sabato 14 maggio 2005

AL REVES: Negroponte e la “diplomazia” americana



Sebbene tuttora immobilizzati nel “pantano iracheno”, gli Usa si preparano a nuove operazioni militari nello scacchiere mediorientale. Siria ed Iran sono già oggetto delle mire di Washington, mentre i neocon repubblicani sembrano più che mai determinati a chiudere la partita contro “centrali del terrore e stati canaglia”, più o meno minacciosi. Non a caso, la vera “perla” del secondo mandato di G.W. Bush alla Casa Bianca è stata la nomina di John Negroponte, diplomatico di carriera e già ambasciatore in Iraq, a capo di tutta l’intelligence statunitense.
La nuova carica di Direttore Nazionale delle quindici agenzie di spionaggio (tra cui spicca la CIA) conferisce a Negroponte poteri quasi illimitati, tanto che il nuovo gerente dovrà rispondere dell’operato dei servizi al solo Bush, potendo così godere di una larga autonomia che lo allontanerà il più possibile dalla sfera di controllo di Pentagono e Congresso. E a lui dovrà riferire persino il capo della CIA, l’austero Porter Goss.   
Ma chi è davvero John Dimitri Negroponte? Il suo passato di “uomo della diplomazia Usa” è costellato da complotti e nefandezze degne di un vero professionista dell’intrigo internazionale. Nato a Londra sessantacinque anni fa da genitori russo-americani, il nostro uomo si è fatto le ossa in Vietnam, dove è stato funzionario politico all'ambasciata americana dal 1964 al 1968 “al culmine della guerra, nel momento in cui si verificarono esecuzioni extragiudiziali e gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui i massacri perpetrati dalla tristemente famosa “Tiger Force” della 101° Divisione Aviotrasportata dell'Esercito”.*
Fin da principio per le sue credenziali di uomo scaltro e risoluto, John D. riesce facilmente a distinguersi agli occhi dei falchi dell’amministrazione repubblicana. Interventismo e determinazione nel perseguire gli obiettivi assegnati sono qualità che tutti gli riconoscono. Ciò gli assicura rapidi successi in carriera: Kissinger e Nixon lo adorano, e nel 1980 Ronald Reagan lo nomina addirittura Consigliere alla Sicurezza, missione che dovrà dividere con Colin Powell.
Un anno dopo, il nostro uomo viene inviato a Tegucigalpa (Honduras) in veste di ambasciatore, al fine di "assicurare il flusso degli aiuti statunitensi" vitali per questo paese che era "la base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua." ** In Honduras, in effetti, i mercenari “contras” erano armati e addestrati da specialisti statunitensi per compiere incursioni in territorio nicaraguense; queste cosiddette “operazioni militari” erano spesso dirette contro obiettivi civili (cooperative agricole, scuole, ospedali e centri abitati) allo scopo di indebolire le strutture logistiche ed assistenziali locali, la cui distruzione avrebbe presto portato il Paese al collasso. Il timore di Washington era che il Nicaragua sandinista si sarebbe presto trasformato in una seconda Cuba.
A questa aggressione ignobile il Nicaragua “rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: nel 1984 portò il caso contro gli Stati Uniti alla Corte Internazionale di Giustizia, a L’Aia. La corte ordinò agli Stati Uniti di smettere con "l'uso illegale della forza" […] e di pagare sostanziali risarcimenti. Ma Washington ignorò la corte, e pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nelle quali si appoggiava la decisione e si richiedeva con forza a tutti gli stati di rispettare la legge internazionale.” **
Il nome di Negroponte risulta anche nei voluminosi dossier dell’inchiesta sullo scandalo “Iran-Contras”, relativo al traffico clandestino di armi tra il paese degli ayatollah e gli Stati Uniti, i cui proventi furono utilizzati dagli stessi americani per finanziare la guerra contro il Nicaragua.
Ma i sandinisti non erano, evidentemente, l’unico obiettivo della repressione Usa in Centroamerica.
Negli anni ottanta la CIA creò lo scellerato Battaglione di Intelligence Honduregno 3-16, che si rese responsabile dell’assassinio di molti oppositori e dissidenti politici locali. Inoltre “nel 1982, gli Usa avevano negoziato il libero accesso allo spazio aereo dell’Honduras e insediato un centro di addestramento militare regionale per le forze dell’America Centrale, con lo scopo principale di fornire addestramento alle unità dell’esercito del Salvador. Nel 1994, la Commissione dell’Honduras sui Diritti Umani denunciava la tortura e la scomparsa di almeno 184 oppositori politici e accusava John Negroponte di numerose violazioni di diritti umani.” **
Dal canto suo, contando su un bugdet di oltre 77 milioni di dollari in aiuti (da spendere nelle operazioni di controinsorgenza), nei cinque anni del suo mandato l’ambasciatore Negroponte amministrò sempre con il pugno di ferro, tanto da meritarsi l’appellativo di "Proconsole", titolo riservato prima di lui solo ai potenti governatori dell'epoca coloniale.
Arriviamo così al 1989. La brillante carriera diplomatica di John Negroponte prosegue con la reggenza dell’ambasciata Usa in Messico. Nel periodo 1989-1993, in ossequio alle politiche economiche neoliberiste, riesce a condurre in porto il NAFTA (North American Free Trade Agreement), la cui applicazione ha provocato - fino ad oggi - “la perdita della terra e dei mezzi di sussistenza per un milione di messicani ed ha minato i diritti sindacali ed ambientali in Messico, Canada e Stati Uniti.” **
Nel 2001 il “Proconsole” approda finalmente alle Nazioni Unite, anche qui col ruolo di ambasciatore. Alla vigilia della Seconda Guerra del Golfo fornisce prove false sulla presenza in Iraq di “armi di distruzione di massa”, cercando in tal modo di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad avallare l’intervento militare americano contro il regime di Saddam Hussein.
Qualche mese più tardi, usando l’arma del ricatto politico riesce anche a strappare a Messico e Cile, inizialmente contrari alla guerra, l’appoggio militare incondizionato alle operazioni belliche in Iraq. Ed è proprio in Mesopotamia che John D. svolge l’ultimo mandato di ambasciatore per conto del governo di George Bush (2004). Il presidente americano ha sempre sostenuto di voler portare la democrazia in Iraq, e lo ha fatto utilizzando lo stesso esperto funzionario che fu inviato negli anni ‘80-‘90 in Centroamerica a dirigere le operazioni di “guerra sporca”.

Andrea “Chile” Necciai

 

Note:
* “Chi è John Negroponte, ambasciatore Usa in Iraq” - Action Center. Fonte: A.N.S.W.E.R. Coalition (Act Now to Stop War & End Racism).
** “John Negroponte: dal Centroamerica all'Iraq” di Noam Chomsky - 6 settembre 2004.

lunedì 2 maggio 2005

AlReves: USA


Negroponte e la “diplomazia” americana.

 Sebbene tuttora immobilizzati nel “pantano iracheno”, gli Usa si preparano a nuove operazioni militari nello scacchiere mediorientale. Siria ed Iran sono già oggetto delle mire di Washington, mentre i neocon repubblicani sembrano più che mai determinati a chiudere la partita contro “centrali del terrore e stati canaglia”, più o meno minacciosi. Non a caso, la vera “perla” del secondo mandato di G.W. Bush alla Casa Bianca è stata la nomina di John Negroponte, diplomatico di carriera e già ambasciatore in Iraq, a capo di tutta l’intelligence statunitense.
La nuova carica di Direttore Nazionale delle quindici agenzie di spionaggio (tra cui spicca la CIA) conferisce a Negroponte poteri quasi illimitati, tanto che il nuovo gerente dovrà rispondere dell’operato dei servizi al solo Bush, potendo così godere di una larga autonomia che lo allontanerà il più possibile dalla sfera di controllo di Pentagono e Congresso. E a lui dovrà riferire persino il capo della CIA, l’austero Porter Goss.   
Ma chi è davvero John Dimitri Negroponte? Il suo passato di “uomo della diplomazia Usa” è costellato da complotti e nefandezze degne di un vero professionista dell’intrigo internazionale. Nato a Londra sessantacinque anni fa da genitori russo-americani, il nostro uomo si è fatto le ossa in Vietnam, dove è stato funzionario politico all'ambasciata americana dal 1964 al 1968 “al culmine della guerra, nel momento in cui si verificarono esecuzioni extragiudiziali e gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui i massacri perpetrati dalla tristemente famosa “Tiger Force” della 101° Divisione Aviotrasportata dell'Esercito”.*
Fin da principio per le sue credenziali di uomo scaltro e risoluto, John D. riesce facilmente a distinguersi agli occhi dei falchi dell’amministrazione repubblicana. Interventismo e determinazione nel perseguire gli obiettivi assegnati sono qualità che tutti gli riconoscono. Ciò gli assicura rapidi successi in carriera: Kissinger e Nixon lo adorano, e nel 1980 Ronald Reagan lo nomina addirittura Consigliere alla Sicurezza, missione che dovrà dividere con Colin Powell.
Un anno dopo, il nostro uomo viene inviato a Tegucigalpa (Honduras) in veste di ambasciatore, al fine di "assicurare il flusso degli aiuti statunitensi" vitali per questo paese che era "la base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua." ** In Honduras, in effetti, i mercenari “contras” erano armati e addestrati da specialisti statunitensi per compiere incursioni in territorio nicaraguense; queste cosiddette “operazioni militari” erano spesso dirette contro obiettivi civili (cooperative agricole, scuole, ospedali e centri abitati) allo scopo di indebolire le strutture logistiche ed assistenziali locali, la cui distruzione avrebbe presto portato il Paese al collasso. Il timore di Washington era che il Nicaragua sandinista si sarebbe presto trasformato in una seconda Cuba.
A questa aggressione ignobile il Nicaragua “rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: nel 1984 portò il caso contro gli Stati Uniti alla Corte Internazionale di Giustizia, a L’Aia. La corte ordinò agli Stati Uniti di smettere con "l'uso illegale della forza" […] e di pagare sostanziali risarcimenti. Ma Washington ignorò la corte, e pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nelle quali si appoggiava la decisione e si richiedeva con forza a tutti gli stati di rispettare la legge internazionale.” **
Il nome di Negroponte risulta anche nei voluminosi dossier dell’inchiesta sullo scandalo “Iran-Contras”, relativo al traffico clandestino di armi tra il paese degli ayatollah e gli Stati Uniti, i cui proventi furono utilizzati dagli stessi americani per finanziare la guerra contro il Nicaragua.
Ma i sandinisti non erano, evidentemente, l’unico obiettivo della repressione Usa in Centroamerica.
Negli anni ottanta la CIA creò lo scellerato Battaglione di Intelligence Honduregno 3-16, che si rese responsabile dell’assassinio di molti oppositori e dissidenti politici locali. Inoltre “nel 1982, gli Usa avevano negoziato il libero accesso allo spazio aereo dell’Honduras e insediato un centro di addestramento militare regionale per le forze dell’America Centrale, con lo scopo principale di fornire addestramento alle unità dell’esercito del Salvador. Nel 1994, la Commissione dell’Honduras sui Diritti Umani denunciava la tortura e la scomparsa di almeno 184 oppositori politici e accusava John Negroponte di numerose violazioni di diritti umani.” **
Dal canto suo, contando su un bugdet di oltre 77 milioni di dollari in aiuti (da spendere nelle operazioni di controinsorgenza), nei cinque anni del suo mandato l’ambasciatore Negroponte amministrò sempre con il pugno di ferro, tanto da meritarsi l’appellativo di "Proconsole", titolo riservato prima di lui solo ai potenti governatori dell'epoca coloniale.
Arriviamo così al 1989. La brillante carriera diplomatica di John Negroponte prosegue con la reggenza dell’ambasciata Usa in Messico. Nel periodo 1989-1993, in ossequio alle politiche economiche neoliberiste, riesce a condurre in porto il NAFTA (North American Free Trade Agreement), la cui applicazione ha provocato - fino ad oggi - “la perdita della terra e dei mezzi di sussistenza per un milione di messicani ed ha minato i diritti sindacali ed ambientali in Messico, Canada e Stati Uniti.” **
Nel 2001 il “Proconsole” approda finalmente alle Nazioni Unite, anche qui col ruolo di ambasciatore. Alla vigilia della Seconda Guerra del Golfo fornisce prove false sulla presenza in Iraq di “armi di distruzione di massa”, cercando in tal modo di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad avallare l’intervento militare americano contro il regime di Saddam Hussein.
Qualche mese più tardi, usando l’arma del ricatto politico riesce anche a strappare a Messico e Cile, inizialmente contrari alla guerra, l’appoggio militare incondizionato alle operazioni belliche in Iraq. Ed è proprio in Mesopotamia che John D. svolge l’ultimo mandato di ambasciatore per conto del governo di George Bush (2004). Il presidente americano ha sempre sostenuto di voler portare la democrazia in Iraq, e lo ha fatto utilizzando lo stesso esperto funzionario che fu inviato negli anni ‘80-‘90 in Centroamerica a dirigere le operazioni di “guerra sporca”.

Andrea “Chile” Necciai

 

Note:
* “Chi è John Negroponte, ambasciatore Usa in Iraq” - Action Center. Fonte: A.N.S.W.E.R. Coalition (Act Now to Stop War & End Racism).
** “John Negroponte: dal Centroamerica all'Iraq” di Noam Chomsky - 6 settembre 2004.



sabato 26 marzo 2005

AL REVES: "Per amore del mio popolo non tacerò"



Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto.

Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.
Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".
Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.
In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la "contaminazione comunista", dopo l'esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l'area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.
Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.
Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.
Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.  
Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.
La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.
Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".
Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant'Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.
Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.
A distanza di 25 anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “Se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.
 Andrea Necciai


“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

martedì 1 febbraio 2005

AlReves: Cile


Il modello cileno.

 Nel firmamento mondiale della globalizzazione dei mercati brilla una nuova stella. Al Cile del presidente socialdemocratico Lagos spetta il poco invidiabile primato di Paese dall’economia più aperta di tutta l’America Latina.
Fin dagli anni settanta in piena dittatura pinochetista, i seguaci di Milton Friedman vi hanno costruito il loro laboratorio di sperimentazione delle teorie economiche ultraliberiste, aiutati nel loro intento anche dai più recenti governi “progressisti” figli della concertazione tra socialisti e democristiani. Nei tre lustri di gestione socialdemocratica, la politica economica cilena è stata caratterizzata da una lunga serie di accordi bilaterali sul libero commercio, stretti principalmente con Stati Uniti e Canada verso i quali l’export ha fatto registrare un’impennata del 40%. Un risultato a prima vista eccellente.
A ben vedere, tuttavia, la struttura economica del Paese è regredita negli ultimi decenni ad un livello primario, dal momento che il volume delle esportazioni si concentra prevalentemente nel settore delle materie prime (rame, uva e farine di pesce), mentre interessa solo marginalmente quello dei prodotti finiti (manufatti, vino e prodotti industriali).
Il tanto decantato boom dell’export, se da un lato ha consentito l’accumulo di ingenti introiti (ad esclusivo vantaggio delle grandi imprese esportatrici che controllano il 98% del traffico mercantile), da un punto di vista sociale non ha fatto altro che aumentare il divario che separa una ristretta cerchia di neoarricchiti da un esercito di lavoratori - occupati o sottoccupati - ridotti in miseria. Tra questi ultimi circa un milione di persone (un quarto di tutti i salariati) “non ha alcun contratto di lavoro. E agli sconfitti del sistema si vanno aggiungendo professionisti, piccoli e persino medi imprenditori che non ce la fanno”. *
In un paese dove la stragrande maggioranza della forza lavoro si concentra nella piccola e media impresa, i profitti (assicurati e a breve termine) vengono realizzati solo da poche categorie di privilegiati che controllano tutti i settori strategici dell’economia. Secondo i dati del Programma di Sviluppo Umano dell’Onu, in Cile “il 10% più povero genera il 3,7% del reddito nazionale, mentre quello più ricco si appropria del 54%”.
Il modello economico-industriale cileno, il sistema per definizione della “crescita impoverente”,  può vantare indici economici di tutto rispetto - tanto da meritare il plauso delle istituzioni finanziarie mondiali - che si traducono in lauti guadagni per grandi aziende e multinazionali. Ma si tratta di uno sviluppo economico costruito sulla pelle di un’enorme massa di lavoratori “a basso costo, flessibili e addomesticati, senza più diritti né capacità di reazione”. * 
Nel settore della moderna agricoltura da esportazione, da sempre punta di diamante dell’economia cilena, le condizioni di vita di lavoratori e braccianti sono andate col tempo peggiorando. Attualmente appena 312 aziende si estendono su 26 milioni di ettari e, negli ultimi trent’anni, ben 800.000 piccoli proprietari terrieri “si sono già trasformati in bracciantato per le grandi proprietà”. Queste mega-haciendas possono anche contare sull’apporto degli stagionali: una forza lavoro di almeno 200.000 addetti sottoposti a condizioni di lavoro impossibili, senza tutele sindacali e sanitarie (come del resto accade nella maggior parte delle piantagioni centroamericane di proprietà delle multinazionali).
Nel quadro del drastico risanamento della finanza pubblica - altro postulato del dogmatismo neoliberista -, i colpi d’accetta assestati al sistema pensionistico hanno contribuito negli ultimi vent’anni a gettare sul lastrico migliaia di cittadini cileni.
Ispirate anch’esse alla dottrina dei “Chicago Boys”, le riforme strutturali in campo previdenziale presero il via già a partire dagli anni 80. Fu infatti il governo di Pinochet il primo ad introdurre il metodo del calcolo contributivo, il quale “deve rispettare rigidamente solo l'ammontare di ciò che si è versato dal primo giorno di lavoro al giorno di riposo. Un disastro per i signori di una certa età sfiniti dall'inflazione e da stipendi inferiori al salario minimo: il 40% della popolazione viveva così. E perse anche quel poco”. **
Venticinque anni più tardi, il grande affare della gestione dei fondi pensione è finito nelle mani di cinque società finanziarie private, mentre altre quattro holding (anche queste private) amministrano  il 75% del servizio sanitario nazionale. Situazioni simili di monopolio si hanno anche nel settore dei supermercati, delle assicurazioni, della telefonia e della comunicazione.
Mentre proliferano affari e investimenti, per la gioia di finanzieri e mercanti, il popolo cileno reclama condizioni di vita più dignitose. Anche se camuffati dalle statistiche ufficiali i poveri, che al tempo di Allende erano il 30%, sono diventati oggi la metà della popolazione: nove milioni di persone. Altre vittime sacrificali immolate al “Dio Mercato”.   
(Andrea “Chile” Necciai)


 

 Note:
* “Cile, il laboratorio economico dell’ingiustizia sociale” di Gennaro Carotenuto.
** “Gli smemorati amici di Pinochet” di Maurizio Chierici.