martedì 26 ottobre 2010

Taranto

tramite canale alternativo ricevo da Taranto e pubblico per diffusione, senza altro aggiungere
Luca

 
A voi che siete riconosciuti ed apprezzati cittadini senza bavaglio, scrivo questa lettera per rivolgervi due domande e ricevere, per quanto possibile, delle risposte.


La prima domanda è: perché quando si tratta di esprimere solidarietà per il lavoro, l'impegno è avvertito e si traduce quasi automaticamente in un obbligo, mentre quando si tratta di anteporre salute e dignità al lavoro, la risposta è negativa?
Chi ha deciso che in questa nazione la tutela dell'attività produttiva debba venir prima della integrità e della dignità della persona?
Chi ha deciso che l'irrinunciabile Articolo 32 non è più valido ed è subordinato ad altri Articoli? Chi?

Sono il portavoce di una piccolissima associazione, la più piccola di Taranto.

Il motivo di tanta esiguità e fragilità risiede nel fatto che gli ammalati non hanno neppure la forza di scendere in piazza e partecipare alle adunate dei millantalisti. I millantalisti, per intenderci, sono gli ambientalisti  millantatori, quelli cioè che organizzano imponenti marce contro gli inquinatori e mai contro chi sostiene in silenzio e protegge gli inquinatori. Il loro numero è pari a quello degli agenti inquinanti, e loro sono proprio quelli che le industrie inquinanti le vogliono tenere aperte “ab aeternum” anziché chiuderle.

Ecco perché gli ammalati, a differenza di altri fortunati, "partecipano" quasi esclusivamente per telefono e non possiedono rappresentanti alle epiche ed elevate adunate per la salute – si fa per dire - e l'ambiente.
Perché una delle poche cose che possono ancora fare con facilità è parlare al telefono, non uscendo quasi più di casa.
Molti di noi si sono ammalati di patologie ambientali proprio mentre svolgevano una attività onesta e pulita che non ha mai danneggiato o ammazzato nessuno.
Abbiamo perso il lavoro causa l'aggressività di emissioni di cui non eravamo responsabili, e nessuna istituzione o sindacato o associazione ambientalista (salvo rare e preziose eccezioni ) ci ha difesi mai.
Se avessero voluto difenderci realmente, avrebbero chiesto e si sarebbero attivati per la chiusura "senza se e senza ma", di tutte le attività universalmente considerate incompatibili con la salute del genere umano, animale e vegetale.
Tanto è vero che alcune associazioni di Taranto, infiltrate come altre della Puglia e d'Italia dagli uomini dei partiti e dei sindacati, hanno partorito la mostruosa ed ultima ecoballa della "Ambientalizzazione", hanno cioè immaginato, senza pudore, senza vergogna e senza prova oggettiva, che tramite dei filtri che non sono ancora stati inventati sarebbe stato possibile tappare ed arginare i rigurgiti e le eruzioni di un impianto vetusto progettato alla fine degli anni '50, mostruosamente grande e al di fuori di ogni standard, mostruosamente implicato nella produzione di un numero di inquinanti talmente elevato da avere difficoltà a rientrare in un elenco, attiguo a un centro abitato dove sopravvivono di stenti anziani, donne e bambini, per giunta accanto ad altri impianti industriali altrettanto inquinanti.
E molti di questi paladini commensali dei partiti, commensali delle leghe ambientali elettorali, commensali dei sindacati, li conoscete anche voi e li tollerate forse un po' oltre i convenzionali confini dell'educazione, riservandoci un dolore di cui forse non sempre avete avuto contezza e cognizione.

Ieri sera mi ha telefonato un ambientalista vero, nato e vissuto a Taranto e con cui ho affrontato le lotte e i sacrifici di una vita intera, e mi ha ricordato che noi non possiamo vincere e non vinceremo mai la campagna contro gli inquinatori, perché i veri inquinatori sono in mezzo a noi e non solo nelle zone industriali.
E' la società civile tutta ad essere inquinata ma ad inquinare per prima, perché è la società civile che copre e difende l'opera incessante degli imbrattatori. Il motivo autentico per il quale probabilmente non riusciremo a guadagnarci mai il diritto all'esistenza da persone civili e non da agnelli sacrificali quali siamo ora.
Non possiamo vincere contro il dramma e l'aggressione dell'inquinamento perché non possiamo sconfiggere l'ipocrisia e l'ignavia di chi ci sta attorno e millanta ogni giorno la lotta per la salute e l'ambiente.

Per questo il nostro destino appare segnato: perché chi oggi pretende di difendere il bene comune è spesso colluso e mantiene l'idea malsana, oliata da qualche finanziamento ad hoc concesso dall'assessore compiacente di turno, di poter tutelare la salute ed il lavoro senza però intaccare il polo produttivo responsabile del disastro.
Ma risulta equazione alquanto artata e perversa quella che impedisce di accettare che una attività produttiva anacronistica e pericolosa debba chiudere per far posto ad una nuova impresa che al contrario non invalida o uccide nessuno, per giunta in grado di assicurare ingenti fatturati, poiché tutto ciò che è verde e compatibile concede una ricchezza enorme e senza limiti di tempo. Perché se non si chiude interamente e per sempre una vecchia attività, una vecchia idea, una vecchia concezione, non ci sarà mai posto, bisogno e spinta sociale ad aprirne una nuova.
Tra l'altro molti sono già al corrente del motivo per il quale a Taranto non vengono inaugurate attività produttive di ampio respiro: perché sarebbero alternative e metterebbero in pericolo il ricatto occupazionale e le attività precedenti che servono agli interessi e al gettito fiscale di tutta la nazione e dei partiti fuorché ai residenti, vittime predestinate ed inconsapevoli. Ed una volta chiuse, tali imprese sarebbero forse autorizzate a riaprire in qualsiasi altra città italiana ed europea civile? Quale pazzo esaltato le accoglierebbe mai nell'area in cui vive?

Devo rivolgervi una seconda domanda: perché mai in questa infausta nazione vengono difesi incondizionatamente e per primi anche i diritti di quei lavoratori che provocano attraverso le proprie attività la malattia e il fallimento di altri innocenti cittadini?
Innocenti perché in precedenza impegnati in un lavoro pulito che tutte le persone oneste e perbene dovrebbero desiderare, richiedere e svolgere.
Forse perché la priorità costituisce la migliore e indiretta copertura a protezione di attività che altrimenti sarebbero stoppate e per sempre confinate nel dimenticatoio?
Come sarebbe allora possibile tollerare sindacati che interferiscono impunemente con le iniziative civiche e che per fermare libere e democratiche consultazioni referendarie sono disposti a ricorrere ad ogni concepibile cavillo di legge?
Come potremmo accordare fiducia e solidarietà ai rappresentanti che hanno tradito il fulgido sogno ed infangato per sempre la memoria del pugliese Giuseppe Di Vittorio?
Si continua a soprassedere sulle responsabilità di questi uomini che si sono tramutati in veri campioni del disastro, gli stessi che domandano solidarietà e si lamentano pure di essere stati lasciati soli dal resto della società civile.
Quelli che risultano insopportabili persino nelle loro scelte elettorali “mirate”. Mirate a conservare se stessi e a precipitare tutti quanti nell'oblìo.

Per colpe non nostre siamo diventati disabili nel pieno della nostra giovinezza e nell'inseguimento dei nostri sogni.
Ma i lavoratori che consapevolmente o inconsapevolmente ci hanno ridotto in questo stato, per quanto vittime abituali di una condizione di debolezza e coercizione, non hanno mai compreso le conseguenze di affidarsi al sostegno di rappresentanti che quotidianamente li spingono, tanto non sono mica loro a sporcarsi le mani e a rischiare la pelle, a svolgere una attività contro ogni decenza, ragione e umanità: quella in grado di togliere tutto a se stessi ed anche a noi che non abbiamo mai accettato di correre il rischio e che operai non siamo stati mai, perdendo senza possibilità di reintegro - dal momento che una invalidità è spesso “per sempre” - pure il nostro impiego.
E' questa la principale differenza che intercorre tra operai ancora in attività ed ex lavoratori che, come noi, sono stati colpiti e distrutti dall'inquinamento: scaricare sugli altri il prezzo del proprio lavoro.
Tuttavia la conquista di un diritto non dovrebbe per nessun motivo comportare la perdita di un altro diritto ancora più vitale e irrinunciabile. Perché oggi, per il solo fatto di essere affetti da patologie ambientali, molti cittadini per la sanità italiana non esistono, dal momento che nelle nostre AUSL i presìdi sanitari per le malattie ambientali ed immunitarie non sono mai stati creati. I "nuovi" ammalati non vengono riconosciuti nella loro disabilità e non possiedono alcun sindacato che richieda per loro ammortizzatori sociali. Non hanno riconoscimenti o assistenza sanitaria appropriata, compensazioni, ricollocamento protetto, pensioni di invalidità. Non hanno nulla.

In questa condizione noi manteniamo una consapevolezza ed un rimpianto in più: avremmo preferito non essere mai nati.
Perché se soltanto avessimo presagito che i nostri reali e più subdoli aguzzini sarebbero divenuti tutti quanti, oltre agli imprenditori coperti e tutelati dallo Stato nell'esercizio di attività non compatibili con l'esistenza e la dignità umana, avremmo preferito non nascere mai.
Avremmo preferito non essere mai venuti al mondo anziché avere a che fare e ricevere l'ultima tragica umiliazione dell'essere difesi da un branco di speculatori della società cosiddetta civile, una collettività cieca, sorda, senza più guide, valori e dignità.

Una collettività che non ha rispetto per se stessa e figuriamoci se possa ambire ad avere rispetto per altri che si ritrovano nella condizione di maggiore fragilità e debolezza senza mai averla scelta ma soltanto subìta.

Saverio De Florio 
Associazione Malati Infiammatori Cronici ed Immunitari, Taranto

lunedì 25 ottobre 2010

Haiti

Benefattori dell'umanità 

Sicuramente avrete visto il bel faccione di Ennio Doris pubblicizzare il Conto Freedom, grazie al quale, per ogni nuovo correntista, Banca Mediolanum regala un mese di scuola a un bambino di Haiti.
http://www.mediolanumfreedom.com/ 

Già mi urtano quelli che fanno beneficenza e lo dicono.
Poi ho cercato di quantificare l'entità della bontà del nostro, scoprendo che un anno di scuola per un bimbo di Haiti costa 55 dollari.
http://www.haitifoundation.org/Help_Haiti.html

Che coraggio...
Laura 

sabato 11 settembre 2010

AlReves: USA


La dottrina del “potere intelligente”
La nuova strategia militare Usa e il ruolo delle “Forze Speciali”

In un suo recente discorso il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha spiegato che in fatto di politica estera gli Stati Uniti adotteranno un programma ispirato al principio dello smart power (o “potere intelligente”).

Ciò segnerebbe il passaggio “da un esercizio diretto del potere”, come quello adottato dai falchi repubblicani di Bush , “ad un’applicazione dello stesso più sofisticata, che implica una delicata combinazione di influenza ed uso della forza (…) e che richiede pazienza e perseveranza poiché l’esercizio indiretto del potere ha bisogno di molto tempo”. (Hillary Clinton, 2010).

Lo smart power si configura quindi come una giusta miscela tra soft power (la capacità di influire nel mondo attraverso la diplomazia e la propaganda culturale) e hard power, l’uso diretto della forza militare alla quale gli Usa hanno fatto ricorso ripetutamente dal conflitto in Vietnam fino alle più recenti Guerre del Golfo.

A prima vista, il nuovo approccio potrebbe significare un sostanziale cambiamento di rotta rispetto al passato verso una politica estera finalmente più morbida e “multilaterale”: meno interventi militari e più impegno nell’azione diplomatica per risolvere la controversie internazionali, il tutto condito dal sorriso rassicurante del presidente Obama.

Secondo le informazioni pubblicate da numerose fonti nordamericane (tra cui il New York Times), una “direttiva segreta” del Pentagono in particolare, quella del dicembre 2009 firmata dal Generale Petraeus, conterrebbe indicazioni illuminanti per comprendere il nuovo orientamento della neonata dottrina militare Usa.

In perfetta continuità con l’”era Bush”, la politica estera del governo Obama assegna un ruolo cruciale all’intervento militare in tutti quei paesi che, pur non trovandosi in stato di guerra con gli Usa, risultano strategici per i loro interessi oppure potenzialmente pericolosi per la loro “Sicurezza Nazionale”. In prima fila, tra i paesi considerati “ostili”, ci sono Cuba (vittima da decenni di un embargo assurdo ed anacronistico) e il Venezuela chavista con il suo ambizioso progetto di integrazione regionale antistatunitense (ALBA).

Secondo le stesse fonti citate, l’intervento militare nei paesi “non allineati” vedrà un coinvolgimento sempre maggiore delle “forze speciali” (corpi d’elite, contractors, agenti segreti).

Si tratta di unità addestrate nello svolgere compiti nell’ambito della guerra psicologica e delle “operazioni coperte”, sullo stile di quelle che in passato provocarono l’abbattimento dei governi progressisti di Abenz (Guatemala), Goulart (Brasile) ed Allende (Cile). Tutto ciò non deve sorprendere se si considera che le tattiche di guerra non convenzionali sono proprio alla base delle operazioni svolte dalle “forze speciali”.

Un altro compito assegnato alle “forze speciali” consiste nel raccogliere informazioni [lavoro di intelligence] e nel costruire legami con le forze di sicurezza locali. Fino ad oggi è stata la CIA ad occuparsi di queste “delicate” funzioni. Si può citare come esempio il “Piano Condor” - messo in atto dalle dittature del Sudamerica nel corso degli anni 70 per “liquidare la sovversione” - in cui l’agenzia Usa svolse un ruolo determinante nel “consigliare” e coordinare i servizi di intelligence della regione. Questo tipo di cooperazione rese anche possibile lo scambio di informazioni, il trasferimento dei prigionieri e l’esecuzione di operazioni “congiunte”, quali il sequestro, la tortura e l’omicidio di centinaia di persone in Cile, Argentina e Uruguay.

Negli Stati Uniti, uno dei dubbi che si nutrono nei confronti delle “forze speciali”, sottoposte al Dipartimento della Difesa, riguarda il fatto che “le loro operazioni non necessitano dell’approvazione del Presidente, né il Congresso ha la facoltà di essere informato sulle loro attività”*. Ciò conferisce all’Esercito un’autonomia che va al di là dell’azione di controllo da parte delle autorità civili, circostanza di per sé estremamente pericolosa in qualunque democrazia.

Considerando il calo d’immagine e di consenso che gli Stati Uniti hanno subito di recente, non solo in America Latina ma un po’ in tutto il mondo, il governo Obama sta cercando di stanziare più fondi da investire nell’attuazione dei programmi per la sua politica estera.

Il Segretario alla Difesa, Robert Gates, ha chiesto all’amministrazione del suo governo più soldi e più sforzi per il soft power (la diplomazia, l’assistenza economica e la propaganda attraverso i mezzi di comunicazione), “poiché i militari non possono da soli difendere gli interessi degli Stati Uniti d’America in tutto il mondo. Ha inoltre sottolineato che la spesa militare ammonta a circa mezzo trilione di dollari all’anno, a fronte di un bilancio complessivo del Dipartimento di Stato di 36 miliardi di dollari.”**

Il mantenimento della “Pax Americana” in tutto il pianeta, anche mediante il “potere intelligente”, continua a rivelarsi un affare molto costoso.

Andrea Necciai
 
Note:
* “Poder Inteligente, discurso de la Pax Americana en el gobierno de Obama: continuidades y discontinuidades”,
di Silvina Maria Romano e Gian Carlo Delgado Ramos – “Rebelión”.
** ”Smart Power, un nuovo approccio della politica estera statunitense”, di Joseph S. Nye Jr.


AlReves: Messico


Ay pobre Mexico…
Una nazione in bilico tra crisi economica e violenza diffusa

Nell’anno del Centenario di una delle rivoluzioni più importanti della storia del ventesimo secolo, il Messico è sprofondato in una crisi economica senza precedenti, mentre si registra un’escalation di violenza alimentata dalla delinquenza e dalla piaga del narcotraffico, ma anche dallo stesso Stato Federale.

Negli ultimi quattro anni la povertà si è enormemente diffusa tra la popolazione. Secondo i dati del Coneval (il Consiglio nazionale di valutazione delle politiche sociali), le persone con redditi inferiori a 65 dollari mensili, cioè in condizioni di estrema indigenza, hanno raggiunto in poco tempo i 20 milioni. Se a questi si sommano altri 31 milioni di cittadini con redditi che non consentono il soddisfacimento dei bisogni essenziali (come la casa o l’assistenza socio-sanitaria), si deve concludere che oggi la metà dei messicani sono poveri. Un oltraggio per un paese che nei “mitici anni novanta” si candidava ad entrare trionfalmente nel Primo Mondo per la porta principale.

Erano quelli i tempi del NAFTA, l’accordo sul libero commercio siglato con gli Stati Uniti e il Canada, che secondo i governanti e le classi dirigenti di allora avrebbe consentito al Messico una rapida crescita economica e sociale, proiettandolo verso l’eldorado delle nazioni più sviluppate. E in effetti, il progetto liberista prese decisamente il volo nell’ultimo ventennio, attraversato dal declino dei governi priisti - gli eredi della Rivoluzione, al potere in Messico per più di 80 anni - e dall’avvento di quelli panisti della destra nazionalista, senz’altro più “adattabile” alla modernità capitalista e ai suoi processi di globalizzazione.

Ma la costruzione di uno Stato nazionale, egemonizzato da una borghesia meticcia che “parla spagnolo pensando in inglese, ha il suo cuore negli Stati Uniti e svolge il ruolo assegnatole dall’attuale trans-nazionalizzazione dello Stato”*, non ha fin qui prodotto i benefici promessi - a suo tempo - a tutti i messicani (né sul piano economico, tanto meno su quello sociale).

La gestione della crisi economica da parte del governo in carica - retto da Felipe Calderon, che guadagnò la Presidenza nel 2006 ricorrendo a clamorosi brogli elettorali - è stata condotta in modo pessimo. Per lo meno questo è il giudizio di molti esperti di economia, tra i quali anche il Premio Nobel Joseph Stiglitz che ha criticato a più riprese l’operato del governo panista affermando che “l’eccesso di austerità che pretende di imporre potrebbe contribuire ad indebolire ulteriormente l’economia”, mentre l’introduzione di una “fiscalità più equa” e la tassazione delle transazioni e delle rendite finanziarie risolverebbe molti problemi di bilancio, oltre che scoraggiare la speculazione.

Più che del disastro economico e sociale, i vertici dello Stato sembrano più preoccupati (ed occupati) a non deludere il potente vicino del nord. La visita di Stato di Calderon a Washington del mese scorso era diretta soprattutto ad ottenere il “timbro di approvazione” di Obama sulla condotta del governo messicano.

Pare che il timbro, alla fine, sia stato apposto, nonostante le polemiche suscitate dalla richiesta - da parte messicana - di abrogare la legge-scandalo dell’Arizona sull’immigrazione e di proibire la vendita di armi pesanti nelle zone di confine. Richiesta legittima anche quest’ultima, per tentare di ostacolare i potentissimi cartelli messicani della droga che, grazie alle oltre 7.000 armerie disseminate sulla frontiera, sono facilmente in grado di ingrossare i loro arsenali.
La guerra (mal concepita) che lo Stato messicano da 3 anni ha ingaggiato contro i cartelli della droga ha già provocato più di 23.000 morti, aumentando a dismisura il livello della violenza in tutto il paese.

La “mano dura” del governo non è solo rivolta alla repressione dei fenomeni di criminalità. E’ bene ricordare che in Messico esiste anche un altro tipo di violenza: quella praticata dalle stesse istituzioni nei confronti dei movimenti popolari. Fino ad un’epoca recente, essa veniva esercitata con i sequestri, la tortura e la repressione; ora “si applica anche nei processi giuridici contro gli oppositori, come nel caso degli attivisti di Atenco condannati a pene maggiori rispetto a quelle comminate a qualsiasi narcotrafficante o assassino comune.”**   

A Città del Messico, la grande piazza dello Zocalo è diventata teatro della protesta civile di centinaia di membri del sindacato degli elettricisti (SME), da un mese in sciopero della fame. Lamentano la perdita del loro posto di lavoro, in seguito al fallimento dell’azienda parastatale “Luz y Fuerza” che ha portato al licenziamento di 43.000 sindacalisti ed addetti. La strategia del governo di Calderon, simile del resto a quella dei suoi predecessori, è fin troppo evidente: provocare la bancarotta delle aziende statali per aprirle alle privatizzazioni, senza badare alle conseguenze sociali. A pochi metri di distanza, i presidi degli insegnanti provenienti dallo stato di Oaxaca, in rivolta dal 2006 per ottenere condizioni di vita e di lavoro più dignitose; la loro comunità continua a subire la prepotenza delle bande paramilitari controllate dal governo statale del PRI.

Per questi e per molti altri casi di “violenza istituzionale”, il Centenario della Rivoluzione sarà ricordato in Messico come l’anno del trionfo – forse definitivo – della Controrivoluzione.

Andrea Necciai

Note:
* ”La Contrarrevolucion en el poder”, di Gilberto Lopez y Rivas – La Jornada.
** ”Intervista alla giornalista Laura Castellanos”, di Luis Martinez Andrade – El Columnista.

sabato 31 luglio 2010

AlReves: Cile


Shock economy in salsa latina
Il Cile di Pinochet e le “cavie di laboratorio” dei Chicago Boys

Negli ultimi decenni l’America Latina è stata il principale laboratorio di sperimentazione delle cosiddette “terapie di shock”, un insieme di misure economiche “di emergenza” (molto gradite a corporations e multinazionali) che comprendevano privatizzazioni su larga scala e drastici tagli alla spesa sociale. Applicati secondo i paradigmi del “libero mercato”, tutti questi provvedimenti hanno contribuito nel tempo a indebolire e depauperare interi Stati e popolazioni.

In uno dei suoi saggi più letti, il defunto economista Milton Friedman, considerato uno dei padri fondatori della dottrina neoliberista, sembrava aver trovato la panacea per il capitalismo moderno quando affermava che “soltanto una crisi, autentica o supposta, può produrre un cambiamento reale. Quando si produce una crisi, le azioni che si adottano devono dipendere dalle idee dominanti”. E Friedman seppe come sfruttare una crisi “su grande scala” quando, a metà degli anni 70, entrò in contatto con il dittatore cileno Augusto Pinochet.

In quel tragico capitolo della sua storia il Cile, già prostrato dal colpo di stato militare ai danni del governo legittimo del socialista Allende, stava soffrendo un periodo di grave crisi economica dovuto all'iperinflazione. Friedman colse la palla al balzo e raccomandò a Pinochet di imporre una repentina trasformazione dell'economia a base di tagli alle tasse, libero commercio, privatizzazione dei servizi pubblici, drastica riduzione della spesa sociale e deregulation. Il risultato fu la più grande trasformazione capitalista mai realizzata nella storia del Continente (meglio conosciuta come “Rivoluzione della Scuola di Chicago”). Ma le conseguenze furono soprattutto licenziamenti di massa, disoccupazione crescente e aumento delle povertà.

Nel frattempo analoghi processi venivano sperimentati negli stessi anni anche in Brasile, Uruguay ed Argentina, sempre contando sull’aiuto dei “cervelli” dell'Università di Chicago e sotto l’ala protettrice delle dittature militari. Vale la pena ricordare che queste importanti riforme economiche, messe in atto per il bene dei paesi “cavia”, venivano propinate alle popolazioni interessate con l’ausilio di terapie invasive in molte sale di tortura sudamericane, e grazie al meticoloso lavoro di soldati e poliziotti addestrati negli Stati Uniti.

Negli anni 80 e 90, epoca in cui le dittature lasciarono lentamente spazio a fragili democrazie, l'America Latina non riuscì lo stesso a sfuggire alla “dottrina dello shock”. Anzi, nuove crisi prepararono il terreno ad un'altra sfilza di “terapie d’urto” di stampo liberista: il problema dell'indebitamento agli inizi degli anni 80, seguito da un'ondata di iperinflazione e dal crollo dei prezzi delle materie prime, dalle cui esportazioni - del resto - dipendono ancora oggi molte economie della regione.

In Cile, malgrado dal 1990 sia in corso un singolare processo di transizione alla democrazia, “i dirigenti della Concertacion para la Democracia, la coalizione formata da democristiani, radicali e socialisti post Allende, avevano negoziato con la dittatura il ritorno ad una normalità democratica vigilata da Pinochet. Conosciamo alcuni dei diktat della dittatura: il modello economico imposto con successo a forza di sangue e terrore non doveva essere toccato; la costituzione fatta dal dittatore per garantire l’egemonia delle forze armate sulla società civile non doveva essere riformata; la sinistra sarebbe rimasta ai margini della partecipazione politica e si sarebbe continuato a stigmatizzare qualsiasi forma di dissidenza dal modello economico liberista, perché la nuova democrazia cilena era questo, un prodotto della nuova situazione di mercato. Tutta la vita sociale, culturale e politica doveva essere funzionale al modello economico.”*

In virtù di questi trascorsi, è logico ritenere che la rivolta contro il neoliberismo stia concentrando le sue avanguardie proprio in America Latina, dove intere popolazioni, istituzioni e movimenti politici continuano ad opporsi ad un modello economico che mostra sempre più le corde ma che ha ancora la forza di imporsi come sistema dominante.

Come “cavie” del primo laboratorio di shock i popoli latinoamericani hanno impiegato parecchio tempo a comprendere i meccanismi di funzionamento delle politiche neoliberali (e i loro disastrosi effetti); ma ora sembrano aver sviluppato i giusti anticorpi per proteggersi da nuovi, minacciosi venti di crisi. Alla ricerca di sistemi sociali più giusti ed egualitari, molti governi cercano oggi di gettarsi alle spalle - forse definitivamente - i fantasmi di un sistema economico devastante che per decenni ha avuto il solo merito di moltiplicare sofferenze e povertà dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco.

Andrea Necciai

Note
* “Il potere dei sogni” di Luis Sepulveda - TEADUE, marzo 2008.