sabato 4 febbraio 2023

"Incapaci di ottenere 4 indirizzi"

Sono trascorsi sette anni, ma la sofferenza resta invariabilmente intensa. E la rabbia anche.

Ieri, in occasione del settimo anniversario del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, su una strada tra Il Cairo e Alessandria, i suoi genitori Claudio e Paola hanno scritto un post su Facebook, insieme alla loro avvocata Alessandra Ballerini, per esprimere tutta la loro frustrazione e amarezza. 
«Chissà cos'hanno tutti da nascondere - si domandano retoricamente - per ostacolare la verità con tanta oltraggiosa determinazione. Abbiamo i nomi, abbiamo i volti di quattro tra i molti artifici di "tutto il male del mondo". Ci manca la loro elezione di domicilio per celebrare finalmente un processo in Italia».
Dalle indagini svolte dai carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco, coordinati dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, è emerso che il ricercatore friulano è stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, con il quale era entrato in contatto per i suoi studi. Sotto accusa ci sono gli ufficiali della National Security egiziana Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Rispondono tutti di sequestro di persona, e Abdelal Sharif anche di lesioni e concorso nell'omicidio.
Ma purtroppo il processo ai quattro è sospeso: il nodo restano le mancate notifiche agli imputati, dei quali le autorità egiziane non hanno mai fornito gli indirizzi di domicilio, bloccando, di fatto, il procedimento.
Ma com'è possibile che i politici italiani non riescano a fare pressione sul governo di Al Sisi? È questo l'interrogativo che tormenta Claudio e Paola Regeni.

Scrivono infatti: «Chi, ad ogni gita al Cairo, dopo i selfie e i salamelecchi di rito, si riempie la bocca di "collaborazione" dovrebbe spiegare agli italiani perché tornano a casa sempre a mani vuote, incapaci di farsi dare anche solo 4 indirizzi. Sarebbe più dignitoso tacere. A furia di stringere le mani (e vendere armi) ai dittatori si rischia di trovarsi insanguinate anche le proprie. E di offendere la nostra dignità».
Anche il collettivo "Giulio siamo noi" ribadisce la richiesta di verità. «La verità - si legge sul profilo Facebook - è un diritto inviolabile. Dopo sette anni la pretendiamo per Giulio, per tutti noi. Basta parole vuote, strette di mano e passerelle offensive»


Grazia Longo, LaStampa

venerdì 20 gennaio 2023

Aida, massacrata dal regime, danza senza tempo


Le poetiche giravolte di Aida Rostami sotto le fronde di un albero, su un tappeto autunnale di foglie e frutti caduti, sono l'ennesima sfida non violenta del movimento delle proteste al regime degli ayatollah. Nel 40esimo giorno dalla morte della giovane dottoressa che prestava soccorso clandestino ai manifestanti contro il governo, danza senza sosta la ragazza coraggiosa, nei feed dei canali social.

La famiglia della 36enne, scomparsa il 12 dicembre dopo essersi allontanata dall'abitazione di un manifestante per procurarsi ulteriore materiale medico e mai più tornata viva a casa, ha raccontato alla testata Iran International di aver ricevuto forti pressioni dalle autorità iraniane per non riunirsi al cimitero per onorare la memoria di Aida al termine del periodo di lutto. All'epoca della sua scomparsa, una fonte vicina alla famiglia aveva rivelato al sito anti regime IranWire che una stazione di polizia locale aveva chiamato i parenti per comunicare che la donna era morta in un incidente stradale durante la notte. Qualche giorno dopo, l'agenzia di stampa Mizan, l'organo d'informazione del sistema giudiziario della Repubblica islamica, aveva rettificato la notizia offrendo un racconto completamente diverso delle circostanze della morte del giovane medico. I media statali avevano anche pubblicato il video di un uomo che, nell'anonimato, affermava di essere l'amante di Aida e dichiarava che la ragazza si era gettata da un ponte, dopo che lui l'aveva lasciata. Ma la famiglia, che era riuscita a recuperare il cadavere solo grazie a insistenti richieste, si era trovata d'avanti un corpo che riportava segni di pesanti torture, il volto tumefatto e un occhio fuori dall'orbita, entrambe le mani fratturate e ferite alla parte inferiore del busto.

Da copione in questa ondata di proteste in Iran, la morte di chi si è schierato dalla parte dei manifestanti diventa oggetto di controversia tra una versione ufficiale (un suicidio o un incidente) e quella della famiglia che denuncia invece: «l'hanno uccisa». E, sempre da copione, le autorità cercano di impedire e soffocare le commemorazioni delle vittime, temendo nuovi focolai di rivolta. Per tutta risposta, la testata britannica anti-regime Iran International ha pubblicato il video di Aida Rostami, che danza felice e a capo scoperto, con i capelli scuri sciolti e lunghi fino in fondo alla schiena, dando vita a una cerimonia virtuale globale.

Negli ultimi quattro mesi, secondo la denuncia dell'associazione internazionale dei medici iraniani, almeno altri quattro operatori sanitari, oltre a Rostami, sono stati uccisi per mano della Repubblica islamica: la chirurga Parisa Bahmani, l'infermiera Maedeh Javanfar e 2 studenti di medicina Aylar Haghi e Ghazal Amiri. E mentre la presidente dell'Eurocamera, Roberta Metsola, ribadisce in un tweet che «l'Iran deve fermare l'oppressione e abolire la pena di morte», nel giorno dopo l'emendamento approvato dal Parlamento europeo con cui si chiede l'inserimento del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione nella lista dei terroristi dell'Ue, lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane mette in guardia l'istituzione europea sulle conseguenze di tale decisione.

Fabiana Magrì (LaStampa, 20.01.23)

venerdì 30 dicembre 2022

ONG e soccorso in mare


Il decreto legge Sicurezza sull’attività delle organizzazioni non governative dà la misura di quanto possa essere profondo e irreparabile lo scarto tra la Vita e la Norma, tra i sentimenti e i movimenti umani e la legge, tra i bisogni primari, quali la sopravvivenza e la libertà, e i codici e i regolamenti.

La posta in gioco è il soccorso in mare e questo richiama una fondamentale questione di vita e di morte. La possibilità, cioè, di sottrarre al mare una esistenza umana o di abbandonarla a esso.
Questo si basa sul principio e sul vincolo della reciprocità: io salvo te perché so che domani, se la mia vita fosse in pericolo, tu salveresti me.
È questa la ragione che dovrebbe indurre a trattare la materia delle Ong del mare con il massimo senso di responsabilità.
L’attività di salvataggio viene bloccata dentro una gabbia rigida, che palesemente sembra aver dimenticato quello che dovrebbe essere il suo scopo essenziale. Come spiegare altrimenti una norma che dispone che per ogni missione si possa effettuare una sola operazione di salvataggio?
Pertanto, dopo aver soccorso le imbarcazioni in difficoltà, l’Ong non potrà effettuare altri salvataggi e nemmeno potrà realizzare trasbordi da una nave all’altra.
Una simile volontà governativa di “disciplinamento” può avere una sola motivazione: quella di scoraggiare e interdire la presenza delle navi delle Ong nei tratti di mare dove si concentrano le imbarcazioni dei profughi; e di stravolgere la finalità dell’azione di soccorso, trasformandola in attività di controllo e repressione.
Questo nuovo decreto Sicurezza riproduce l’errore capitale in cui sono incorsi quelli precedenti. Ignora che l’emergenza non è rappresentata dalle Ong e dai loro comportamenti non conformi alla politica dei governi, bensì dalla cifra crudele di quelle morti (circa 2mila nel 2022) che si registrano nel Mediterraneo centrale, anno dopo anno, in una strage infinita e insensata. L’azione delle Ong ha contenuto e ridotto questa macabra contabilità: combatterle ha il solo effetto di incrementare il numero delle vittime. 
Luigi Manconi

(Illustrazione di Francesco Piobbichi)

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giovedì 22 settembre 2022

[Iran]

 “In queste ore le donne iraniane stanno facendo qualcosa di grandioso.
Dopo essersi tolte l’hijab per manifestare contro la brutale uccisione della 22enne Mahsa Amini, “colpevole” di aver indossato “male” il velo, le proteste stanno dilagando in tutto l’Iran.
Commuovono le immagini di decine e decine di donne che, sfidando il regime di Khamenei, si tagliano i capelli, bruciano l’hijab in piazza e diffondono i video sui social, mentre in molte marciano in strada a volto scoperto come estremo atto di ribellione.
Donne che sostengono altre donne, in una sorellanza che supera anche la paura. 
Donne giovani e meno giovani che alzano la testa, non si piegano, scoprono il volto, bruciano i simboli dell’oppressione e manifestano per i diritti di tutte. 
C’è solo da inchinarsi dinnanzi a tanto, inaudito, coraggio. E sostenerle fino in fondo.”

 @lorenzotosa  

domenica 4 settembre 2022

Il dolore dei registi iraniani incarcerati

 "Creare è la nostra ragione di vita"
 Il messaggio di Panahi e Rasoulof

«Siamo cineasti. Facciamo parte del cinema iraniano indipendente. Per noi vivere significa creare. Creiamo opere che non sono su commissione, per questo chi è al potere ci vede come criminali»: comincia così la dichiarazione dei registi iraniani Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, letta dal direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera al panel «Cineasti sotto attacco». Panahi è stato privato della libertà personale nel luglio scorso, per aver manifestato insieme a numerosi suoi colleghi per l'arresto di altri due registi, Mohammad Rasoulof e Mostafa Aleahmad, avvenuto a seguito delle proteste contro la violenza nei riguardi di civili in Iran. 
«La storia del cinema iraniano - prosegue il messaggio - testimonia la presenza costante e attiva di registi indipendenti, che hanno lottato per respingere la censura e per assicurare la sopravvivenza di quest'arte. Fra questi, ad alcuni è stato vietato di fare film, altri sono stati costretti all'esilio o ridotti all'isolamento. Eppure la speranza di poter nuovamente creare è una ragione di vita, non importa dove, quando o in quale circostanza un cineasta indipendente stia creando o pensando di creare».