venerdì 12 agosto 2011

Inceneritore del Gerbido

Da http://www.rifiutizerotorino.org/



Buongiorno,
in allegato trovate il nuovo volantino per sensibilizzare le persone al problema dell'inceneritore.

Troverete inoltre un piccolo documento con le principali informazioni su BUGIE e VERITA' sugli inceneritori.

A questo punto se volete contribuire alla lotta contro l'inceneritore è necessario:
- inoltrare questa email a tutti i vostri amici, conoscenti, colleghi... tutta la rubrica che avete nella vostra casella di posta
Con il volantino è necessario:
- stamparlo (fronte e retro), se ne avete l'opportunità. Se non potete stamparlo e vi servono copie cartacee fatecelo sapere che ci organizziamo per farvele avere!
- consegnarlo di persona alle persone che si conoscono, facendo giusto 2 parole sul grave problema dell'inceneritore
- distribuirlo anche alle persone che non si conoscono, cercando di superare un po' la vergogna iniziale. Se provate dopo un po' vedrete che è anche molto soddisfacente, perché al di la di qualcuno che prenderà il volantino guardandovi in malomodo, ci saranno TANTISSIME PERSONE che saranno d'accordo con voi, anzi vi diranno NON POTEVATE MUOVERVI PRIMA ?
NOTA: potete anche affiggerlo nei pressi del quartiere dove abitate, informandovi però prima su quali sono le normative presenti nel vostro comune di residenza per quanto riguarda l'affissione dei volantini

- TUTTE QUESTE OPERAZIONI HANNO LA SEGUENTE FINALITA':

1. FAR SAPERE AI CITTADINI CHE A TORINO C'E' UN GRANDE PROBLEMA, L'INCENERITORE DEL GERBIDO.
Tanti non sanno neanche che si sta costruendo un inceneritore al Gerbido. Noi glielo facciamo sapere. Poi decideranno loro se accettarlo a no.
2. QUANDO TROVATE QUALCUNO CHE CONOSCE IL PROBLEMA ED E' PARTICOLARMENTE INTERESSATO fatevi dare l'email, con il NOME e COGNOME.
In allegato trovate un file excel con un esempio dei dati necessari. In realtà se siete in giro e non avete dietro la tabella fatevi dare almeno la sua email, oppure sollecitatelo a mandare l'email all'indirizzo del volantino (rifiutizerotorino@gmail.com )
In questo modo il nostro gruppo continuerà ad aumentare, a ramificarsi. Basta anche solo che ognuno di noi porti una sola persona nel gruppo e già il gruppo si raddoppia!

Grazie a tutti
NO INCENERITORE - RIFIUTI ZERO
Regola 4R (Riduci, Ripara, Riusa, Ricicla) verso l’obiettivo Rifiuti Zero


NB: i documenti di cui si parla nel comunicato sono scaricabili ai seguenti link:

volantino A5 fronte-retro v10 (pdf)

bugiardino sugli inceneritori (pdf)


tabelle raccolta nominativi (xls)



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SITO INTERNET PER DOCUMENTAZIONE, APPUNTAMENTI, ATTIVITA':
http://www.rifiutizerotorino.org/

ARCHIVIO WEB PER DOCUMENTAZIONE CATALOGATA
(scaricate le cartelle che vi interessano)
http://www.zumodrive.com/share/cQnQODQzYT

ISCRIVITI AI GRUPPI FACEBOOK:
NO INCENERITORE TORINO e ARIA BENE COMUNE
http://www.facebook.com/groups/ariabenecomune?ap=1

domenica 31 luglio 2011

AlReves: i 5 cubani


La verità sequestrata
Il caso dimenticato dei cinque cubani detenuti negli Stati Uniti

E’ notizia di qualche settimana che il Dipartimento di Stato USA ha inserito Cuba - per la trentesima volta - nella sua particolare lista nera degli “Stati patrocinatori del terrorismo internazionale”.
Per tutta risposta, le autorità cubane rimandando le accuse al mittente hanno sottolineato a più riprese come il governo degli Stati Uniti, “che storicamente ha praticato il terrorismo di Stato, le esecuzioni extragiudiziali, i sequestri di persona, gli assassini con aerei non pilotati, la tortura e le detenzioni illegali, che ha stabilito carceri segrete, che è responsabile della morte di centinaia di migliaia di civili innocenti come risultato delle sue guerre di occupazione e di conquista in Iraq e in Afghanistan […]”, non possieda la minima autorità morale per giudicare un paese come Cuba, che è stato ripetutamente vittima di aggressioni illegali e che ha sempre seguito un percorso irreprensibile nella lotta al terrorismo internazionale.
Da parte nordamericana l’obiettivo (mai dichiarato) è sempre lo stesso: giustificare l’anacronistico blocco economico e le politiche restrittive contro Cuba diffondendo false accuse, come la solita “bufala” del terrorismo internazionale, oppure aggrappandosi a pretesti assurdi nel tentativo di gettare discredito sul governo cubano.
Per quest’ultimo, la prova più evidente della doppia morale degli USA è rappresentata dal caso giudiziario dei “Los Cinco”: i cinque informatori cubani condannati per spionaggio e cospirazione, rinchiusi dal 1998 nelle carceri di massima sicurezza dello Zio Sam.

L’accusa.
Dal 1959, anno dell’insediamento della Revolución, ad oggi Cuba ha subito numerosissimi atti terroristici per mano di gruppi paramilitari eversivi - come “Alpha 66” e “Omega 7” - che operano indisturbati in Florida e che notoriamente sono finanziati dalle lobbies anticastriste e dalla Cia.
Nel settembre del 1998, al momento del loro arresto, i cinque agenti dell’intelligence cubana Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez, Gerardo Hernandez, Ramon Labaniño e René Gonzalez stavano operando in territorio statunitense come infiltrati per scoprire i piani contro Cuba, messi a punto dai gruppi anticastristi di stanza a Miami.
L’arresto, eseguito dal FBI, avvenne poco tempo dopo l’abbattimento di due velivoli di “Hermanos al rescate” (un’organizzazione eversiva composta da esiliati cubani con base a Miami) da parte dell’aviazione militare cubana. I due aerei, che secondo fonti cubane stavano sorvolando lo spazio aereo dell’isola senza essere autorizzati, poterono essere intercettati grazie alle informazioni passate dai cinque agenti cubani. E per questo il principale accusato, Gerardo Hernandez, è stato giudicato direttamente responsabile dell’abbattimento dei due aerei e condannato a due ergastoli.
Il governo degli Stati Uniti accusò prontamente tutti e cinque gli agenti di “spionaggio e cospirazione per conto di una nazione straniera” - in realtà, i capi d’accusa contestati ai cinque furono, in tutto, ben 24 -, mentre quello cubano si difese sostenendo di aver inviato negli Usa i cinque unicamente con l’ordine di infiltrarsi tra le file dei gruppi terroristici anticubani, allo scopo di ottenere informazioni utili circa le loro attività terroristiche.

Il giudizio.
Il processo contro i Cinque Cubani, cominciato a Miami nell’autunno del 2000, si concluse nel giugno 2001 dopo 7 lunghi mesi di dibattimento. Nelle udienze sono comparsi più di 70 testimoni e sono stati presi in esame più di un centinaio di dossier contenenti trascrizioni e documenti probatori, compresi 15 volumi con le narrazioni dei fatti.
Alla fine, la condanna più pesante (due ergastoli) toccò a Gerardo Hernandez; Guerrero e Labaniño ricevettero anche loro l’ergastolo, mentre Fernando e René Gonzalez furono condannati rispettivamente a 19 e a 15 anni. In tutti e cinque i casi fu inflitta la massima pena per quel genere di reati.
In seguito alle vibranti proteste giunte non solo da parte cubana ma anche da numerosi ambienti politico-culturali e dell’opinione pubblica internazionale, nell’agosto 2005 l’undicesimo tribunale della Corte d’Appello di Atlanta sospese le condanne, ordinando l’esecuzione di un nuovo processo.
Ma appena un anno dopo - a sorpresa - la stessa Corte, sovvertendo la decisione della precedente sentenza, confermò tutte le condanne della Corte di Miami e mise il sigillo finale a questo singolare caso giudiziario, nonostante l’aperta opposizione di due dei suoi membri, i giudici Byrch e Kravitch, secondo i quali “si è trattato di un caso d’eccezione nel quale si doveva imporre un cambio di sede [il trasferimento del processo dalla sede di Miami, ndr], dovuto al pregiudizio latente nella comunità di Miami che rende impossibile la composizione di una giuria imparziale”*.

Le conclusioni.
In spregio alle garanzie legali sancite dal diritto statunitense e da quello internazionale, i cinque cubani sono stati sottoposti ad un processo iniquo ed imparziale nella città dove impera la mafia d’origine cubana, la stessa che ha avuto buon gioco “nello scatenare una violenta e fallace campagna propagandistica per manipolare l’opinione pubblica di Miami e la giuria del tribunale, cosa che è stata ripetutamente denunciata dagli avvocati della difesa”.**
Dalla data del loro arresto sono passati più di dodici anni, e tuttavia i “Cinque Cubani” godono attualmente del sostegno di innumerevoli associazioni e di gruppi di solidarietà in tutto il mondo: tra le personalità più influenti c’è il presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU, Miguel D’Escoto, che ha sempre denunciato la loro detenzione come “ingiusta ed illegale”.
L’ultima voce levatasi a difesa dei cinque informatori è quella del Senato belga che, in seguito all’infaticabile opera di sensibilizzazione del “Comitato belga per la liberazione dei Cinque”, ha recentemente approvato una risoluzione che esige dal governo statunitense “un intervento immediato per ottenere la scarcerazione dei cinque detenuti cubani”.   

Andrea Necciai

Note: *es.wikipedia.org/Los cinco cubanos presos en los Estados Unidos. **www.freeforfive.org/es/thefive.

mercoledì 6 luglio 2011

Delibera AGCOM

Pubblicato oggi su "Il fatto quotidiano".

Autore: Avvocato Guido Scorza,
Presidente dell'Istituto per le politiche dell'innovazione.

ciao
beppe

Delibera AgCom: ecco la verità

I diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti della Rete stanno per essere travolti nel nome di una crociata che le vecchie industrie italiane della televisione, della musica e dei giornali di carta hanno deciso di combattere contro i c.d. over the top [ndr Google, Facebook e gli altri giganti dell'intermediazione online dei contenuti] servendosi di un'Autorità evidentemente assai poco indipendente – almeno dai poteri economici – come l'AGCom.
E' questa la cruda e disarmante verità che si legge tra le righe dell'appello che la SIAE ha pubblicato questa mattina su un'intera pagina a pagamento dell'edizione cartacea de la Repubblica, continuando, peraltro, a sperperare denaro non suo ma degli autori di cui racconta di voler difendere gli interessi e a dar prova di non aver compreso che lo stesso messaggio, nel secolo della Rete, poteva più efficacemente essere veicolato attraverso Twitter, Facebook e YouTube senza alcun costo.
Nell'appello, infatti, Siae scrive testualmente: "Sappiamo: quanto le società di telecomunicazioni, i provider, i produttori di tecnologie digitali e le cosiddette 'Over the Top' fatturano anche grazie all'utilizzo di contenuti artistici? Migliaia di euro! E soprattutto quanto fatturano pseudo imprenditori senza scrupoli che operano nel mondo digitale, evadendo ogni diritto, 'alle spalle' di chi crea e investe nella produzione di contenuti? Centinaia di miliardi di euro!".
E' questo, dunque, il punto. La delibera che Siae e i firmatari dell'appello in compagnia degli altri sponsor eccellenti della perversa disciplina cui l'AGCom sta lavorando intendono rendere dura la vita a quelli che – ancora una volta mostrandosi incapaci di comprendere il senso del mutamento socioeconomico in atto – percepiscono come propri concorrenti.
Sono i grandi provider e i c.d. "over the top" il vero nemico da abbattere secondo i Lorsignori del copyright, della Tv e dei giornali di carta.
Peccato solo che per raggiungere questo obiettivo – comunque poco nobile, stupido ed anacronistico – si sia ritenuto di potersi appropriare dell'attività di un'Autorità sulla carta indipendente [ndr che dal canto suo si è lasciata colonizzare da certe perverse idee] e di fare carne da macello dei diritti degli utenti e dei cittadini.
E' proprio questa la più grande menzogna che la Siae e l'Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni continuano a raccontare al Paese: "Il Provvedimento AGCom Non colpisce l'utente e non limita la sua libertà", scrivono gli autori dell'appello della Siae.
Non è vero.
Sono i miei video, i miei post, la mia musica, i miei contenuti che l'Autorità intende arrogarsi il diritto di far rimuovere dagli intermediari della comunicazione, a mia insaputa e in assenza di qualsivoglia contraddittorio con me, nell'illusione di provocare un danno ai c.d. "over the top" e con la certezza – che si finge di ignorare – di censurare la mia libertà di espressione di pensieri, fatti e creatività.
Eccola la verità: soldi, solamente soldi. Quelli che si vorrebbero strappare agli "over the top" non confrontandosi con loro sul mercato ma imponendo loro il rispetto di regole anacronistiche e quelli che si vorrebbe continuare a fare alle spalle degli utenti, contingentando e limitando la libertà di mercato.
Non ci siamo. Un'Autorità indipendente che ha, tra l'altro, proprio il compito di tutelare la concorrenza nei servizi di comunicazione online non può prestarsi a questa squallida partita a poker tra giganti nella quale gli unici ad alzarsi dal tavolo con le tasche vuote, alla fine, saranno i cittadini e gli utenti.

mercoledì 22 giugno 2011

The Day After #2

L'acqua torna pubblica?
Lucarelli: "Adesso i comuni possono scegliere il loro modello. Come ha fatto Napoli"

di Antonella Loi (Tiscali Notizie, 15.06.11)

L'effetto immediato del risultato del referendum è che cade l'obbligo di cedere il 40 per cento delle società di gestione dell'acqua (articolo 23) entro il 31 dicembre. Una norma che avrebbe spalancato le porte ai privati e che invece lascia spazio alle norme europee. L'affarone fiutato da molti, insomma, è sfumato: i comuni, qualora lo ritengano necessario, sono infatti liberi di ripubblicizzare i servizi idrici. Che peraltro, fino ad ora e con poche eccezioni, sono quasi tutti in mano pubblica. "Gli enti pubblici territoriali possono scegliere il loro modello", conferma Alberto Lucarelli, docente di diritto pubblico e tra gli estensori dei quesiti referendari sull'acqua, oltreché neo assessore ai Beni comuni della giunta De Magistris a Napoli. "A norma del decreto legislativo 152 - dice Lucarelli - possono scegliere se optare per un modello misto o in house o fare le gare a evidenza pubblica e quindi privatizzare. In questo senso i comuni sono tornati padroni dei loro beni".

Ma qual è la situazione acqua in Italia?
Un'indagine dell'Autorità di vigilanza dei contratti pubblici (Avcp) dice che su 106 casi di servizi idrici dati "in affidamento", 66 sono quelli gestiti da organismi controllati direttamente dai comuni o da altri enti locali. Nei casi non "in house" sono presenti i privati, ma sempre in minoranza. I contratti in essere dunque proseguiranno fino alla naturale scadenza. Così, per esempio la società di gestione del servizio idrico di Milano, Metropolitana milanese Spa (interamente partecipata dal comune), potrà essere titolare del contratto fino al 2027. Cosa può cambiare ora, dopo il risultato referendario? Ce lo spiega con estrema chiarezza, anche nei fatti, proprio il neo assessore ai Beni comuni del comune di Napoli dove, a tempo di record, pochissimi giorni dopo il referendum, il primo atto di indirizzo è stato quello di riportare l'acqua sotto l'ombrello comunale. "Tramite la mia delibera, la prima in Italia - dice Lucarelli - si decide di trasformare l'Arin Spa in una società di diritto pubblico partecipata. E' una scelta che, dopo il referendum, il comune fa legittimamente: ovviamente si tratta di una scelta politica".
Come politica è anche la scelta fatta dalla Puglia all'indomani del responso delle urne.
"Ma quanto accade nella Regione guidata da Vendola - spiega Lucarelli - è diverso perché trattasi di un ente con potestà legislativa e quindi è una sfera un po' diversa". Autore del disegno di legge di ripubblicizzazione dell'Aqp Spa presentato la settimana scorsa al consiglio regionale, Lucarelli precisa come però "la strada sia diversa e fatta addirittura sotto l'ombrello normativo del regime Ronchi". E infatti, spiega ancora, "il problema sorge per i comuni che non hanno la possibilità di fare leggi ma devono procedere con atti amministrativi". La strada è quella tracciata da Napoli.
Capire come si muoveranno ora provincie come quella di Firenze,
dove l'affluenza alle urne (in città) è stata una delle più alte d'Italia con il 67,2 per cento. Un dato che non stupisce, proprio perché la città dei Medici, stando ad uno studio di Federconsumatori sul servizio idrico (condotto in 93 città italiane), è quella che detiene il record tariffario in bolletta: 478 euro in città e nel comprensorio, con Pistoia, Arezzo e Prato, contro una media nazionale di 311 euro per un consumo annuo di 200 metri cubi. A Firenze l'acqua è gestita da Publiacqua Spa con un 40 per cento di capitale in mano privata (tra cui figurano Acea S.p.A., Suez Environnement S.A., MPS S.p.A.).
Altra realtà critica è quella di Acqualatina Spa
che, anch'essa ceduta in parte a gestori privati, fa registrare nel Lazio incrementi in bolletta ben al di sopra della media nazionale: +11,9% contro il 6,7%, secondo uno studio di Cittadinanza attiva. "Acqualatina - spiegava pochi giorni fa Alberto De Monaco del comitato Acqua pubblica - ha acceso un mutuo da 114 milioni di euro con Depfa Bank, di questi ne sono stati spesi solo 90, mentre il costo per la collettività tra interessi, swap e consulenze, ha già toccato i 21 milioni di euro". Da qui alla ribellione della gente di Aprilia il passo è breve: sono ormai anni che i residenti della cittadina in provincia di Latina pagano le bollette direttamente al comune come se fosse il gestore. Se allora è vero, come rileva l'esponente del comitato Acqua pubblica, che "gli aumenti dal 2004 (anno di cessione dei servizi idrici ad Acqualatina) al 2011 sono stati misurati nel 200 per cento" e che a questo dato bisogna aggiungere che le tariffe programmate in bolletta prevedono "un incremento del 5 per cento ogni anno fino al 2014", la domanda è se i comuni possano ora intervenire efficacemente per calmierare i prezzi dell'acqua.
Partendo dall'abrogazione referendaria della norma che assegnava il 7 per cento di remunerazione ai gestori a fronte degli investimenti e che di fatto si rifletteva sulle tariffe ai cittadini, "è immaginabile che eliminando quel 7 per cento si riduca la bolletta", spiega Lucarelli. L'obiettivo, nell'idea portante che soggiace al referendum, è andare oltre il profitto. "Se si gestisce il servizio senza avere questo obiettivo, come per natura hanno le Spa, si supera il problema. Cioè - spiega ancora il professore - l'efficienza deve avere delle ricadute sui cittadini perché se ha ricadute solo sulla società allora è facile fare profitti alzando le bollette". Il problema invece è fare investimenti e "ridurre ulteriormente i margini dei profitti a vantaggio di una gestione efficiente".  Né più né meno come successo a Parigi dove, da quando la gestione è pubblica, "c'è una forte riduzione delle bollette".
E a chi dice che il pubblico gli investimenti non li farà mai,
Lucarelli risponde che "sono piuttosto i privati a non aver investito un euro da quando stanno nel settore". L'unica loro preoccupazione, fino ad oggi, è stata quella "di giocare sulle tariffe massimizzando i profitti. Questo discorso -  chiosa Lucarelli - è quindi fasullo perché da quando i privati sono entrati nella gestione del servizio idrico integrato c'è stata una riduzione degli investimenti pari al 65-70 per cento". Ma forse tutto il discorso è da rivedere perché l'inserimento nel "magico" decreto Sviluppo, in approvazione in Parlamento, rimette in campo un organismo come l'Agenzia per l'acqua - autorità di nomina politica che dovrebbe regolare il mercato idrico - che un senso ce l'aveva solo nell'ambito di un discorso di privatizzazione, in quanto modellata sul quell'articolo 23 del decreto Ronchi abrogato dal referendum. Come dire che, in barba alla volontà popolare, il privato esce dalla porta e rientra dalla finestra?

giovedì 16 giugno 2011

the day after

Acqua: riflessioni post referendum
di Luca Martinelli (Altreconomia)
Urne ancora calde; sul sito dell'Istituto «Bruno Leoni», think tank liberista che si è speso per il non voto ai due referendum su tariffa dell'acqua e servizi pubblici locali, appare un invito al governo: «Sull'acqua, faccia propria e proponga in Parlamento la proposta presentata dal Pd a fine dell'anno scorso - scrive Carlo Stagnaro, direttore studi e ricerche dell'Istituto-. Si tratta di una proposta per molti versi migliorativa rispetto alla legge Ronchi - specie sul fronte della regolazione. È senza dubbio meno rigorosa sull'aspetto delle gare, lasciando porte più aperte all'ira house, ma questo è in qualche maniera inevitabile dato il referendum».

L'analisi di Stagnaro è puntuale, ed evidenzia la distanza tra la proposta legislativa del Pd e il portato culturale dei due quesiti referendari, cui pure la segreteria nazionale del Pd ha aderito (dopo un lungo dibattito interno e grazie alla forte mobilitazione della base) nelle ultime settimane di campagna elettorale. Lo straordinario risultato numerico (ha votato sì oltre il 50 % degli elettori italiani) chiede, e rende necessario, un intervento legislativo. Una riforma, cosa che l'articolo 15 della legge Ronchi non era. Una vera riforma del servizio idrico integrato, che prenda di petto i problemi del settore. Su tutti, il fatto che secondo il Comitato di vigilanza sulle risorse idriche, gli investimenti realizzati in un settore dove il privato è già molto presente sono pari al 55% di quelli programmati; e che l'Ue c'impone di garantire accesso universale a servizi di depurazione e fognatura entro il 2015, ma il nostro Paese è molto indietro, e che non è realizzabile con un sistema di finanziamento di tipo privatistico, secondo il modello del full cost recovery, che de-responsabilizza lo Stato.

Dobbiamo allora ridiscutere un ruolo per la finanza pubblica e la fiscalità generale. È un tema su cui il Comitato referendario «2 sì per l'acqua bene comune» ha elaborato una proposta, già discussa a Roma coinvolgendo anche FederUtility, e che senz'altro dovrà guidare il dibattito post-referendario, con i partiti politici e in Parlamento. Il testo da cui ripartire è quello della proposta di legge d'iniziativa popolare il cui titolo («Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico») indica una direzione programmatica. Tra gennaio e luglio 2007 è stata firmata da 406mila italiani. Purtroppo, è chiusa in un cassetto della Commissione ambiente della Camera. Durante questa legislatura, nessun deputato (né di maggioranza né di opposizione) ha fatto pressioni affinché venisse discussa. Il 12 e 13 giugno lo hanno chiesto oltre 26 milioni di italiani.


Luca Martinelli (L’Unità, 15 giugno 2011)

Per una disamina critica sulla proposta presentata dal PDLINK 
La montagna ha partorito il topolino: dal PD una legge sull'acqua