martedì 17 dicembre 2013

Cile: torna la presidenta, più sola e più forte

Rieletta, domenica scorsa, alla presidenza cilena, con il 62% dei voti Michèlle Bachelet deve la vittoria alle promesse di giustizia sociale.

Michèlle Bachelet:
“Sono fiera di essere la presidente eletta. Sono orgogliosa del Paese che abbiamo costruito , ma sono ancora più fiera del Paese che costruiremo insieme”.
La crescita del Paese è forte, l’anno prossimo dovrebbe situarsi intorno al 4 e al 5%. Altro dato importante è la forte disuguaglianza tra ricchi e poveri, la più ampia tra i Paesi dell’OSCE.
 
Lei, Michèlle Bachelet, intende agire subito su tre fronti:
Inanzitutto, rendere l’istruzione gratuita, grande rivendicazione della “pantera” cilena dal 2011.
Oggi, solo i ricchi possono permettersi di pagare i corsi preparativi per accedere alle università pubbliche più prestigiose.
Per finanziare questa riforma, la presidenta vuole chiedere un contributo al mondo imprenditorile, cui imporrà un aumento del 5% dell’imposta sulle società che passa dal 20 al 25%.
La Bachelet vuole inoltre riformare la costituzione ereditata dalla dittatura di Pinochet, così da introdurre una maggiore rappresentatività nel sistema politico.
Programmi e promesse che comunque hanno lasciato più della metà dei cileni scettici. A conferma la forte astensione, il 58% degli elettori non è andato a votare al secondo turno.
Nel caso le buone intenzioni siano dimenticate, gli studenti manifesteranno il 15 marzo, quattro giorni dopo il giuramento della Bachelet.

Beatriz Beiras, euronews:
-Per analizzare il successo elettorale di Michèlle Bachelet, abbiamo interpellato dal Cile, Marta Lagos, analista politica e direttrice nonché fondatrice di Corporation Latinobarometro.
Nell’intervista del 17 novembre, per commentare l’esito del primo turno, lei ci aveva detto che il grande problema del secondo sarebbe stata l’astensione, è stato così, no?
Marta Lagos, Corporation Latinobarometro:
“Si effettivamente, il 58 % di cileni non ha votato.
7,8 milioni su 13 milioni e mezzo hanno votato. Per la prima volta nella storia del Cile sono andati a votare meno elettori di quanti sono attesi per le elezioni municipali. Si tratta di una grande sconfitta della politica, è cambiata la legge, il voto non è più obbligatorio.
L’idea era di mobilitare gli elettori, il risultato avuto è stato esattamente il contrario”.
- Come interpreta questo disinteresse dei cileni verso la politica, è sorpresa?
“No, non mi sorprende.
Perché innanzitutto il sistema rappresentativo è carente, è un sistema binominale che obbliga a formare coalizioni. I cileni ne hanno abbastanza di avere due coalizioni e ieri quello che hanno voluto dire è: non vogliamo più le coalizioni, vogliamo elezioni con una politica competitiva, dove i partiti dicono ciò che devono dire senza dover tener conto di quello che dice il parito di coalizione. Così invece il singolo candidato non può differenziarsi troppo. L’elettore però non è stupido e ieri ha praticato l’estrema unzione a questo sistema.
In più c‘è l’aggravante del voto volontario.
Il voto, o meglio il non voto di ieri, non è un rifiuto della politica tour court, è un rifiuto al modo oggi in cui si fa politica”.
-Si dice che il Cile abbia un’ economia sana e forte, ma l’ineguaglianza è il suo tallone d’Achille, l’educazione e l’accesso all’istruzione è alla base di quest’ineguaglianza, perché?
“In Cile, il salario medio per abitante è di 20 mila dollari, ma come si dice il “per abitante, non vuol dire niente. Se ci rechiamo nel sud del Paese, il salario medio è di 7000 dollari. Quando parliamo del successo del Cile parliamo del 35% della popolazione.
Il restante 65% non percepisce 20 mila dollari per abitante, per loro solo una minoranza ha un salario decente. È in questo senso che bisogna agire per ridurre l’ineguaglianza”.
- Per concludere, Marta, che presidente sarà Michèle Bachelet questa volta?
“Sarà diversa rispetto alla sua precedente esperienza.
La scorsa volta è arrivata alla presidenza senza poter contare sull’appoggio del partito. I baroni della politica cilena l’avevano ignorata in un certo modo, dicevano che non era abbastanza competente, che danzava durante la campagna, sorrideva troppo e lei ha avuto molti problemi per governare insieme al suo partito.
La situazione oggi è capovolta. La Bachelet prima aveva bisogno del partito, adesso sono i partiti che hanno bisogno di lei. Nel suo discorso ieri non ha parlato dei partiti, il messaggio che ha inviato è piuttosto:io ci sono, e sono io che vi chiamerò, non c‘è posto nella foto per voi, il successo è completamente mio”.
Arriva al governo con una posizione di forza, anche in seno alla propria coalizione, cosa che non si è verificato nello scorso mandato”.


Le cifre della vergogna

I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri

Il Credit Suisse e la Croce Rossa hanno pubblicato recentemente due diversi rapporti a dir poco sconcertanti.
Il primo fa un bilancio statistico della ricchezza mondiale. Ci informa che "dal 2000 è più che raddoppiata, raggiungendo un nuovo record storico di 241'000 miliardi di dollari".
Il secondo dal canto suo illustra "conseguenze umanitarie della crisi economica in Europa" (sono 42 paesi i analizzati nell'Unione europea, nei Balcani, nell'Europa orientale). Dimostra con precisione che "nei 22 paesi presi in considerazione, il numero di persone che dipendono dalle distribuzioni alimentari della Croce Rosa è aumentato del 75% tra il 2009 e il 2012".
Ed ecco alcune cifre sulle quali vale la pena di avviare una seria riflessione:

ll 46% del patrimonio mondiale si trova nelle mani dell'1% dei nuclei famigliari
La ricchezza mondiale è cresciuta del 4,9% tra la metà del 2012 e la metà del 2013 – il periodo esaminato dal Credit Suisse - e del 68% in questi ultimi 10 anni.
La percentuale più ricca dei nuclei famigliari ha inizio a partire da una fortuna di 753'000 dollari (557'000 Euro) e accumula il 46% del patrimonio mondiale – la cifra è in aumento; mentre i due terzi delle famiglie, il cui patrimonio resta stabile, rappresenta solamente il 3% della ricchezza globale.
Occorre avere un patrimonio di 4'000 dollari (circa 3'000 euro) per essere nella metà più ricca del pianeta, e di 75'000 dollari (55'500 euro) per essere tra il 10% più ricco.

Il 25% dei lavoratori poveri si trova in Germania
La Croce Rossa rileva che il numero dei salariati tedeschi che non possono far fronte ai loro bisogni è in continuo aumento: un quarto di costoro ha salari troppo bassi – l'ammontare non viene precisato ed in Germania non esiste salario minimo legale.
In Germania, più della metà dei contratti stipulati dal 2008 sono contratti a breve termine, che non danno diritto alle prestazioni della sicurezza sociale. 1,3 milioni di lavoratori non possono provvedere ai loro bisogni.
Uno studio della Fondazione Bertelsmann, pubblicato nel dicembre 2012, mostra che la classe media è passata dal 65% della popolazione nel 1997 al 58% quindici anni più tardi:
- 5,5 milioni di Tedeschi sono diventati "poveri";
- 500'000 sono diventati "ricchi".
In tutta Europa, "la Croce Rossa segnala un numero importante di "nuovi poveri", di persone che lavorano ma alla fine del mese non possono far fronte ai loro bisogni primari e devono scegliere tra comprare il cibo o pagare l'affitto".

31 milioni: è il numero dei milionari in dollari
Il numero dei milionari in dollari non è mai stato così alto:
- 14 milioni negli Stati Uniti;
- 10 milioni in Europa;
- 6,5 milioni in Asia e nel Pacifico.
Tra i quasi 100'000 super ricchi con un capitale superiore ai 50 milioni di dollari (37 milioni di euro), circa la metà vive negli Stati Uniti. La Cina è poco distante, prima della Germania, della Gran Bretagna, della Francia e del Giappone.
L'economia attuale favorisce l'accumulazione del capitale: tanto che la ricchezza mondiale è cresciuta dal 4%, il numero dei milionari è aumentato del 6,1 % e il numero dei super ricchi più del 10%.

In Europa vi sono cinque paesi nei quali la disoccupazione dei giovani supera il 50%
Bosnia, Macedonia, Serbia, Spagna, Grecia: nel 2012, in tutti questi paesi, più di un giovane su due, tra i 15 e i 24 anni e in grado di lavorare, era disoccupato. La cifra è esplosa nei tre anni immediatamente precedenti, durante la crisi.
Nell'Europa dell'Est, la disoccupazione giovanile, già alta prima della crisi, ha raggiunto livelli allarmanti. E' raddoppiata in Croazia, nella Repubblica Ceca, in Polonia e nei paesi baltici.
Il rapporto delle Croce Rossa denuncia i regimi di austerità che "aumentano la povertà, mentre gli altri continenti riescono a ridurla con successo".
"Le conseguenze a lungo termine di questa crisi non si conoscono ancora. Per decenni si subiranno i problemi accumulati anche se l'economia in un prossimo futuro migliorerà [...] Ci chiediamo se, come continente, comprendiamo veramente a cosa andiamo incontro".

La Francia occupa il 7° posto nella classifica dei più grandi patrimoni medi
Grazie al valore degli immobili (soprattutto parigini) il patrimonio medio francese è molto elevato: 296'000 dollari, 219'000 euro, Maggiore che in Germania, o in Belgio, o in Gran Bretagna.
In Francia il patrimonio immobiliare conta più dei 2/3 della ricchezza e il tasso di indebitamento delle famiglie � piuttosto basso (12%).
Il Credit suisse sottolinea che la disuguaglianza finanziaria in Francia è maggiore che nella maggior parte dei paesi europei: un quarto dei milionari europei risiede in Francia. Mentre i super ricchi sono più numerosi in Germania, in Svizzera e nel Regno Unito.

Una parte sempre più grande della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà
Nel 2011, secondo l'indice Eurostat, ripreso dalla Croce Rossa, la percentuale delle famiglie francesi sotto la soglia di povertà (meno del 60% della ricchezza media del paese) era del 14%. Un aumento dell'1,3%, 350'000 abitanti in più rispetto al 2008.
Malgrado la crisi, questo indice è diminuito in alcuni paesi dell'Europa occidentale: Portogallo (18%), Gran Bretagna (16,2%), Austria (5,2). Ma rappresentano un'eccezione.
La Croce Rossa commenta: "Non solo sempre più persone cadono nella povertà, ma i poveri sono sempre più poveri, e sembra che il divario tra i più ricchi ed i più poveri sia sempre in crescita. Ciò significa che aumenta la "distanza sociale" per rientrare a far parte della società."

40%: è la parte dei Cinesi nella "classe media" mondiale
La Cina, nell'insieme della sua popolazione, conta poche persone molto povere e pochi super-ricchi. Ma, quantificando la popolazione mondiale in quintili di ricchezza, si nota che costituisce il 40% della classe media superiore: quella del decile da 6 a 9...
Composizione regionale della distribuzione della ricchezza nel 2013. Lettura: "Dal 25 al 30% degli Africani figurano nel 10% delle famiglie più povere al mondo" (Credit suisse).
La disuguaglianza delle ricchezze in Cina è quindi relativamente debole rispetto al resto delle potenze emergenti. La sua classe media, motore della crescita mondiale, si distingue da quella indiana, occultata da un numero enorme di molto poveri ed uno non indifferente di super-ricchi.
"Ciò è dovuto all'assenza quasi totale di patrimoni ereditati e ad una divisione relativamente uguale tra terre agricole e habitat privato. Le disuguaglianze sono però in netta e forte crescita, a causa all'arricchimento di imprenditori e investitori", spiega il Credit suisse.

Il tasso di suicidi in Grecia è aumentato del 40% nel primo semestre 2011
Secondo il ministro greco della Sanità, il tasso di suicidi in Grecia è aumentato del 40% dal gennaio al maggio 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010. I primi effetti dei piani di austerità si son fatti sentire. Il tasso di suicidi tra le donne è più che duplicato.
La Croce Rossa spiega che dopo un periodo di rallentamento, durante la crisi molti altri paesi europei hanno visto crescere il loro tasso di suicidi.
"Un segno evidente che sta aumentando il numero di persone che soffrono di depressione o di altre malattie mentali."
Durante la crisi economica, nella maggior parte dei paesi europei lo Stato ha tagliato molto nelle spese sanitarie, obbligando le associazioni a compiere nuove missioni.

Il 35% della ricchezza russa è detenuta da 110 persone
"La Russia si situa al livello più alto di disuguaglianza finanziaria al mondo, se si escludono i piccoli paesi dei Caraibi dove risiedono molti miliardari" sottolinea il Credit suisse.
A livello mondiale si conta un miliardario per di 170 miliardi di dollari di ricchezza. In Russia, il rapporto scende a un miliardario per 11 miliardi. I 110 miliardari russi recensiti da Forbes - nel 2000 erano solo otto - accumulavano il 35% della ricchezza del paese.


*articolo apparso sul sito www.rue89.com

domenica 15 dicembre 2013

Buon anno, amici

Ecco, Signore, un anno nuovo. Non sappiamo come sarà e possiamo solo sperare e farci auguri inutili che tuttavia carichiamo di buoni auspici.
«Buon anno! buon anno!» ci diciamo; e l’esclamazione rimbalza e si diffonde come quando diciamo «buon giorno!» o «buona notte!» e il più delle volte si tratta quasi di un intercalare, privo di consistenza, privo di umana solidarietà: una vuota abitudine, a livello di pura cortesia.
Potrebbe esprimere affetto, salire dall’umana simpatia fino a giungere alla cristiana carità e invece non esprime più nulla: è una pura emissione di voce, una mera espressione di buone maniere prive oramai di sentimenti veri.
Ci scivola, scialba, sulla lingua, impegnando soltanto i muscoli vocali, spesso neanche la mimica facciale, spesso neanche un sorriso accompagna la voce: «buon giorno!» e basta senza nulla dietro.
Forse, Signore, l’abbiamo detto troppe volte: e quel giorno non è più un giorno con l’alba e il tramonto, il sole che sorge e monta, alto, nel cielo e poi declina, nella sera: e l’augurarlo buono non è più un auspicio di gioia: è una specie di pedaggio obbligato, imposto dalla nostra civiltà, quando incrociamo un conoscente.
Forse, Signore, l’abbiamo detto troppe volte e quel giorno non è più un giorno e la bontà non è più una bontà. L’uso continuo ce l’ha consumato nella bocca e nel cuore perché di solito, noi non sappiamo reggere alla reiterazione senza perdere la verità e la partecipazione degli inizi. E invece dovremmo: e ricordarci che, ogni volta, è come se fosse la prima: anzi è in effetti la prima che, in quel momento, diciamo o facciamo o siamo: dopo sarà un’altra, differente, anche se somiglia, ma la stessa non è.
Esiste perfino un vecchio assioma, che ripetono i nostri moralisti, il quale afferma: «ab assuetis non fit passio», non ci commoviamo più, ai gesti consueti e ripetuti.
Che triste filosofia, Signore! Se fosse vera distruggerebbe il matrimonio, l’amicizia: tutto distruggerebbe: e il nostro mondo farebbe naufragio in un mare piatto, senza onde, senza nessuna increspatura di stupore, di emozione, di passione, senza entusiasmo, senza nulla.
Non ci credo, Signore, a quell’assioma che ho studiato a scuola: anche se so che grava su di noi, come una perenne minaccia: e che il tempo può rinnovare ma, più spesso, consuma.
E il combattere questo incombente appiattimento è l’impegno primario della nostra vitalità e novità e perdurante fervore.
E so anche che non ci può riuscire senza il tuo aiuto, perché tu non sei il Dio delle cose vecchie e ripetute senza partecipazione: tu sei il Dio vivente delle cose viventi e risorgenti dalla tomba del tempo che le uccide: ma poi lo stesso tempo ce le rimette in mano, nuove. Tu sei il Dio della novità, dello stupore, del fervore, della perdurante emozione, della vita che scorre senza stancarsi e senza ripetersi, come un fiume dalle acque sempre nuove.
Questo, Signore, sei, e non il Dio della passione spenta: quella passione che la nostra predicazione ha sovente umiliato. La passione è l’emozione e l’entusiasmo che dovremmo versare su ogni cosa: e tu, Signore, tu sei il Dio della passione accesa, che non si spegne mai, come non si spegne la fede, la speranza, la carità.
(Ed è ben vero che san Paolo dice che la speranza cessa, nella vita futura, davanti a te, raggiunto. Ma tu, Signore, anche raggiunto, resti irraggiungibile, sempre al di là d’ogni possibile presa, e sempre oggetto di ogni ulteriore speranza).
Tu, Signore, sei il Dio della passione sempre accesa, della speranza inestinguibile e della novità che non invecchia: sei il Signore che ci difende dall’usura del già detto e ci ridà la gioia di ciò che è nuovamente da dirsi, da farsi, da viversi. E il «buon giorno» ritorna a essere un «buon giorno», ricco di cielo e di sole: e il «buona notte» ricco di stelle e di luna: ed entrambi ricchi di simpatia e di amore.
Così, Signore, sia per il nostro «buon anno! » che, in questi giorni, diciamo tanto spesso. Fa’ che sia un anno pieno di stagioni, di erbe primaverili, di affocate stoppie estive, e di frutti pendenti dell’autunno, e di silenzio candido e innevato, di fuochi accesi, di tavole imbandite come quelle che accoglievano te, quando pranzavi con gli amici (e gli avversari tuoi ti criticavano perché non digiunavi, come il tuo parente Giovanni. Ma anche tu digiunasti ma poi volesti anche insegnarci la bontà della mensa: e proprio a tavola ci desti il sacramento della tua permanenza tra di noi).
Riempi, Signore, i nostri auguri: di questa densità esistenziale: e dacci la passione dell’amicizia e la capacità di auspici veri.
«Buon anno, amici, buon anno!» Più di trecento giorni pieni di sole, di luna, di nuvole, di neve: più di trecento giorni, pieni di solidarietà e di gioia: e, se verrà anche il dolore, che sia vissuto con amore.
«Buon anno, amici, buona vita!»

Adriana Zarri,
Quasi una preghiera

martedì 26 novembre 2013

15 novembre 1989: "Uccidete Ellacuría e non lasciate testimoni"

COSI’ VENNE DECISA LA MORTE DEI GESUITI
Dall’ordine di ucciderli all’esecuzione del massacro nell’Università centroamericana di San Salvador
 
Nel settembre del 2012 un colonnello dell’esercito di El Salvador, Inocente Orlando Montano, si dichiarò colpevole di sei imputazioni di frode migratoria e falsa testimonianza in un tribunale federale degli Stati Uniti a Boston, Massachusetts. La questione legale era che Montano aveva falsificato i suoi formulari di immigrazione all’entrare negli Stati Uniti, ben sapendo che, se avesse menzionato la sua condizione di ex-militare in El Salvador, l’ingresso agli Stati Uniti gli sarebbe stato rifiutato. Per questo motivo, il processo contro di lui si è mosso, in gran misura, intorno alla sua carriera militare in El Salvador e il suo ruolo negli abusi contro i diritti umani, in particolare l’ordine di uccidere i gesuiti. Il pubblico ministero raccolse numerose dichiarazioni sulla carriera di Montano, tra cui l’estesa relazione della “testimone esperta”, la professoressa Karl. Quello che segue è un estratto della parte centrale della relazione intitolata “Il Colonnello Montano e l’ordine di uccidere.



Testimonianza della Dottoressa Terry Karl *
Il Colonnello Montano formava parte del piccolo nucleo dell’elite di ufficiali, uno dei quali dette l’ordine di “uccidere Ellacuría e non lasciare testimoni”, il 15 novembre 1989. Ma, già prima che l’alto mandatario desse quest’ordine ufficiale, si stavano esercitando pressioni per realizzare questo e altri assassinii. Il numero di persone al di fuori delle istallazioni dello Stato Maggiore che in qualche modo sapevano in anticipo che i gesuiti sarebbero stati assassinati, ancor prima che si desse l’ordine di farlo, indica che la pianificazione della loro morte era già stata avviata. Secondo relazioni dell’Ambasciata degli Stati Uniti, la CIA e ufficiali salvadoregni, si tenne un altro incontro nella Scuola Militare alle ore 2:00 p.m., in cui si presero decisioni importanti. Successivamente, si svolsero riunioni più ridotte tra gli ufficiali di grado superiore e all’interno del circolo della “Tandona”, tra cui il viceministro Montano. Queste riunioni proseguirono per tutto il pomeriggio e la sera per mettere a punto piani di attentati, attacchi a leaders politici, e una azione contro i gesuiti dell’Università Cattolica. I piani prevedevano anche la predisposizione di un cerchio di forze di sicurezza tutt’intorno all’Università Cattolica.
Durante le ultime ore del 15 novembre, in una riunione generale, il capo dello Stato Maggiore, Ponce (il leader riconosciuto della “Tandona” che era noto per consultare il suo circolo più intimo) autorizzò l’eliminazione di responsabili, sindacalisti e dirigenti conosciuti del FMLN. Più tardi, come riferiscono i giuristi della Commisione della Verità in una relazione basata sulle loro interviste confidenziali con i testimoni: “Dopo la riunione, gli ufficiali restarono nella stanza parlando in gruppi. Uno di questi gruppi era formato dal Colonnello René Emilio Ponce, il Generale Juan Rafael Bustillo, il Colonnello Francisco Elena Fuentes, il Colonnello Juan Orlando Zepeda e il Colonnello Inocente Orlando Montano. Il Colonnello Ponce chiamò il Colonnello Guillermo Alfredo Benavides e, davanti agli altri quattro ufficiali, gli ordinò di eliminare il Padre Ellacuría senza lasciare testimoni”. Secondo confessioni posteriori rese da soldati accusati degli assassinii, il colonnello Benavides uscì da questa riunione nello Stato Maggiore e informò gli ufficiali dell’Accademia Militare che gli era stato dato il seguente ordine: “Lui [Ellacuría] deve essere eliminato e non voglio testimoni”.
Tutta l’operazione durò all’incirca un’ora. L’unità dei commandos del battaglione Atlacatl fece il viaggio di cinque minuti dalla base militare all’Università Cattolica, senza fare nessuno sforzo per nascondere la loro manovra in una zona pattugliata da decine di altre truppe militari e con tutt’intorno un cerchio di forze di sicurezza. Il Padre Martín-Baró aprì la porta della residenza, lasciando volontariamente che entrassero i soldati. Dopo aver ordinato a cinque sacerdoti che si stendessero supini su un piccolo dosso erboso, due soldati spararono loro, uno dopo l’altro. A pochi metri di distanza, un altro soldato uccise Elba Ramos, che abbracciava sua figlia Celina. Il tenente José Ricardo Espinoza Guerra, l’unico soldato che si era ricoperto il volto con un unguento per mimetizzarsi, confessò più tardi che uscì dal campus universitario in lacrime: il Padre Segundo Montes, che ora giaceva a terra morto, era stato il rettore quando lui era studente nel Collegio San José. Un altro degli autori materiali ricordò che i religiosi non sembravano pericolosi, dato che erano “piuttosto vecchi, senza armi” e “in pigiama”. Riferì che però il suo colonnello gli aveva detto che i sacerdote erano “delinquenti terroristi”, e che “quello che importava erano i loro cervelli”. Tutti i corpi furono incontrati con colpi di armi da fuoco alla testa. Un sesto sacerdote morì mentre chiedeva che gli salvassero la vita mentre i soldati realizzavano uno scontro fittizio per cercare di incolpare il FMLN.

Selezione di Héctor Lindo, elfaro.net / Pubblicato il 5 novembre 2013.
*Estratto dell’Allegato 1, la perizia della Professoressa Terry Lynn Karl, dell’Università di Stanford, sul caso di Inocente Orlando Montano, 31 dicembre 2012, Caso 1:12 -cr – 10044 – DPW, Documento 53-1, Archiviato 01/08/13.
Traduzione di Francesca Casaliggi

domenica 24 novembre 2013

Cile: due donne alla fine del mondo


di Marco Consolo

 Per la prima volta in Cile due donne si affronteranno al ballottaggio. La ex-presidente socialista Michelle Bachelet,  candidata della coalizione Nueva Mayoria (centro-sinistra e Partito Comunista) passa il primo turno con il 46% sconfiggendo la pinochetista Evelyn Matthei, che si ferma a poco più del 25%.  La Matthei candidata ufficiale della destra, è riuscita a rimontare nelle ultime settimane uno scenario in cui si parlava addirittura della possibilità di non arrivare al ballottaggio. La destra, infatti, si è presentata profondamente divisa, e la parte moderata ha scelto Franco Parisi, un’economista liberale indipendente che ha eroso la base elettorale della Matthei con proposte “trasversali” ed ottiene il quarto posto con poco più del 10%. Nonostante ciò la Uniòn Democractica Independiente (UDI), il partito dei dinousari di Pinochet, è ancora il più votato e ciò la dice lunga sulla base sociale della dittatura.
 L’astensione raggiunge il 50%, ed impedisce la vittoria al primo turno della candidata socialista Bachelet. Per motivare al voto non è bastata la riforma della legge elettorale con l’iscrizione automatica nelle liste, annacquata dal voto volontario. Una riforma disegnata sui principi liberali del voto come “diritto” e non come “dovere” di cittadinanza, che si rifanno al sistema statunitense. E che disincentiva anche nel terreno elettorale la partecipazione, che probabilmente diminuirà al ballottaggio del 15 dicembre.
Ad una prima analisi più dettagliata del voto, ancora a caldo, il dato dell’astensionismo è più forte nei quartieri popolari (quasi il 60%) e minore in quelli medio-alti (40%). Se il dato si conferma, il risultato parla della distanza e della disaffezione con rispetto al sistema politico della base sociale “naturale” del centro-sinistra e della sinistra. Ma nei quartieri popolari anche il voto della destra dura è di tutto rispetto.  Secondo la recente inchiesta del Latino-barometro la società cilena è la meno interessata alla politica tradizionale di tutto il continente.
Il Partito comunista, presente nella coalizione Nueva Mayoria, esce molto bene dalla competizione elettorale capitalizzando la sua presenza attiva nei movimenti. Raddoppia i suoi parlamentari, passando a 6 deputati, tra le quali 2 donne, dirigenti di movimenti giovanili,  Karol Cariola (Segretaria della Gioventù Comunista) e Camila Vallejo (ex-presidente de la Federazione degli Studenti Universitari). Il contributo dei comunisti alla vittoria della Bachelet al primo turno è stato decisivo.  
Non c’è dubbio che, grazie alle mobilitazioni studentesche, si è incrinata la cappa di piombo che gravava sulla società cilena, prima per i 17 anni di dittatura militare e poi per i 23 del governo della Concertaciòn di centro-sinistra. Dopo la lunga parentesi della Concertaciòn,  che ha “migliorato” il modello sociale neo-liberista dei “Chicago boys” e realizzato la modernizzazione capitalista, 4 anni fa i cileni avevano eletto la destra di Piñera che ha dovuto però affrontare le crescenti mobilitazioni sociali. I movimenti (in primo luogo gli studenti, ma anche il movimento sindacale e quello ambientalista), rivendicando la loro autonomia dal quadro istituzionale, hanno rimesso al centro della politica alcuni temi centrali: la riforma costituzionale (e la legge elettorale binominale), quella tributaria, quella dell’educazione.
Non a caso la lettura della destra (in prima fila El Mercurio e La Tercera) oggi centra la sua attenzione sui quorum del parlamento necessari per le riforme strutturali. Quorum altissimi stabiliti dalla costituzione pinochetista per impedire qualsiasi cambiamento strutturale. Basti pensare che nella costituzione in vigore il ruolo dello Stato è definito come «complementare al mercato». E nonostante i risultati i seggi ottenuti non garantiscono un margine di manovra efficace per trasformazioni di fondo.
Il programma della Bachelet, discusso da tutta la coalizione, riflette le contraddizioni esistenti anche se di certo è più avanzato che nel passato. E diversi grandi gruppi economici che hanno appoggiato la campagna della Bachelet, chiederanno presto il conto.
La richiesta di un’Assemblea Costituente (AC) è stata espressa da uno schieramento amplio anche attraverso l’apposizione sulla scheda elettorale di un simbolico AC, insieme al voto.  
Spinosa la riforma tributaria che prevede l’aumento dal 20 al 25% delle imposte alle imprese (seppure in 4 anni). Così come il grande tema della “fine del lucro” nel settore educativo, che sarà un banco di prova per la coalizione. Un buon segnale è che siano stati promossi tutti i candidati del movimento studentesco, non solo quelli comunisti, ma anche gli indipendenti Giorgio Jackson e Gabriel Boric, mentre un settore dei liceali aveva chiamato all’astensionismo.  
IL tema della politica estera sarà un altro punto di conflitto, visti i cattivi rapporti con i vicini Bolivia e Perù, la distanza dal Venezuela bolivariano e la collocazione cilena nell’Alleanza del Pacifico che riunisce i governi della destra latinoamericana, un fattore di destabilizzazione dell’integrazione continentale in atto.
Insieme ad una distanza dal politicismo espressa dall’astensionismo e dal rifiuto verso istituzioni che non hanno voluto risolvere i grandi problemi del paese, allo stesso tempo il risultato elettorale consegna un parlamento più dinamico, che riflette la richiesta di cambiamento di un modello sociale, economico, ambientale.
Nonostante l’ampio margine, il ballottaggio non sarà in discesa. Nessuno dei candidati sconfitti ha dichiarato di voler appoggiare la Bachelet e la Nueva Mayoria. Neanche Marco Enriquez Ominami, uscito dal centrosinistra prima delle scorse elezioni e candidato del suo “Partito Progressista, che non ha voluto fare nessuna alleanza di coalizione. Esce sconfitto con l’11% e dimezza i suoi voti rispetto alla tornata elettorale di 4 anni fa.
Il prossimo marzo vi sarà il cambio di governo. I nodi verranno al pettine allora.
Il prossimo sabato il PC deciderà se partecipare o meno nel governo,  nel caso di una vittoria al ballottaggio della coalizione.  Nella storia cilena, il PC ha partecipato due volte nel governo. La prima nel 1946, con il presidente radicale González Videla, eletto grazie ai voti comunisti che dichiarò:  «Io vi assicuro che non ci sarà né potere umano, nè divino capace di rompere  il vincolo che mi unisce al Partito Comunista ed al popolo». Ma appena due anni dopo,  nel  Settembre del 1948,  promulgò la “Legge di difesa della democrazia”, conosciuta come Ley maldita,  che mise fuori legge il Partito Comunista per ben 11 anni ed eliminò dai registri elettorali i suoi militanti.
La seconda volta fu con Salvador Allende nel governo di Unidad Popular,  che terminò con il colpo di Stato di Pinochet che, per “estirpare il cancro marxista”, represse nel sangue la sinistra ed il Partito Comunista. Come sottolinea il suo Presidente, Guillermo Tellier, con questi antecedenti, i comunisti discuteranno a fondo i termini della loro eventuale partecipazione. Ma tutto sta ad indicare che saranno parte della coalizione di governo.
La storia non si ripete, ma il passato bussa alla porta.