lunedì 1 marzo 2004

AlReves: Venezuela


Il sogno bolivariano di Hugo Chavez

 “Non mi darò pace finché ogni essere umano che vive in questa terra non avrà casa, lavoro e un mezzo di sostentamento”. Così, in una delle tante interviste rilasciate al New York Times, il presidente venezuelano Hugo Chavez ribadisce i propositi delle “riforme bolivariane” introdotte dal suo governo. Riforme che lo hanno reso, nel tempo, un personaggio molto amato nella sua nazione ma altrettanto discusso all’estero.   
I suoi detrattori (se ne contano molti anche in Europa) lo definiscono con disprezzo “demagogo populista” e “comunista amico di Castro” per la popolarità che si è conquistato presso i ceti poveri e la simpatia, sempre ostentata, per il “lider maximo” cubano.
Oggi, per gli stessi motivi, il “caudillo” venezuelano è inviso ai massimi centri del potere economico (FMI e Banca Mondiale) nonché agli ambienti della Casa Bianca. In effetti, l’ostilità dichiarata nei confronti dei programmi di austerità del Fondo Monetario Internazionale - il principale responsabile, secondo lo stesso Chavez, del sottosviluppo dei paesi latinoamericani - continua a danneggiare la sua credibilità all’estero e soprattutto agli occhi dell’Occidente.
Dopo il fallito colpo di stato contro il corrotto governo in carica (1992), l’ex colonnello dei paracadutisti Hugo Chavez sale al potere nel 1998 mediante libere elezioni. In quel passaggio cruciale per il processo democratico in Venezuela,  riesce a sconfiggere duramente entrambi i partiti tradizionali - Accion Democratica e Copei avevano spadroneggiato per decenni, spartendosi il 90% dei voti - e a relegarli ad uno striminzito 9%, forte del sostegno popolare che lo proietta al 57% dei consensi.
Appena insediato, il nuovo governo comincia a varare un vasto pacchetto di riforme economiche (ben 49) per mettere mano alla ristrutturazione di interi settori dell’economia del Paese. Le misure più controverse riguardano, in particolare, agricoltura e risorse energetiche (petrolio e idrocarburi).
La tanto contestata “Legge sulla Terra”, promulgata nel 2001, conferisce allo Stato pieni poteri per la confisca e la ridistribuzione dei terreni privati coltivati “che eccedano una certa dimensione e che siano giudicati improduttivi”. Inoltre, come recita la legge, “gli agricoltori sono tenuti a mostrare i titoli di proprietà delle terre che utilizzano a partire dal 18 dicembre (8 giorni dopo l'entrata in vigore del provvedimento) onde evitare l'espropriazione”.
Come è facile rilevare, il senso di questa riforma agraria va nella direzione di una più equa distribuzione della terra, a tutto vantaggio delle piccole “haciendas” e dei contadini “sin tierra” sempre penalizzati dallo strapotere del grande latifondo. Per di più, la legge stabilisce una severa regolamentazione della proprietà dei terreni coltivabili: una misura quanto mai necessaria per far fronte al fenomeno dilagante dell’occupazione abusiva.
Il Miami Herald, riportando uno studio fatto dall'Istituto Nazionale Agricolo del Venezuela, stima che quasi il 95% dei proprietari terrieri non possiede titoli legali sulle proprietà che occupa. Ecco perché nelle ore convulse del golpe del 2002 - quello ordito dalla Cia e dalla confindustria venezuelana per rovesciare Chavez - si sono visti i grandi latifondisti protestare in piazza: la terra agli indios poveri sarebbe stata per loro una vera “ingiustizia”.
Sul versante della politica petrolifera, Chavez intende continuare l’esportazione dell’”oro nero” a Cuba ad un prezzo ridicolo, puntando viceversa ad un innalzamento dei prezzi negli scambi verso Usa e paesi ricchi. Il suo vero obiettivo è rendere il Venezuela (il maggior esportatore dell’America Latina e l’unico stato della regione a far parte dell’Opec) sempre più indipendente nella gestione dell’estrazione e della commercializzazione del greggio. Come è ovvio, tale orientamento politico risulta particolarmente sgradito agli Usa - principali fruitori del petrolio venezuelano - che, di conseguenza, continuano a mettere in atto azioni di rappresaglia contro il paese andino.
Nel 2001 dopo la presidenza Clinton, “i repubblicani cominciarono ad accusare Chavez di appoggiare i gruppi guerriglieri di tutta la zona della Cordigliera ed iniziarono a percepire la sua politica come ulteriore elemento di instabilità”. Da quel momento la Casa Bianca ha puntato a bloccare l'economia interna venezuelana, come nel 1973 fece per Salvador Allende, sostenendo un coacervo di forze che facevano resistenza a Chavez, fino a giungere al golpe (fallito) dell’aprile del 2002 che intendeva consegnare il governo a una giunta di esponenti legati a doppio filo con l’oligarchia confindustriale e terriera del Paese. Giunta capeggiata dall’imprenditore Pedro Carmona Estanga, leader della potente Federcameras (la confindustria locale).
Oggi, a quasi due anni dal colpo di stato contro-bolivariano, l’opposizione a Chavez è andata rafforzandosi, contando vieppiù sull’appoggio di stampa e mass media. Il potente apparato televisivo venezuelano “funziona praticamente all’unisono, a reti unificate 24 ore al giorno, talvolta con una propaganda apertamente terrorista che fa sfacciatamente appello alla violenza e alla ribellione militare, violando tutte le leggi in materia”. I principali network nazionali, controllati direttamente o influenzati dalla destra militare e imprenditoriale, mettono in onda incessantemente “un micidiale cocktail di menzogne, manipolazione dell’informazione e violenza psicologica” nel tentativo di screditare il governo costituzionale e di attirare nuovi settori del Paese in appoggio ad una soluzione violenta della crisi.
Ma a dispetto dell’ossessiva campagna di diffamazione mediatica, il sostegno della popolazione a Chavez si mantiene ben saldo (negli strati medio-bassi come nell’esercito). E, per il momento, né l’ostruzionismo dell’opposizione né l’ostilità degli Stati Uniti sembrano in grado di arrestare quest’originale processo di trasformazione del Paese che passa sotto il nome di “Nuova Rivoluzione Bolivariana”.
(Chile)


“Siamo qui per portare alla vittoria la rivoluzione e lo dimostreremo consegnando ancora una volta ai contadini titoli di proprietà della terra e titoli di credito agevolato per intraprendere un’attività autonoma, o meglio, in cooperativa. E’ con questa distribuzione della terra dei latifondi eccedenti i 5.000 ettari, come con l’assegnazione dei titoli di proprietà urbana agli abitanti dei quartieri poveri, che avanzano le nostre riforme e che si compie una vera rivoluzione sociale. Noi abbiamo una priorità: insieme al pane vogliamo restituire  la dignità.” (Hugo Chavez Frìas)

domenica 1 febbraio 2004

AlReves: Colombia


I misfatti del “Plan Colombia”

 Una terra sterminata con quasi 40 milioni di abitanti; un paradiso di biodiversità (oltre 2.000 le specie di uccelli) in una galassia di paesaggi multiformi e variopinti: foreste pluviali, savane, vulcani e montagne di oltre 5.000 metri, una rete fluviale colma di risorse idriche. E’ la Colombia, paese meraviglioso e ricco di contrasti. La sua economia è una delle meno disastrate dell’America Latina, grazie soprattutto all’abbondanza di merci esportate: petrolio, gas naturali, carbone, smeraldi e caffè in primis, senza contare i traffici illegali di coca ed eroina.
Ancora oggi, però, 8 milioni di colombiani vivono in condizioni di povertà estrema; il grave squilibrio sociale nel paese porta il 10% più ricco a possedere un reddito 133 volte maggiore del 10% più povero. La Colombia è anche la nazione che “vanta” il più alto numero di omicidi e di assassini politici del continente (quasi 90 ogni 100.000 abitanti), con un vasto campionario di vittime che comprende, oltre alla gente comune, anche sindacalisti, esponenti politici, giornalisti ed attivisti dei diritti umani. Ormai la violenza non risparmia più nessuno, in un ginepraio di contrasti interni alimentati da una guerra civile che dura da oltre cinquant’anni e dalle lotte armate per il controllo del narcotraffico.
La lunga spirale di violenza ha inizio nel 1948 con la contrapposizione tra i due principali attori della scena politica: le forze liberali e progressiste da una parte e i nazional-conservatori legati alla difesa dei privilegi delle classi dominanti, dall’altra. Durante gli anni della Guerra Fredda, gli scontri si intensificano anche a causa dell’ingerenza degli Stati Uniti. I Gringos temono il diffondersi del “morbo comunista”, dopo il successo della rivoluzione cubana e la crescente attività dei movimenti insurrezionali in tutto il continente latinoamericano.
La strategia politico-militare che gli Usa applicano in quella porzione di mondo si rifà alla celebre “Dottrina della Sicurezza Nazionale”. Essa prevede essenzialmente l’invio di finanziamenti e di supporti logistici a tutte quelle forze “reazionarie” (in genere contingenti regolari, corpi paramilitari, oppure eserciti privati a servizio di “terratenientes”) presenti nelle aree più esposte al “pericolo rosso”. In realtà, nel caso colombiano, lo scopo non dichiarato è quello di pervenire al controllo diretto delle risorse energetiche indispensabili all’industria nordamericana, ed altrettanto necessarie alle compagnie multinazionali interessate ad incrementare il “prelievo” sottocosto di materie prime.
Anche oggi il copione non è mutato, con gli americani impegnati a fondo nella realizzazione del “Plan Colombia” proposto nel 1998 dal governo Pastrana: un mastodontico progetto di aiuti militari ed economici che in poco tempo ha fatto della Colombia uno dei maggiori beneficiari dell’assistenza militare statunitense. In gioco ci sono importanti investimenti nell’area delle Ande, come il consolidamento dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) e la salvaguardia di interessi in attività legali e illegali.  
Nel quinquennio 1996-2000, con il pretesto della lotta al narcotraffico, il governo colombiano ha ricevuto dagli Usa e da altri partner più di 1.300 milioni di dollari in aiuti di vario genere (in prevalenza apparati militari e sistemi d’arma). Questa spesa è destinata ad aumentare anche nei i prossimi anni, dal momento che le forze armate rivoluzionarie (FARC e ELN) controllano una porzione consistente di territorio ed hanno raggiunto col tempo un livello di organizzazione e di efficienza pari a quello di un esercito professionale.
Attualmente le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la formazione guerrigliera più numerosa dell’America Latina) presidiano la zona sudorientale della nazione, vale a dire giacimenti petroliferi, allevamenti intensivi, coltivazioni di coca e principali fiumi. Al più piccolo ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, gruppo filocubano di 5.000 combattenti) resta il controllo dell’area occidentale e del bacino dell’Orinoco (piantagioni di cotone e, in parte, caffè, coca e papavero). Completano il quadro delle unità combattenti colombiane i paramilitari di destra delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), milizie locali al soldo di latifondisti e narcotrafficanti.
Le AUC rivendicano la propria presenza in 350 municipalità colombiane, circa la metà del totale, con l’obiettivo di contrastare i guerriglieri di sinistra. Per ammissione degli stessi capi, i paramilitari controllano sia coltivazioni di coca sia raffinerie di cocaina, e considerano le Farc come semplici concorrenti di una piccola parte dell’enorme affare della cocaina in Colombia.
Senza ombra di dubbio, dietro all’uso propagandistico del problema droga si cela il tentativo di tagliare le finanze alle forze insurrezionali ed assegnare ad enti istituzionali filo Usa il controllo di un affare che sfugge almeno per il 30%. Tuttavia, “mentre si continuano a criminalizzare i produttori di droga - commenta il ricercatore Ricardo Vargas Meza - si lascia fuori ogni disposizione internazionale in fatto di riciclaggio e di contrabbando di armi e non si tocca minimamente il tema dell’importazione nel paese di precursori chimici per il processamento degli stupefacenti (l’80% proviene legalmente dagli Usa, il 16% dall’Europa e il resto da Venezuela Messico e Cina [n.d.r.]), diluendo così la responsabilità dei paesi del nord del mondo, loro principali esportatori”.
D’altronde, neppure le grandi multinazionali sono estranee al gigantesco giro d’affari legato alla commercializzazione degli stupefacenti, sembrano anzi aver raggiunto il monopolio
sull’importazione dei composti chimici più comunemente utilizzati nella raffinazione del prodotto.
La Shell, per esempio, è l’unica fornitrice di acetone, la cui importazione è giustificata a favore di una propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i carichi di carbonato di sodio vengono autorizzati per le esigenze di alcune case di dentifrici, tra cui la Colgate.
Nel corso degli anni, l’applicazione del “Plan Colombia” ha prodotto effetti devastanti anche sull’ecosistema andino. Fin dagli anni 70, l’uso massiccio di diserbanti chimici e di fumiganti sulle coltivazioni di coca e marijuana è causa di danni rilevanti alla flora ed alla fauna del paese e di un preoccupante incremento di malattie nella popolazione esposta.
Tra i principali responsabili del disastro ambientale c’è il “Fusarium oxysporum”, un fungo creato in laboratorio attraverso esperimenti di manipolazione genetica “in grado di attaccare piante e microrganismi presenti nel suolo sino a 50 cm di profondità”. Inoltre, è stato rilevato che i terreni infestati da questa spora “non possono più servire per nessun processo di coltivazione alternativa”. Questo fenomeno costringe intere masse di popolazione contadina ad esodi forzati verso territori ancora incontaminati.
Secondo il rapporto dell’Università di Medellin sui “Danni ambientali del Fusarium oxysporum”, al micidiale fungo verrebbe attribuita “l’origine dell’esplosione dei casi di cancro e leucemia tra la popolazione [nelle zone rurali con presenza di coltivazioni illegali] e una riduzione delle difese immunitarie dalle infermità che derivano da affezioni virali o da denutrizione”.
Anche i composti chimici trovano in Colombia larghe possibilità di impiego. Tra i più conosciuti (e deleteri) figurano gli erbicidi “Paraquat” e “Triclopyr” - già sperimentati dagli americani “con successo” in teatri d’operazione come Vietnam ed Indocina - e il micidiale defoliante “Tebuthiuron”, ritirato dal commercio in Perù a causa dei “danni irreversibili agli ecosistemi terrestri ed acquatici e agli stessi esseri umani”.
Dall’autunno del 2001 la denominazione “Plan Colombia” è stata sostituita con la più convincente “Iniziativa Regionale Andina” (IRA). Ma la sostanza e gli scopi del progetto non sono cambiati.
Dalla Colombia, intanto, continuano a giungere notizie di massacri di civili (opera per lo più delle forze dell’AUC), in aggiunta ai consueti bollettini di guerra che parlano di ingenti perdite di tutti i contendenti in campo.
(Chile)

giovedì 1 gennaio 2004

AlReves


Gli altri 11 Settembre

 Secondo autorevoli pareri di intellettuali ed analisti, l’11 settembre del 2001 ha segnato l’inizio di una nuova era. Molti think tank - letteralmente “serbatoi di pensiero”, ovvero le agenzie di informazione americane - hanno individuato in questa data lo spartiacque tra la fine del conflitto secolare capitalismo-comunismo e l’inizio della guerra totale contro il terrorismo internazionale. Ma il mondo dell’informazione dimentica, e spesso colpevolmente, che il terrorismo - quello di stato - viene largamente praticato nella storia recente (e nell’attualità) proprio dagli Stati Uniti d’America, che oggi si ergono a difensori della libertà e della democrazia planetaria.
La storia del secondo dopoguerra ha già conosciuto, prima del 2001, altri drammatici “11 settembre”. Quello stesso giorno del 1973, in Cile, il colpo di stato militare dei generali golpisti di Pinochet metteva fine all’esperienza democratica di Salvador Allende, presidente legittimo e liberamente eletto dal popolo. L’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger,
commentando l’evento, ebbe modo di dichiarare: «non si può permettere che il Cile diventi marxista, per il semplice motivo che la sua popolazione è irresponsabile». Pochi giorni dopo la morte di Allende, egli ribadì al dittatore cileno il pieno appoggio dell’amministrazione statunitense affermando che «negli Usa, come lei sa, guardiamo con favore a ciò che lei sta cercando di realizzare». E aggiunse: «auguriamo al suo governo ogni bene».
Quelle brevi dichiarazioni, insieme a numerosi altri documenti compromettenti custoditi negli archivi di stato di Washington, testimoniano inequivocabilmente il coinvolgimento della Cia nel colpo di stato e, successivamente, la sua complicità nel sostenere le atrocità del regime di Pinochet. Il resto è storia già nota: il terrore seminato dagli squadroni della morte, le camere di tortura, la soppressione di ogni libertà individuale, i desaparecidos, le persecuzioni di sindacalisti e di membri della società civile… Per quasi vent’anni il Cile visse nell’incubo di una delle più feroci dittature della storia dell’umanità: tutto questo fu possibile anche grazie al contributo della Casa Bianca. 
Ma la lista dei paesi oggetto delle attenzioni statunitensi comprende anche Guatemala, Costa Rica, Ecuador, Brasile, Perù, Bolivia, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Panama, Repubblica Dominicana, Messico e Colombia (se vogliamo limitarci al solo continente latinoamericano).
In questi paesi centinaia di migliaia di persone sono state uccise (circa 200.000 solo in Guatemala, sotto il regime di Rios Montt), torturate o sono semplicemente scomparse nel nulla. I “quadri” del personale impiegato in quelle operazioni di “anti-insurrezione” (membri di eserciti regolari, truppe paramilitari etc…) provengono tutti dalla “School of Americas” di Fort Benning (Georgia), l’accademia militare gestita dalla Cia e finanziata direttamente dall’amministrazione Usa.
Anche in Medio Oriente il mese di settembre evoca ricordi sinistri. Tra il 16 e il 18 settembre 1982, le milizie falangiste filo-israeliane inviate dall’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon fecero irruzione nei campi di raccolta libanesi di Sabra e Chatila, sterminando a colpi di arma da fuoco e da taglio circa tremila profughi palestinesi. Si trattò di un’operazione di “pulizia etnica” pianificata scrupolosamente dallo stato maggiore dell’esercito israeliano con l’intento di “ripulire” il Libano e cacciare con i bombardamenti e il terrore i profughi verso la Giordania. In questo modo, si sarebbe realizzato il piano sionista che prevedeva l’annessione dei Territori Occupati nel 1967.
Benché siano noti mandanti ed esecutori, nessun responsabile è stato mai giudicato per quel crimine. Esiste solo una denuncia nei confronti di Sharon (ora Primo Ministro israeliano) presentata presso il Tribunale dell’Aia da un avvocato palestinese, a nome di una trentina di famiglie sopravvissute al massacro. 
Le vittime dell’eccidio del 1982 eguagliano quelle dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Tuttavia, mentre nel secondo caso quelle morti innocenti sono state piante e celebrate
- legittimamente - in tutto il mondo, di Sabra e Chatila non è rimasta alcuna traccia nella memoria storica degli eventi. La vita di un cittadino statunitense vale forse più di quella di un profugo palestinese?
(Chile)


Il nostro tempo è pieno di paradossi, ma il più evidente è quello che ha reso la questione della pace come questione di parte. Tutti ricordano come alla vigilia della guerra contro l'Iraq i pacifisti, o semplicemente quelli che erano contrari a questa guerra insensata e controproducente per gli stessi obiettivi per cui è stata dichiarata, venivano trattati come vigliacchi e rinunciatari, sognatori o addirittura traditori.
Oggi nel mondo esiste una intera casta di politici, giornalisti e affaristi che hanno fatto della guerra, questa avventura senza ritorno, una ragione di vita per se stessi e per gli interessi che rappresentano. E' ingenuo pensare che farebbero marcia indietro. Mi chiedo, se non ci fosse stata la manna del terrorismo, come avrebbero potuto giustificare la loro guerra. In condizioni di pace tornerebbero a essere dei mediocri superati dalla storia, quali in effetti sono. La loro unica maniera di sopravvivere è trascinare indietro la storia stessa. Lo potranno fare solo per un breve tempo, prima di esserne travolti […].

(Ali Rashid, da “Il Manifesto” del 2/12/2003).

lunedì 1 dicembre 2003

AlReves: Perù


Sulle orme di Tupac Amaru

 “Sole raggiante delle Ande, tu che cammini per il mondo[…] Quante voci oggi ti acclamano se sei astro o se sei dio. Se l’uomo è a tua immagine, perché ti allontani da lui? Se il povero è tuo amico, perché gli volti le spalle?”. Sono parole di una canzone di Manuel Silva, celebre cantautore peruviano meglio conosciuto con il nome di Pichincucha. Sono grida di dolore e risentimento di un popolo martoriato per secoli dalla miseria e da una serie infinita di soprusi e ingiustizie sociali.                                      
Il Perù di oggi, dopo la triste parentesi del regime autoritario di Alberto Fujimori, sta attraversando una delicata fase di transizione democratica. L’attuale governo “socialdemocratico” di Alejandro Toledo, insediatosi nel luglio del 2001, ha preso in eredità un paese sull’orlo del collasso, a causa degli effetti nefasti delle politiche neoliberiste degli anni 90 che hanno fatto aumentare a dismisura il debito estero e la disuguaglianza sociale.
Secondo il rapporto di “Social Watch” per l’anno 2001, “a Lima il 45,2% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; nelle aree rurali la percentuale sale al 66,1%. Nelle aree urbane l’84% della popolazione dispone di acqua potabile; nelle aree rurali solo il 33%. Nelle aree rurali esistono poche scuole secondarie e il programma di istruzione primaria è decisamente scarso. Fra i non poveri, soffre di malnutrizione l’11% dei bambini al di sotto dei cinque anni; fra i poveri assoluti la percentuale sale al 43,5%. Un altro dato allarmante è il fatto che solo il 7,4% delle persone che vivono in condizioni di povertà assoluta ricorre alle strutture sanitarie in caso di malattia”.
In questo scenario di recessione economica e crisi sociale, riprendono vigore i movimenti armati di “Sendero Luminoso” e gli irriducibili combattenti del “Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru”, dei quali si erano da tempo perse le tracce.
Le origini del MRTA risalgono al 1982, anno della sua fondazione in seguito alla fusione di una parte consistente del Partito Socialista Rivoluzionario Marxista Leninista (PSR-ML) con l’avanguardia Rivoluzionaria (VR). Tuttavia, il gruppo guerrigliero affonda le sue radici culturali e politiche ben più indietro nel tempo: nella storia dei moti di ribellione del popolo inca sotto l’occupazione spagnola. Il suo faro ispiratore è Tupac Amaru, l’inca che quattro secoli fa guidò una gigantesca rivolta contro l’occupante straniero, poi sedata col sangue dei ribelli insorti. Gli indios ancora oggi lo venerano come un Dio che subì il martirio e vedono nel patibolo, sul quale si immolò, il simbolo del nuovo calvario del popolo peruviano.
Dopo anni di lotta clandestina e sempre alla ricerca di maggiore visibilità internazionale, nel 1996 l’MRTA passa decisamente all’azione con un audace colpo di mano a Lima. Un gruppo armato di giovani militanti (tutti di età compresa tra i 15 e i 18 anni) fa irruzione nell’ambasciata giapponese capitolina dove vengono prese in ostaggio 72 persone. Si tratta, per lo più, di funzionari governativi e diplomatici internazionali.
Gli obiettivi del commando guidato da Nestor Cerpa Cartolini vanno ben oltre la richiesta avanzata dal gruppo, ossia la scarcerazione immediata dei detenuti politici del MRTA (condizione necessaria per ottenere il rilascio degli ostaggi dell’ambasciata); si tenta piuttosto, con quell’azione eclatante, di attirare l’attenzione del mondo sul dramma vissuto dai peruviani sotto la dittatura fujimorista.
In effetti, l’impatto mediatico suscitato è enorme, a tal punto che i combattenti dell’MRTA ottengono l’apertura di una lunga mediazione internazionale. Questa soluzione garantirebbe almeno l’incolumità dei guerriglieri che avrebbero asilo politico da un paese amico; ma i margini della trattativa sembrano comunque esigui.
Infatti dopo un assedio di 126 giorni, il governo decide improvvisamente di rompere gli indugi dando via libera all’intervento dei corpi speciali. Ora tutti gli occhi del mondo sono puntati su Lima, mentre gli operatori della CNN documentano in diretta televisiva - con l’enfasi spettacolare di un film d’azione hollywoodiano - le fasi finali dell’attacco all’ambasciata.
Gli assaltatori dell’esercito fredderanno senza pietà uno dopo l’altro tutti i giovani ribelli, lasciando sul terreno anche uno degli ostaggi, Carlos Giusti (giudice della Corte Suprema di Lima, nonché oppositore politico di Fujimori), che verrà “provvidenzialmente” raggiunto da un proiettile vagante.
Alberto Fujimori esce così vincitore da quel lungo “braccio di ferro”: può finalmente accreditarsi agli occhi di Clinton e dei “poteri forti” dell’economia come risoluto tutore dell’ordine pubblico. Qualche anno dopo, però, sarà lo stesso “Chino” a scontare gli abusi del suo governo: nel giugno del 2001 il suo braccio destro Vladimiro Montesinos, capo dei servizi segreti (il famigerato SIN) e vera “eminenza grigia” del regime, viene incriminato per aver corrotto - con elargizione di cospicue somme di denaro - alcuni membri del parlamento ed altri esponenti dell’opposizione.
Travolto dagli echi dello scandalo e ormai privato del consenso popolare, Fujimori si decide finalmente a lasciare il Perù per la sua terra d’origine, il Giappone, dove vive tuttora in una sorta di esilio dorato, appena sfiorato dai procedimenti giudiziari (corruzione e narcotraffico) che gravano sulla sua persona. Il destino di 25 milioni di peruviani dipende ora dall’operato dell’amministrazione Toledo che  promette giustizia e prosperità, senza però - al momento - aver concretizzato nessuno degli impegni presi con gli elettori.
Come in Ecuador nel gennaio 2000 contro il presidente Mahuad, o in Argentina nel dicembre 2001 contro De La Rua, o in Bolivia lo scorso mese contro Sanchez De Losada, i popoli del “Cono Sur” continuano ad insorgere contro il modello economico che dovunque in America Latina ha aggravato la corruzione, impoverito le popolazioni e favorito disuguaglianza ed esclusione sociale.
(Chile)


“Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.(Elio Vittorini)