giovedì 10 febbraio 2011

Re: B. international

.... anche sulla prima pagina del TIME on line.
Dobbiamo esserne fieri, abbiamo un premier veramente famoso.

ciao
beppe

mercoledì 9 febbraio 2011

B. international

la pagina di apertura della versione online odierna del NY Times...

Prosecutors Seek Immediate Trial for Berlusconi

ciao
beppe

lunedì 7 febbraio 2011

Carlo Petrini (SlowFood)

di Carlo Petrini, La Repubblica (sabato 05.02.11):
Perché dobbiamo opporci all´acqua privatizzata

"Fiumi battete le mani", ha commentato Padre Zanotelli quando ha saputo che i quesiti referendari contro la privatizzazione dell´acqua erano stati accolti.
«Cittadini, battiamo un colpo», mi viene da dire dopo aver osservato per giorni la pressoché totale indifferenza di media e politici su questo tema.
La campagna referendaria è iniziata, ma non ce ne siamo accorti perché siamo insabbiati in questa politica di piccolissimo cabotaggio, che rema a fatica da una notiziola giudiziaria all´altra. Non è un caso se tra i quesiti referendari l´unico che ha avuto dignità di stampa è quello che chiede l´annullamento della legge sul legittimo impedimento.
Ma, come diceva Einstein, non possiamo pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui li abbiamo creati. Abbiamo creduto che il mondo della politica fosse interamente e costantemente al servizio del bene pubblico. Quella politica ha prodotto una norma inaccettabile, che addirittura dimentica alcune leggi fondamentali del tanto amato libero mercato.
Sì, perché nel libero mercato si deve essere liberi di vendere ma anche di comprare. Le due controparti (la domanda e l´offerta) si possono influenzare reciprocamente, stanno in una sorta di rapporto paritario, o per lo meno presunto tale. Se tu alzi troppo i prezzi io non compro, e quando vedrai che nessuno compra allora abbasserai i prezzi. Questo può succedere solo se tu sei libero di vendere e io sono libero di comprare.
Ma se tu possiedi qualcosa di indispensabile per la mia stessa esistenza, allora la mia libertà di acquistare non esiste. L´acqua, l´aria, le sementi, la salute, l´educazione, la fertilità dei suoli, la bellezza dei paesaggi, la creatività.. non possono essere assimilate alla categoria delle merci.
Il diritto necessita di nuovi paradigmi per gestire i cosiddetti "beni comuni". Se i beni comuni diventano proprietà di qualcuno, tutti gli altri, ad esclusione di quel "qualcuno" ne avranno un danno, la loro vita sarà in pericolo.
Ora, siamo a questo punto: esiste una norma che rende privatizzabile l´acqua e con quei referendum la possiamo cancellare. Occorre però che vadano a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Nelle ultime elezioni politiche gli aventi diritto erano circa 47 milioni. Mal contati, occorre che circa 25 milioni di cittadini italiani, si rechino a votare.
Ma prima di tutto questo occorre che siano informati, che sappiano dove informarsi, che si rendano conto che siamo nel bel mezzo di una campagna referendaria fondamentale. A chi affidiamo questo incarico? Quella che ha prodotto la legge sulla privatizzazione? Oppure all´informazione, quella che si lascia trascinare nelle sabbie mobili della politica? Occorre iniziare a far da noi. "Uscirne da soli - diceva don Milani - è l´avarizia. Uscirne insieme è la politica". Ecco, usciamone insieme da questo pantano, e creiamo, in ogni città, un nuovo soggetto politico, che faccia da punto di riferimento per la difesa dei beni comuni e l´informazione che li riguarda. Oggi lavorerà sull´acqua, ma le emergenze non scarseggiano: dalla cementificazione dilagante alle polveri sottili nell´aria alle lapidi fotovoltaiche sui campi fertili, dalle scuole senza carta igienica alle strade piene di immondizia.
La politica dei partiti non ce la fa. Non ha strumenti né energie, in questo momento, culturali o intellettuali, per una simile rivoluzione. Occorre che i cittadini si attivino. Senza bandiere, né raggruppamenti di sigle: non importa a nessuno sapere che berretto abbiamo sulla testa, importa sapere che pensieri abbiamo dentro la testa e che azioni sappiamo produrre. 
Chiamiamola Azione Popolare, come suggerisce Settis nel suo libro "Paesaggio, costituzione, cemento" (Einaudi), o in qualsiasi altro modo. Ma sbrighiamoci, perché abbiamo bisogno di queste nuove strutture, leggere, puntuali, attente, legate ai municipi, alle parrocchie alle bocciofile, non importa: basta che coagulino persone che agiscano come presidi di cervelli e cuori sui territori, nelle grandi città come nei borghi. Oggi si diano da fare per far sapere a tutti di cosa si sta parlando quando si parla di acqua pubblica, quali valori sono in gioco, quali pericoli sono in agguato. Il comitato promotore dei referendum "Acqua bene comune" ha fatto, finora, i miracoli. Quasi un milione e mezzo di firme raccolte e due quesiti su tre passati è un risultato straordinario. Adesso i territori si mobilitino, fino a quando non avremo la certezza che 25 milioni di italiani sono andati a votare: altrimenti i referendum non saranno validi. Poi, statene certi, quelle strutture non resteranno senza lavoro. Lo dico con un po´ di tristezza, perché in un mondo ideale non dovrebbero avere nulla da fare. Ma siamo nel mondo reale, e c´è tanto lavoro da fare perché diventi il miglior mondo possibile.

Carlo Petrini, Slow Food

Ricerca e mobilità

Benzina sintetica dall'idrogeno
la sfida energetica di Cella Energy

di TIZIANO TONIUTTI

Un carburante pulito, non emetterebbe Co2 con la combustione. E soprattutto economico, costo di produzione circa 50 centesimi di dollaro al litro. Funzionerebbe sugli attuali motori benzina e diesel. E' il progetto finora top secret di un'azienda inglese e dei laboratori Rutherford Appleton

Benzina sintetica dall'idrogeno la sfida energetica di Cella Energy
OXFORD - Benzina senza petrolio, ottenibile senza attendere milioni di anni che servono ai fossili per diventare idrocarburi. Secondo l'azienda inglese Cella Energy 1, dopo quattro anni di ricerche segrete, condotte con i laboratori Rutherford Appleton di Oxford, è possibile. La parola magica che ci sarebbe dietro è già nota: idrogeno. Cella Energy dichiara che il carburante sintetico prodotto utilizzando questo processo di sintesi avrebbe almeno tre qualità: non produrrebbe emissioni nocive, costerebbe circa 1 dollaro e 50 al gallone, attorno ai 50 centesimi di euro al litro. E soprattutto funzionerebbe sui motori a scoppio così come sono ora, senza modificare nulla.

I laboratori Rutherford Appleton sono considerati luoghi di scienza di un certo livello. E infatti, il processo di produzione di questo "benzidrogeno" sembra piuttosto sofisticato. Il progetto del nuovo carburante è stato portato avanti dall'equipe del professor Stephen Bennington, in collaborazione con scienziati delle università di Oxford e di Londra. Nomi importanti, che ammantano la notizia con il fascino dei grandi momenti della scienza. Stephen Voller, CEO di Cella Energy, descrive il processo di produzione del nuovo carburante utilizzando concetti complessi. "Sono stati impiegate materie ad alta energia, incapsulate utilizzando una tecnica di nanostrutturazione chiamata elettrospray coassiale". Parole difficili, che Voller poi sintetizza in frasi più immediate:
"Abbiamo sintetizzato un carburante che può essere utilizzato nei motori attuali, rimpiazzando i combustibili tradizionali. Abbiamo impiegato materiali basati sull'idrogeno, che quindi non producono emissioni nocive. Come se il motore utilizzato fosse elettrico". Naturalmente, il brevetto sulla tecnologia di incapsulamento del "benzidrogeno" è proprietario di Cella Energy.

La chiave. L'idea dietro il nuovo carburante è la conservazione dell'idrogeno in una maniera innovativa, più semplice ed economica. L'incapsulamento sviluppato da Cella Energy permetterebbe, grazie alle nanotecnologie, di produrre microfibre di materiale di spessore fino a 30 volte inferiore a un capello. Questo nuovo materiale forma una fibra in grado di contenere tanto idrogeno quanto i tradizionali contenitori speciali, e possono essere trasformati in sostanza liquida distribuibile alle pompe. L'idrogeno produce circa tre volte l'energia di una stessa quantità di carburante basato sul petrolio, e dai tubi di scappamento esce soltanto acqua. Insomma fare il pieno rimarrebbe un'esperienza del tutto simile a quella attuale, senza l'odore del carburante e i fumi nocivi. E con qualche euro in più nel portafoglio una volta ripartiti. Il problema dell'idrogeno come carburante per veicoli sta nello stoccaggio e la distribuzione, che hanno bisogno di condizioni termiche particolari e costi di gestione elevati, entrambi freni alla diffusione delle nuove forme di propulsione. E molte ipotesi sul futuro della mobilità sono al momento rimaste tali. Se l'idea di Cella Energy dovesse produrre i risultati che promette, la rimandata era dell'idrogeno potrebbe iniziare davvero.
 

sabato 5 febbraio 2011

AlReves: Colombia


Colombia, la strage silenziosa
Sono colombiani 6 sindacalisti su 10 assassinati nel mondo

La Colombia, paese già noto alle cronache per il narcotraffico, gli alti livelli di criminalità e la guerriglia delle FARC, detiene anche un particolare e triste primato. Al turbolento paese andino spetta il record dei sindacalisti morti ammazzati (circa il 60% su base mondiale), vittime di una violenza sistematica e selettiva che dal 1986 ad oggi ha lasciato sul terreno ben 2.778 cadaveri, tra attivisti e dirigenti sindacali.

Il dipartimento per la difesa dei diritti umani della CUT (Central Unitaria de Trabajadores), uno dei principali sindacati colombiani, in un suo recente rapporto sul tema parla - senza mezzi termini - di “genocidio contro il movimento sindacale colombiano”. Il fenomeno, che ha profonde radici storiche, non è nuovo e si inserisce nel contesto della repressione esercitata dalle forze di sicurezza statali e dai paramilitari, al soldo degli impresari, contro settori della società civile colombiana e comunità indigene, vittime anch’esse di un autentico “sterminio di massa”.

Fin dagli albori del movimento dei lavoratori colombiano, la violenza antisindacale è stata la risposta più frequente, da parte di un padronato senza scrupoli, alle rivendicazioni operaie e contadine. E da allora non ha più cessato di mietere vittime. Solo nel 2010 sono stati assassinati in Colombia 39 sindacalisti, 17 dei quali erano insegnanti affiliati a FECODE, uno dei sindacati della scuola particolarmente colpiti dalla repressione. Secondo il rapporto della CUT, tra il 1 gennaio ed il 30 agosto 2010 si sono registrate in totale 275 violazioni, che comprendono - oltre agli omicidi - anche i casi di minacce, attentati, sparizioni e sequestri di persona.

Nella Colombia di oggi le stragi di sindacalisti si richiamano a molti altri eventi drammatici, a fenomeni strettamente correlati come lo sfruttamento delle multinazionali, lo scandalo dei “falsi positivi”, le intercettazioni illegali (come nel recente ‘Plan Escalera’), gli oscuri complotti del DAS [il servizio segreto colombiano, ndr] e la riorganizzazione del paramilitarismo; per non parlare poi della profonda crisi sociale, nascosta a fatica dal governo, che colpisce fasce sempre più ampie di popolazione.

Ma il dato più grave è che per tutti questi omicidi, attribuibili alle forze di sicurezza colombiane o alle rinate squadracce paramilitari - note fino a ieri come Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), oggi si chiamano “Aquile nere” -, il tasso di impunità è salito in pochi anni al 90%. Ciò significa che i responsabili dell’eliminazione fisica dei sindacalisti non vengono quasi mai giudicati e tanto meno puniti, per di più se si considera l’ormai cronica carenza di indagini e di processi.

Per mantenere quanto meno una parvenza di legalità il governo colombiano, invischiato negli affari loschi tra politica e (narco)paramilitarismo - anche dopo il fallimento della legge “Justicia y Paz” (leggi “amnistia”) che intendeva mettere fine allo strapotere delle AUC -, ha giocato la carta della “Ley de victimas”, un fumoso progetto di legge a sostegno delle vittime del paramilitarismo attualmente in discussione al Senato. Tuttavia, e agli occhi di molti, il provvedimento è apparso come una mera operazione di facciata che dimostrerebbe la non volontà da parte dell’esecutivo in carica di risolvere il problema della violenza contro i sindacati e le organizzazioni popolari.

La stessa CUT per voce del suo rappresentante, Luis Alberto Vanegas, denuncia che “la Ley de victimas ha cominciato il suo dibattimento parlamentare partendo dal disegno di legge del governo di ‘Unità Nazionale’ senza consultare le associazioni delle vittime della violenza e neppure le organizzazioni sociali e sindacali […]. Lo Stato si arroga il diritto di definire chi è una vittima e chi invece non lo è, mentre la discussione si concentra più sui costi e sulla sostenibilità fiscale che sui diritti delle vittime. Inoltre, il progetto di legge del governo non prende in considerazione il risarcimento collettivo per le organizzazioni che sono state vittime della repressione, né prevede che lo Stato si assuma qualsiasi responsabilità nel genocidio. […] Il governo colombiano, in combutta con impresari, multinazionali e settori della destra, sta portando avanti numerose azioni per cercare di occultare il genocidio, sviluppando nel contempo un’intensa attività diplomatica a livello internazionale per far calare l’oblio sulle sistematiche violenze antisindacali”. *
Tutto lascia prevedere, anche per questo 2011, che la Colombia si confermerà ai primi posti tra le nazioni più pericolose e violente al mondo, e sempre più “fatale” ai sindacalisti ed agli attivisti dei diritti umani.

Andrea Necciai

Note:
* Intervista a Luis Alberto Vanegas, Departamento de Derechos Humanos de la CUT – www.rebelion.org.