mercoledì 11 settembre 2013

L'acqua pubblica va in Europa

Oggi una delegazione della Fp-Cgil e del Forum italiano dei movimenti per l'acqua depositerà al ministero dell'Interno le 67 mila firme raccolte per l'Iniziativa dei cittadini europei per l'acqua pubblica, 12 mila in più di quante previste per raggiungere la soglia di validità per l'Italia.
Il risultato è straordinario: le firme raccolte in tutta Europa per contrastare la privatizzazione dell'acqua ammontano, al termine della campagna, a più di un milione e 800 mila. Tredici Paesi hanno superato la soglia di validità e, soprattutto, la Germania, da sola, ha prodotto un milione e 200 mila adesioni. Lì - e il fatto va sottolineato - la raccolta delle firme per l'Ice ha assunto le dimensioni di un vero e proprio movimento popolare, paragonabile a quella che è stata da noi la campagna referendaria per l'acqua nel 2011.

Si apre ora un percorso che porterà la Commissione Europea a doversi esprimere sulle questioni rilevanti poste dall'Iniziativa dei cittadini europei entro il prossimo febbraio, a ridosso della campagna elettorale per l'europarlamento.
Questo importante risultato, che parla della persistenza del movimento per l'acqua in Italia e di una sua estensione nella dimensione europea, ci dice molte cose, alcune essenziali. La prima è che è possibile e praticabile costruire un'iniziativa per far avanzare l'idea di un altro modello sociale e produttivo per l'Europa, alternativa all'attuale impostazione di politica economica e sociale egemonizzata dalla Germania della Merkel.

Un rinnovato modello europeo, che metta al centro Stato sociale, lavoro e beni comuni al posto di politiche dell'austerità e dell'ossessione del debito pubblico: questo è, almeno potenzialmente, il valore paradigmatico dell' Ice per l'acqua pubblica e anche la sua efficacia, visto che, ancor prima della conclusione della raccolta delle firme, il Commissario al mercato interno Barnier ha annunciato che il servizio idrico viene escluso dalla Direttiva comunitaria sui contratti di concessione, nata con un'intenzione di ampliare i processi di privatizzazione dei servizi pubblici.
Quest'alternativa tra due visioni dell'Europa dovrà stare necessariamente in campo anche nella futura scadenza elettorale europea ma, come dimostra la vicenda dell'Ice sull'acqua pubblica, ancor più nella mobilitazione sociale.

Questo risultato, assolutamente non scontato, è illuminante anche per i soggetti che hanno promosso l'Ice: da una parte, per Epsu, il sindacato europeo dei servizi pubblici, che vede la conferma di un'impostazione che ha creduto in un reale lavoro che assumesse un orizzonte europeo, superando un approccio per cui, troppo spesso, il sindacato europeo è più una sommatoria di sindacati nazionali che un vero sindacato sovranazionale.
Dall'altra, è evidente che un milione e 800 mila firme raccolte in Europa e, sia pure in dimensioni diverse, in tutti i 27 Paesi dell'Unione, sono il prodotto di un intreccio fecondo, e passibile di ulteriori sviluppi positivi, tra l'iniziativa e l'esperienza sindacale e quelle dei movimenti che si battono per l'acqua bene comune, ponendo le basi per una Rete europea dei movimenti per l'acqua.
In secondo luogo, il significativo riscontro dell'Iniziativa dei cittadini europei fa emergere con ancora più forza lo scarto tra la continuità del movimento per l'acqua, che ora si esprime anche nella dimensione europea, e la prosecuzione, nel nostro Paese, della volontà di proseguire nell'intenzione di contraddire l'esito referendario di due anni fa.
Non mi riferisco solo all'approvazione del nuovo metodo tariffario del servizio idrico da parte dell'Authority dell'Energia Elettrica e del Gas che ripristina, sotto mentite spoglie, la remunerazione del capitale abrogata con il secondo referendum del giugno 2011. E neanche semplicemente al dato che i processi di ripubblicizzazione del servizio idrico, dopo la costituzione dell'Azienda speciale a Napoli, sembravano avanzare in diversi territori del Paese, mentre, in quest'ultima fase, stanno registrando rallentamenti se non vere e proprie battute d'arresto.

Ancora più preoccupante è l'orientamento che sembra emergere da parte del governo Letta - ammesso che riesca a proseguire - nel momento in cui si appresta a predisporre la nuova legge di stabilità e si moltiplicano gli annunci sull'idea che in essa sia contenuto anche un nuovo piano di grandi privatizzazioni, comprendendo anche i servizi pubblici locali.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte non solo a un attacco pesante all'esito politico dei referendum, ma anche alla riproposizione di un'impostazione di politica economica e sociale in perfetta continuità con quella praticata dal governo Monti dal 2011 al 2013.
Quella che in nome dell'abbattimento del debito pubblico e della ripresa della crescita ha colpito pesantemente lo Stato sociale, a partire dalle pensioni, i diritti dei lavoratori e incentivato ulteriormente le privatizzazioni, peraltro arrivando allo straordinario risultato di far aumentare il rapporto tra debito e Pil dal 120 al 130% dal 2011 al 2013 e di arrivare a -1,8% nella crescita a fine 2013.
È evidente che il movimento per l'acqua contrasterà tali intenzioni, così come rilanceremo la nostra iniziativa per la ripubblicizzazione del servizio idrico, sostenuti in ciò dalla recente costituzione dell'Intergruppo dei parlamentari per l'acqua pubblica e anche con la discussione che svolgeremo a Torino il prossimo 21 settembre, con un importante convegno internazionale, al quale parteciperanno, tra gli altri, Anne Le Strat, vicesindaco di Parigi, e Stefano Rodotà.

Infine, anche quest'iniziativa e il suo prosieguo ci parlano del tema decisivo della democrazia e del suo stato reale in Europa e nel nostro Paese.
È bene avere presente che l'Iniziativa dei cittadini europei, istituita poco più di un anno fa, è l'unico strumento attualmente esistente in Europa per far sentire, in modo non mediato, la voce dei cittadini, delle organizzazioni sociali e dei movimenti al livello delle istituzioni comunitarie.
In un quadro in cui, di fatto, è la troika Fmi, Bce e Commissione Europea che decide la sostanza delle scelte di politica economica e sociale, far avanzare una pratica, per quanto imperfetta, simile a una forma di democrazia diretta rappresenta un punto di riferimento essenziale per chiunque si prefigga l'obiettivo di dar gambe a un'altra idea di modello produttivo e sociale nella dimensione continentale.

Ciò vale ancor più per il nostro Paese, dove non solo continuiamo ad assistere allo spettacolo vergognoso di un leader di partito che non intende riconoscere la legittimità del potere giudiziario, ma anche a una discussione sulle riforme costituzionali che, occhieggiando all'ipotesi del presidenzialismo, propone una lettura della crisi per cui diventa necessario comprimere la domanda sociale e renderla compatibile con un sistema politico sempre più autoreferenziale e rinchiuso in logiche impermeabili alla sofferenza e al disagio sociale.
Non esitando, per questa via, a manomettere la Costituzione, a non rispettare la volontà popolare espressa nei referendum, a non riconoscere, anche per via legislativa, il diritto dei lavoratori a poter scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale e a poter decidere sugli accordi che li riguardano.

Anche da questo punto di vista, non si può più rinviare la scelta di costruire una grande coalizione sociale che metta al centro l'attuazione del dettato costituzionale e l'espansione della democrazia, come si è iniziato a fare con l'Assemblea nazionale di domenica scorsa a Roma indetta esattamente su questi temi. Con la consapevolezza che oggi "inverare" la nostra Costituzione significa lottare per la pace e per il ripudio della guerra, far avanzare i diritti del lavoro, difendere i beni comuni, a partire dall'attuazione referendaria.
Un impegno e una prospettiva rispetto alla quale penso che tutto il movimento per l'acqua saprà portare il proprio contributo a un tempo originale e solidale con tutti i soggetti che intendono muoversi in questa direzione.





Corrado Oddi,
Fp-Cgil - Forum italiano movimenti per l'acqua
HYPERLINK - Lista per la costituzione del Forum Italiano sull'ACQUA

lunedì 9 settembre 2013

NON SEDURRE MA SERVIRE È QUESTO IL VERO POTERE

Capita che un docente sia accusato di avere avuto rapporti di sesso, anche violento, con sue studentesse, anche minorenni. Più d' una. Capita che lo ammetta. Più tardi la giustizia dirà tutto quel che può, dopo un processo che deve essere giusto.E intanto però capita che compagni e compagne di classe e di scuola difendano il professore. Bravo dicono, appassionato, innamorato della materia. Innamorato? E allora ci si chiede qualcosa. Nelle aule come nella vita può capitare che le emozioni diventino bufera che travolge. Nella scuola di più, non solo perché ci si passa un mare di tempo e i rapporti sono stretti stretti e le interazioni necessarie. Ma anche perché le aule sono affollate di portatori privilegiati dell' emozione più potente in noi, il desiderio. Da giovani il desiderio è moltitudine. Essere visti, riconosciuti come persona che vale, amati. Esistere. Edè bene che le emozioni attraversino le ore di lezione. Non si trova teoria pedagogica a sostenere che l' apprendimento e il rapporto educativo funzionino meglio in un contesto di gelo relazionale. Gli strumenti critici e le emozioni ci fanno sapere il nostro valore. E insieme viene la libertà. Di non farsi aggirare, di difenderci da soprusi socialie personali, stereotipi, trappole che ci minacciano. Scuola sta con libertà, se il patto con l' adulto funziona. Davvero però il rapporto può tracimare in ogni momento, e la letteratura è piena di queste storie con finale a volte chissà letterariamente felice, più spesso incerto. La cronaca invece conosce soprattutto finali drammatici. Il patto stabilisce che nel contesto d' aula il confine dei ruoli è tenuto dall' adulto, che conosce, e riconosce, anche in se stesso, il potere delle emozioni, e in virtù del suo essere adulto le sa governare, anche in sé stesso. E gioca d' anticipo ogni momento, non comprime la distanza con lo studente, che non è distanza di valore, ma di ruolo e di maturità. Non si confonde con lui. Ci sono i confini. Colleghi insegnanti hanno deciso che un confine è non essere amici sui social network finoa che rimane il rapporto di scuola. Niente telefono diretto, niente sms, niente post o tweet. Altri stanno anche su questi confini. Ma conoscono l' arte della misura che non ammicca. E poi c' è il potere. Sia pure piccolo, corroso da una considerazione sociale in caduta libera e più ancora da una carsica crisi di indotta disistima, in aula il docente porta una forma di potere, quello di riconoscere lo studente oppure no appunto, ed è il potere più forte, aiutato dal potere del voto, la promozione. Credito fra gli amici e in famiglia. L' unico potere d' aula buono è servizio alle persone che ci sono affidate. Lo è per legge e per deontologia professionale. E invece no. Può capitare che non sia così è diventi mezzo di seduzione, sopruso. Più facile se l' insegnante è bravo. Perché il seduttore ha sempre del buono in sé, altrimenti non sedurrebbe nessuno. Ha il buono di una passione. E quello del desiderio, come i ragazzi. Non coltivato in un sé adulto e appagato ma un desiderio malato di vita. Di tutte le vite. Bisogno di esistere attraverso le vite d' altri, possedute fino all' estremo confine. Queste cose non capitano nel deserto. C' è sempre un mondo di adulti "sani", ciechi sordi e muti, intorno. Non tutti colpevoli d' omissione, no. Perché un genitore che trova un professore pieno di entusiasmo, generoso del suo tempo e del suo sapere, amato dai ragazzi, che vanno a scuola volentieri e sono felici, è contento, semplicemente. Certo che deve essere attento, e magari lo è, eppure non vede. Perché il seduttore seduce a trecentosessanta gradi, i genitori anche, e i ragazzi hanno il diritto di non capire la tempesta che li abita, e sono sgomenti e contenti nello stesso momento: un' attenzione malataè pur sempre un' attenzione, un insegnante sedotto è un frammento di onnipotenza nelle loro mani giovani. In un gioco di rovesciamenti che la psicoanalisi sa chiamare per nome e raccontare. Forse è per questo che i ragazzi con ostinazione difendono il docente che esce dal suo ruolo fino all' offesa dei loro corpi e della loro libertà. Perché difendono il loro essere esistiti, assoluti, unici e importanti, per un attimo a volte lungo, perché condannare il seduttore vuol dire riconoscere che l' ingresso travolgente nell' età adulta, vissuto come un posto ricevuto e riconosciuto, non c' è stato. Vuol dire precipitare di nuovo nella paura di non valere. Però all' appello delle colpe qualcuno può ben essere chiamato. Tutti quelli che per convenienza, piaggeria, quieto vivere, ammiccante connivenza, hanno taciuto. E quelli che sulla scuola non sorvegliano. Che affidano un compito straordinario a persone la cui inadeguatezza, o malattia, colpevolmente non sanno riconoscere.


 






MARIAPIA VELADIANO,
La Repubblica 03.09.2013

mercoledì 4 settembre 2013

NO all'intervento armato in Siria. Corale l'urlo dei pacifisti

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».


La nonviolenza è realistica
Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti
“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: adesioni@perlapace.it) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (w.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all'intervento armato».
«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto (v. notizia precedente), «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l'autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi
È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».
Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».
«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L'obiettivo più urgente che l'umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l'umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».
Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall'alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

di eletta cucuzza
Adista n. 30/2013

domenica 25 agosto 2013

Ancora sugli incidenti all'inceneritore

ENNESIMO INCIDENTE ALL’INCENERITORE DI TORINO IN MENO DI 4 MESI DI ATTIVITA’.
EMISSIONI MOLTE VOLTE FUORI DAI LIMITI PREVISTI….
INTANTO I CONTROLLI SUGLI INQUINANTI PIU’ PERICOLOSI LATITANO!!

In merito all’articolo comparso sulla stampa di Torino il 22 agosto 2013, sull'ennesimo incidente occorso all'inceneritore di Torino, sembra che l’unica preoccupazione di TRM, provincia di Torino e altri organi deputati ai controlli sull’impianto, sia di sopire gli  allarmi, e rassicurare i cittadini sul "difettoso" (un eufemismo..) funzionamento di un impianto che per quanto si voglia far apparire  utile e di ultima generazione rimane, è, e sempre rimarrà, un generatore di inquinamento (come se Torino non ne avesse già abbastanza), un distruttore di materia e di risorse recuperabili, un costo finanziario che ricadrà, (insieme ai suoi fumi), su tutta la popolazione di Torino e cintura.
Considerando che l’impianto è stato fermo, per l'intero mese di giugno,  per consentire le analisi di bio-monitoraggio, una media di un incidente al mese è, a nostro parere, la dimostrazione che l'inceneritore del Gerbido è tanto complesso e costoso quanto pericoloso e difficile da gestire.
La parola “incidenti” in questi impianti si deve tradurre in emissioni di inquinanti fuori controllo oltre i limiti molto già molto permissivi (quasi doppi rispetto al funzionamento a regime) consentiti durante questo primo periodo di esercizio provvisorio. Deve essere spiegato con chiarezza e con onestà ai cittadini di che cosa si sta parlando; qui non si gestiscono materiali inerti in processi chimici naturali. Parlando di emissioni (dentro o fuori i limiti) ci riferiamo a ossidi di azoto e di zolfo, mercurio, ammoniaca, acidi cloridrico e fluoridrico, polveri sottili, e microinquinanti (diossine, furani, pcb e metalli pesanti) i cui limiti suddetti sono stabiliti non solo e non tanto sulla base dell’effettiva pericolosità delle sostanze, ma molto spesso sulle capacità tecniche dei filtri di abbattere tali sostanze (perché se ci si attenesse al principio di precauzione non ci sarebbe un solo inceneritore in tutto il mondo).
In merito alla misurazione in continuo delle diossine l’ing Pergetti ha solo in parte ragione, gli strumenti in grado di misurare realmente in continuo la diossina ci sono (si basano sull'analisi di un fascio laser che attraversa le emissioni) ma non sono ancora utilizzabili a livello normativo perché non ancora riconosciuti.
I tecnici ARPA hanno spiegato più volte che l'analisi della centralina a terra sui filtri per le diossine deve essere eseguita ogni 15 giorni dando poi la media mensile (quindi di due rilevazioni). Tentare di banalizzare un'analisi solo perché non la si è eseguita ci sembra molto scorretto. Non si può dire "parlare di diossine è un non-senso" perché senso ne ha eccome!!  Forse si voleva intendere: "non abbiamo i dati perché non siamo andati a cercarli" - sarebbe stato più onesto.
Non si capisce perché, dopo 3 incidenti non siano ancora stati smontati i filtri per verificare cosa contengano, ci sembra il minimo che si debba fare in questi casi visto che, peraltro, anche i primi 3 mesi di attività sono trascorsi e l'autorizzazione prevederebbe l'effettuazione dei controlli. Vogliamo solo ricordare che si stanno procrastinando analisi sulle sostanze più pericolose emesse dall'inceneritore, sostanze classificate come cancerogene certe e mutagene!!!!
Ricordiamo infine che alla richiesta scritta del consigliere regionale Davide Bono, di avere il certificato di collaudo finale dei lavori dell'impianto la provincia ha risposto: "che sussistano profili di riservatezza legati alla proprietà intellettuale degli elaborati tecnici ritenendo non ammissibile l'accesso richiesto" Con il certificato di collaudo si attesta la conformità di determinati impianti/apparecchiature alle specifiche tecnico-normative necessarie per autorizzarne il funzionamento, perché negare la diffusione al pubblico di tali attestazioni? Queste risposte minano la credibilità e allontanano ancora di più i cittadini dalle istituzioni locali che hanno autorizzato questi impianti
In questi decenni gli amministratori torinesi si sono voluti risparmiare la fatica di responsabilizzare i cittadini sul valore della materia contenuta nei loro rifiuti sottraendosi al dovere di insegnare le buone pratiche di gestione e valorizzazione degli stessi.
 
Questa è la verità che deve emergere a dispetto di chi ha voluto, realizzato e ora deve difendere a tutti i costi un impianto pericolosissimo, costosissimo, insostenibile a livello ambientale, inutile alla collettività ma buono solo ad una piccola elite politico-economica che vi può ottenerne guadagni e posizioni di potere. Del resto basta dare un'occhiata al sito del Comitato Locale di Controllo (nato per controllare l'attività dell'inceneritore a garanzia dei cittadini) che pare più un clone di quello di TRM e che a tutt'oggi non si sogna nemmeno di spiegare perché l'impianto sia stato fermato il 12 agosto ecco la sua stringata nota: “Lunedì 12 agosto 2013 TRM ha disposto il fermo dell'impianto per effettuare interventi di controllo e verifica”.


Ufficio Stampa
Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero Torino
Tel: 370.7101855; 335.6722544

sabato 24 agosto 2013

Intanto Letta compra armi

Tagli alla Difesa italiana? Non pervenuti. Anzi, quest'anno i fondi per l'acquisto di armamenti aumentano in modo clamoroso rispetto al 2012: complessivamente saranno 5,5 miliardi di euro, grazie al contributo del ministero dello Sviluppo Economico che mette a disposizione 2.182 milioni per comprare sistemi militari.
Lo rivela un'inchiesta sul numero de "l'Espresso" in edicola da venerdì 23 agosto a firma Gianluca Di Feo.

Gran parte di questi soldi servono per finanziare l'acquisto dei caccia europei Eurofighter. Mentre si discute dei costi del Lockheed F-35 - stimati in 12 miliardi di euro - si scopre che il preventivo per gli Eurofighter italiani ha superato ogni record: il documento ufficiale indica in 21,1 miliardi di euro la spesa per questi aerei.
Non solo: il prezzo risulta aumentato di ben 3 miliardi rispetto alla previsione formulata lo scorso anno, che si fermava a 18,1 miliardi. Nel corso del 2013 soltanto per comprare gli Eurofighter il ministero Sviluppo Economico spenderà 1182 milioni di euro, mentre quello della Difesa sborsa mezzo miliardo per gli F-35.

Il budget lievita

Tutto il budget per le forze armate è cresciuto nel 2013. Esclusi i carabinieri, ci saranno 14,4 miliardi di euro contro i 13,6 miliardi del 2012 - quando la spending review si è abbattuta sui conti - e i 14,3 miliardi del 2011, ossia prima che la crisi si abbattesse sulla vita degli italiani. Il problema è che i due terzi dei soldi servono per gli stipendi. Oltre 9.600 milioni di euro per 177 mila militari, inclusi 22 mila ufficiali, 54 mila marescialli, 16 mila sergenti e solo 49 mila tra soldati, marinai e avieri.

Un'analisi del mensile 'Rid - Rivista Italiana Difesa', la più autorevole rivista specializzata che sarà in edicola il 27 agosto, permette di ricostruire quanto si spenderà per i singoli programmi militari e quali saranno i contributi del ministero dello Sviluppo Economico.
Oltre all'Eurofighter, il dicastero di Flavio Zanonato si accollerà le fregate Fremm (5,6 miliardi per le prime sei); i blindati da combattimento Freccia (1,5 miliardi per 249 veicoli); i jet d'addestramento Aermacchi M-346 (220 milioni per la prima trance); i gadger elettronici per il "Soldato futuro" (800 milioni); gli elicotteri NH-90 di Esercito e Marina (3.895 milioni) e gli Agusta AW-101 dell'Aeronautica (740 milioni).

Spioni d'oro
Ancora più frammentato il finanziamento dei nuovi satelliti spia Cosmo SkyMed. La Difesa ci mette 229 milioni, altri 500 circa li tirano fuori il ministero dell'Università e Ricerca e l'Agenzia Spaziale.
Il solito Sviluppo Economico contribuisce ai 300 milioni dei satelliti Sicral per le comunicazioni. Per le nostre sentinelle orbitanti i generali prevedono di spendere circa mezzo miliardo in tre anni, inclusi 170 milioni per lo 007 delle stelle Opsat 3000 acquistato in Israele: risorse superiori a quelle per equipaggiare l'Esercito.

E non sono gli unici stanziamenti a favore dell'intelligence militare. Una fetta consistente dei 1.200 milioni che si sborseranno per i "sistemi C4" servirà per aerei radar e droni: 580 milioni per acquisire due fantascientifici jet Gulfstream Caew prodotti in Israele, vere centrali di spionaggio volanti. Altri 211 milioni sono il contributo italiano per la discussa squadriglia di velivoli-robot Global Hawk voluta dalla Nato.
L'Esercito spende soprattutto per gli elicotteri: i grandi Chinook presi negli Usa costano 974 milioni. Poi ci sono 202 milioni per acquistare 479 camionette Lince con protezione migliorata. La Marina sta completando la nuova flotta di sottomarini: i quattro modernissimi U-212 costeranno 1.885 milioni. Il documento rivela il prezzo finale della portaerei Cavour: 1.390 milioni. Le due ultime fregate Orizzonte consegnate invece verranno 1.500 milioni, con rate fino al 2020.

Nessun aiuto ai Comuni
Gli unici tagli si riferiscono proprio sulla preparazione dei reparti destinati all'Afghanistan, al Libano e alle eventuali operazioni future che - con il Mediterraneo in fiamme tra rivolte e guerre civili - non appaiono remote.
La voce "esercizio" infatti viene decurtata di quasi 200 milioni di euro. Sono i quattrini per la revisione dei mezzi più utili, logorati dalle spedizioni estere, e per l'addestramento delle brigate destinate alla prima linea.

Per questo il ministero della Difesa scrive chiaramente che non ci saranno più interventi gratuiti a favore di altre amministrazioni pubbliche: se i soldati devono spalare la neve, togliere i rifiuti, demolire case abusive, rimuovere frane, spegnere incendi, prima bisogna verificare che qualcuno paghi il conto.