La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.sabato 10 aprile 2021
Con chi si lega la Lega nell’Unione Europea?
La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.El Salvador, il nuovo presidente
Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema.
Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln.
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale
martedì 8 dicembre 2020
Patrick Zaki
L’Egitto è un paese sovrano.
Perché dovrei chiedere al mio governo
di intervenire per liberarlo?
E poi perché il mio paese dovrebbe fare qualcosa per lui se non sta facendo nulla per ottenere verità e giustizia per il cittadino italiano Regeni? Il buonismo è stucchevole, bisogna essere realisti. L’Egitto è un partner importante, se non facciamo affari con le dittature, ci penseranno altri stati senza scrupoli a farle. Avete sentito cosa ha detto Macron poche ore fa? Nemmeno lui vuole interrompere “i rapporti di dialogo con l'Egitto" ha spiegato, perché “vorrebbe dire influenzare negativamente il paese nella sua lotta al terrorismo”. Le armi all’Egitto servono anche per questo. Per difendere gli egiziani dai terroristi! E visto che noi italiani produciamo armi è bene che siamo noi a vendergliele. Vendere armi e prendere da loro le risorse del sottosuolo è indispensabile per l’Italia. Lo dice pure un intellettuale importante, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che “esiste un’importante ragion di Stato (l’Eni…) che invita ad evitare una rottura con l’Egitto”. L’ha scritto poche settimane fa che “E’ assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni «#veritapergiulioregeni» e altre analoghe”?
E infatti dice che bisogna smetterla con questi appelli inutili e ha fatto la “proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola”.
E poi chi mi garantisce che Zaki non sia davvero un terrorista? Se fosse solo un innocuo studente che si batte per degli ipotetici diritti, perché tutti gli altri studenti egiziani che studiano all’estero non vengono arrestati quando tornano in patria per le vacanze? Magari non è un terrorista, ma è possibile che sia una testa calda, un provocatore. Uno che ha passato il segno. Si tratta di uno studente, una persona che ha studiato, dovrebbe saperlo che nel suo paese certi comportamenti sono un reato. E poi ho sentito dire che è un omosessuale. Io non sono gay, ma non ho niente contro i gay. Ho tanti amici gay. Non mi piace quando ostentano la loro diversità, quando fanno le parate con le piume in testa, ma nel loro privato sono liberi di fare quello che vogliono. Sono contrario al matrimonio tra gay, ma per il resto devono avere gli stessi diritti delle persone normali. In Italia è così, ma in certi paesi è un reato. Anche tanta gente di “sinistra” che lo difende dovrebbe saperlo. E dovrebbe ricordarsi che anche in Unione Sovietica era un reato.
Perché nessuno dice niente per i nostri pescatori sequestrati in Libia?
Perché non si stracciavano le vesti per i nostri marò?
…
Caro lettore, se sei arrivato fin qui e sei d’accordo con quanto hai letto sappi che sei un razzista. Che tra te e i carnefici che sequestrano, torturano, uccidono, che ci guadagnano denaro e potere
l’unica differenza
è che tu
non ci guadagni niente
a essere una carogna.
(Ascanio Celestini)
#FreePatrickZaki
giovedì 3 dicembre 2020
[IRAN] Nasrin Sotoudeh torna in carcere
Come anticipato ieri da diverse Ong, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani Nasrin Sotoudeh è tornata in prigione meno di un mese dopo il suo rilascio temporaneo. Deve scontare una pena di 12 anni di carcere. A confermarlo è stato suo marito Reza Khandan: "Nasrin è tornata in prigione", ha detto.
Sotoudeh, 57 anni e vincitrice del premio Sakharov del Parlamento europeo, era stato rilasciata il 7 novembre dopo aver ottenuto un congedo temporaneo ed essere risultata positiva al Covid-19.
L'avvocatessa e attivista è in carcere dal 2018 per aver difeso una donna arrestata per le proteste contro l'obbligo per le donne iraniane di indossare l’hijab.
All'epoca era stata condannata a cinque anni di carcere in contumacia per spionaggio, ma nel 2019 è stata le sono stati inflitti 12 anni di carcere "per aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza”.
Secondo suo marito, la salute di Sotoudeh si è gravemente compromessa durante la detenzione e a settembre l’attivista ha terminato uno sciopero della fame di 45 giorni che aveva cominciato per chiedere il rilascio dei prigionieri a causa della diffusione della pandemia di coronavirus nelle carceri.
Le "autorità giudiziarie hanno insistito perché tornasse oggi" in prigione, ha detto suo marito. L'avvocatessa è risultata positiva al Covid-19 pochi giorni dopo il suo rilascio temporaneo, ha detto Khandan.
Il mese scorso, l'Iran ha registrato quasi 49 mila decessi per coronavirus e oltre 989 mila casi. La Repubblica islamica è il paese più colpito del Medio Oriente. Da marzo a più di 100 mila detenuti è stata concessa una liberazione temporanea per limitare la diffusione della malattia nelle carceri, molti però sono poi tornati in prigione.
domenica 29 novembre 2020
Le parole dello stigma che si dovrebbero evitare
Giocare ai neurologi o agli psichiatri non è passato di moda sui
media e mentre qualche settimana fa, come dadi, si lanciavano diagnosi
casuali ai giovani che stando in casa o fuori sbagliano comunque, questi
ultimi giorni hanno visto un ulteriore livello: sul tavolo sono balzate
le persone negazioniste.
Al diffondersi delle teorie cospirazioniste e del negazionismo della
COVID-19, che hanno conseguenze sulla salute pubblica per il rifiuto di
adottare le misure di sicurezza, hanno dato un rilevante contribuito
un’informazione contraddittoria e selettiva, diversi esperti ottimisti e
tanta propaganda politica antiscientifica.
“Dementi”, “pazzi”, “psicotici” sono solo alcune delle
pseudo-diagnosi affibbiate come insulti a chi nega le conseguenze del
contagio da virus SARS-CoV-2 sulla salute delle persone e sul sistema
sanitario per la necessità di trovare un appiglio nelle incertezze, per
appartenenza a un gruppo o per interessi finanziari e politici.
Si tratta di etichette, assieme ad altre come “cerebroleso”,
“ritardato”, “lobotomizzato”, “schizofrenico”, “autistico”, “bipolare”,
“narcisista”, “psicopatico”, “sociopatico” e così via, che vengono
elargite quotidianamente online e offline a chi abbia idee o
comportamenti considerati non conformi o anormali.
Si ricorre alla neurologia e alla psichiatria per sostanziare il
proprio giudizio morale sull’altro che di volta in volta rappresenta una
minaccia, fa paura, non conosciamo, ha idee diverse dalle nostre o
semplicemente ci sta antipatico. E partecipano al gioco anche
giornalisti/e e – con sprezzo del codice deontologico – molti
professionisti della salute mentale.
Il risultato è una più o meno esplicita dichiarazione di superiorità
che, oltre a rivelare un lessico modesto e avvitato su un ristretto
insieme di aggettivi ricorrenti, ha conseguenze sociali dannose.
In primo luogo, questa modalità di apostrofare l’altro non ne intacca il ragionamento e non ne rivela le fallacie ma spinge a un arroccamento difensivo e all’affiliazione a gruppi che sfruttano, a qualsiasi costo, il senso di vulnerabilità nelle incertezze. Tre bisogni psicologici sottostanno al parteggiare tesi cospirazioniste, come scrive Aleksandra Cichocka, psicologa politica all’Università di Kent, Canterbury, nel Regno Unito: il bisogno di comprendere il mondo, il bisogno di sentirsi al sicuro e il bisogno di sentirsi bene con sé stessi e con il proprio gruppo. Come si può intervenire? Con la prevenzione, il “prebunking” come scrive Cichocka, che si realizza attraverso la trasparenza delle informazioni, la comunicazione di un senso di appartenenza, di identità sociale e di solidarietà e offrendo uno scopo, quello di ridurre con i nostri comportamenti condivisi la trasmissione del virus, il numero di ammalati, il numero di persone morte e di famiglie in lutto, il sovraccarico fisico e psicologico delle operatrici e degli operatori sanitari.
Queste strategie erano già note fin da marzo ma né le istituzioni né i
media generalisti hanno enfatizzato – e continuano a sfrattare – le
misure di prevenzione per la salute fisica, per la salute psicologica e
per un’informazione responsabile che aiuti a gestire la vulnerabilità
delle persone e dell’intera società.
Accade con la pandemia ma la semplificazione delle spiegazioni
attraverso il ricorso al dizionario psicopatologico è un automatismo che
caratterizza anche le modalità con cui sono riportate e commentate le
notizie di cronaca. L’associazione spuria violento-malato di mente
affolla le prime pagine successive a un crimine e punteggia gli
interventi di certi esperti al di là di ogni minima evidenza fattuale.
“In questi casi” affermano Jonathan Metzl e Kenneth MacLeish in un articolo del 2015
che analizza storicamente il ruolo della malattia mentale nella
spiegazione delle sparatorie di massa e nelle politiche restrittive
sull’uso delle armi negli Stati Uniti, “agli operatori della salute
mentale viene chiesto di fornire diagnosi cliniche a problemi sociali ed
economici” mentre “la competenza psichiatrica potrebbe essere meglio
utilizzata” spostando l’attenzione “sulle ansie, sulle formazioni
sociali e economiche” che minano la fiducia tra le persone e tra gruppi
in determinati periodi storici.
Non deve meravigliare se poi cedono alle tentazioni diagnostiche anche i lettori non esperti.
In secondo luogo, l’elargizione di etichette banalizza il complesso
percorso di accertamenti clinici e strumentali che seguono le équipe di
specialisti per giungere a un’interpretazione diagnostica codificata. Si
diffonde così la credenza che le diagnosi neurologiche e psichiatriche
siano facili, immediate, fatte ad occhio e non richiedano una
complessa raccolta di informazioni direttamente dalle fonti e un
accurato processo decisionale. Di conseguenza, la stessa vanità di
alcuni esperti mina, e a lungo termine, la fiducia negli specialisti che
lavorano in scienza e coscienza, a vantaggio dei ciarlatani che
forniscono risposte immediate.
La costruzione e sedimentazione di una cultura scientifica diventa davvero un’azione impervia.
Infine, utilizzare una diagnosi come insulto, danneggia tutte le
persone che sono realmente affette da quella condizione e di cui non
sono responsabili. Oltre a essere offensivo e irrispettoso, questo
automatismo può confondere le conoscenze sulla propria condizione e
spaventare rispetto al proprio futuro e al proprio posto nella società.
Perpetuare lo stigma è un danno a lungo termine che va a peggiorare
la condizione di milioni di persone nella realtà della vita quotidiana.
Lo stigma è l’esclusione sociale, basata sul pregiudizio e sulla
discriminazione, delle persone che affrontano condizioni neurologiche,
psichiatriche, dipendenze, disabilità. Si concretizza nelle difficoltà
ad avere accesso a un’istruzione continua e individualizzata, a ottenere
accettazione nel contesto familiare e sociale, a ricevere un’assistenza
adeguata ai propri bisogni, a trovare e mantenere un lavoro, a
stabilire relazioni significative, a partecipare alle attività di una
comunità.
Contemplare le coloriture attraverso le quali la propria condizione
viene associata a tutti i tipi di misfatti, devianze e crimini,
inevitabilmente accentua il disagio, le preoccupazioni, la vergogna, la
colpa convincendosi che tutto quanto è capitato sia meritato. Questo
processo di solito si propaga al nucleo famigliare o alla ristretta rete
di riferimento. Ne consegue una minore propensione a chiedere aiuto, a
intraprendere percorsi e cure che potrebbero alleviare la propria
condizione o il carico dell’assistenza, a partecipare alla vita sociale,
a rendersi visibili.
La ricaduta nel lungo periodo in termini di costi sociali e sanitari sarà molto più gravosa – basti pensare alle demenze – di quella misurabile in una comunità che riconosce i bisogni individuali e di appartenenza, fornisce con trasparenza i dati di realtà, opera scelte razionali e non respinge la complessità delle condizioni neurologiche e psichiatriche (acute, croniche, degenerative) ma fornisce gli spazi e gli strumenti per una loro migliore comprensione e per un incremento di consapevolezza in tutti i suoi membri.
Se guardiamo a due studi del 2017 che hanno analizzato la copertura
mediatica delle malattie mentali in Canada, ci rendiamo conto che la
situazione può cambiare. Rob Whitley e JiaWei Wang hanno valutato
prima i contenuti televisivi nel triennio 2013-2015, registrando un
incremento dal 10% al 40% dei contenuti positivi con cui è stata
descritta la malattia mentale e una maggiore diffusione di risorse
dedicate, pur restando dominanti le associazioni con i crimini e le
violenze.
Successivamente, i due autori hanno esaminato
i contenuti stigmatizzanti pubblicati sui giornali, nelle edizioni a
stampa e online, rilevandone la riduzione di un terzo tra il 2005 e il
2015. Per Whitley e Wang tali risultati sono la prova di efficacia delle
diverse campagne intraprese per ridurre lo stigma e incrementare la
consapevolezza sulle malattie mentali. In particolare, l’iniziativa
governativa anti-stigma ‘Opening Minds’ della Commissione
canadese sulla salute mentale (Mental Health Commission Canada, MHCC) è
stata “deliberatamente orientata ai media negli ultimi anni, finanziando
la stesura e la diffusione di linee guida, oltre al lavoro con le
scuole di giornalismo e le organizzazioni dei media per sensibilizzare i
giornalisti ai problemi di salute mentale”.
Come dimostra anche la revisione sistematica degli interventi anti-stigma attuati per i professionisti dei media, pubblicata nel 2017
da Alessandra Maiorano dell’Università di Verona a dalle sue
collaboratrici, la copertura delle malattie mentali può essere
migliorata. Dal momento che il ruolo dei media nel rafforzare gli
stereotipi legati ai disturbi mentali è stato ampiamente dimostrato e si
realizza nella rappresentazione negativa delle persone che li
sperimentano, i professionisti dei media costituiscono un target
ottimale per i programmi anti-stigma.
Per Maiorano e collaboratrici, gli interventi più promettenti sono
sia gli approcci educativi che permettono a giornaliste e giornalisti di
entrare in contatto con persone che affrontano i disturbi mentali, sia
le linee guida sviluppate da istituzioni nazionali autorevoli. “Dovrebbe
essere utile promuovere e diffondere interventi educativi mirati ai
giornalisti e includere moduli specifici sui temi di salute mentale nei
curricula formativi di studenti di giornalismo”. Una collaborazione tra
le associazioni dedicate alle diverse condizioni neurologiche e
psichiatriche e le associazioni professionali di giornalisti aiuterebbe a
migliorare le modalità con cui le notizie e le storie pubblicate
affrontano i problemi di salute mentale, “sfidando costantemente lo
stigma strutturale mediato dai mass media”.
In attesa di interventi dedicati, alcune raccomandazioni generali e di semplice applicazione riguardano, in particolare in questo periodo di rischi e prolungate difficoltà: la scelta responsabile delle parole usate per descrivere fenomeni complessi; l’attenzione a riconoscere dignità e rispetto alle persone delle quali non si conosce la vulnerabilità; la copertura di esempi di comportamenti prosociali che, attraverso il rispetto delle regole di sicurezza (mascherina, distanziamento, igiene, aerazione) portano a un minore impatto della pandemia; lo spazio a iniziative di supporto alle persone più esposte all’interno delle comunità.



