sabato 26 marzo 2005

AL REVES: "Per amore del mio popolo non tacerò"



Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto.

Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.
Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".
Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.
In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la "contaminazione comunista", dopo l'esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l'area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.
Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.
Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.
Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.  
Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.
La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.
Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".
Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant'Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.
Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.
A distanza di 25 anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “Se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.
 Andrea Necciai


“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

martedì 1 febbraio 2005

AlReves: Cile


Il modello cileno.

 Nel firmamento mondiale della globalizzazione dei mercati brilla una nuova stella. Al Cile del presidente socialdemocratico Lagos spetta il poco invidiabile primato di Paese dall’economia più aperta di tutta l’America Latina.
Fin dagli anni settanta in piena dittatura pinochetista, i seguaci di Milton Friedman vi hanno costruito il loro laboratorio di sperimentazione delle teorie economiche ultraliberiste, aiutati nel loro intento anche dai più recenti governi “progressisti” figli della concertazione tra socialisti e democristiani. Nei tre lustri di gestione socialdemocratica, la politica economica cilena è stata caratterizzata da una lunga serie di accordi bilaterali sul libero commercio, stretti principalmente con Stati Uniti e Canada verso i quali l’export ha fatto registrare un’impennata del 40%. Un risultato a prima vista eccellente.
A ben vedere, tuttavia, la struttura economica del Paese è regredita negli ultimi decenni ad un livello primario, dal momento che il volume delle esportazioni si concentra prevalentemente nel settore delle materie prime (rame, uva e farine di pesce), mentre interessa solo marginalmente quello dei prodotti finiti (manufatti, vino e prodotti industriali).
Il tanto decantato boom dell’export, se da un lato ha consentito l’accumulo di ingenti introiti (ad esclusivo vantaggio delle grandi imprese esportatrici che controllano il 98% del traffico mercantile), da un punto di vista sociale non ha fatto altro che aumentare il divario che separa una ristretta cerchia di neoarricchiti da un esercito di lavoratori - occupati o sottoccupati - ridotti in miseria. Tra questi ultimi circa un milione di persone (un quarto di tutti i salariati) “non ha alcun contratto di lavoro. E agli sconfitti del sistema si vanno aggiungendo professionisti, piccoli e persino medi imprenditori che non ce la fanno”. *
In un paese dove la stragrande maggioranza della forza lavoro si concentra nella piccola e media impresa, i profitti (assicurati e a breve termine) vengono realizzati solo da poche categorie di privilegiati che controllano tutti i settori strategici dell’economia. Secondo i dati del Programma di Sviluppo Umano dell’Onu, in Cile “il 10% più povero genera il 3,7% del reddito nazionale, mentre quello più ricco si appropria del 54%”.
Il modello economico-industriale cileno, il sistema per definizione della “crescita impoverente”,  può vantare indici economici di tutto rispetto - tanto da meritare il plauso delle istituzioni finanziarie mondiali - che si traducono in lauti guadagni per grandi aziende e multinazionali. Ma si tratta di uno sviluppo economico costruito sulla pelle di un’enorme massa di lavoratori “a basso costo, flessibili e addomesticati, senza più diritti né capacità di reazione”. * 
Nel settore della moderna agricoltura da esportazione, da sempre punta di diamante dell’economia cilena, le condizioni di vita di lavoratori e braccianti sono andate col tempo peggiorando. Attualmente appena 312 aziende si estendono su 26 milioni di ettari e, negli ultimi trent’anni, ben 800.000 piccoli proprietari terrieri “si sono già trasformati in bracciantato per le grandi proprietà”. Queste mega-haciendas possono anche contare sull’apporto degli stagionali: una forza lavoro di almeno 200.000 addetti sottoposti a condizioni di lavoro impossibili, senza tutele sindacali e sanitarie (come del resto accade nella maggior parte delle piantagioni centroamericane di proprietà delle multinazionali).
Nel quadro del drastico risanamento della finanza pubblica - altro postulato del dogmatismo neoliberista -, i colpi d’accetta assestati al sistema pensionistico hanno contribuito negli ultimi vent’anni a gettare sul lastrico migliaia di cittadini cileni.
Ispirate anch’esse alla dottrina dei “Chicago Boys”, le riforme strutturali in campo previdenziale presero il via già a partire dagli anni 80. Fu infatti il governo di Pinochet il primo ad introdurre il metodo del calcolo contributivo, il quale “deve rispettare rigidamente solo l'ammontare di ciò che si è versato dal primo giorno di lavoro al giorno di riposo. Un disastro per i signori di una certa età sfiniti dall'inflazione e da stipendi inferiori al salario minimo: il 40% della popolazione viveva così. E perse anche quel poco”. **
Venticinque anni più tardi, il grande affare della gestione dei fondi pensione è finito nelle mani di cinque società finanziarie private, mentre altre quattro holding (anche queste private) amministrano  il 75% del servizio sanitario nazionale. Situazioni simili di monopolio si hanno anche nel settore dei supermercati, delle assicurazioni, della telefonia e della comunicazione.
Mentre proliferano affari e investimenti, per la gioia di finanzieri e mercanti, il popolo cileno reclama condizioni di vita più dignitose. Anche se camuffati dalle statistiche ufficiali i poveri, che al tempo di Allende erano il 30%, sono diventati oggi la metà della popolazione: nove milioni di persone. Altre vittime sacrificali immolate al “Dio Mercato”.   
(Andrea “Chile” Necciai)


 

 Note:
* “Cile, il laboratorio economico dell’ingiustizia sociale” di Gennaro Carotenuto.
** “Gli smemorati amici di Pinochet” di Maurizio Chierici.

mercoledì 1 dicembre 2004

AlReves: Uruguay


Tabaré.

“Festeggiate uruguayani, festeggiate… la vittoria è solo vostra!”.
A Montevideo, una folla in tripudio ha accolto la storica vittoria del Frente Amplio alle elezioni presidenziali di novembre, giunta dopo quasi 130 anni di “duopolio” dei partiti tradizionali “Blanco” e “Colorado”, dai risvolti più o meno autoritari.
Il primo presidente “rosso” della storia dell’Uruguay si chiama Tabaré Vazquez, medico oncologo di 64 anni, già noto per aver rivestito in passato la carica di sindaco di Montevideo. Il suo è stato un vero e proprio trionfo (quasi un plebiscito popolare), con la maggior parte delle preferenze incamerate già al primo turno e una distanza di più di 10 punti dal suo principale avversario, il candidato “blanco” Jorge Larranaga.
Cresciuto alla Teja, uno dei quartieri più poveri della capitale, Tabaré Vazquez proviene da una famiglia umile. I suoi genitori, morti entrambi prematuramente di malattia, riuscirono con non pochi sacrifici a farlo studiare e laureare in medicina.
Nel giro di pochi anni, la sua fin lì brillante carriera di medico lo incoraggia ad aprire una clinica nel quartiere d’origine, la prima e l’unica “per gente non ricca”. Da qui ha inizio una lunga militanza politica e civile, in cui Tabaré si cimenta con passione e dedizione fino a confluire nel Frente Amplio: il variegato movimento politico che raggruppa diverse anime della sinistra social-comunista.
Nei primi anni ’70 il Frente è ancora guidato dal suo fondatore, il leggendario Libero Seregni, un ex generale d’artiglieria in pensione con una spiccata inclinazione per i movimenti popolari. All’inizio degli anni 90, alla morte dell’anziano militare gli subentra lo stesso Vazquez, appena in tempo per candidarsi alle presidenziali del 1994. In quell’occasione il neo segretario incassa ben 300.000 voti, ma non sono sufficienti a garantirgli la vittoria. La spunta infatti il “colorado” Sanguinetti, di origini piemontesi, primo presidente eletto democraticamente dopo gli anni tragici della dittatura militare.
Vanno decisamente meglio per il Frente le consultazioni del 1999. Vazquez raggiunge i 900.000 consensi ma ancora una volta, pur essendo il candidato più votato, viene scavalcato al secondo turno da “blancos” e “colorados”, costretti all’apparentamento per far fronte al rischio di una clamorosa vittoria delle sinistre. 
Nel frattempo, mentre il Paese precipita in una drammatica crisi economica - trascinato nel baratro dal crack finanziario della vicina Argentina -, il governo si vede costretto ad adottare impopolari misure d’emergenza nel tentativo di contenere il deficit galoppante. Ma il collasso finanziario è alle porte: nel 2002, in sole tre settimane, l’Uruguay perde la metà delle sue riserve in divisa e ciò alimenta sempre più i timori di un crollo imminente del sistema bancario.
La prima vittima della crisi è il popolo uruguagio, colpito da un processo di impoverimento senza precedenti che fa schizzare la disoccupazione al 15% e precipitare un abitante su tre al di sotto della soglia di povertà. A tutto ciò si devono aggiungere i guasti provocati dall’adozione delle solite politiche di marca liberista - quelle “suggerite” dal FMI, ormai una costante dei paesi latinoamericani -, messe in atto dagli ultimi governi in carica con ondate di privatizzazioni nel settore pubblico e di tagli al welfare.
Le ragioni della svolta “a sinistra” di quest’autunno elettorale nascono appunto da questi trascorsi storici. Approfittando del generale clima di malcontento e sfiducia verso una classe dirigente delegittimata dai fallimenti in campo economico e sociale, la coalizione progressista di Vazquez ha raggiunto la piena maturità politica, ma soprattutto - crediamo - ha ritrovato quella forza morale capace di risvegliare le coscienze di tutta una popolazione nei momenti d’emergenza.
Gli “argentini col valium”, come recentemente lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano ha definito i suoi concittadini (per la loro scarsa propensione alla protesta, anche di fronte a condizioni di vita tanto esasperanti), si sono finalmente dati una scossa, decretando - a suon di voti contrari - la fine del regime secolare blanco-colorado.
“Festeggiate uruguayani, festeggiate… la vittoria è solo vostra!”.
(Andrea Chile Necciai)

lunedì 1 novembre 2004

AlReves: Guatemala


Guatemala, un genocidio dimenticato.

La mattina del 27 aprile 1998, nel cortile della casa parrocchiale di San Sebastian (Città del Guatemala), veniva rinvenuto il cadavere di monsignor Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare della capitale e titolare della diocesi di Quiché.
Appena due giorni prima l’alto prelato aveva presentato ufficialmente alla stampa e al mondo intero il testo del rapporto “Guatemala nunca mas”, nel quale era riuscito a documentare oltre 50.000 casi di gravi violazioni dei diritti umani (compresi centinaia di omicidi, torture, sparizioni e stupri) avvenuti durante la guerra civile, terminata nel 1996 con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’URNG.
Dopo un’estenuante ricerca costata tre anni di lavoro la “Commissione per il Recupero della Memoria Storica”, presieduta dallo stesso Gerardi, aveva attribuito alle forze armate guatemalteche circa l’80% dei delitti commessi in quel paese, riesumando dall’oblio della memoria i fantasmi di un passato un po’ frettolosamente rimosso. Con dovizia di testimoni, date, nomi e cognomi dei responsabili “delle atrocità costate la vita a più di 200 mila persone e la fuga o l’esilio a oltre un milione di guatemaltechi”, il rapporto diocesano di 1400 pagine ebbe il merito di far luce su una delle tragedie più sanguinose della storia dell’umanità.
Nel Guatemala degli anni ‘80-‘90 la tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti, giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antinsurrezionale dell'esercito “porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC), reclutate tra i contadini (in buona parte forzosamente) con compiti paramilitari e di repressione. Vengono anche fondati i “Poli di Sviluppo” e le “Aldeas Modelo”, nei quali una notevole parte della popolazione contadina viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dalle unità governative.” *
Per contro, la reazione armata della guerriglia marxista a questi abusi cresce d’intensità ma produce come unica conseguenza “un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani, nonostante la presenza nel paese di una commissione di controllo delle Nazioni Unite (Minugua).” *
Analogamente al caso di Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei diritti del popolo oppresso - ucciso nel 1980 da un cecchino mentre officiava una messa -, la pista delle indagini per risalire agli attentatori di Gerardi porta dritto agli ambienti dell’EMP, il servizio d’informazione dell’esercito guatemalteco.
Per intuire il movente del delitto Gerardi non occorre essere degli Sherlock Holmes. Fin dagli anni più bui della guerra, il vescovo di Quiché si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo un personaggio assai scomodo agli ambienti governativi e padronali guatemaltechi per la sua determinazione nel denunciare la repressione.
Nessuno prima di lui aveva osato sfidare il potere militare, rischiando la vita in più di un’occasione e subendo per due anni la punizione dell’esilio coatto in Costa Rica. Nel 1984 aveva fatto ritorno nel suo paese, e di lì a poco accettò l’incarico affidatogli dalla Conferenza Episcopale come coordinatore dell’Ufficio per i Diritti Umani e rappresentante della Chiesa nella lunga trafila dei negoziati di pace tra governo e guerriglia.
Poi il tragico epilogo, la notte del 26 aprile 1998, quando uno sconosciuto armato di un mattone ha posto fine all’esistenza del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità tutta, contenuta in quel copioso dossier il cui titolo esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas” - mai più guerre, massacri e sofferenze per il popolo guatemalteco. 

“Guatemala nunca mas”

Il rapporto diocesano si compone di quattro distinte sezioni. Nella prima parte vengono analizzate le testimonianze delle varie forme di violenza perpetrata - in larga misura dall'Esercito - nei confronti delle persone, della famiglia, delle comunità e le forme di resistenza: il terrore come metodo, la violenza contro l'infanzia (la distruzione del seme), la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l'esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione e la cultura maya, la violenza sessuale sulle donne individuale e di massa.
Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi dell'orrore e la relativa pratica:
la struttura di intelligence, le strategie di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l'educazione alla violenza, i massacri, le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine. La terza parte analizza invece il contesto storico-politico con riferimenti appropriati alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali, nonché alla strategia della guerriglia. Infine la quarta e ultima sezione che, con l’ausilio di tabelle e sintesi, riassume i dati statistici relativi alle vittime del conflitto.

Quale giustizia?
Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) - esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, la forza politica ispiratrice ed artefice della repressione - il processo di giustizia e verità storica è giunto ad un punto di stallo. Le inchieste giudiziarie a carico dei pochi responsabili finora incriminati procedono in modo lento e farraginoso, ostacolate da vari tentativi di insabbiamento e depistaggio da parte di chi, negli ambienti politico-militari, ha tutto l’interesse ad archiviare rapidamente la pratica.
Nello svolgimento dell’istruttoria i giudici designati sono pertanto costretti a muoversi in un campo minato, quando non sono oggetto di minacce o intimidazioni. E’ questo il caso dei procuratori Galindo e Zeissig, titolari dal 1999 dell’inchiesta sull’omicidio Gerardi. I due, pur riuscendo ad ottenere la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada e di altri due ufficiali dell’esercito (sentenza che deve essere ancora confermata - o meno - in secondo grado), sono stati indotti uno dopo l’altro ad abbandonare il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e all’indirizzo dei loro familiari.
Una sorte ben peggiore è invece toccata al sacerdote José Maria Furlan, considerato l’erede morale di Gerardi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili, assassinato a colpi d’arma da fuoco nella zona 5 di Città del Guatemala. Negli ultimi mesi della presidenza Portillo, il reverendo “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.” *

(Andrea “Chile” Necciai)

 

Note:
* “La lunga ombra dell’impunità”, di Stefano Guerra.