione in forma più chiara e responsabile, a difesa dei diritti dei suoi cittadini il Procuratore ha citato anche l’Articolo 161 del Codice del Lavoro, che ricorda “l’obbligo dello Stato di tutelare il diritto di ogni lavoratore a godere di un trattamento giusto e soddisfacente, che possa assicurargli adeguati periodi di riposo e di tempo libero nell’ottica di una ragionevole limitazione delle ore di lavoro”.
Frattanto però, in barba a tutte le leggi a tutela dei diritti, nelle maquilas si continua impunemente ad applicare una vecchia prassi: lo sfruttamento dei lavoratori.

Andrea Necciai