venerdì 13 gennaio 2012

COMBAT BOOK

Tassati, mazziati, indignati
I libri di rivolta contro l'agonia italiana

di Maria Rosaria Iovinella

Una buona protesta ha i suoi libri e i suoi intellettuali di riferimento. Lo dimostrano i colleghi statunitensi degli indignados italiani, puntellati in pubblico e sui media da intellettuali come Cornel West, Slavoj Zizek e Joseph Stiglitz.
Pensate che a ispirare la rivoluzione contro Wall Street siano Stéphane Hessel e simili? Errore. Tra i miti intellettuali della rivolta americana c'è per esempio un libro del 2007, Lost People: Magic and the Legacy of Slavery in Madagascar, scritto dall'antropologo David Graeber, che analizzava la coesistenza di nobili e schiavi nella comunità di Betafo, in Madagascar.
La protesta nordamericana è accademicamente alta e chiama in causa i migliori studi di genere. E noi italiani? Indigniamoci altrettanto, ma senza populismi, con la conoscenza critica dei problemi e degli argomenti con cui inchiodare un sistema logoro, che ha perso la capacità di rispondere alla domanda di cambiamento del Paese.
Ecco 10 libri sul tema scelti per voi da Lettera43.it

10. Tre pezzi facili sull'Italia

Per indignarsi meglio e di più, tanto vale superare l’urgenza puntuale dei problemi e contestualizzare i motivi del malessere. I mali dell’Italia, ristagno economico in primis, partono da molto lontano, cioè da quella stagione politica che l’avvento diSilvio Berlusconi nel 1994 ha interrotto senza sanarne le ferite.
Michele Salvati, economista e politologo, è tornato indietro alle radici del pesante deficit di riforme strutturali e del debito pubblico per argomentare le origini delle difficoltà attuali. La gravità di quel lascito della Prima Repubblica è stata sottovalutata colpevolmente anche nell’ultimo decennio ma, nel momento della furia contro il Palazzo, è giusto non confondere in maniera acritica colpe, mali e omissioni. Di interesse, nel volume, è anche la riflessione sulle anomalie del sistema politico e sulla qualità della democrazia in Italia.
Michele Salvati, Tre pezzi facili sull’Italia, Il Mulino, 136 pagine, 14 euro

9. La zavorra

Nemmeno il mito del federalismo come paradigma di efficienza da applicare a tutto il Paese uscirebbe indenne dall’attuale stagione della contestazione pubblica. Leggere per credere l’inchiesta di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria che esamina il federalismo alla siciliana, ovvero la più avanzata forma di autonomia in materia di tasse, personale, urbanistica e ordine pubblico.
Migliaia di geometri e ingegneri assunti per non attuare le pratiche di sanatoria; un parlamentino dove gli onorevoli guadagnano quanto i senatori della Repubblica; funzionari amministrativi in pensione anticipata anche con meno di 25 anni di servizio.
La Sicilia come metafora di un discorso più ampio. Difficile è infatti sottovalutare un sistema che, con il mito del decentramento, ambisce spesso alla disinvolta gestione degli emolumenti e alla duplicazione di quei privilegi per combattere sulla carta i quali abbaia contro il potere centrale.
Enrico Del Mercato, Emanuele Lauria, La zavorra, Laterza, 156 pagine, 14 euro

8. Tassati e mazziati

Perfetto combat book ai tempi della manovra lacrime e sangue quello di Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre.
Cifre da capogiro, in materia di tasse, per l’Italia che secondo l'Ocse è al quinto posto tra quelli industrializzati che pagano più imposte: 46,9%. L’amarezza sulle tasse dirette (657 miliardi di euro, pari mediamente a 43,2 euro per ogni 100 prodotti) diventa furia pensando a quelle indirette o occulte: l'Iva per gas ed elettricità è calcolata sulle accise; Tarsu e Tia, per i rifiuti, hanno a loro volta una tassa ulteriore di accompagnamento; l'Iva sul prezzo dei carburanti è altresì calcolata sul valore delle accise.
E il tax freedom day, il giorno dell' anno in cui la nostra paga non risente dei prelievi fiscali? Se nel 2000 giungeva il 5 giugno, oggi arriva il 25. A conti fatti, sono 20 giorni dopo. Un libro di pregio, ben argomentato che spegne definitivamente anche il mito politico di governi che amano tassare il popolo e altri che non metterebbero mai «le mani nelle tasche dei cittadini».
Giuseppe Bortolussi, Tassati e mazziati, Sperling & Kupfer, 178 pagine, 16,50 euro

7. L'assedio. La Costituzione e i suoi nemici

Il Palazzo è sotto assedio? La classe politica subisce più o meno lo stesso trattamento che riserva alla Costituzione. La carta dei nostri padri fondatori è troppo spesso vilipesa o ignorata. O, peggio ancora, forzata nei suoi aspetti fondamentali, come il famoso riferimento all’immunità parlamentare.
Michele Ainis, costituzionalista, ha passato in rassegna le prassi incostituzionali, i tentativi di «controriforme», gli assedi volti a sovvertire i valori costituzionali e la più generale lacerazione che separa sempre di più i nostri rappresentati dallo stesso patto civile sul quale giurano.
Il saggio, certo, favorisce l’indignazione, ma paradossalmente ci dice anche che tutto quello che serve per far funzionare il Paese è già nero su bianco, da moltissimi anni.
Michele Ainis, L’assedio. La Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 271 pagine, 15 euro

6. Regole

Pensate che in Italia ci siano troppe regole che limitano anche il potenziale economico della nazione? Esatto, ma non è questa la chiave di tutto. Le norme ci sono ma sono sbagliate e nascondono un’incomprensione di fondo che Roger Abravanel, manager e consulente, e Luca D’Agnese, che ha a sua volta trascorsi manageriali, hanno ben spiegato in questo volume: non è l’assenza di regole a favorire il mercato, ma la presenza delle stesse.
Eppure da noi, un’ideologia di fatto anticapitalista frena da 40 anni il Paese, impedendo di capire che lo Stato è fondamentale per regolare tutte le transazioni, anche quelle che incarnano il meglio del laissez-faire. Una disamina interessante, che non si limita a denunciare, ma propone anche le alternative, in campi sensibili come l’università e la scuola.
All’insegna di una morale valida anche nei tempi bui che viviamo: il rispetto delle leggi non è solo bello, ma utile, perché conviene.
Roger Abravanel, Luca D’Agnese, Regole, Garzanti, 367 pagine, 18,60 euro

5. Sotto la pelle dello Stato. Rancore, cura, operosità

La stagione dell’indignazione prima o poi è destinata a passare. Ma quali sono i soggetti deputati al rilancio del Paese e da quali basi può partire la rinascita? Aldo Bonomi, sociologo insigne, ha tracciato il ritratto di uno Stato lacerato, dove anche il territorio si polarizza in comunità dai comportamenti eterogenei e conflittuali.
Cosa resta, dopo una lunga stagione politicamente violenta, che ha spesso diviso gli italiani tra rancorosi, populisti e giustizialisti? Per lo studioso sono i soggetti che operano nel campo della comunità di cura (le professioni dell’inclusione sociale e della cura, l’insegnamento e la giustizia) a poter creare una massa critica positiva che può ridare slancio e futuro anche a chi ora vive il grande autunno dello scontento.
I comportamenti collettivi, insomma, vanno ripensati, ma a patto che l’operosità prevalga sui rancori, anche quelli generati da invidia sociale.
Aldo Bonomi, Sotto la pelle dello Stato. Rancore, cura, operosità, Feltrinelli, 187 pagine, 14 euro

4. In nessun paese. Perché sui diritti dell'amore l'Italia è fuori dal mondo

Tasse, fisco, lavoro sono ottimi motivi per provare rabbia in Italia. Ma il futuro di un Paese passa anche dalla partita dei diritti, in particolare quelli legati alle norme contro l'omofobia e le discriminazioni. Per non parlare delle coppie di fatto, una realtà ormai consolidata, ma ancora esclusa da importanti scelte legislative.
Gli autori, tra cui il vicepresidente del Partito democratico Ivan Scalfarotto, hanno affrontato un tema scottante, quello del diritto all’amore, in un Paese che fa ancora troppe distinzioni tra cittadini di serie A e di serie B, per motivi ideologici e religiosi. Gli stessi che una sana indignazione deve mettersi alle spalle, perché la felicità è il vero diritto universale, anche in Italia.
Ivan Scalfarotto, Sandro Mangiaterra, In nessun paese. Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo, Piemme, 219 pagine, 17,50 euro

3. Ribelliamoci. L'alternativa va costruita

Rottamare i grandi vecchi fa parte di un processo comune ai movimenti degli indignados mondiali. Ma occhio alle dovute distinzioni, soprattutto se si parla di una colonna della politica e della cultura italiana come la 'rossa' Luciana Castellina.
Proprio come il collega francese Stéphane Hessel, che pure ha undici primavere in più, in questo libro Catellina ha richiamato giovani e non a una ribellione responsabile che trova fondamento in un ideale passaggio di testimone, quello dell’impegno civile.
L'intellettuale e scrittrice si chiede anche se, a furia di dichiarare morte le grandi ideologie, non si sia perso di vista un potente motore che le stesse alimentavano: la riforma complessiva del soggetto umano. Un invito a superare i singoli 'ismi', ma senza perdere la loro spinta utopica.
Luciana Castellina, Ribelliamoci. L’alternativa va costruita, Aliberti, 79 pagine, 7,90 euro

2. Licenziare i padroni?

Nell'autunno caldo in cui si torna a parlare di licenziamento senza giusta causa, il titolo è di sicura presa. Ma quando i capitani di industria italiani avrebbero meritato il siluramento? Secondo Massimo Mucchetti, quando negli anni Novanta non colsero l’occasione per svoltare in tema di mercato, trasparenza, concorrenza, preferendo continuare in un capitalismo vecchio, che preferiva la speculazione finanziaria all'innovazione e allo sviluppo.
Il saggio del giornalista del Corriere della Sera, scritto nel 2003, ha ancora il pregio di illuminare i mali di un Paese dove troppi padroni hanno guardato al loro tornaconto, senza investire in una crescita di cui avremmo beneficiato tutti. E che oggi quindi, non possono reclamare con disinvoltura il diritto al licenziamento facile o a una flessibilità non garantita, senza aver paura di conseguenze violente e anacronistiche.
Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli, 249 pagine, 7,50 euro

1. Contro i giovani. Come l'Italia sta tradendo le nuove generazioni

Il Paese che ha rovinato i suoi giovani, sui quali gravano già alla nascita migliaia di euro di debito pubblico e pensionistico, ora è costretto a ricredersi sugli anni passati a pagare pensioni di invalidità spesso fasulle, a creare posti pubblici spesso inefficienti, a concedere pensioni di anzianità definite baby, quasi per ironia.
Ora che il futuro di tutti appare ipotecato, il tempo per riflettere è ormai agli sgoccioli. Eppure Tito Boeri e Vincenzo Galasso invitano i quarantenni a imboccare la strada delle riforme nel mondo del lavoro, delle professioni, dei servizi e del welfare, anche per i loro fratelli più giovani. A patto che qualcuno, in alto, faccia finalmente spazio.
Tito Boeri, Vincenzo Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Mondadori 158 pagine, 15 euro

...buona lettura
(consigliato gastroprotettore!)

giovedì 15 dicembre 2011

Riflessioni di un antieconomico


Tutti, da Monti a Berlusconi a Prodi, dalla Confindustria ai sindacati, dai neoliberisti ai neokeynesisti, invocano la crescita. Un mantra, un dogma ossessionate, “il mito fondativo – scrive Franco Cassano in La mitezza del male, Laterza, 2011 – dell’ordine simbolico e dell’immaginario della modernità”. Il rimedio universale alle crisi (finanziaria, produttiva, occupazionale, ambientale, climatica, energetica, alimentare, idrica… sistemica) è la crescita economica. Le differenze tra i diversi attori politici è sul come ottenerla, non sulla sua necessità.  Ma domandiamoci cosa significa crescita oggi, nel contesto del market system, dei modi di produzione capitalistici e della competizione senza frontiere.
Semplice: crescita significa aumentare il volume di denaro in circolazione da spendere poi per salari, investimenti, servizi. Vale a dire, il fantomatico Pil. Il denominatore con cui si misura deficit e debito e ogni altra performance economica. L’usuale indicatore del benessere secondo politici ed economisti.
I modi per ottenere la crescita dei flussi monetari in circolazione sono tre (non mi pare ce ne siano altri, ma sono pronto a imparare nuovi giochi di prestigio dagli economisti): aumentare la produzione di merci commerciabili, stampare moneta, ottenere prestiti. Per un paese periferico come l’Italia temo che tutte tre queste strade siano precluse, che non vi siano più margini di manovra. Per le aziende, produrre sempre di più a prezzi sempre più bassi significherebbe vincere la competizione con le “fabbriche del mondo” low cost di Cindia, da una parte, e con i giganteschi complessi industriali e militari che più investono nell’innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica, dall’altra.
Creare artificialmente liquidità (come fanno Stati Uniti e Gran Bretagna) non è possibile perché, banalmente, non disponiamo più di una moneta e, se lo facesse l’Unione Europea per noi con l’euro, la sua “divisa” verrebbe inevitabilmente svalutata nelle transazioni internazionali. L’ultima strada, l’indebitamento, ovvero quella percorsa fino ad oggi, non ci è più consentita, semplicemente perché non c’è più nessun “investitore” disposto a prestarci denari se non a interessi usurai e chiedendo in pegno cespiti quali i beni demaniali, la gestione dei servizi pubblici e qualsiasi altro “gioiello di famiglia” ancora non privatizzato.
Mi domando, domandiamoci: vale la pena far lavorare di più e più a lungo un numero sempre minore di persone per meno salario e con meno diritti, lasciando senza lavoro i giovani, indebitando chi verrà dopo di noi per generazioni e svendere i patrimoni pubblici per cercare di inseguire la crescita? Cerco di farmi capire dagli economisti usando il loro linguaggio: il calcolo dei costi/benefici generati dalla spirale debito/sacrifici/crescita è palesemente negativo, contro produttivo e peggiora le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. Perseverare nel progetto della crescita economica, cioè nel tentativo di aumentare i flussi monetari dentro questo sistema di mercato, è mera follia devastante, autodistruttiva.
Il tema, quindi, dovrebbe essere non come inseguire la chimera della crescita, ma come prendere atto con realismo e umiltà che siamo già entrati nella post growth economy, in una economia-dopo-la-crescita, che non saranno mai più possibili incrementi esponenziali permanenti (un tot all’anno) del Pil. Chi ce lo fa credere ci inganna sapendo di mentire. Tenta solamente di tenerci soggiogati, di spremerci fino all’ultimo centesimo. Il dramma sociale della Grecia, con 100 mila aziende chiuse e un aumento del 40 per cento dei suicidi nel primo semestre del 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, funziona da monito.
Non c’è possibilità di reversione in una economia governata dalle logiche dei mercati finanziari. Da trent’anni siamo entrati nell’economia del debito che si basa sulla anticipazione di flussi di cassa immaginari, ipotetici ma irrealizzabili. Nel “primo mondo” atlantico, i rendimenti finanziari superano quelli realizzati nell’economia reale. Le rendite superano e surrogano i profitti. Scrive Maurizio Lazzarato (La fabrique de l’homme endetté. Essai sur le candition néolibérale. Editions Amsterdam, 2001. Traduzione in “Alfabeta2”, n.15) che il capitalismo finanziario, il sistema del credito è una vera e propria fabbrica dell’uomo indebitato: “La successione delle crisi finanziarie ha fatto emergere violentemente una figura soggettiva che era già presente, ma che occupa ormai l’insieme dello spazio pubblico: l’uomo debitore”. 
Il governo attraverso il ricatto del debito (onora i tuoi impegni o perderai tutto) crea dipendenza, intossica la società e funziona come dispositivo di schiavizzazione.. Le élites al potere economico-finanziario sono così in grado di dettare la loro legge ai parlamenti: remunerare i capitali, pagare i possessori dei titoli del debito, gli investitori, i proprietari dei capitali finanziari.
L’estorsione del valore del lavoro non avviene più fabbrica per fabbrica, ma attraverso il gigantesco, planetario gioco dei mercati obbligazionari: il “Grande Creditore Universale” che manovra un flusso di denaro dalle 8 alle 12 volte maggiore del Pil mondiale. Le regole si sono rovesciate: sono i crediti a fare i depositi; è la moneta (in eccesso) che drena il risparmio.
Tutti siamo diventati debitori, anche chi non ha il mutuo o non usa la carta di credito, a causa del  debito pubblico contratto dallo Stato, dal Comune, dall’istituto di previdenza, dalla azienda municipalizzata, dalla azienda sanitaria, dalla scuola dove va a studiare il figlio e così via. O paghi (riduzione dei salari, delle pensioni e tagli al welfare) o default; niente lavoro, niente servizi. Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia insieme devono al resto del mondo 3.000 miliardi di euro. Solo l’Italia dovrà vendere più di 30 miliardi di euro di nuovi titoli di stato entro la fine di gennaio per rifinanziare i propri debiti. Non c’è nessuna crescita che possa ripagare questi debiti.
E’ giusto mettere in discussione il rapporto di forza e di potere asimmetrico creditore/debitore (audit e rinegoziazione con congelamento dei debiti,  moratoria dei rimborsi, “default controllato”, titoli sovrani riallocati nelle riserve bancarie ope legis, ecc.) fino a rivendicare il “diritto all’insolvenza” a fronte della esosità dei creditori e gridare – come fanno i movimenti degli indignati in tutto il mondo – “non paghiamo noi i vostri debiti”. Ma serve anche mettere in campo una idea di società post-crescita e post-debito, che possa cioè fare a meno di indebitarsi per investire, per produrre, per lavorare, per usufruire di servizi.
Una società che riesca a liberarsi definitivamente dagli strozzini, dall’intermediazione finanziaria parassitaria priva di scrupoli e di rischi è una società che riesce a superare l’economia debitoria. Una società che riconosca anche nel denaro un bene comune, un bene strumentale neutro. La moneta deve tornare ad essere un mezzo tecnico di servizio utile a facilitare gli scambi equi e fiduciari tra le persone, non una merce con cui ci si possa arricchire ai danni dei produttori. Una società in cui anche i mercati tornino ad essere costruzioni sociali, non templi della religione del dio denaro, nient’affatto “liberi” e meno che mai “naturali”. Vanno sottoposti continuamente a regole che ne finalizzino la funzione al bene delle popolazioni, non il contrario.
Non è vero che non esistono alternative. Forme e modalità di relazioni economiche alternative, fuori mercato, possono essere pensate e già ve ne sono. Basti pensare al lavoro domestico e di cura, all’economia informale in tanta parte del sud del mondo e all’autoproduzione, agli ecosystem service che ci vengono donati gratuitamente dalla natura, alla fruizione collettiva, condivisa e compartecipe dei beni comuni. Serve un benessere senza crescita, un’economia del bastevole che sappia soddisfare i bisogni e i desideri di ciascuno con ciò che si ha a disposizione, senza l’assillo dell’accumulazione, dell’accaparramento delle risorse, senza cadere nelle fauci dei detentori dei titoli di credito.

giovedì 24 novembre 2011

Le battaglie per l’acqua dopo il voto referendario

** Quale relazione fra crisi, politiche europee del patto di stabilità e beni comuni **
di Marco Bersani, il Granello di Sabbia

C’entra la battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua con la crisi e con le politiche monetariste della Banca Centrale Europea?
Moltissimo e per diversi motivi.
Il primo dei quali ha a che fare con la risposta che Governo e poteri forti hanno dato alla vittoria referendaria dello scorso giugno. Consapevoli di aver perso il consenso sociale, preoccupati dell’evidente erosione della catena culturale che per più di due decenni ha legato le persone all’idea del pensiero unico del mercato, Governo e poteri forti hanno rilanciato una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, giustificandola con le risposte da dover dare all’Unione Europea in merito alla riduzione del debito pubblico. La stessa Unione Europea, nell’ormai famosa lettera-diktat, con la quale chiede addirittura modifiche della
Costituzione al nostro Paese, rilancia le politiche liberiste proprio nel senso della svendita del patrimonio pubblico e della messa sul mercato di tutti i beni comuni.
L’operazione ideologica, che sottende a questo perseverare in politiche che sono state la causa stessa della crisi globale, è quella che tenta di far credere, come se fossimo nell’antica Grecia, che esistano nuove divinità impalpabili e inconoscibili - i cosiddetti mercati - che tuttavia provano emozioni: possono dare e togliere fiducia, divenire euforici o collerici, turbarsi. E che alle popolazioni non resti altro che fare continui sacrifici in loro onore, sperando di ingraziarli per suscitare la loro benevolenza o per mitigarne la collera.
Di conseguenza, il voto della maggioranza assoluta del popolo italiano a favore dell’uscita dell’acqua dal mercato e dei profitti dall’acqua non può essere considerato perché cause di forza maggiore, ed indipendenti dalle volontà umane, impongono altre strade e direzioni.

Il secondo motivo sta proprio nella radicalità della battaglia del movimento per l’acqua.
Avendo scelto, con la legge d’iniziativa popolare e con la battaglia referendaria, l’obiettivo strategico di non limitarsi a contrastare le privatizzazioni selvagge cercando di ottenere una riduzione del danno, bensì di disegnare uno scenario di fuoriuscita totale dei beni comuni dalle gestioni attraverso SpA, il movimento per
l’acqua apre nuovi scenari che parlano di nuovo ruolo della fiscalità generale, di necessità di una nuova finanza pubblica, di ridisegno radicale degli enti locali di prossimità, di cultura della democrazia come partecipazione.
Tutti obiettivi che cozzano inevitabilmente con la costruzione di un’Unione Europea che, lungi dall’essere stata pensata come entità politica e culturale, è stata forgiata come spazio monetario con un unico scopo: il consolidamento dei dogmi liberisti, attraverso le politiche della Banca Centrale Europa, finalizzate esclusivamente alla stabilità dei prezzi, all’equilibrio di bilancio e allo stimolo della concorrenza e sottratte, attraverso la totale “indipendenza” dai Governi, a qualsivoglia controllo democratico dei cittadini.
La battaglia per la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni contrata inevitabilmente con il patto di stabilità esterno ed interno, perché è esattamente attraverso questo strumento che si impedisce agli Stati di poter esercitare un ruolo pubblico nell’economia e si costringono gli enti locali al drastico restringimento delle loro funzioni, fino al loro smantellamento definitivo.
Significativa a questo proposito la norma contenuta nell’art. 4 della manovra finanziaria estiva che,  nell’obbligare –nonostante il voto referendario- i Comuni a vendere tutti i servizi pubblici locali, prevede che i ricavi di tali vendite possano essere introitati dai Comuni stessi e spesi per opere che non verranno conteggiate nel patto di stabilità interno (come dire, se vuoi asfaltare una strada o costruire un asilo devi vendere l’acqua o il trasporto pubblico).
Nell’attuale contesto di crisi, ciò che sta succedendo è il trasferimento di un debito del sistema bancario e finanziario agli Stati e da questi ultimi ai cittadini; ovvero, si salvano le banche socializzandone gli oneri e poi si interviene per evitare il default degli Stati con misure di macelleria sociale che mandano in default i
cittadini. Si tratta di una gigantesca trasposizione dal welfare, che aveva caratterizzato, seppur in forme differenti tra loro, tutti i paesi dell’Unione Europea della seconda parte del ‘900, come compromesso sociale tra il capitale e il lavoro, verso un sistema di bankfare, all’interno del quale il ruolo del pubblico diviene
esclusivamente quello di sostenere, a spese dei cittadini, il sistema bancario e finanziario internazionale, causa prima della crisi in atto.
Il risultato è un circolo vizioso grazie al quale il debito degli Stati è notevolmente aumentato proprio grazie al fatto che i governi hanno deciso di accollarsi le perdite del capitale finanziario. 
Ma l’idea di invertire la rotta non sfiora neppur lontanamente i poteri forti politico-economici, tant’è che la linea di “rigore” è stata recentemente rafforzata con alcune misure a livello comunitario, in primis attraverso le sei proposte legislative per il rafforzamento del patto di stabilità, così riassumibili: ulteriore controllo della spesa pubblica, ulteriori restrizioni nei parametri relativi a debito e deficit, obbligo di deposito cauzionale
a garanzia del rispetto delle raccomandazioni, nuove regole di redazione dei bilanci, set di indicatori economici per valutare gli squilibri, ammende in caso di mancato rispetto.
Sono tutte norme conseguenti al nuovo “Patto per l’Euro”, approvato dal Consiglio Europeo il 24-25 marzo 2011 e che prevede obiettivi comuni per tutti i governi, a partire dalla “sostenibilità” della finanza pubblica, con l’ unico scopo di riaffermare il primato dell’impresa e del mercato sui beni comuni, i diritti sociali e del lavoro.  

Che fare, dentro questo quadro?
E’ evidente che per il movimento per l’acqua, dopo la straordinaria vittoria referendaria, si aprono nuovi scenari di lotta. La realizzazione dei risultati referendari, con la ripubblicizzazione di tutte le gestioni dei servizi idrici e la loro gestione partecipativa e senza profitti è senz’altro il primo compito. Da questo punto di vista la mobilitazione per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare da una parte e il lancio della campagna
di “Obbedienza civile” per l’autorganizzazione della riduzione delle tariffe in obbedienza al voto del popolo italiano, sono gli obiettivi immediati. Ma possono essere portati a vero compimento solo se collocati in una mobilitazione più ampia che prenda di petto le politiche monetariste dell’UE e liberi un nuovo ruolo del pubblico nella finanza e nell’economia.

Un primo obiettivo non può che riguardare il debito. Un debito che va studiato ed esaminato attraverso la creazione di auditorie popolari che facciano l’anamnesi dello stesso, ne identifichino le responsabilità e ne propongano la drastica riduzione/ristrutturazione sino al suo non pagamento.

Un secondo obiettivo riguarda il controllo dei capitali finanziari, a partire dall’approvazione della FTT, ovvero la tassa su tutte le transazioni finanziarie, sino alla costruzione di condivise politiche fiscali europee.

Un terzo obiettivo deve diventare l’apertura di un fronte per il superamento del patto di stabilità, cominciando a sottrarre allo stesso tutta la spesa rivolta all’accesso ai beni comuni naturali e sociali e all’erogazione e qualità dei servizi pubblici locali.

Infine, la riapertura di uno spazio nuova di finanza pubblica che preveda la risocializzazione del sistema bancario, a partire dalla ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti, il cui capitale pubblico è immenso, ma tutto orientato alla valorizzazione finanziaria e all’investimento in dannose grandi opere.

Con la vittoria referendaria il movimento per l’acqua ha inserito un fortissimo granello di sabbia negli ingranaggi dell’economia liberista, ora si tratta di costruire percorsi, alleanze e intrecci a livello nazionale ed europeo per arrivare tutte e tutti assieme a ingripparne definitivamente il motore. Aprendo un futuro migliore per tutte e tutti.

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giovedì 27 ottobre 2011

Acqua, Napoli ABC


L'APPROVAZIONE DELLA DELIBERA IN CONSIGLIO COMUNALE A NAPOLI

Addio Arin, ora c'è «Acqua bene comune»

Ufficializzata la trasformazione in azienda speciale
di diritto pubblico. Napoli prima a recepire referendum

NAPOLI - Il Consiglio comunale di Napoli ha approvato la delibera che modifica la società Arin spa per la gestione dell'acqua in un'azienda speciale a carattere totalmente pubblico chiamata Acqua Bene Comune Napoli. Si tratta del progetto di trasformazione della ragione sociale dell'Arin auspicato e caldeggiato a lungo negli ultimi anni da tutti i movimenti civici sull'acqua pubblica. Oggi si è concretizzato. Non a caso in aula oggi erano presenti, oltre all'assessore Alberto Lucarelli delegato ai beni comuni, anche alcuni esponenti delle associazioni di cui sopra, come padre Alex Zanotelli, da sempre attivissimo su questo fronte (nelle foto).
Il Comune di Napoli è il primo a rendere concreta la scelta referendaria di giugno (no ai privati nella gestione del ciclo delle acque).
«GRANDE VALENZA POLITICA» - Soddisfatto il sindaco Luigi de Magistris: «Ringrazio innanzitutto chi per primo ha voluto questo e ha ottenuto questo: il movimento per l’acqua pubblica - scrive su Facebook- Qualche mese fa, quando ancora non ero sindaco, firmai quel referendum perché ne comprendevo la valenza anche politica. Ed infondo stiamo andando anche oltre le intenzioni del movimento per l’acqua pubblica perchè ci stiamo occupando di beni comuni e democrazia partecipativa. L'assessorato ad hoc che abbiamo istituito, solo apparentemente può sembrare non avere diretta incidenza politica, perché privo di “portafogli”, ma invece è l'assessorato con maggiore valenza politica della storia di questa amministrazione comunale».
IL FORUM ITALIANO: ALTRE CITTA' SEGUANO ESEMPIO - Il Forum Italiano dei movimenti per l'acqua e il comitato acqua pubblica Napoli esultano. «Si tratta delle prima effettiva attuazione del voto referendario, e della volontà di 27 milioni di cittadini, in una grande città: a Napoli l'acqua torna pubblica. Si compie il primo, storico, passo verso la ripubblicizzazione del servizio idrico nel nostro paese. Ci aspettiamo adesso che tutte le altre città seguano l'esempio napoletano».

RobinTax Campaign

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Luca