mercoledì 3 novembre 2010

Cristiani a Baghdad

Ciao a tutti,
in tempi in cui sui giornali italiani (ed europei...) si parla solo di prostitute e festini di Berlusconi una tragedia come quella avvenuta a Baghdad, dove si é verificato il più importante attentato ai danni dei Cristiani dalla caduta di Saddam, rischia di passare rapidamente in secondo piano ed essere dimenticata.
Per avere un'idea della situazione vi mando questo reportage uscito poche settimane prima dell'attentato che evidenzia le condiziani di tragica precarietà in cui vivono i Cristani in Iraq e che, letto pochi giorni dopo l'attentato, mi ha fatto venire la pelle d'oca.
Lo


Tracce N.9, Ottobre 2010

CRISTIANI IN IRAQ
Noi, i martiri di Mosul

di Monica Maggioni e Gian Micalessin


Le bombe alle chiese. Il verduraio freddato in pieno giorno. Centinaia di famiglie in fuga... Reportage dall'Iraq, dove i cristiani sono perseguitati nell'indifferenza di tutti. Ma dove c'è chi ha scelto di continuare a vivere la fede

Bassam incomincia a parlare, si blocca, fa un cenno alla moglie, indicando i due bimbi. Lei ne piglia uno in braccio, l'altro se lo tira dietro per mano, e scompare nel chiostro del santuario. Bassam ricomincia. «Non voglio che sentano, non voglio farli crescere nella paura, non voglio che diventino come noi». Non ha fatto niente di male Bassam. A parte nascere cristiano. A parte vedere.

«Se non avessi visto con questi occhi, sarei ancora a casa mia. Ma ho visto e so... A Mosul non posso più vivere». Si fa il segno della croce. Sbircia i figli nel chiostro, i loro giochi lontani. «È successo a febbraio, davanti all'università, davanti alla bancarella di verdure di un cristiano. Era un brav'uomo, non dava fastidio a nessuno. All'improvviso arrivano quei due. Lo chiamano, gli chiedono i documenti. Lui ha paura, balbetta, alza le mani, allunga la carta d'identità. Allora penso: son poliziotti. Gliela restituiscono, tirano fuori una pistola, gli sparano in mezzo agli occhi. Hanno letto cristiano sul documento e hanno premuto il grilletto. Nessuno ha detto niente, nessuno ha mosso un dito. Neppure io. E chi aveva il coraggio? Siamo rimasti immobili, terrorizzati. Mentre quel poveretto agonizzava. Mentre gli assassini scappavano».

Bassam si aggiusta gli occhiali, ti mostra la cella del santuario. Letti e materassi uno sopra l'altro. Il respiro sommesso di una poppante avvinghiata al seno della madre, l'odore di cibo, di pignatte incrostate su un fornelletto arrugginito. L'unico per una stanza da dodici. La cella di un monastero diventato campo profughi. «Guarda come siamo messi... A Mosul vendevo condizionatori, non avevo problemi. Ma da quel giorno Mosul è paura, ansia, terrore. Meglio la miseria, meglio una vita da profughi, meglio perder tutto che rischiar la vita di mia moglie e dei miei figli».

Ai piedi dei monti.  Bassam è uno dei tanti cristiani in fuga da Mosul. Vive da mesi tra le mura di pietra del monastero di Notre Dame, nel villaggio di Al Qosh. Da Mosul sono trenta chilometri, o poco più, ma questa strada alle porte del Kurdistan e alle pendici dei monti Bayhidhra, è uno dei sentieri dell'esodo cristiano. Da qui passa una delle vie di fuga di una comunità piegata, umiliata, perseguitata. Una comunità nata ai primordi del cristianesimo, ai piedi di queste montagne, in quella piana di Ninive dove l'apostolo san Tommaso piantò la croce. Da allora, Mosul è la sede del Patriarcato caldeo. Duemila anni dopo, la tradizione antica rischia di venir sradicata. Il primo a spiegartelo da Baghdad è monsignor Shlemon Warduni, il Patriarca vicario caldeo, testimone dalla sua chiesa - nel cuore della capitale - dall'inizio della persecuzione cristiana. «Negli anni Novanta, eravamo più di un milione ed eravamo felici e rispettati. Nel 2003, dopo l'invasione americana, incominciano l'odio, gli attacchi, i rapimenti, i tentativi di cacciarci, la fuga di 250mila persone. Nel quartiere di Doha, c'era una delle più importanti comunità caldee... Oggi non c'è più nessuno, li hanno espulsi a suon di sparatorie, rapimenti e assassinii. Poi sono iniziati gli attacchi alle chiese e la grande fuga da Baghdad. Molti speravano di trovar pace a Mosul o nella piana di Ninive, nelle terre dove abbiamo vissuto per millenni, ma si sbagliavano».

A fartelo capire ci pensa padre Mazen Matoka, un prete di Mosul, parroco di Qaraqosh, a 15 chilometri dal capoluogo. «Qui il terrore è arrivato nel 2008. È incominciato con le bombe... Colpivano le chiese, le case, le scuole private. Settimana dopo settimana, abbiamo visto fuggire 700 famiglie. Adesso, qui a Mosul ne restano, sì e no, un migliaio». La famiglia di padre Mazen non è più tra quelle. Succede un pomeriggio dello scorso febbraio. Il parroco va a dir messa a Qaraqosh: ad attenderlo a Mosul restano la mamma, le due sorelle, papà Jeshu e i fratelli Mukhlas e Bassem. Mentre lui dice messa, arrivano i sicari. «Tirano fuori le pistole, chiedono i documenti, spingono in una stanza la mamma e le sorelle. Mamma offre dei soldi, ma loro rifiutano. Lei scappa sul balcone, urla, chiede aiuto, ma non arriva nessuno. Dopo un po', nell'altra stanza, incominciano a sparare. Mia madre corre dentro. Uno dei tre assassini trema, non riesce a premere il grilletto, ma gli altri non esitano... Ammazzano prima papà, poi Mukhlas e Bassem. Così - sospira il parroco - hanno distrutto la mia famiglia. Cosi uccidono i cristiani a Mosul». L'aspetto più inquietante di quella strage è l'indifferenza. «Da quando entrano in casa nostra a quando fuggono passa più di un'ora, i vicini sentono le urla, chiamano soldati e polizia. Eppure non arriva nessuno. Ancora oggi - ripete il parroco - nessuno mi sa spiegare il perché».

L'idea di un complotto, di una cospirazione messa in piedi per far fuggire i cristiani e impossessarsi delle loro terre, è quanto mai diffusa. Il centro petrolifero di Mosul è - assieme a quello più importante di Kirkuk - una delle due grandi città contese del Nord dell'Iraq, una città dove i curdi cercano l'egemonia ai danni delle tribù arabe sunnite. Secondo Gabriel Toma, quarant'anni, parroco caldeo del monastero di Al Qosh, quella lotta alimenta anche la persecuzione dei cristiani. «I gruppi fondamentalisti che uccidono o rapiscono i nostri fedeli sono solo il sintomo, la manifestazione del male. Ma bisogna chiedersi a chi giova uccidere i cristiani, a chi fa comodo cambiare la composizione territoriale della zona». Secondo questa interpretazione, le fazioni curde fingono di proteggere i cristiani, ma in realtà non muovono un dito. Dietro quest'atteggiamento ambiguo ci sarebbe il rancore per l'appoggio fornito dalla comunità cristiana al regime di Saddam, il ricordo del ruolo giocato all'interno del regime dal caldeo Tareq Aziz. Atheel al-Nujaifi, il governatore sunnita della provincia di Ninive, accusa esplicitamente i capi miliziani curdi e li indica come i veri istigatori delle violenze. «Far uccidere un cristiano è il mezzo migliore per diffondere paura e instabilità... Qui chi si oppone ai piani curdi viene perseguitato, minacciato, arrestato e spesso liquidato», accusa Nujaifi. E Bassem Bello, sindaco cristiano del villaggio di Tel Kaif, rilancia. «Ad ogni attacco, altre famiglie fuggono all'estero. Il piano è semplice, vogliono sloggiare i cristiani originari di queste zone per mettere le mani sulle nostre terre».

Armi alla porta.  Qualcuno però ha deciso di continuare a pregar Cristo. Anche a costo di farlo con la spada al fianco. O il kalashnikov. Per capirlo, basta puntare verso il santuario di Santa Barbara, nel villaggio cristiano di Karamlis. Lì, sulla strada per Mosul, un gruppo di uomini armati blocca il traffico, ispeziona le auto, controlla documenti e passeggeri. Più in là, un altro gruppetto è pronto a dare man forte. Tra gli archi e le sacrestie del sacrario, uno stuolo di parroci e prelati saluta il vescovo di Mosul, monsignor Amel Nuna. Ci viene incontro con un sorriso. E tante scuse. «Mi dispiace per le armi alla porta, ma dovete capire». Per capirlo basta conoscere la storia di Paulos Farai Rakha, il suo predecessore ritrovato cadavere - due anni fa - dopo esser stato rapito da un gruppo fondamentalista. «Qui se porti questa al collo rischi di non tornare vivo», spiega, accarezzando la croce dorata: «Per questo, in alcune zone i nostri fedeli devono difendersi da soli».

Il quartier generale dei miliziani di Karamlis è di fronte alla chiesa di Sant'Adday nel centro del villaggio. Un "colonnello" e un "capitano", circondati da un gruppo di fedelissimi con kalashnikov e ricetrasmittente, fanno la guardia all'ex ufficio postale trasformato in posto di comando. Da lì, organizzano la difesa di 5mila cristiani sotto scacco. Dietro i gradi militari - ricordo di una carriera nei ranghi di Saddam - ci sono Shaker Banjamin e Latif Issa, due ex ufficiali di 48 anni, che si sono ritrovati, dopo la caduta del dittatore, senza un lavoro e una paga. «Fino al 2003, noi e gli altri cristiani di questo villaggio eravamo gente felice - racconta il "colonnello" Shaker -, poi all'improvviso è cambiato tutto: io e Latif ci siamo ritrovati in strada, mentre il villaggio è diventato un obbiettivo per tutti i curdi e i musulmani dei dintorni. Così nel 2003, dopo le prime minacce, io e Latif abbiamo messo su una guardia civica disarmata per controllare il centro abitato». Due anni dopo, quel primo embrione di milizia non basta più. «Tutt'intorno, Al Qaeda e altri gruppi estremisti mettevano bombe e uccidevano i civili. Così abbiamo chiesto agli americani il permesso di organizzare una guardia civile con divise, armi, radio e posti di blocco. Ora anche il governo e l'esercito iracheno hanno riconosciuto ufficialmente il nostro ruolo».

Guardia civile.  Oggi i 5mila abitanti cristiani di Karmalis possono contare su una vera milizia "crociata", forte di 243 uomini guidati da 10 ex ufficiali saddamisti. La presenza della "guardia civile" ha già risparmiato brutte sorprese. «I miei uomini sono tutti volontari. Vivono con i contributi tirati su grazie alle offerte in chiesa, ma hanno già fermato molti estremisti pronti ad attaccarci. Lavorano per difendere le proprie famiglie, per questo sono molto più efficienti di un vero esercito. Ma non serve sparare. Per eliminare la minaccia basta la loro presenza. A Mosul uccidono i cristiani perché la polizia non muove un dito. Qui non osano entrare. Sanno che non potrebbero mai farla franca».

martedì 2 novembre 2010

Movimenti per l'acqua

**L'appello dell'Assemblea dei movimenti per l'acqua**

Noi donne e uomini dei movimenti sociali territoriali, della cittadinanza attiva, del mondo dell'associazionismo laico e religioso, delle forze sociali, sindacali e politiche, del mondo della scuola, della ricerca e dell'Università, del mondo della cultura e dell'arte, del mondo agricolo, delle comunità laiche e religiose

che in questi anni e in tutti i territori

 abbiamo contrastato la privatizzazione del servizio idrico, perché sottrae alle collettività un diritto essenziale alla vita;

 abbiamo promosso e partecipato, nel Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua o in altri percorsi, a iniziative ed azioni, socializzando i saperi e le esperienze, rafforzandoci reciprocamente, allargando la sensibilizzazione e il consenso;

 abbiamo promosso con oltre 400.000 firme una legge d'iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua e la sua gestione partecipativa;

 abbiamo promosso mobilitazioni territoriali, manifestazioni nazionali e appuntamenti internazionali per riappropriarci di ciò che a tutti appartiene, per garantire a tutte e tutti un diritto universale, per preservare un bene comune per le future generazioni, per tutelare una risorsa naturale fondamentale;

 abbiamo promosso una campagna referendaria che si è conclusa con lo straordinario risultato di oltre un milione e quattrocentomila firme raccolte;

consapevoli del fatto che

 il voto referendario apre una stagione decisiva per l'affermazione dell'acqua bene comune e della sua gestione pubblica e partecipativa;

 la battaglia dell'acqua è assieme una battaglia contro il pensiero unico del mercato e per una nuova idea di democrazia;

 la privatizzazione e la mercificazione dell'acqua e del servizio idrico è incompatibile con conservazione della risorsa acqua, degli ecosistemi e più in generale dell'ambiente;

 una vittoria ai referendum della prossima primavera potrà aprire nuove speranze per un diverso modello economico e sociale, basato sui diritti, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone;

facciamo appello
a tutte le donne e gli uomini di questo paese

perché, in questi mesi che ci porteranno al referendum si apra una grande stagione di sensibilizzazione sociale sul tema dell'acqua, e si produca, ciascuno nella sua realtà e con le sue attitudini e potenzialità, uno straordinario sforzo di comunicazione sull'importanza della vertenza in corso e sulla necessità del
coinvolgimento di tutto il popolo italiano, con l'obiettivo di arrivare all'affermazione dei tre referendum abrogativi.

Tutte e tutti assieme possiamo affermare l'acqua come bene comune, sottrarla alle logiche del mercato, restituirla alla gestione partecipativa delle comunità locali.

Tutte e tutti assieme siamo coinvolti nel problema e possiamo divenire parte della soluzione.

Il tempo è ora. Perché si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Comitato Promotore dei referendum per l'Acqua Pubblica
Firenze, 18-19 Settembre 2010

giovedì 28 ottobre 2010

ILVA

Pensando a Taranto mi piange il cuore, perché Rina (la mia fidanzata) è nata lì e passiamo spesso le vacanze a casa sua, quindi da qualche anno sono testimone diretto della situazione della città. Sintetizzo in poche righe quello che è stato l'impatto la prima sera che ci sono arrivato,in auto: l'autostrada finisce dritta dritta a ridosso delle acciaierie ILVA, uno stabilimento praticamente sconfinato (ho provato a mettere su google maps "ILVA Taranto" e posso dire che la sua estensione è praticamente la metà di tutta Torino...). Lo stabilimento è vecchio,come viene detto nell'articolo, ma la cosa più sconvolgente è che il carbon coke che viene utilizzato per produrre l'acciaio,viene stoccato in enormi mucchi a cielo aperto,infatti gli abitanti delle case più a ridosso dello stabilimento non possono stendere i panni all'aperto, gli alberi e i guardrails dell'autostrada sono completamente rossi per il deposito della polvere di carbone... immaginatevi cosa entra nei polmoni.
Stabilimenti come quello vengono chiusi in tuta Italia,lì non ci si pensa proprio,anche perché dà da lavorare a praticamente tutta la cittadinanza (nonostante ci siano ripetuti incidenti più o meno gravi e andare a fare il proprio turno là dentro è vissuto quasi come un incubo!).Dulcis in Fundo, TARANTO NON HA UN REGISTRO DEI MALATI DI TUMORE...
Per "fortuna", sta iniziando la costruzione di un mega ospedale che verrà gestito da Don Verzè... ecco un estratto di un articolo in cui il nostro premier s'impegna a mettere di tasca sua (nostra) 80 milioni per la costruzione...


da http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2009/5-agosto-2009/taranto-ospedale-san-raffaele-80-milioni-fondi-il-progetto--1601636892613.shtml

TARANTO — Passo in avan­ti decisivo per la realizzazione del «San Raffaele del Mediterra­neo », il nuovo ospedale di Ta­ranto che sostituirà il Santissi­ma Annunziata. Ieri la giunta regionale ha inserito ottanta milioni nel piano attuativo re­gionale (Par), alimentato dai fondi per le aree sottosviluppa­te (Fas), facendo proprio il pro­getto tecnico-sanitario presen­tato dall'istituzione di Don Ver­zè a maggio scorso. Il provvedi­mento della Regione destina a Taranto un finanziamento pari a più di un terzo dell'intero co­sto dell'iniziativa, stimato in 210 milioni.
Altrettanti ne do­vrebbe mettere a disposizione Berlusconi, secondo le promes­se fatte personalmente a Don Verzè e riferite dal presidente della Fondazione San Raffaele nella sua ultima visita a Taran­to. Il resto arriverà dall'autofi­nanziamento mediante un lea­sing di vent'anni. Nella delibe­ra approvata ieri la giunta dà mandato agli assessori Pelillo (Bilancio) e Fiore (Salute) di completare l'iter avviando il confronto con tutti i soggetti coin­volti per la condivi­sione e la corresponsabilità del progetto. Il «San Raffaele del Mediterraneo» avrà 570 posti letto, sorgerà su settantamila metri quadrati de­stinati alla struttura ospeda­liera e quattromila alle aule in cui si farà ricerca e didattica. Sa­rà localizzato al quartiere Paolo Sesto in un terreno di diciotto ettari della Fintecna, società del gruppo Iri che nella stessa zona possiede altre aree su cui ha progettato di edificare. Qui entra in gioco il Comune di Ta­ranto cui compete di contribui­re al progetto con interventi di natura urbanistica dato che la politica sanitaria è di compe­tenza regionale. La giunta co­munale deve individuare lo strumento giuridico per acqui­sire le aree che Fintecna cederà a titolo gratuito purché possa realizzare i suoi progetti edili sulle aree non ancora edificabi­li.[...]


Detto ciò,sembra incredibile, ma Taranto è una città splendida e con una popolazione che vorrebbe vivere senza la certezza quasi matematica di beccarsi un tumore...peccato che essendo in un'area sottosviluppata sia più "conveniente" mantenere un'industria pesante e inquinante, e costruirci di fianco un mega polo ospedaliero,così ci si fabbricano i pazienti e li si trasferiscono subito nell'ospedale!!!
W l'Italia


Paolo



--- Mar 26/10/10, Francesca ha scritto:

ciao,
in merito all'associazione non sono riuscita a trovare nulla, può darsi che non abbiano un sito, boh!
Per quanto riguarda invece la situazione di Taranto si riescono a scoprire molte cose scrivendo su google "taranto inquinamento", vi mando qualche link ma si trova molto di più, anche più recente

http://www.lanuovaecologia.it/view.php?id=10094&contenuto=Notizia
http://www.peacelink.it/ecologia/a/10787.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Ilva

ciao ciao
Francesca

mercoledì 27 ottobre 2010

Cota

Mi vergogno di essere piemontese. Mi sento offeso come cittadino da queste proposte e non ho parole verso chi, votando questo personaggio, abbia potuto pensare che fosse il male minore o, addirittura, un miglioramento nei confronti del passato. Nella logica dell'alternanza politica, che ha caratterizzato gli ultimi 10-15 anni, nessuno ha mai fornito una tale prestazione di ignoranza civile.

beppe
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Da "La Stampa"

Cota: "Le borse di studio solo ai piemontesi" 

Per chi arriva da fuori paghino le regioni di appartenenza

di ANDREA CIATTAGLIA, ANDREA ROSSI


Prima di tutto vengono i piemontesi». E poi? E poi se «uno studente di un'altra regione viene a studiare in Piemonte, perché non deve essere la sua terra di residenza a finanziare il suo percorso scolastico?». In un video di poco più di due minuti, postato su You Tube, il governatore del Piemonte Roberto Cota ribalta vent'anni e più di legislazione del diritto allo studio. Basta con le borse finanziate dalle regioni che ospitano gli studenti. La prospettiva va rovesciata: le regioni non devono attrarre gli studenti migliori da fuori, sovvenzionandone gli studi, ma devono sostenere i «loro» giovani. «In Piemonte dev'essere fatta un'attenta valutazione che porti in futuro la Regione a finanziare le borse di studio dei piemontesi. Ritengo sbagliato che ogni regione non si faccia carico delle borse di studio dei propri cittadini», insiste Cota.
Lo dice al culmine di due settimane di polemica, con gli studenti sugli scudi, a protestare contro i tagli ai trasferimenti all'Edisu, l'ente per il diritto allo studio: 7 milioni per il 2011 a fronte dei 25 - poi ridotti a 17 - del 2010. Una sforbiciata che ha fatto insorgere i vertici dell'Edisu e i ragazzi. «Non copriremo le borse e dovremo chiudere anche le residenze», ha dichiarato l'ex presidente dell'ente Maria Grazia Pellerino. Quanto agli studenti, da giorni organizzano mobilitazioni, cortei, iniziative, flash mob. Cota li ha incontrati e li ha rassicurati: «Non ci sarà nessun taglio. I soldi per finanziare i contributi agli studenti saranno gli stessi degli anni precedenti».
Anche ieri, nel suo video, è tornato a contestare «le false notizie uscite nei giorni scorsi». «Non taglieremo le borse di studio. Nell'anno in corso e nel prossimo intendiamo garantire il diritto dei ragazzi piemontesi ad avere quel che spetta loro. Quest'anno gli stanziamenti sono inalterati. Abbiamo recuperato risorse non spese in precedenza e le abbiamo aggiunte a quelle destinate in maniera mirata. Era inutile di fronte a soldi non spesi stanziare ulteriori risorse». In futuro, però, la musica dovrà cambiare: «È necessario fare un'attenta valutazione di quelli che sono i criteri per l'elargizione delle borse», spiega Cota. Il solco è già tracciato: il Piemonte pagherà solo per i ragazzi residenti sul territorio.
«Noi lo diciamo da giorni, e ora finalmente si svelano le vere intenzioni del presidente della Regione e della Lega Nord: dare le borse solo ai piemontesi», denuncia Simone Baglivo, pugliese, studente del Politecnico, e rappresentante all'interno dell'Edisu. Il Piemonte, finora, è stata una delle nove regioni italiane a garantire le borse di studio per tutti gli studenti idonei: contributi di diversa entità, a seconda del reddito, stanziati a favore di studenti meritevoli. La media italiana viaggia intorno all'80 per cento, con enormi squilibri: si va dal 43 per cento del Molise al 56 della Calabria fino al 100 per cento di Piemonte, Valle d'Aosta, Umbria, Trentino, Lombardia, Friuli, Lazio, Emilia Romagna e Basilicata, capacità che permette loro - tra le altre cose - di attrarre molti studenti dal resto d'Italia. Al Politecnico, ad esempio, il 35 per cento degli iscritti arriva da altre regioni; all'Università siamo poco distanti. Un record destinato a frantumarsi?

martedì 26 ottobre 2010

Corruzione

Da ilfattoquotidiano.it
che cito e condivido.

beppe

Il nostro Paese scivola al 67esimo posto nella classifica della ong Transparency international sul rischio mazzette. Dallo scorso anno abbiamo perso 4 posizioni. E sono addirittura 12 rispetto al 2008.

Per chi desidera leggere la proposta in dettaglio ecco il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/11/per-fermaretutti-questi-%E2%80%9Cfurbetti%E2%80%9D/59313/

La corruzione? Ecco come sconfiggerla

In Senato da marzo è fermo un disegno di legge inadatto contro il malaffare. Il Fatto, in collaborazione con alcuni giuristi, presenta un nuovo testo più rigoroso

Il 1° marzo scorso il Consiglio dei ministri annunciava solennemente di avere approvato il testo del disegno di legge governativo per una legge anticorruzione. Doveva essere la risposta della maggioranza alle nuove Tangentopoli (l'ultima, quella intorno alla Protezione civile) esplose nei primi mesi dell'anno un po' in tutta Italia e ai dati agghiaccianti forniti dalla Banca Mondiale e poi dalla Corte dei Conti, secondo cui le tangenti, con tutto l'indotto, impongono ai cittadini italiani una tassa occulta di 50-60 miliardi di euro all'anno. Cifra record in Europa, quasi il decuplo del costo della corruzione stimato dal centro studi Luigi Einaudi nel 1992, l'anno di Mani Pulite. Ma il testo, scritto dal ministro Angelino Alfano e dunque molto deludente, si è subito arenato in commissione al Senato e lì riposa in pace, nonostante i propositi di rilanciarlo più volte dichiarati dal Pdl all'esplodere di ogni nuovo scandalo, dal caso Scajola all'affaire P3. "Il Senato – giurava Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, al Corriere della sera il 20 maggio – licenzierà il provvedimento verso metà giugno". Ma non precisava di quale anno.

L'altro giorno, a Mirabello, Gianfranco Fini ha domandato sarcastico al Cavaliere che fine abbia fatto la legge anticorruzione. Silenzio di tomba. Silenzio anche da Renato Schifani, che pure presiede il Senato dove langue il ddl. Del resto, sempre al Senato, è stata insabbiata la legge di iniziativa popolare presentata da Beppe Grillo con 350 mila firme di altrettanti cittadini per stabilire l'ineleggibilità dei condannati.

Il Fatto quotidiano ha deciso di proporre un nuovo testo, molto più rigoroso e penetrante di quello governativo. E di interpellare i rappresentanti dei partiti nel dibattito "Convivere con la corruzione", domenica mattina alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, con Antonio Di Pietro (Idv), Claudio Fava (Sinistra e libertà), Fabio Granata (Futuro e Libertà) e Matteo Renzi (Pd). Lì si discuterà e si vedrà chi ci sta: potrebbe perfino emergere una maggioranza disposta ad approvarlo in tempi brevi, se – come dichiarano – il Pd, l'Idv, l'Udc e i finiani vogliono fare sul serio contro la corruzione, sfidando su un terreno tanto cruciale e "popolare" la Lega e il Pdl. All'incontro dovrebbe partecipare anche il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, grande esperto di reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione.

Il testo che abbiamo elaborato con l'aiuto di giuristi, magistrati e altri esperti non ha richiesto grandi sforzi di fantasia. E' stato sufficiente seguire alcune linee direttrici.

1) Prevedere finalmente il recepimento della Convenzione penale del Consiglio d'Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo dagli stati membri nel 1999 e mai ratificata dall'Italia.

2) Introdurre nuove fattispecie di reato per sanzionare i più moderni crimini dei colletti bianchi nell'èra della globalizzazione (come l'autoriciclaggio,la corruzione fra privati, il traffico di influenze illecite).

3) Ripristinare il falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2001-2002.

4) Mettere mano al sistema della prescrizione (che in questo testo viene affrontata solo in parte): l'ideale sarebbe arrestarne la decorrenza al momento dell'esercizio dell'azione penale, cioè della richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm. Oggi, grazie alla legge ex-Cirielli, la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, e quella giudiziaria dopo 10 (prima scattava dopo 15 anni).

5) Cogliere il meglio dalla miriade di proposte e disegni di legge giacenti in Parlamento e ivi insabbiati da varie legislature (due del Pd, uno dell'Idv, uno quasi preistorico dei Verdi e persino uno dell'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, nato dal lavoro di una commissione istituita nel 2006 dal governo Prodi-2, di cui facevano parte magistrati di Mani Pulite come Piercamillo Davigo e lo stesso Greco).

6) L'idea di partenza è quella avanzata per la prima volta a Cernobbio nel settembre del 1994, in piena Tangentopoli, dal pool Mani Pulite e da un gruppo di giuristi e docenti universitari (fra i quali l'attuale presidente dell'Unione Camere penali, Oreste Dominioni, all'epoca legale di Berlusconi). La proposta Cernobbio era articolata in tre punti. A) Legislazione premiale per incentivare il "pentitismo" anche in questo tipo di reati, cioè per incoraggiare il corruttore o il corrotto che va spontaneamente a confessare e a denunciare i suoi complici, "prima che la notizia di reato sia stata iscritta a suo nome e comunque entro tre mesi dalla commissione del fatto". Sempreché restituisca il maltolto fino all'ultima lira. E con la sanzione automatica della decadenza e dell'interdizione dai pubblici uffici. In pratica, si rompe il vincolo di omertà fra corruttore e corrotto e si innesca una corsa a chi arriva prima a denunciare se stesso e l'altro per guadagnarsi l'impunità. L'obiettivo era quello di far emergere gran parte del sommerso di Tangentopoli, evitando ricatti e veleni. B) I reati di corruzione e concussione diventano uno solo: è vietato offrire e dare soldi a un pubblico funzionario, non importa se costretti o spontaneamente, né in cambio di quale favore lecito o illecito. C) Linea dura con chi arriva fuori tempo massimo, o non confessa tutto, o viene colto con le mani nel sacco; custodia cautelare obbligatoria per corrotti e corruttori, come per i mafiosi, con sostanziosi aumenti delle pene. Sedici anni fa la proposta suscitò reazioni entusiastiche da An e dalla Lega.

Ignazio La Russa stuzzicò i forzisti perplessi: "Che il progetto Di Pietro potesse essere sconosciuto a Forza Italia mi sembra poco credibile, anzi resto convinto che i vertici ne fossero informati: vi hanno collaborato alcuni avvocati vicini a loro…" (per esempio Dominioni, allora difensore di Berlusconi). Maroni e Tremonti incontrarono i pm promotori e alla fine il primo parlò di "iniziativa interessante da discutere fra magistrati e governo".

Che cos'è cambiato da allora a oggi, a parte il fatto che allora Tangentopoli ci costava 6-7 miliardi l'anno e oggi dieci volte tanto? Ecco dunque la proposta di legge in 10 articoli che Il Fatto mette a disposizione di tutte le forze politiche interessate a prevenire e a combattere per davvero la corruzione. Per evitare di scendere in eccessivi tecnicismi, non tutti gli articoli sono già esplicitati in forma di articolato legislativo: lo sono soltanto quelli che ci paiono irrinunciabili. Tutti e dieci, comunque, sono aperti a integrazioni e suggerimenti. Purchè migliorativi e non peggiorativi.