lunedì 6 maggio 2019

Guida all'Unione Europea

Quando è nato, dove si trova, che poteri ha, come vengono assegnati i seggi: tutto quello che c’è da sapere in vista delle elezioni del 26 maggio.


È formato dai capi di stato o di governo dei paesi dell’Unione europea. Definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione e per molti ha un ruolo paragonabile a quello di un capo di stato.


Coordina le politiche degli stati in alcuni campi ed è composto dai ministri dei governi europei competenti per i temi in discussione.


È l’organo esecutivo dell’Unione e la sua missione è definire e difendere l’interesse generale dei cittadini.


La Banca centrale europea amministra la politica monetaria della zona euro. Il suo compito principale è controllare l’offerta di moneta e l’inflazione fissando i tassi d’interesse a cui concedere prestiti alle banche dell’eurozona.


L’euro è la moneta ufficiale di 19 paesi dell’Unione europea, che compongono la cosiddetta eurozona. In totale, è usato come moneta principale da almeno 340 milioni di persone.


Il mercato unico è uno spazio in cui è garantita la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi. È uno degli obiettivi primari dell’integrazione europea. 



Guida all’Unione europea, a cura di INTERNAZIONALE
Una serie di articoli che spiegano come funzionano le istituzioni dell’Unione europea
in vista delle elezioni del 26 maggio 2019


sabato 20 aprile 2019

La condizione giovanile in Italia

Il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo edito da Il Mulino, giunto nel 2017 alla quarta edizione, è diventato in questi anni un solido punto di riferimento sulla complessa e dinamica realtà giovanile.
Oltre all’aggiornamento annuale sulle scelte formative, sui percorsi lavorativi, sulla progettazione di una propria famiglia, su valori, aspettative e atteggiamento verso le istituzioni delle nuove generazioni, il Rapporto 2017 contiene tre focus dedicati ad altrettanti temi chiave:  il primo riguarda lo scenario post Brexit e le possibilità di rilancio di un processo in grado di superare nuovi timori e vecchi confini. Il secondo, dedicato alle nuove tecnologie di comunicazione e ai social network, analizza come stia mutando quantitativamente e qualitativamente il loro uso e quale sia l’impatto di tale mutamento sulla vita sociale e relazionale. Il terzo, infine, riguarda le condizioni di vulnerabilità e disagio, con un’analisi sia dell’aspetto emotivo sia di quello comportamentale, in connessione con il contesto familiare, sociale ed educativo.
Il filo rosso che unisce i vari capitoli è il racconto di una generazione in equilibrio precario tra rischi da cui difendersi e opportunità a cui tendere, penalizzata da freni culturali e istituzionali che non permettono una piena valorizzazione di potenzialità troppo spesso misconosciute e sottoutilizzate.
In libreria si può acquistare il nuovo volume di Rapporto giovani edito da il Mulino.

Cinque argomenti chiave del Rapporto Giovani sono presentati da cinque brochure tematiche in formato pdf:
Che cosa è il Rapporto Giovani
I giovani e la famiglia
I giovani e la scuola 
I Neet 
I giovani e i social

 

I dati proposti in questa pagina sono stati estratti dal volume
“La Condizione Giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2017”

 


 

mercoledì 17 aprile 2019

Economia circolare, la sostenibilità come modello di sviluppo

Il sistema economico attuale, ovvero produrre senza alcun riguardo per le materie prime, per il loro utilizzo non condiviso e per lo smaltimento selvaggio degli scarti (c.d. sistema lineare), figlio della rivoluzione industriale, è giocoforza sempre più inefficiente e costoso, sia per l’ambiente, che per i cittadini-consumatori e per le imprese.
Le parole chiave del modello lineare sono “prendi, produci, getta” (Take, Make, Dispose).
Ma è possibile sostituirlo?
Sì, attraverso l’applicazione del modello dell’economia circolare basato sulle famose tre “R” (Reuse, Reduce, Recycle):  
ridurre (gli imballi dei prodotti, gli sprechi di materie prime, eccetera), riusare (allungando il ciclo di vita dei beni) e riciclare (gli scarti non riutilizzabili).
Nell’economia circolare i prodotti sono pensati per avere una nuova vita grazie alla riparazione, alla ricostruzione, alla trasformazione o al riutilizzo come nuove risorse per altri prodotti.
L’economia circolare può creare un modello di sviluppo completamente nuovo. Proficuo, in quanto riduce gli sprechi. Riuso, riciclo e recupero sono le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformano da problema in risorsa.
Uno studio della Ellen McArthur Foundation (centro di ricerca sull’economia circolare) evidenzia come, solo in Europa, l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, può dare una spinta al Pil (il prodotto interno lordo, vale a dire la ricchezza) di circa 7 punti percentuali addizionali, può creare nuovi posti di lavoro e incrementare del 3% la produttività annua delle risorse.

Lo scenario europeo: verso una UE più sostenibile

Il 2 dicembre 2015 la Commissione Europea adottò un ambizioso pacchetto sull’economia circolare composto da un piano d’azione con misure relative all’intero ciclo di vita dei prodotti: dalla progettazione, all’approvvigionamento, alla produzione e al consumo fino alla gestione dei rifiuti e al mercato delle materie prime secondarie.
“La creazione di un’economia circolare in Europa costituisce una priorità fondamentale per questa Commissione – ha detto il primo vicepresidente Frans Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile – Siamo in procinto di chiudere il cerchio di progettazione, produzione, consumo e gestione dei rifiuti per creare un’Europa verde, circolare e competitiva”.
Il passaggio a un’economia più circolare rappresenta una parte significativa degli sforzi della Commissione, al fine di modernizzare e trasformare l’economia europea, orientandola verso una direzione più sostenibile. L’economia circolare offre alle imprese la possibilità di realizzare vantaggi economici considerevoli e di diventare più competitive. Consente di realizzare significativi risparmi di energia e benefici per l’ambiente, crea posti di lavoro a livello locale e offre opportunità di integrazione sociale ed è strettamente correlato alle priorità dell’UE in materia di posti di lavoro, crescita, investimenti, agenda sociale e innovazione industriale.

Lo scenario italiano: consumatori sempre più sensibili
In Italia, negli ultimi anni, è cresciuta la sensibilità sul fronte dei rifiuti: secondo stime del Conai nel 2018 il tasso di riciclo salirà al 68,7%, mentre circa l’11,8% sarà avviato al recupero energetico. Significativi risultati anche per carta e cartone, per cui ad oggi l’80% viene riciclato, secondo i dati del consorzio Comieco. Sono 540mila, invece, le tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica riciclati nel 2015.
Anche i consumatori italiani, d’altra parte, si stanno orientando verso una maggiore sensibilità e sostenibilità. Negli ultimi anni la percentuale di sprechi alimentari si è ridotta sensibilmente, passando da circa il 15% della spesa al 5%, per un controvalore economico di circa 265 euro l’anno a famiglia. La riduzione degli sprechi evidenzia come i consumatori tendano sempre di più a investire maggiormente sulla qualità dei prodotti, cercando nuove e più vantaggiose forme di risparmio, privilegiando aspetti quali la sostenibilità del prodotto o dell’azienda produttrice. E’ un passo deciso verso un consumo più responsabile e sostenibile, rispettoso dell’ambiente e dei lavoratori.

La consapevolezza è che il modello lineare di crescita economica, basato sul “take-make-dispose” non è più un modello adatto all’attuale società del mondo globalizzato, trattandosi di un modello molto dispendioso per una realtà fatta di risorse limitate.

Il Piano di Azione della Commissione sull’economia circolare propone misure per intervenire su ogni fase di vita di un prodotto: dal materiale grezzo, alla sua produzione, al suo consumo e infine ai rifiuti che ne derivano.
Nel 2018 è stato adottato un secondo pacchetto di misure, con particolare attenzione alla plastica e ai rifiuti. La Commissione ha anche proposto l’adozione di una Direttiva contro la plastica monouso e il materiale da pesca.
Nel documento pubblicato dalla Commissione, si può leggere quanto in questi anni è stato fatto sul tema. 
A favore dell’innovazione e gli investimenti nell’economia circolare sono stati messi a disposizione più di 10 miliardi di € per il periodo 2016-2020, oltre ad una piattaforma di supporto che emana raccomandazioni per progetti sull’economia circolare.
Per combattere i rifiuti in mare è stata adottata la prima politica europea sulla plastica per il riutilizzo della stessa, ponendo l’obiettivo del 55% di plastica riciclata entro il 2030.
Ci sono stati interventi sui rifiuti con un quadro legislativo entrato in vigore a luglio 2018, in cui sono fissati molti parametri sulla gestione dei rifiuti.
Allo stesso modo si è intervenuti sul riutilizzo dei rifiuti, dando una seconda vita ai materiali grezzi.
Altro tema affrontato è quello dello spreco del cibo, intervenendo ad ogni livello della catena della distribuzione alimentare. È stata messa in piedi una piattaforma sullo spreco e sulla perdita di cibo.


Nel 2018 è stata adottata una strategia sulla Bioeconomia, con 14 azioni concrete da portare avanti.
Sono stati portati avanti molti interventi, dunque, interventi che necessitano di essere continuamente monitorati, per questo è stato anche pubblicato il Monitoring Framework of Indicator for the Circular Economy


Per maggiori informazioni:
Comunicato stampa della Commissione
Fonti:
www.europa.eu
www.adocnazionale.it
www.apiceuropa.com

sabato 23 marzo 2019

"Non dirò il suo nome". Il discorso di Jacinda Ardern

Pubblichiamo il discorso che Jacinda Ardern, premier neozelandese, ha pronunciato in Parlamento, nel suo primo intervento in Aula dopo l’attentato di venerdì scorso a Christchurch, in cui un terrorista ha ucciso 50 musulmani in due moschee.



Signor presidente,
salam alaikum,

signor presidente, il 15 marzo è un giorno che rimarrà impresso per sempre nella nostra memoria collettiva. In un tranquillo venerdì pomeriggio, un uomo ha fatto irruzione in un luogo pacifico di culto e ha ucciso cinquanta persone. Quel tranquillo venerdì pomeriggio è diventato il più buio dei nostri giorni. Ma per le famiglie è stato più di questo. È stato il giorno in cui un semplice atto di preghiera, di pratica del loro credo musulmano e della loro religione, ha portato alla perdita delle vite dei loro cari. Quei cari erano fratelli, sorelle, padri e bambini. Erano neozelandesi, sono noi. E poiché sono noi, noi, come nazione, li piangiamo. Sentiamo un forte obbligo nei loro confronti. E, signor presidente, abbiamo tanto bisogno di dire e di agire.

Uno dei ruoli che non ho mai previsto di avere, e sperato di non avere mai, è quello di esprimere il dolore di una nazione. In questo momento, è stato secondo soltanto al dovere di garantire assistenza a chi è stato colpito e sicurezza a tutti. E in questo ruolo, voglio parlare direttamente alle famiglie. Non possiamo conoscere il vostro dolore, ma possiamo accompagnarvi in ogni vostro passo. Possiamo. E lo faremo, vi circonderemo di aroha e manaakitanga (in Maori aroha è amore e manaakitanga viene tradotto con ospitalità ma indica l’atto di dare il benvenuto e di condividere le proprie cose, ndr) e di tutto ciò che ci rende noi, noi. I nostri cuori sono pesanti ma il nostro spirito è forte. 

Signor presidente, 6 minuti dopo che con la chiamata al 111 è stata allertata la polizia, la polizia era sul posto. L’arresto in sé non è stato niente di meno che un atto di coraggio. Due ufficiali della polizia hanno speronato il veicolo dal quale l’assalitore continuava a sparare. Hanno aperto la portiera della macchina – dentro c’era dell’esplosivo – e lo hanno tirato fuori. So che tutti noi desideriamo dare atto alle forze dell’ordine del fatto che con le loro azioni mettono la sicurezza dei neozelandesi al di sopra della loro, e per questo li ringraziamo. Ma non sono stati gli unici a mostrare un coraggio straordinario. Naeem Rashid, originario del Pakistan, è morto dopo essersi gettato addosso al terrorista per togliergli la pistola. E’ morto cercando di salvare coloro che stavano pregando al suo fianco. Abdul Aziz, originario dell’Afghanistan, ha affrontato il terrorista armato dopo aver afferrato la prima cosa che gli è capitata a tiro, un semplice pos. Ha messo a repentaglio la propria vita e senza dubbio ha salvato quella di molti altri con il suo coraggio altruista.

Ci saranno innumerevoli storie, alcune delle quali non conosceremo mai, ma a ciascuna, vogliamo mostrare riconoscimento qui, in quest’Aula. Per molti di noi il primo segno della portata di questo attacco terroristico sono state le immagini del personale di ambulanza che trasportava le vittime all’ospedale di Christchurch. Ai primi soccorritori, alle ambulanze e agli operatori sanitari che hanno assistito e che continuano ad assistere coloro che sono stati feriti: vogliate accettare il sentito ringraziamento di tutti noi. Ho visto con i miei occhi la vostra cura e la vostra professionalità di fronte a sfide straordinarie. Siamo orgogliosi del vostro lavoro e incredibilmente grati.

Signor presidente, se lei permette, mi piacerebbe parlare di alcune delle misure attualmente in vigore, in particolare per garantire la sicurezza della nostra comunità musulmana e, più in generale, la sicurezza di tutti. Come nazione, restiamo in allerta. Anche se al momento non c’è una minaccia specifica, stiamo mantenendo alta la guardia. Sfortunatamente, come abbiamo visto in paesi che conoscono gli orrori del terrorismo più di noi, c’è spesso uno schema di tensione e azioni in crescendo nelle settimane successive, il che significa che abbiamo bisogno di controllare e vigilare.

Abbiamo aumentato la presenza delle forze di sicurezza, ancora in corso a Christchurch, e come indicato dalla polizia, continuerà a esserci presenza di polizia nelle moschee in tutto il paese mentre le loro porte sono aperte. Quando saranno chiuse, la polizia resterà nelle vicinanze. C’è un’enorme attenzione nel garantire che i bisogni delle famiglie vengano soddisfatti. Questa deve essere la nostra priorità. È stato allestito un centro di assistenza sociale vicino all’ospedale di Christchurch per assicurarsi che le persone sappiano dove rivolgersi. I visti per i familiari all’estero sono una priorità in modo che possano partecipare ai funerali. I costi funerari sono coperti e ci siamo mossi rapidamente per garantire che siano inclusi i costi di rimpatrio per i familiari che vorrebbero portare i loro cari via dalla Nuova Zelanda. Stiamo lavorando per fornire assistenza psicologica e sociale. Il numero 1737 ha ricevuto circa 600 messaggi o telefonate.

In media durano circa 40 minuti e incoraggio chiunque abbia bisogno di contattare e utilizzare questi servizi. Sono lì per voi. Abbiamo anche previsto un servizio di traduzione per tutti quelli che ne avranno bisogno: a chi lavora a questo centro, grazie. I nostri servizi di intelligence stanno raccogliendo informazioni aggiuntive. Come in passato, le stiamo prendendo in grande considerazione. So, signor presidente, che ci sono stati molti e giusti interrogativi sul perché questo attacco sia stato fatto proprio qui, in un luogo che è orgoglioso del suo essere aperto, pacifico e vario. C’è rabbia per il fatto che è accaduto qui. Ci sono molte domande che ancora devono trovare risposta e posso assicurarvelo: daremo le risposte. Ieri il governo ha deciso di aprire un’inchiesta sui fatti che hanno portato al 15 marzo. Analizzeramo quello che sapevamo, quello che avremmo dovuto sapere e quello che avremmo potuto sapere. Non possiamo permettere che accada di nuovo.

Per garantire la sicurezza ai neozelandesi dobbiamo esaminare con grande franchezza la nostra legge sulle armi. Come ho già detto, questa legge deve cambiare. Il governo si è riunito ieri e ha stilato alcuni principi guida, settantadue ore dopo l’attentato. Prima che ci rivedremo, lunedì prossimo, annunceremo le nostre decisioni. Signor presidente, c’è una persona al centro di questo atto di terrorismo contro la nostra comunità musulmana in Nuova Zelanda. Un uomo di 28 anni, cittadino australiano, è stato accusato di omicidio. Seguiranno altri capi di imputazione. Dovrà affrontare tutta la forza della legge della Nuova Zelanda e le famiglie delle vittime avranno giustizia.
Cercava di ottenere molti risultati dal suo atto di terrorismo, e uno di questi è la notorietà. Per questo, non mi sentirete mai pronunciare il suo nome. È un terrorista. È un criminale. È un estremista. Ma quando parlo sarà senza nome. E imploro tutti voi e tutti quanti: pronunciate forte il nome di chi è rimasto senza vita, non quello di chi gliel’ha tolta, la vita. Forse cercava notorietà, ma noi in Nuova Zelanda non gli daremo nulla. Nemmeno il suo nome.

Signor presidente, guarderemo anche al ruolo dei social media e a quel che possiamo fare, anche a livello internazionale e all’unisono con i nostri alleati. Non c’è dubbio che le idee e il linguaggio della divisione e dell’odio esistono da decenni, ma come si distribuiscono, gli strumenti della loro organizzazione, questi sono elementi nuovi. Non possiamo semplicemente rilassarci e accettare che queste piattaforme restino così e che ciò che viene scritto su di loro non sia responsabilità del supporto su cui sono scritte. Loro sono l’editore. Non sono soltanto il postino. Non può esistere un caso di solo profitto senza responsabilità. Questo ovviamente non elimina la responsabilità che noi tutti dobbiamo avere come nazione, per combattere il razzismo, la violenza e l’estremismo. Non ho tutte le risposte adesso, ma dobbiamo trovarle tutti assieme. E dobbiamo agire.

Signor presidente, siamo profondamente grati per tutti i messaggi di cordoglio, sostegno e solidarietà che stiamo ricevendo dai nostri amici in tutto il mondo. E siamo grati alla comunità musulmana mondiale che ci ha sostenuto, e noi ricambiamo il sostegno.
Concluderò ricordando alcune delle molte storie che ci hanno colpito tutti dal 15 di marzo. Ne vorrei citare una, quella di Hati Mohemmed Daoud Nabi. Era un uomo di 71 anni che ha aperto la porta della moschea di Al Noor e ha pronunciato le parole “Salve fratello, benvenuto”. Sono state le sue ultime parole. Ovviamente non aveva idea dell’odio che si trovava dietro a quella porta, ma il suo benvenuto ci dice moltissimo – ci dice che era membro di una fede che accoglieva tutti i suoi membri, che mostrava apertura e gentilezza. L’ho detto molte volte, signor presidente: siamo una nazione di 200 etnie e 160 lingue. Apriamo le nostre porte agli altri e diciamo: benvenuto. E l’unica cosa che deve cambiare dopo quello che è successo venerdì è che questa stessa porta deve rimanere chiusa davanti a quanti professano odio e paura.

Sì, la persona che ha commesso quegli atti non era di qui. Non è stato cresciuto qui. Non ha trovato qui la sua ideologia, ma questo non significa che altri che la pensano allo stesso modo non vivano qui. Come nazione, io so che desideriamo fornire tutto il sostegno che possiamo alla nostra comunità musulmana nella sua ora più buia. Lo stiamo facendo. La montagna di fiori che giace alle porte delle moschee in tutto il paese, i canti spontanei davanti ai cancelli. Questi sono modi di esprimere amore ed empatia. Ma vorremmo fare di più. Vorremmo che ogni membro delle nostre comunità si sentisse al sicuro. Sicurezza significa essere liberi dalla paura della violenza. Ma significa anche essere liberi dalla paura dei sentimenti di razzismo e odio, che creano un ambiente dove la violenza può prosperare. E ciascuno di noi ha il potere di cambiare le cose. Signor presidente, venerdì sarà una settimana dall’attacco. I membri della comunità musulmana si riuniranno per la preghiera quel giorno. Condividiamo il loro lutto. Sosteniamoli mentre si riuniscono e pregano. Siamo una cosa sola, noi e loro.

A San Ferdinando si muore ancora

Un bracciante è morto carbonizzato in una tenda dello Stato, ma nessuno si scandalizza...

Si chiamava Sylla Noumo, aveva 32 anni, ed era originario del Senegal. È lui il migrante morto carbonizzato nella notte tra il 21 e il 22 marzo nella nuova tendopoli di San Ferdinando.
“Per ogni migrante abbiamo stabilito un posto dove andare, in parte nella nuova tendopoli, nella maggior parte nei Cas e negli Sprar. L’obiettivo più importante, cioè di superare la baraccopoli, un’idea evocata da tanti, si sta pacificamente e serenamente realizzando. Questo è sotto gli occhi di tutti”, lo diceva il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, nel giorno dello sgombero della vecchia tendopoli, a inizio marzo 2019.
Uno sgombero che doveva servire per smantellare una situazione di disagio e di rischio per i tanti braccianti stipati tra baracche di fortuna e sfruttati nei campi ortofrutticoli della piana di Gioia Tauro.
La baraccopoli era stata sgomberata meno di due settimane fa in seguito alla morte di Moussa Ba, senegalese di 29 anni, anche in quel caso per un incendio divampato nell’accampamento.
Ma si moriva nella vecchia baraccopoli e si muore nella nuova tendopoli, dopo uno sgobero voluto e attuato per far sì che fatti così gravi non potessero più accadere.
E invece il fuoco divampa ancora, la sicurezza – tra le tende che portano a caratteri cubitali la scritta “ministero dell’Interno” – è ancora un ideale lontano.
Al blu di quelle tende, che a detta della Prefettura dovevano essere ignifughe, si alterna la voragine nera che ha divorato il corpo di Sylla Noumo.
Il trentaduenne era stato trasferito nella nuova struttura a seguito dell’abbattimento della baraccopoli. Il cadavere completamente carbonizzato di Sylla Noumo è stato rimosso e la bara è stata posta all’interno di un mezzo funebre e portata all’esterno della struttura da dove sarà condotta in obitorio.
Un centinaio circa di migranti, ospitati nella nuova tendopoli, si sono raccolti in silenzio ponendo le loro mani sopra al mezzo funebre quasi come per accompagnarne l’addio.
Al 5 marzo scorso, la presenza stimata di immigrati nella baraccopoli era di 1.592 persone. Di queste, 200 sono state trasferite negli ex Sprar e Cas, circa 460 si sono spostate volontariamente e 900 hanno trovato sistemazione nella tendopoli che era vigilata e attrezzata.
Come spiegano dal collettivo Mamadou – che segue e monitora la situazione all’interno del ghetto e fuori – polizia e vigili del fuoco presidiano la nuova tendopoli, eppure non si è riusciti a impedire una nuova tragedia, che appare ancora più grave poiché consumatasi un luogo allestito e voluto dalle istituzioni.
“Nell’area ci sono 848 persone in uno spazio che potrebbe ospitarne 400. Quanto accaduto era prevedibile. La protezione civile è scomparsa dopo aver inizialmente distribuito dei pasti. Quando hanno montato le tende, hanno detto che erano ignifughe. Il precedente sgombero non è servito per trovar la casa a questi ragazzi ma per spostarli di 50 metri”, commentano dal collettivo.
“Siamo addolorati per la morte di una persona a San Ferdinando: se fosse successo nella baraccopoli abusiva il bilancio poteva essere ben più pesante”, ha nel frattempo dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Eppure una tragedia si è ugualmente consumata, lì dove non doveva accadere.
Questa mattina il prefetto di Reggio Calabria ha convocato a San Ferdinando il Comitato per la Sicurezza, alla presenza del procuratore di Palmi.
“Teniamo alta l’attenzione: al Comune di San Ferdinando abbiamo appena riconosciuto 350mila euro per gestire la situazione post-sgombero. L’auspicio è incrementare sempre di più controlli, legalità e assistenza per evitare sfruttamento, degrado e tragedie”, ha aggiunto Salvini.

Più volte la baraccopoli è stata teatro di incendi scatenati dai fuochi accesi per scaldarsi durante la notte o per dolo, come avvenne il 27 gennaio 2018 quando perse le vita una 26enne nigeriana, Becky Moses, vittima di un incendio doloso che portò anche al fermo di una donna straniera che avrebbe agito per gelosia. Il 2 dicembre 2018 toccò a Surawa Jaith, un gambiano che non aveva ancora compiuto 18 anni. Il 16 febbraio scorso la morte di Moussa Ba, un senegalese di 29 anni.
Questa volta sembra l’origine dell’incendio non sia legata a fuochi accesi per il freddo, ma si tratti di un corto circuito. La scientifica è sul posto per accertamenti.
“Lo sgobero del 2019 è sempre legato ai morti negli ultimi 11 mesi. Adesso lì ci sono 850 persone. Le condizioni di vita sono impensabili: hanno creato questa nuova area riducendo lo spazio vitale”, spiegano dal collettivo.
“L’impressione è che ci siano più attori intenzionati a mantenere lo status quo: far raccogliere le arance in condizioni di necessità e ricatto”.