sabato 10 aprile 2021

El Salvador, il nuovo presidente

Fuori da un seggio elettorale di San Salvador Jennifer Vásquez, una donna che si guadagna da vivere vendendo bottiglie d’acqua, spiega perché ha votato per i candidati di Nuevas ideas, il partito del presidente Nayib Bukele, 39 anni. “Ha fatto cose che nessun altro aveva mai fatto prima”, spiega, Vásquez che indossa una maglietta azzurra, il colore del partito. “Abbiamo ricevuto pacchi di alimenti, con tonno e riso. E regalerà i computer ai miei figli”. La maggior parte degli elettori del Salvador, un paese di sei milioni e mezzo di abitanti, condivide l’entusiasmo di Vásquez. 

Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi. 

Disprezzo delle istituzioni 
A prima vista Bukele non somiglia al caudillo tradizionale. Eletto nel 2019, indossa sempre un berretto da baseball e racconta ogni suo movimento sui social network. Esperto di pubbliche relazioni, ha saputo conquistare una popolazione esasperata dalla corruzione (tre degli ultimi quattro presidenti salvadoregni sono stati indagati per corruzione, e uno è in galera). La sua popolarità, intorno al 90 per cento, supera quella di qualsiasi altro leader latinoamericano.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema. 

Da quando è stato eletto, nel 2019, Bukele ha mostrato uno scarso rispetto per le istituzioni. “Tratta le leggi come noi trattiamo il codice della strada”, afferma Nelson Rauda, un giornalista salvadoregno. Nel febbraio 2020, infastidito dal rifiuto del parlamento di approvare il bilancio per il suo programma di sicurezza, ha fatto irruzione nella sede dell’assemblea accompagnato da soldati armati. Ad aprile, dopo un aumento nel tasso di omicidi, il suo governo ha ammassato centinaia di prigionieri (soprattutto affiliati delle bande criminali) con le mani legate dietro la schiena e con indosso solo gli indumenti intimi e delle mascherine scadenti. L’ufficio della presidenza ha diffuso la foto su Twitter. Bukele demonizza chiunque osi contrastarlo, inclusi imprenditori, giornalisti e politici. 

Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln. 

Poche idee, tanta pubblicità
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.

Molti salvadoregni giustificano il loro amore per Bukele citando una serie di appariscenti progetti infrastrutturali. In un soffocante sabato pomeriggio una folla si è radunata per scattare foto alla nuova strada verso Surf City, un tratto di costa che dovrebbe diventare un’attrazione turistica. Altri ricordano la generosità del governo, che dall’inizio della pandemia ha donato 300 dollari e pacchi con aiuti alimentari ai più poveri. L’esecutivo ha anche promesso di regalare un computer a 1,2 milioni di studenti. Resta da capire con quali fondi saranno finanziate queste iniziative. Forse con un prestito del Fondo monetario internazionale. La mancanza di controllo sull’autorità è preoccupante in qualsiasi paese, e lo è soprattutto in Salvador considerando la storia di Bukele e il suo potere senza precedenti. Ormai sono pochi i politici che gli si oppongono. Solo il presidente statunitense Joe Biden si è detto preoccupato per i suoi metodi.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.

Sfortunatamente Nuevas ideas rischia di rivelarsi un partito basato su vecchi stratagemmi.

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale

martedì 8 dicembre 2020

Patrick Zaki

Patrick Zaki è un cittadino egiziano.

L’Egitto è un paese sovrano.

Perché dovrei chiedere al mio governo

di intervenire per liberarlo?

E poi perché il mio paese dovrebbe fare qualcosa per lui se non sta facendo nulla per ottenere verità e giustizia per il cittadino italiano Regeni? Il buonismo è stucchevole, bisogna essere realisti. L’Egitto è un partner importante, se non facciamo affari con le dittature, ci penseranno altri stati senza scrupoli a farle. Avete sentito cosa ha detto Macron poche ore fa? Nemmeno lui vuole interrompere “i rapporti di dialogo con l'Egitto" ha spiegato, perché “vorrebbe dire influenzare negativamente il paese nella sua lotta al terrorismo”. Le armi all’Egitto servono anche per questo. Per difendere gli egiziani dai terroristi! E visto che noi italiani produciamo armi è bene che siamo noi a vendergliele. Vendere armi e prendere da loro le risorse del sottosuolo è indispensabile per l’Italia. Lo dice pure un intellettuale importante, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che “esiste un’importante ragion di Stato (l’Eni…) che invita ad evitare una rottura con l’Egitto”. L’ha scritto poche settimane fa che “E’ assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni «#veritapergiulioregeni» e altre analoghe”?

E infatti dice che bisogna smetterla con questi appelli inutili e ha fatto la “proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola”.

E poi chi mi garantisce che Zaki non sia davvero un terrorista? Se fosse solo un innocuo studente che si batte per degli ipotetici diritti, perché tutti gli altri studenti egiziani che studiano all’estero non vengono arrestati quando tornano in patria per le vacanze? Magari non è un terrorista, ma è possibile che sia una testa calda, un provocatore. Uno che ha passato il segno. Si tratta di uno studente, una persona che ha studiato, dovrebbe saperlo che nel suo paese certi comportamenti sono un reato. E poi ho sentito dire che è un omosessuale. Io non sono gay, ma non ho niente contro i gay. Ho tanti amici gay. Non mi piace quando ostentano la loro diversità, quando fanno le parate con le piume in testa, ma nel loro privato sono liberi di fare quello che vogliono. Sono contrario al matrimonio tra gay, ma per il resto devono avere gli stessi diritti delle persone normali. In Italia è così, ma in certi paesi è un reato. Anche tanta gente di “sinistra” che lo difende dovrebbe saperlo. E dovrebbe ricordarsi che anche in Unione Sovietica era un reato.

Perché nessuno dice niente per i nostri pescatori sequestrati in Libia?

Perché non si stracciavano le vesti per i nostri marò?

Caro lettore, se sei arrivato fin qui e sei d’accordo con quanto hai letto sappi che sei un razzista. Che tra te e i carnefici che sequestrano, torturano, uccidono, che ci guadagnano denaro e potere

l’unica differenza

è che tu

non ci guadagni niente

a essere una carogna.

(Ascanio Celestini)


#FreePatrickZaki

giovedì 3 dicembre 2020

[IRAN] Nasrin Sotoudeh torna in carcere


Come anticipato ieri da diverse Ong, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani Nasrin Sotoudeh è tornata in prigione meno di un mese dopo il suo rilascio temporaneo. Deve scontare una pena di 12 anni di carcere. A confermarlo è stato suo marito Reza Khandan: "Nasrin è tornata in prigione", ha detto.

Sotoudeh, 57 anni e vincitrice del premio Sakharov del Parlamento europeo, era stato rilasciata il 7 novembre dopo aver ottenuto un congedo temporaneo ed essere risultata positiva al Covid-19.

L'avvocatessa e attivista è in carcere dal 2018 per aver difeso una donna arrestata per le proteste contro l'obbligo per le donne iraniane di indossare l’hijab. 

All'epoca era stata condannata a cinque anni di carcere in contumacia per spionaggio, ma nel 2019 è stata le sono stati inflitti 12 anni di carcere "per aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza”.

Secondo suo marito, la salute di Sotoudeh si è gravemente compromessa durante la detenzione e a settembre l’attivista ha terminato uno sciopero della fame di 45 giorni che aveva cominciato per chiedere il rilascio dei prigionieri a causa della diffusione  della pandemia di coronavirus nelle carceri.  

Le "autorità giudiziarie hanno insistito perché tornasse oggi" in prigione, ha detto suo marito. L'avvocatessa è risultata positiva al Covid-19 pochi giorni dopo il suo rilascio temporaneo, ha detto Khandan.

Il mese scorso, l'Iran ha registrato quasi 49 mila decessi per coronavirus e oltre 989 mila casi. La Repubblica islamica è il paese più colpito del Medio Oriente.  Da marzo a più di 100 mila detenuti è stata concessa una liberazione temporanea per limitare la diffusione della malattia nelle carceri, molti però sono poi tornati in prigione. 

domenica 29 novembre 2020

Le parole dello stigma che si dovrebbero evitare

 

Giocare ai neurologi o agli psichiatri non è passato di moda sui media e mentre qualche settimana fa, come dadi, si lanciavano diagnosi casuali ai giovani che stando in casa o fuori sbagliano comunque, questi ultimi giorni hanno visto un ulteriore livello: sul tavolo sono balzate le persone negazioniste.
Al diffondersi delle teorie cospirazioniste e del negazionismo della COVID-19, che hanno conseguenze sulla salute pubblica per il rifiuto di adottare le misure di sicurezza, hanno dato un rilevante contribuito un’informazione contraddittoria e selettiva, diversi esperti ottimisti e tanta propaganda politica antiscientifica.

“Dementi”, “pazzi”, “psicotici” sono solo alcune delle pseudo-diagnosi affibbiate come insulti a chi nega le conseguenze del contagio da virus SARS-CoV-2 sulla salute delle persone e sul sistema sanitario per la necessità di trovare un appiglio nelle incertezze, per appartenenza a un gruppo o per interessi finanziari e politici.
Si tratta di etichette, assieme ad altre come “cerebroleso”, “ritardato”, “lobotomizzato”, “schizofrenico”, “autistico”, “bipolare”, “narcisista”, “psicopatico”, “sociopatico” e così via, che vengono elargite quotidianamente online e offline a chi abbia idee o comportamenti considerati non conformi o anormali.

Si ricorre alla neurologia e alla psichiatria per sostanziare il proprio giudizio morale sull’altro che di volta in volta rappresenta una minaccia, fa paura, non conosciamo, ha idee diverse dalle nostre o semplicemente ci sta antipatico. E partecipano al gioco anche giornalisti/e e – con sprezzo del codice deontologico – molti professionisti della salute mentale.
Il risultato è una più o meno esplicita dichiarazione di superiorità che, oltre a rivelare un lessico modesto e avvitato su un ristretto insieme di aggettivi ricorrenti, ha conseguenze sociali dannose.

In primo luogo, questa modalità di apostrofare l’altro non ne intacca il ragionamento e non ne rivela le fallacie ma spinge a un arroccamento difensivo e all’affiliazione a gruppi che sfruttano, a qualsiasi costo, il senso di vulnerabilità nelle incertezze. Tre bisogni psicologici sottostanno al parteggiare tesi cospirazioniste, come scrive Aleksandra Cichocka, psicologa politica all’Università di Kent, Canterbury, nel Regno Unito: il bisogno di comprendere il mondo, il bisogno di sentirsi al sicuro e il bisogno di sentirsi bene con sé stessi e con il proprio gruppo. Come si può intervenire? Con la prevenzione, il “prebunking” come scrive Cichocka, che si realizza attraverso la trasparenza delle informazioni, la comunicazione di un senso di appartenenza, di identità sociale e di solidarietà e offrendo uno scopo, quello di ridurre con i nostri comportamenti condivisi la trasmissione del virus, il numero di ammalati, il numero di persone morte e di famiglie in lutto, il sovraccarico fisico e psicologico delle operatrici e degli operatori sanitari.

Queste strategie erano già note fin da marzo ma né le istituzioni né i media generalisti hanno enfatizzato – e continuano a sfrattare – le misure di prevenzione per la salute fisica, per la salute psicologica e per un’informazione responsabile che aiuti a gestire la vulnerabilità delle persone e dell’intera società.
Accade con la pandemia ma la semplificazione delle spiegazioni attraverso il ricorso al dizionario psicopatologico è un automatismo che caratterizza anche le modalità con cui sono riportate e commentate le notizie di cronaca. L’associazione spuria violento-malato di mente affolla le prime pagine successive a un crimine e punteggia gli interventi di certi esperti al di là di ogni minima evidenza fattuale.

“In questi casi” affermano Jonathan Metzl e Kenneth MacLeish in un articolo del 2015 che analizza storicamente il ruolo della malattia mentale nella spiegazione delle sparatorie di massa e nelle politiche restrittive sull’uso delle armi negli Stati Uniti, “agli operatori della salute mentale viene chiesto di fornire diagnosi cliniche a problemi sociali ed economici” mentre “la competenza psichiatrica potrebbe essere meglio utilizzata” spostando l’attenzione “sulle ansie, sulle formazioni sociali e economiche” che minano la fiducia tra le persone e tra gruppi in determinati periodi storici.
Non deve meravigliare se poi cedono alle tentazioni diagnostiche anche i lettori non esperti.

In secondo luogo, l’elargizione di etichette banalizza il complesso percorso di accertamenti clinici e strumentali che seguono le équipe di specialisti per giungere a un’interpretazione diagnostica codificata. Si diffonde così la credenza che le diagnosi neurologiche e psichiatriche siano facili, immediate, fatte ad occhio e non richiedano una complessa raccolta di informazioni direttamente dalle fonti e un accurato processo decisionale. Di conseguenza, la stessa vanità di alcuni esperti mina, e a lungo termine, la fiducia negli specialisti che lavorano in scienza e coscienza, a vantaggio dei ciarlatani che forniscono risposte immediate.
La costruzione e sedimentazione di una cultura scientifica diventa davvero un’azione impervia.

Infine, utilizzare una diagnosi come insulto, danneggia tutte le persone che sono realmente affette da quella condizione e di cui non sono responsabili. Oltre a essere offensivo e irrispettoso, questo automatismo può confondere le conoscenze sulla propria condizione e spaventare rispetto al proprio futuro e al proprio posto nella società.
Perpetuare lo stigma è un danno a lungo termine che va a peggiorare la condizione di milioni di persone nella realtà della vita quotidiana.

Lo stigma è l’esclusione sociale, basata sul pregiudizio e sulla discriminazione, delle persone che affrontano condizioni neurologiche, psichiatriche, dipendenze, disabilità. Si concretizza nelle difficoltà ad avere accesso a un’istruzione continua e individualizzata, a ottenere accettazione nel contesto familiare e sociale, a ricevere un’assistenza adeguata ai propri bisogni, a trovare e mantenere un lavoro, a stabilire relazioni significative, a partecipare alle attività di una comunità.
Contemplare le coloriture attraverso le quali la propria condizione viene associata a tutti i tipi di misfatti, devianze e crimini, inevitabilmente accentua il disagio, le preoccupazioni, la vergogna, la colpa convincendosi che tutto quanto è capitato sia meritato. Questo processo di solito si propaga al nucleo famigliare o alla ristretta rete di riferimento. Ne consegue una minore propensione a chiedere aiuto, a intraprendere percorsi e cure che potrebbero alleviare la propria condizione o il carico dell’assistenza, a partecipare alla vita sociale, a rendersi visibili.

La ricaduta nel lungo periodo in termini di costi sociali e sanitari sarà molto più gravosa – basti pensare alle demenze – di quella misurabile in una comunità che riconosce i bisogni individuali e di appartenenza, fornisce con trasparenza i dati di realtà, opera scelte razionali e non respinge la complessità delle condizioni neurologiche e psichiatriche (acute, croniche, degenerative) ma fornisce gli spazi e gli strumenti per una loro migliore comprensione e per un incremento di consapevolezza in tutti i suoi membri.

Se guardiamo a due studi del 2017 che hanno analizzato la copertura mediatica delle malattie mentali in Canada, ci rendiamo conto che la situazione può cambiare. Rob Whitley e JiaWei Wang hanno valutato prima i contenuti televisivi nel triennio 2013-2015, registrando un incremento dal 10% al 40% dei contenuti positivi con cui è stata descritta la malattia mentale e una maggiore diffusione di risorse dedicate, pur restando dominanti le associazioni con i crimini e le violenze.
Successivamente, i due autori hanno esaminato i contenuti stigmatizzanti pubblicati sui giornali, nelle edizioni a stampa e online, rilevandone la riduzione di un terzo tra il 2005 e il 2015. Per Whitley e Wang tali risultati sono la prova di efficacia delle diverse campagne intraprese per ridurre lo stigma e incrementare la consapevolezza sulle malattie mentali. In particolare, l’iniziativa governativa anti-stigma ‘Opening Minds’ della Commissione canadese sulla salute mentale (Mental Health Commission Canada, MHCC) è stata “deliberatamente orientata ai media negli ultimi anni, finanziando la stesura e la diffusione di linee guida, oltre al lavoro con le scuole di giornalismo e le organizzazioni dei media per sensibilizzare i giornalisti ai problemi di salute mentale”.

Come dimostra anche la revisione sistematica degli interventi anti-stigma attuati per i professionisti dei media, pubblicata nel 2017 da Alessandra Maiorano dell’Università di Verona a dalle sue collaboratrici, la copertura delle malattie mentali può essere migliorata. Dal momento che il ruolo dei media nel rafforzare gli stereotipi legati ai disturbi mentali è stato ampiamente dimostrato e si realizza nella rappresentazione negativa delle persone che li sperimentano, i professionisti dei media costituiscono un target ottimale per i programmi anti-stigma.
Per Maiorano e collaboratrici, gli interventi più promettenti sono sia gli approcci educativi che permettono a giornaliste e giornalisti di entrare in contatto con persone che affrontano i disturbi mentali, sia le linee guida sviluppate da istituzioni nazionali autorevoli. “Dovrebbe essere utile promuovere e diffondere interventi educativi mirati ai giornalisti e includere moduli specifici sui temi di salute mentale nei curricula formativi di studenti di giornalismo”. Una collaborazione tra le associazioni dedicate alle diverse condizioni neurologiche e psichiatriche e le associazioni professionali di giornalisti aiuterebbe a migliorare le modalità con cui le notizie e le storie pubblicate affrontano i problemi di salute mentale, “sfidando costantemente lo stigma strutturale mediato dai mass media”.

In attesa di interventi dedicati, alcune raccomandazioni generali e di semplice applicazione riguardano, in particolare in questo periodo di rischi e prolungate difficoltà: la scelta responsabile delle parole usate per descrivere fenomeni complessi; l’attenzione a riconoscere dignità e rispetto alle persone delle quali non si conosce la vulnerabilità; la copertura di esempi di comportamenti prosociali che, attraverso il rispetto delle regole di sicurezza (mascherina, distanziamento, igiene, aerazione) portano a un minore impatto della pandemia; lo spazio a iniziative di supporto alle persone più esposte all’interno delle comunità.

Tiziana METITIERI,
PER SOSTENERE Valigia Blu

sabato 14 novembre 2020

Ha senso parlare? Uno scritto di Mauro Portello

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un futuro invisibile e troppo insopportabilmente minaccioso. È lo scudo delle parole che io alzo istintivamente per ripararmi, per separarmi dal disastro che, finché io parlo, vuole dire che non mi ha ancora colpito. Parlo perché vivo. Parlo finché vivo.
È l’istinto di sopravvivenza che il sapiens mette in azione nel momento in cui sente le condizioni della sua esistenza poste fisicamente in discussione. Un conflitto primordiale tra l’uomo cosciente e la biosfera. Uno scontro assoluto che solo nei momenti estremi si manifesta in tutta la sua muscolarità. La possibile negazione del proprio futuro mette in campo la potenza del verbale dell’homo sapiens. Non mi riferisco al potere della parola di orientare il mondo (questo lo ha spiegato benissimo David Grossman alla Buchmesse di Francoforte – vedi Le parole cambiano il mondo su Repubblica dello scorso 17 ottobre), ma alla pressione verbale quantitativa, di quando si ha come il bisogno di agire con una materiale sovrapproduzione di parole, di dire tanto, quasi che la massa delle parole potesse fare da diga alla catastrofe. È un sentire di guerra che – a dispetto dei precisini che ci fanno osservare che questa non è in senso stretto una guerra –, è più che sufficiente a scatenare la psiche. 
C’è il tasto kantiano da suonare, ne abbiamo bisogno per capire veramente. Poi c’è il tasto brechtiano, per realizzare bene che cosa succede. Ma soprattutto c’è il tasto pulsionale, quello che ci dice semplicemente, appunto, che siamo ancora vivi.
Lo stesso venir meno della solidità delle istituzioni, della loro materiale efficacia, ha in qualche modo incrementato la verbalizzazione del disagio. Fa impressione il profluvio di riflessioni, idee, opinioni che in questi giorni si sta riversando nel mondo della comunicazione, di cui la rete è, naturalmente, il formidabile moltiplicatore. Una massa che si aggiunge ai pensieri, alle riflessioni e ai discorsi che le persone stanno producendo in relazione alla situazione di allarme globale che stiamo vivendo. Tutto converge su questo. Il comune sentire è all’unisono, unipatico, e fa stare tutti allo stesso modo. Il vagare dei significati, il tremolare delle categorie (il tempo, la salute, il benessere, la felicità, l’infelicità, la solitudine…) in un sobbollire cosmico che è cominciato e continua a emanare un odore buono e cattivo, come il minestrone della nonna con tutte le sue verdure.
Al di là delle implicazioni per la salute e, poi, l’economia, c’è quasi uno sbalorditivo azzeramento delle altre implicazioni. Non si pensa più ad altro se non come a delle reminiscenze di un prima che non si sa più bene se esista ancora o sia completamente stato spazzato via dal virus. Accanto alla sacrosanta funzione informativa della stampa – su cui molto c’è da dire, ma non nel fuoco della battaglia –, si assiste a un lavoro alacre di tutti coloro che sono in grado di formulare pensiero complesso e articolato (intellettuali, opinionisti, scrittori, artisti) per spiegare, far capire, un gran darsi da fare a elencare ciò che c’era e che non potrà più esserci e a prefigurare un nuovo futuro. Con una specie di ansia di cancellazione e di rinnovamento, con i tentativi più o meno argutamente sostenuti di segnalare che cosa precisamente sarà diverso, in che modo questo che cosa si modificherà giocoforza dopo questo flagello. E tutti (noi) a cercare un qualsivoglia conforto, una rassicurazione sul proprio grado di sopravvivenza. D’altronde le guerre inducono una tabula rasa della riflessione e dell’espressione, come se solo i conflitti mortali potessero costringere il pensiero a riformularsi rapidamente. 
I musicisti, i disegni dei bambini, i nomi, tutto parla di più: l’ambiente (vigliaccamente ignorato), la povertà (vecchia e nuova), il lavoro (riformulato e dislocato), la scuola (ormai una sfida sociale ed educativa), la socialità (esplosa), l’emotività (completamente ridimensionata). Un’impressionante quantità di parole, meglio, di discorsi che probabilmente stanno elaborando una nuova configurazione della sostanza umana attorno alla quale ogni specificità settoriale dovrà rivedere i suoi fondamenti, e dovranno tenere conto della “necessità che trascende il nostro potere e che ci riconsegna a quella “natura” che credevamo, ingenuamente, di aver evaso”, come bene ha detto recentemente Rocco Ronchi (Seconda ondata, l’angoscia, Doppiozero, 25.10.2020). 
 
Il fatto è che per molti di noi parlare è la suprema coscienza di noi stessi, la vera sostanza del nostro stare al mondo. E quando supera lo stadio solo emotivo di “logorrea ansiosa”, come direbbe lo psicologo, questo parlare oltre misura ha evidentemente dei significati più larghi e fondi. Ecco il punto: siamo soli, davanti allo shock generalizzato della pandemia ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Persino le rassicuranti “convinzioni” scientifiche vacillano, gli uomini tirano fuori le armi desuete dell’”oscurantismo” (complottismi, ecc. ecc.), scopriamo che i conforti generalizzati della goduria neoliberista (ristoranti, vacanze, viaggi, nottate a ballare, a bere e strafarsi, consumi incessanti, di cose e persone…) possono non essere più dati per scontati. E allora ci agitiamo e parliamo, guardando in tutte le direzioni, scrutando una bussola che sembra essersi smagnetizzata. E quando ci si percepisce soli si è preda del corpo, delle sue spietate meccaniche di sopravvivenza. Soli e smarriti, si diventa egoisti, e abbiamo bisogno di iperverbalizzare, alla ricerca fisica di dare un senso, una interpretazione a tutto questo (i sociologi della comunicazione avranno il loro bel da fare nei prossimi anni). 
C’è un’oscillazione frenetica e costante tra il generale e il particolare, tra il collettivo e l’individuale, ma soprattutto è maturata una vera angoscia per il futuro. “È una lezione clinica – dice Massimo Recalcati –: il ritorno del trauma — la sua recidiva — può essere più traumatico della sua prima volta. Il panico della seconda ondata porta con sé il sentimento di non poter più ritornare alla vita” (Se cresce la paura del futuro, in Repubblica, 31.10.2020).
 
E ancora più soli ci percepiamo se ci misuriamo con le vastità dei sistemi sociali e politici certamente destinati a rivedere il loro funzionamento e le loro “filosofie”. Verifichiamo, infatti, che “la morte non è democratica”, perché le condizioni sociali condannano i più deboli, ma soprattutto sperimentiamo sulla nostra pelle (anzi, sulla nostra solitudine) quale sia il potenziale di coercizione del controllo digitale anche nelle società liberiste, come dice il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han: “Il liberalismo occidentale è minacciato non solo dalla pandemia, ma anche dal totalitarismo digitale. […] Le informazioni che divulghiamo ci controllano e ci guidano. Il governo neoliberista non sopprime la libertà, fa uso della libertà stessa. Viviamo oggi in questo paradosso dell’autosfruttamento volontario che va di pari passo con la percezione della libertà. ("Noi, schiavi felici della pandemia digitale" intervista a Repubblica, 31.10.2020).
 
Sono nuove realtà, nuove sensibilità, nuovi errori di cui ha senso che io parli, purché ne nasca una discussione, e non un’istanza malata della mia (nuova) solitudine. Non posso non chiudere con le parole di Chandra Livia Candiani (Doppiozero, 03.11.2020): «Il fatto è che le cose sono complesse e se vedi un lato ne manchi un altro e non ho parole rotonde. Tutto sommato, credo che ascolterò e basta, lascerò dire a ognuno la sua e intanto respirerò. Certe volte, così facendo, qualcuno mi dice: “Grazie, mi fa bene parlare con te.” “A me invece fa bene respirare,” penso io, un po’ malinconicamente”».

Mauro Portello,
DoppioZero.com