giovedì 1 aprile 2010

AlReves: America Latina


La lunga mano del Mossad
L’impronta sionista nelle “guerre sporche” dell’America Latina

Da qualche tempo in tutto il subcontinente latinoamericano (ma specie in Centroamerica e nei Caraibi) sta operando una nuova e potente “internazionale del terrore”. Più esattamente, si tratta di una zona grigia in cui interagiscono specialisti nelle guerre di bassa intensità, commercianti di armi, apparati dei servizi segreti e di sicurezza statali in stretta collaborazione con contractors privati. Sotto la consueta regia di Washington e con il concorso di tutti questi attori, gli alti comandi degli eserciti alleati possono ora mettere in scena operazioni coperte e di polizia politica molto più efficaci che nel passato; come hanno recentemente dimostrato nell’attuazione del colpo di stato in Honduras (contro un governo eletto democraticamente) e nel soffocare con le armi la resistenza pacifica del suo popolo.
E’ ovvio che azioni di questo genere richiedono un know-how di alta professionalità. Per questo motivo tra tutti gli specialisti del settore si distinguono gli agenti israeliani, in virtù della loro storica esperienza in materia di controinsorgenza e di repressione dei movimenti popolari di opposizione, tanto in Medio Oriente come in America Latina.
Nel caso del golpe honduregno del giugno 2009, il CODEH (Comitato per i Diritti Umani dell’Honduras) ha denunciato ha più riprese che “il regime di Micheletti ha assunto ufficiali israeliani per addestrare l’esercito honduregno all’uso della violenza contro i manifestanti, compreso l’assassinio selettivo, per instaurare il terrore e smantellare la resistenza”, ed informa inoltre che “compagnie di sicurezza private” [leggi “contractors”- ndr] sono direttamente coinvolte nella repressione”.*
A partire dal dopoguerra, l’appoggio militare israeliano alle dittature dell’America Latina ha sempre potuto contare sul contributo determinante dell’”Istituto di Operazioni e Strategie Speciali”, meglio conosciuto come “Mossad”.
Nato nel 1949 come centrale di coordinamento tra i due servizi segreti già esistenti, quello degli “affari interni” e quello dell’ “intelligence militare”, il Mossad ha sempre goduto di un’autonomia pressoché illimitata, “al di fuori di ogni controllo e al di sopra di ogni critica”. Al momento, secondo stime ufficiose, il suo organico conterebbe 1.200 uomini, suddivisi in 8 sezioni (o dipartimenti) tra cui spicca l’ultimo e il più famoso, lo “Special Operation Division”, o “Metsada” in ebraico, “quello a cui sono affidate le missioni più segrete condotte dai katsa, gli agenti operativi sul campo, e portate a termine dai kidon (baionetta), i killer dell'”Istituto”: assassini mirati (condannati da Onu e Amnesty come “esecuzioni extra-giudiziarie”), sequestri, sabotaggi, torture, azioni paramilitari e di guerra psicologica.”**
Negli ultimi 60 anni, la lista delle operazioni (militari, di spionaggio o di polizia politica) gestite dal Mossad è lunghissima, quasi infinita, come la striscia di cadaveri di cui è lastricato il suo cammino che si snoda dal Medio Oriente all’America Latina passando per Africa ed Europa.
Negli anni della Guerra Fredda l’intervento israeliano in Centroamerica vide come protagonisti agenti del Mossad messi al servizio del terrorismo di stato in Honduras e in Guatemala; mentre in Nicaragua si dedicavano all’addestramento e all’organizzazione dei “contras”, i mercenari autori di crimini di guerra tra i più efferati, mandati a combattere contro il paese sandinista una guerra illegittima e mai dichiarata.
C’è lo zampino di Israele anche nel fallito colpo di stato contro il presidente venezuelano Hugo Chavez (aprile 2002). Secondo le inchieste delle autorità venezuelane, l’imprenditore di origine israeliana Isaac Perez Recao, padrone di un’impresa di sicurezza privata ed attivo nel commercio di armamenti, fu individuato come una delle principali menti della cospirazione anti-chavista. Un volta fallito il colpo di stato, fuggì precipitosamente a Miami a bordo di un aereo.
Attualmente si contano un quarantina di società israeliane, collegate direttamente o indirettamente al Mossad, che svolgono attività di compravendita di armi o sistemi d’arma, servizi di spionaggio e di repressione contro movimenti civili e personalità che sostengono i governi più progressisti del Sudamerica. Non a caso queste operazioni si svolgono principalmente in Colombia, Argentina, Brasile, Perù e Paraguay, aree vitali per gli interessi politico-economici di Stati Uniti ed Israele nel teatro latinoamericano.
Una delle principali compagnie è la “Global CST”, “diretta da Israel Ziv e con la quale collaborano ex militari delle alte sfere del Mossad e dello Tsahal. La Global CST opera in Colombia offrendo consulenze all’esercito colombiano e al DAS (la polizia politica colombiana). L’acquisto di armi israeliane da parte delle Colombia, servito per rafforzare l’attività offensiva delle Forze armate [ma molte armi sono finite ai paramilitari colombiani], e avvenuto attraverso sostanziosi contratti promossi dall’esportatore sionista di armi conosciuto come CIBAT, prova di per sé il concorso di Israele nel peggioramento della situazione della regione.”***
In ultimo, non è casuale che persino la guardia del corpo dell’attuale presidente honduregno Porfirio Lobo, oggi a capo del governo-emanazione della dittatura golpista, sia stata affidata ad un istruttore appartenente alla ISA (Agenzia Internacional de Seguridad), di cui fanno parte militari ed ufficiali del Mossad israeliano.

Andrea Necciai

Note:
*Dichiarazione del Fronte Nazionale, in occasione della giornata contro il colpo di stato in Honduras, 28/8/2009.
**”L'«Istituto», un mito costruito sui cadaveri”, di Maurizio Matteuzzi, 19/2/2010.
***”Viene dal Mossad la scorta di Pepe Lobo”, di Percy Alvarado Godoy (“Latinoamerica” n°109 – 4/2009).



sabato 20 febbraio 2010

AlReves: Haiti


Haiti, la terra maledetta
Dalla schiavitù al terremoto: una catastrofe umanitaria che viene da lontano

Pur trattandosi di una calamità naturale e dunque molto difficile da prevedere, l’immane tragedia del terremoto deve far aprire gli occhi sulla distinzione tra ciò che è accaduto “fatalmente” e ciò che invece è stato “deliberatamente” inflitto ad Haiti e al suo popolo, sin dal principio della sua storia. A distanza di un mese dal sisma, gli aiuti umanitari raccolti fin qui grazie alla solidarietà internazionale basteranno appena ad alleviare le sofferenze di una popolazione già fortemente provata da cinque secoli di sfruttamento economico e da ogni sorta di barbarie.
Già molto prima del terremoto, Haiti era uno dei paesi più poveri al mondo (e tra i più turbolenti). Nel 1804 gli schiavi dell’isola dei Carabi sconfissero i loro padroni francesi in quella che passò alla storia come la prima rivoluzione schiavista coronata da successo. Il prezzo della libertà fu però molto salato. Haiti si vide infatti costretta a pagare agli ex padroni lauti “indennizzi”, non ancora del tutto estinti. Da lì nacque ciò che costituisce, ad oggi, un pesante fardello per l’intera cittadinanza haitiana: il suo debito estero.
Passò un secolo e il giovane paese indipendente conobbe dei nuovi padroni. Era il 1915 quando gli Stati Uniti invasero Haiti “fondamentalmente per aprirla alla proprietà straniera degli affari locali. Nel 1934, dopo diciannove anni di occupazione, i nordamericani cominciarono ad appoggiare una serie di dittature sanguinarie con lo scopo di proteggere le loro proprietà. Cosa che hanno continuato a fare fino ai nostri giorni.” *
Come nel caso del Nicaragua dei Somoza, una vera e propria dinastia - quella dei Duvalier ,“Papa Doc” il capostipite e “Baby Doc” suo figlio - governò la nazione haitiana per decenni grazie a metodi repressivi e brutali; nel frattempo il “sistema liberista yankee” cominciava a fare breccia nella già disastrata economia dell’isola. Le corporations straniere, installatesi nei principali centri urbani, iniziarono a beneficiare di condizioni di favore e a godere dello sfruttamento di una vasta manodopera composta da un esercito di braccianti provenienti dalle campagne. Ancora una volta la storia si ripeteva: profitti e ricchezza per le multinazionali predatrici, contro miseria e sfruttamento per il popolo.
A partire dal 1984, il Fondo Monetario Internazionale (già responsabile del depauperamento di molti Paesi del Sud del Mondo) impose al governo di Haiti la liberalizzazione dei mercati. Di conseguenza, a tutto vantaggio delle aziende straniere appaltatrici, furono privatizzati gli ultimi servizi pubblici ancora rimasti tali. La maggior parte dei servizi sociali divenne presto inaccessibile ai cittadini meno abbienti, proprio quelli più bisognosi di assistenza.
Nel decennio successivo il derelitto stato caraibico dovette pure rassegnarsi a perdere del tutto la sovranità alimentare. E’ sufficiente osservare che nel 1970 Haiti produceva il 90% degli alimenti consumati dalla sua popolazione, mentre ora è costretta ad importarne il 55%. Il riso statunitense (fortemente sovvenzionato dal governo di Washington) ha rapidamente distrutto la produzione locale mandando in malora migliaia di contadini e di piccoli agricoltori. Ma l’apice della crisi alimentare si è toccato solo nell’estate del 2008, quando il rincaro dei prezzi del mercato mondiale (trainato dall’agrobusiness e legato soprattutto alla forte domanda di bio-combustibili) ha fatto schizzare alle stelle il prezzo di molti alimenti di base (+50%), facendo scoppiare disordini in tutto il Paese.
Come è accaduto in tutta l’America Latina negli ultimi decenni, le misure economiche neoliberali sommate “alle rapaci politiche di Washington hanno distrutto tutti i propositi di costruire un’economia sostenibile in Haiti, allontanando la gente dalla terra e dalle piccole comunità agricole e costringendola ad insediarsi nelle pericolose ed insalubri periferie urbane, dove ciascuno cerca di condurre una misera esistenza lavorando nelle fabbriche “schiaviste” di proprietà delle elites occidentali e dei loro amministratori locali.” *
Le conseguenze dirette di quelle scelte di politica economica stanno sotto gli occhi di tutti. Oggi sono milioni gli haitiani debilitati dalla denutrizione e quasi privi di assistenza socio-sanitaria che vivono ammassati nei tuguri: quelle stesse case che sono crollate come castelli di sabbia sotto le scosse sismiche, con un effetto moltiplicatore di vittime e di sofferenze per una volta non necessarie. 
La vera “ricostruzione” civile ed economica di Haiti - a patto che la si voglia davvero realizzare - deve passare innanzitutto attraverso la cancellazione del suo debito estero. Cosa molto difficile da fare nella pratica. Negli ultimi anni, la massiccia campagna per la riduzione del debito estero dei paesi poveri ha così “scosso” le coscienze mondiali che alcuni importanti enti prestatori hanno cominciato ad affrontare l’argomento con meno cinismo. Ma, evidentemente, tutto ciò non può bastare.
E’ arrivato il momento di azzerare il debito, questa volta senza condizioni, e di fare in modo che gli aiuti per il terremoto non arrivino più sottoforma di prestiti - spesso utilizzati come strumenti di ricatto politico e difficilmente ripagabili -, ma vengano messi in campo, piuttosto, come sussidi. Un risultato concreto in questo senso potrebbe davvero salvare moltissime vite, specie quando il sipario sul dramma di Haiti sarà calato definitivamente.

Andrea Necciai

Note:
*“Haitì, un paese senza perdono” di Chrys Floyd.

sabato 9 gennaio 2010

AlReves: America del Sud


IIRSA, il mostro silenzioso
Un megaprogetto di investimenti di ampiezza strategica per la spoliazione delle risorse del Cono Sud

Dopo il parziale fallimento dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), che gli Usa insieme a multinazionali ed istituzioni finanziarie hanno dovuto incassare, il Sudamerica deve ora fare i conti con un imponente piano di sviluppo economico, noto come IIRSA. Il progetto di “Integrazione delle Infrastrutture Regionali del Sud America” si trova in fase di attuazione da almeno sei anni e sta già coinvolgendo i principali Paesi dell’area andina.
L’IIRSA nasce ufficialmente nel 2000 a Brasilia, nel corso di un vertice dei Presidenti dell’America del Sud, come proposta di investimento a sostegno dei trattati bilaterali e regionali di libero commercio. L’obiettivo principale è la costruzione di infrastrutture logistiche (grandi vie di comunicazione terrestri e fluviali, porti, aeroporti, ma anche nuove centrali energetiche, oleodotti ecc…), per rendere più efficiente l’estrazione delle risorse naturali del Sudamerica e facilitare il trasporto delle merci, dentro e fuori dal continente.
Fino ad oggi sono stati fissati sulla carta 507 progetti di costruzione di infrastrutture per i trasporti, il settore energetico e le telecomunicazioni: il tutto per un investimento totale stimato di almeno 70 miliardi di dollari, di cui circa 21 sono già investiti in 145 progetti.
Nonostante il velo d’ombra calato dai media sull’argomento e le poche informazioni reperibili al riguardo, la società civile, nella voce di numerose organizzazioni della regione, ha cominciato ad esprimere la propria preoccupazione per i rischi socio-ambientali connessi alla realizzazione di questi megaprogetti infrastrutturali e per il mancato coinvolgimento delle popolazioni nella discussione sulla loro effettiva “fattibilità”.
Ovviamente, l’iniziativa dell’IIRSA non è stata pensata a beneficio di uno sviluppo sociale ed economico dei popoli sudamericani; risponde piuttosto agli interessi di una serie di investitori che appartengono a grandi società transnazionali del settore minerario, di quello agroindustriale (prevalentemente le monocolture OGM) e dei servizi (edilizia, grandi opere, energia elettrica, gas, acqua ecc…). Il progetto nasce da una visione strategica dello sviluppo economico e commerciale; “si è partiti dalla valutazione delle capacità produttive che generano gli spazi territoriali e dalle loro carenze e “necessità” di servizi e di infrastrutture – trasporti, energia e telecomunicazioni – per dare impulso alle attività commerciali. Questo è stato il criterio utilizzato per definire i cosiddetti 10 assi di integrazione economica”*, ossia le dieci “macroregioni”, che trascendono i confini nazionali, in cui si concentrano tutte le attività dell’IIRSA.
Si tratta, nei fatti, del classico paradigma neoliberale che considera l’ambiente unicamente come una fonte di sfruttamento di risorse naturali. Al contrario, la salvaguardia della natura è solo un fattore negativo o meglio, nella logica mercantilista, un semplice costo in più da doversi sobbarcare insieme ai “fastidi” - che i fautori dell’IIRSA avranno sicuramente messo in conto - per le proteste della società civile e di quelle organizzazioni sociali contrarie ai megaprogetti. Ne citiamo solo alcuni tra i più imponenti ed ambiziosi:


- “L’Idrovia del Putumayo comprende Colombia, Perù, Ecuador e Brasile, e pretende di integrare le zone produttive della Colombia con quelle amazzoniche attraverso il fiume Putumayo che sarà debitamente dragato per incorporare il nord dell’Ecuador; si costruiranno strade, si rinnoverà il porto marittimo di San Lorenzo in Ecuador e il porto fluviale El Carmen, nel fiume Putumayo. L’impatto maggiore lo avranno le comunità indigene dei Awa, Siona, Inga e la riserva ecologica Cofàn-Bermejo, che vedrà alterata notevolmente la biodiversità. Nell’anno 2000 si parlava di un investimento di 350 milioni di dollari.
- Un altro progetto con un investimento molto grande (300 milioni di dollari) corrisponde all’Idrovia del Napo, per trasportare le merci dai porti ecuadoriani di Esmeraldas y Manta fino al fiume Napo e poi, per via fluviale, fino all’Amazonas per salire verso l’Atlantico per il Brasile. Una rete di strade unisce la zona petrolifera del nord del Venezuela e le Guyane con il Pacifico; il progetto prevede di costruire aeroporti nell’Amazzonia ecuadoriana.
- Parte principale dell’infrastruttura dell’IIRSA è la strada interoceanica Perù-Brasile che unirà i porti peruviani di Ilo e Matarani, nel Pacifico, con la città di Porto Belho che avrà un tragitto di 3.700 chilometri, con l’attuale rotta brasiliana di Sao Paulo, in Brasile. I 2.586 chilometri che saranno costruiti assorbiranno circa 890 milioni di dollari; parchi nazionali, riserve comunali e nazionali in territorio boliviano soffriranno un impatto che fino ad ora non è stato calcolato. Allo stesso tempo, nel nord caraibico si progetta di interconnettere il Brasile con la Guyana: serviranno altre strade, porti di acque profonde e centrali idroelettriche.
- Il progetto Rio Madeira (Perù, Bolivia e Brasile) è il più ambizioso. E’ stato calcolato in 20.000 milioni di dollari e si tratta di un’idrovia che unirà la città peruviana di Madre de Dios con le popolazioni brasiliane di Rondonia e Beni, in Bolivia; si costruiranno inoltre quattro centrali idroelettriche. Si sa che danneggerà 33 specie di mammiferi in pericolo di estinzione, 750 specie di pesci e altrettanti di uccelli; danneggerà inoltre l’agricoltura e la pesca e farà migrare circa 3.000 persone.
- Altri 1.000 milioni di dollari sono stati calcolati per costruire il gasdotto del nordest argentino con il Brasile, per fornire di questo combustibile la regione nord dell’Argentina. Qui i danni maggiori saranno nei territori delle etnie Toba, Pilagà e Mocovì.” **

A finanziare questa impressionante serie di grandi opere sono e saranno tre principali banche multilaterali di sviluppo: il BID (Banca Interamericana per lo Sviluppo), la CAF (Corporazione Andina di Risparmio) e il FONPLATA (Fondo Finanziario per lo Sviluppo della Conca del Plata).
I tre istituti si erano già occupati di finanziare gli studi di fattibilità dei progetti.
In aggiunta all’aiuto delle banche, “un apporto sostanziale viene dagli stessi Paesi in cui si realizzeranno i progetti e dal settore privato interessato ad investire in infrastrutture, con la conseguenza per i governi locali di dover sottostare alle esigenze delle multinazionali, relegando in secondo piano l’obiettivo di miglioramento delle condizioni di vita in America Latina, sostituito dagli interessi di carattere economico privato.” ***
Il debito di tanti Paesi sudamericani - già esposti in passato alle ricette economiche dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale e alle loro tragiche conseguenze - potrebbe tornare a lievitare proprio per effetto dei costi economici imputabili all’IIRSA. Ma ben più salato sarà il prezzo da pagare per l’ecosistema andino-amazzonico e per le popolazioni sottoposte al nuovo saccheggio neoliberale.

Andrea Necciai

Note:
* “IIRSA y RIISA: Dislexia ideológica sudamericana” di Ramiro Chimuris - Semanario “Siete sobre siete”, da www.rebelion.org.
** ”IIRSA: le vie del saccheggio del Sudamerica” di Javier Rodríguez Pardo.
*** “Dossier IIRSA”, da www.orizzonti.eu.


sabato 26 dicembre 2009

AL REVES: venti di guerra sul Continente



La presenza militare Usa in America Latina rilancia la corsa agli armamenti e il rischio di nuovi conflitti.

In America Latina numerosi e importanti processi politici stanno determinando un graduale calo del consenso neoliberale e pro-statunitense. Dal socialismo bolivariano di Chavez in Venezuela al pragmatismo del Brasile di Lula, sono sempre di più i governi dell’area che cercano uno spazio comune di integrazione e una maggiore autonomia, anche grazie al recupero della piena sovranità sulle risorse naturali ed energetiche. La via delle nazionalizzazioni seguita da alcuni governi, la diminuita influenza del Fondo Monetario Internazionale sulle economie degli Stati, il rifiuto dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) stanno a testimoniare come gli Stati Uniti, in appena dieci anni, abbiano perso buona parte della loro leadership sul Nuovo Continente. E per questo - c’è da temere - potrebbero affidarsi a strategie più “efficaci”.
Anche dopo l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, la politica estera degli Usa nei confronti dell’America Latina ha continuato a rivelarsi ottusa e aggressiva, senza alcuna differenza sostanziale, se non nella forma, rispetto alle tattiche guerrafondaie dell’era di G.W. Bush. Secondo il politologo statunitense Noam Chomsky, “l’unica differenza tra le amministrazioni passate e quella attuale, è lo stile retorico. Obama è politicamente corretto, si rivolge agli altri governanti come a dei leaders, anche se nei fatti continua a trattarli come dei vassalli degli Stati Uniti”.
Il punto più criticabile della nuova “dottrina Obama” è lo sforzo per accelerare una nuova militarizzazione nell’area latinoamericana, partendo dal rafforzamento delle basi militari in Colombia (con il solito pretesto della lotta al narcotraffico) e dal ripristino della IV Flotta, le cui unità da guerra dall’anno scorso hanno ripreso ad incrociare nelle acque dei Caraibi e dell’Atlantico dopo quasi 60 anni di inattività.
La concessione di 7 basi militari colombiane all’esercito degli Stati Uniti ha trasformato il presidente Uribe, il più fedele alleato della zona, in un luogotenente imperiale. Non si deve dimenticare che questo Paese, nell’ambito del Plan Colombia, ha già accumulato in soli dieci anni aiuti militari per più di 6 miliardi di dollari. Ora, in virtù dei nuovi accordi con la Colombia, il South Command (che comprende tutte le forze statunitensi e congiunte nell’area latinoamericana) può contare su 20 basi militari avanzate; inoltre i suoi soldati godono della tutela di una giurisdizione speciale che non li rende responsabili nei casi di lesa umanità o di abusi ai danni delle popolazione civili.
Come era naturale aspettarsi, alla rinnovata ingerenza militarista degli Usa ha fatto seguito un coro di vibrate proteste da parte di Venezuela, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Nicaragua, Argentina, Uruguay e Brasile. Il presidente Lula ha incolpato Uribe di aver trasformato le Ande in una polveriera pronta a scoppiare da un momento all’altro; Correa (Ecuador) ha invece affermato – senza mezzi termini – che il presidente colombiano “ha le mani sporche di sangue” (alludendo all’incursione contro l’accampamento delle FARC, compiuta dalle forze speciali colombiane a Sucumbios, in territorio ecuadoriano, lo scorso anno). Gli altri mandatari si sono invece limitati a far osservare che l’installazione di basi straniere nei loro territori equivale ad una grave violazione della sovranità nazionale.
Di fronte alla decisione nordamericana di rafforzare la presenza militare nella regione andina, un po’ tutti i governi della zona hanno reagito aumentando, a loro volta, le spese in armamenti. Negli ultimi 5 anni - oltre alla già citata Colombia - Brasile, Ecuador, Cile e Venezuela sono stati i maggiori compratori di armi e sistemi di difesa. Il Brasile, in particolare, è la nazione che da sola investe in armamenti circa il 50% della spesa complessiva di tutta l’America Latina. Ma se si analizza questo dato in rapporto al PIL, si scopre che il vero primato spetta ad altri. Sono infatti Colombia e Cile a destinare alle spese militari tra il 3 e il 4% del loro Prodotto Interno Lordo (secondi solo agli Usa, con oltre il 4%); mentre il Venezuela chavista, che colombiani e nordamericani considerano un pericolo per la pace e la stabilità della regione, stanzia “solo” l’1,3% del PIL per la difesa del suo territorio.*
Nel corso degli ultimi mesi la tensione tra Colombia (da una parte) e Venezuela ed Ecuador (dall’altra) è salita alle stelle. Esiste il fondato sospetto che funzionari statunitensi dei servizi di sicurezza cospirino per indebolire il governo di Caracas mediante espedienti diplomatici e militari, come l’infiltrazione di agenti segreti e di unità paramilitari nelle zone di frontiera.
Il mese scorso le autorità venezuelane hanno annunciato la cattura di alcuni agenti del DAS (Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, il servizio segreto colombiano), inviati nel Paese limitrofo ad effettuare operazioni di ricognizione e di spionaggio sulle Forze Armate Nazionali Bolivariane del Venezuela. Da parte colombiana (e statunitense), l’intento di queste operazioni segrete potrebbe essere quello di saggiare le difese di confine per prepararsi - all’occorrenza - a scatenare un’offensiva militare contro il Venezuela e i suoi alleati dell’ALBA, la pericolosa ”Alleanza Bolivariana per le Americhe”.
Andrea Necciai


* Fonte: Istituto di Ricerca Internazionale per la Pace di Stoccolma (dati 2007/2008).