domenica 3 luglio 2005

AlReves: America Latina


Dietro agli squadroni della morte.


Il ruolo di WACL e FSK nella repressione militare in America Latina.

Il nome ufficiale della Fu Shing Kang è “Accademia dei Quadri per la Guerra Politica”, istituzione fondata nel 1951 dal Kuomintang per tenere sotto il suo controllo l’esercito nazionalista cinese sconfitto dalla rivoluzione del 1949. Per diversi anni la scuola fu diretta da Chang Ching-Kuo, figlio del deposto dittatore cinese Chang Kai-Shek, il carnefice che ordinò l’eliminazione di più di 40.000 comunisti cinesi nel massacro di Shangai del 1927. Chang junior era un protetto di Ray Cline, alto funzionario della Cia e responsabile della “guerra sporca” in Cina.
Negli anni 50 gli istruttori della FSK furono selezionati da un gruppo di assistenza militare fornito dagli Stati Uniti. Qualche anno più tardi, la FSK cominciò a collaborare strettamente con la “Lega Anticomunista Mondiale” - o World Anti-Communist League (WACL). Questa organizzazione internazionale semi-occulta raccoglie una buona parte di tutti i paranoici comunistofobi del mondo. Scorrendo le sue liste si possono trovare i nomi di militari latinoamericani, miliardari texani, banchieri svizzeri, fondamentalisti cristiani statunitensi, etc…, tutti accomunati dalla stessa avversione nei confronti dell’ideologia comunista e dei suoi seguaci.
Benché non esista materiale sufficiente a documentare con esattezza le attività della WACL, si può ritenere certo un suo coinvolgimento nelle operazioni militari di repressione anticomunista in America Latina, come il celebre “Piano Condor” teso a rovesciare il governo democratico di Allende in Cile e ad instaurare dittature militari anche in Uruguay, Paraguay, Bolivia e Argentina, obiettivi che - di fatto - furono tutti centrati nel corso degli anni 70-80.

Dentro la Lega.
Il libro dal titolo “Inside the League”, pubblicato nel 1986 dai giornalisti americani Scott e John Lee Anderson, tenta di tracciare la storia della WACL dalla sua nascita ai nostri giorni. L’opera porta un sottotitolo assai significativo: “Rivelazioni sulle infiltrazioni di terroristi e membri degli squadroni della morte latinoamericani all’interno della Lega Anticomunista Mondiale”. In realtà, non sarebbe corretto parlare di “infiltrazioni”, diciamo piuttosto che a partire dagli anni 70 la WACL si dedicò a formare gruppi di terroristi “controinsorgenti” e paramilitari in Centro e Sud America, come ad esempio la terribile ORDEN (Organizzazione Democratica Nazionale) di El Salvador che fu costruita sul modello organizzativo di polizia politica della Fu Shing Kang cinese. Inoltre, affermano gli autori, “gran parte del reclutamento internazionale per l’ingresso dei cadetti alla FSK era coordinato dalla WACL”.
Inside the League ha anche il pregio di svelare i legami intimi esistenti tra la WACL, radicata nella dittatura militare del Kuomintang a Taiwan, e la “Chiesa dell’Unificazione” del reverendo Moon, la maggiore delle sette fondamentaliste cristiane che in Corea del Sud ha sempre goduto dell’appoggio delle lobbies militari di estrema destra. Mentre le sue attività di propaganda anticomunista erano affidate a periodici come il reazionario “Tiempos del Mundo”, varie istituzioni bancarie in Honduras, Uruguay e Brasile si sono occupate per anni del finanziamento e della “copertura” del commercio di armi. Le estese “operazioni” di Moon in America Latina passavano sotto la sigla “CAUSA”.

Le principali “emanazioni” della WACL.
Per tutti gli anni 80 la WACL fu diretta dal generale statunitense John Singlaub, lo stesso che durante la guerra in Vietnam era a capo del “Programma Phoenix”, incaricato dell’assassinio di massa di migliaia di membri e simpatizzanti del movimento “Vietcong”. Effettivamente, l’alto ufficiale era ritenuto un vero specialista nella conduzione dei cosiddetti “affari sporchi internazionali”. L’uomo giusto al posto giusto.
Tra le maggiori organizzazioni latinoamericane affiliate alla WACL spicca senz’altro ARENA (Alleanza Repubblicana Nazionalista) - il partito di estrema destra attualmente al governo in El Salvador -, noto come “il partito degli squadroni della morte” e fondato dall’ex maggiore dei servizi segreti Roberto D’Aubuisson.* Costui, laureatosi alla “School of Americas” panamense e alla solita Fu Shing Kang, era conosciuto fra i suoi colleghi cadetti come “Blowtorch Bob”, data la sua predilezione per il “soplete” come strumento di tortura.
Per restare in Salvador, un altro noto ex alunno dell’”Accademia di Guerra Politica” taiwanese era il colonnello Domingo Monterrosa, comandante al tempo della guerra civile (1980-1992) del sanguinario Battaglione Atlacatl, l’unità dell’esercito salvadoregno responsabile nel 1981 del massacro di El Mozote, località dove furono trucidati più di 800 contadini inermi. Nel periodo della sua formazione militare Monterrosa “si recava spesso a Taiwan per studiare le tattiche di controinsorgenza anticomunista”.**
Altra organizzazione degna di nota facente parte della WACL era il “Movimento per Liberazione del Guatemala” (MLG), diretto da Mario Sandoval Alarcon, camerata di D’Aubuisson nonché padrino degli squadroni della morte guatemaltechi. Anche Sandoval - ovviamente - ricevette la sua formazione politico-militare alla FSK. In Guatemala, nel periodo della dittatura del folle fondamentalista Rios Montt, esercito regolare, milizie filo-governative e squadre della morte sono stati gli artefici di uno dei più imponenti genocidi della Storia. Furono oltre 200.000 le vittime accertate tra la popolazione maya: fino ad oggi la più importante operazione di “pulizia politica” messa a punto dagli accademici militari latinoamericani.
Senza dubbio, il periodo di massimo splendore per la WACL corrispose all’insediamento delle dittature militari nell’America Latina degli anni 80; anni di fuoco e sangue che videro protagonisti alcuni dei suoi più fedeli adepti: Hugo Banzer (Bolivia), Alfredo Stroessner (Paraguay), Jorge Rafael Videla (Argentina).
Nel 1984 Ronald Reagan affidò alla Lega (e in particolare al suo referente militare Generale John Singlaub) la gestione dei finanziamenti privati dell’Irangate, posti sotto la responsabilità diretta del Colonnello Oliver North. Lo scandalo del traffico illecito di armi Iran-Contras che ne seguì (1987) ha molto contribuito a far luce sulle attività segrete della WACL, fino ad allora sconosciute ai più.
Dopo la fine della Guerra Fredda (1989), la WACL ha mutato il suo nome in “Lega per la Libertà e la Democrazia” (sic!) o WLFD, senza però abbandonare la sua tradizionale condotta guerrafondaia e terroristica. Da allora Singlaub e la neo nata WLFD si sono ancora distinti nella creazione di “truppe di assassini”. Particolarmente efficace è stato il loro apporto nelle operazioni militari in Mozambico a sostegno del movimento chiamato RENAMO, autore di un vero e proprio olocausto durante la sanguinosa guerra civile durata 17 anni.

 Andrea “Chile” Necciai



 

 Note:

* [vedi “Gli squadroni di D’Aubuisson” ndr].
** Mark Danner, “The Truth About El Mozote”, New Yorker, 6/12/1993. 
*** [vedi “Guatemala, un genocidio dimenticato” ndr].


mercoledì 1 giugno 2005

AlReves: Ecuador


“Fuera Lucio, fuera todos!”.

 La rivolta popolare dei “forajidos” (gli autoproclamatisi “fuorilegge”) ecuadoriani, scesi in massa pacificamente nelle strade e nelle piazze delle maggiori città, ha prodotto nel paese andino un vero e proprio terremoto istituzionale. Dopo Bucaram e Mahuad, i precedenti governanti dell’Ecuador già caduti sotto il peso delle proteste popolari, il mese scorso è arrivata l’ora di Lucio Gutierrez.
Il “Coronel” era entrato in carica nel gennaio 2003, con il favore di gran parte dell’elettorato e grazie anche all’appoggio dell’influente confederazione indio Conaie. Malgrado le promesse sbandierate in campagna elettorale - che parlavano soprattutto di riforme sociali per le classi più deboli -, il mandato dell’ultimo presidente è stato caratterizzato da misure economiche “di rigore”, tutte finalizzate a ripianare (o meglio rintuzzare) il debito con il Fondo Monetario Internazionale, mentre nulla di rilevante è stato fatto in materia di sviluppo e di assistenza sociale. E pensare che i fondi per finanziare questo tipo di interventi pubblici potevano essere facilmente reperiti.
In uno scenario di crisi petrolifera internazionale l’Ecuador, che possiede numerosi giacimenti, potrebbe opportunamente “approfittare” per incamerare risorse finanziarie da destinare ai programmi sociali, come succede - ad esempio - nel vicino Venezuela bolivariano. Ma Gutierrez, si sa, non è Hugo Chavez, e quest’enorme flusso di denaro “finisce disperso nei mille rivoli della corruzione, oppure direttamente nelle casse del Fmi.” *
Con l’andar del tempo le scelte neoliberiste adottate da Gutierrez, come la contestata “dollarizzazione” dell’economia o l’adesione al Trattato di Libero Commercio imposto dagli Usa, hanno provocato il ritiro delle forze di sinistra dall’esecutivo (e la conseguente crisi di governo del 2004) oltreché un diffuso malcontento popolare.
Ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza degli ecuadoriani, già vessati da decenni di malgoverno e corruzione, è stata la riforma dell’apparato giudiziario. Quando il governo Gutierrez ha avviato la procedura per la sostituzione della Corte Suprema di Giustizia - indispensabile per far approvare la cancellazione dei processi di corruzione a carico di Bucaram e Mahuad, entrambi fuggiti all’estero - la misura era ormai colma. E così sin dall’inizio di aprile la gente, spesso radunata in comitati spontanei, ha cominciato ad affollare le grandi città, sfilando in cortei coloratissimi e chiedendo a gran voce le dimissioni del governo.
Nel caso dei “forajidos” ecuadoriani, quella che possiamo senz’altro definire una rivolta “non-violenta” non è stata capeggiata da veri e propri leader o capipopolo; ciò ha fatto temere a molti che “la protesta potesse spegnersi con la stessa velocità con cui è nata”. Un ruolo fondamentale va comunque attribuito a Paco Velasco, direttore di Radio La Luna, che è ha dato spazio a tutte le espressioni della rivolta nella sua particolarissima “arena radiofonica”. E’ dalla radio quitena che si diffondono gli appelli alle colorate manifestazioni della settimana dal 13 al 20 aprile, ed è sempre la voce di Velasco a raccontare in diretta, 24 ore su 24, tutti i focolai del “levantamiento”.
Il 16 aprile Gutierrez dichiara lo stato d’emergenza e la sospensione dei diritti civili, nel vano tentativo di arginare la protesta che intanto dilaga fino a degenerare nello scontro tra manifestanti e polizia davanti alla residenza presidenziale. Il bilancio della tumultuosa nottata del 19 aprile parla di un morto e di ben 182 feriti ricoverati in ospedale per sintomi da asfissia. Ma sarà l’unico sussulto di violenza di una rivolta “civile” e senza armi.
Finalmente, alle 13 del pomeriggio del 20 aprile, i capi della polizia e dell’esercito tolgono ogni sostegno a Gutierrez. Il ritiro dei militari è il segnale dell’imminente caduta del “Coronel”. Poi, verso sera un urlo fa tremare le piazze ricolme di persone: “Lucio è fuggito, Lucio non è più presidente!”, e la folla impazzita si lascia finalmente andare a scene di giubilo incontenibili.
Ma la gioia dura soltanto poche ore. Dopo la precipitosa fuga in elicottero di Gutierrez (che pare abbia ottenuto asilo politico dal Brasile), la poltrona vacante è stata immediatamente occupata dall’ex vicepresidente Alfredo Palacio, il quale sembra ora ben deciso a non mollarla al pari dei 60 deputati rimasti in Parlamento, “quello stesso parlamento corrotto che ha appoggiato le malefatte di Gutierrez e ora reagisce con un colpevole attivismo”…*

In molti ecuadoriani rimane il sospetto che il cambio della guardia Gutierrez-Palacio si sia consumato all’insegna del gattopardismo più subdolo, del “cambiare tutto per non cambiare nulla”. “A poche ore dall’insediamento del nuovo direttivo - racconta Francisco Herrera Arauz, giornalista del periodico “Ecuador Inmediato”, - nella Sala Gialla sono comparsi di fronte a Palacio i suoi “nuovi” collaboratori, tutte figure “conosciutissime” dei governi precedenti; costoro hanno fatto parte delle squadre di governo negli ultimi 25 anni di democrazia ecuadoriana, e sono dunque in larga parte responsabili dello sfacelo di questo Stato. Tutti quanti loro senza eccezioni.” **
Per prima cosa, i componenti del nuovo esecutivo si sono affrettati a disconoscere le ragioni che hanno spinto la gente - e non poca - a reclamare il ritiro del colonnello Gutierrez. Il neo cancelliere Gil ha subito voluto rassicurare i mercati e la Casa Bianca, dichiarando con piglio severo: “il nuovo governo garantisce gli accordi internazionali, e specialmente quelli riguardanti la base militare statunitense di Manta”. Eppure, il messaggio lanciato nei giorni della protesta dai “forajidos” esasperati era parso a tutti evidente: “Signor Presidente, Signori Ministri, la cittadinanza non accetta più questo stato di cose, non l’ha mai tollerato. Perciò è uscita nelle strade di Quito, per gridare: NO al Trattato di Libero Commercio. NO alla Base di Manta. NO al consociativismo dei partiti. NO, NO e NO... Ma i politici non fanno più caso ai reclami e si continua ad agire senza voler ascoltare l’opinione della gente.” **
E’ terminata la protesta. Le strade di Quito si svuotano e la calma riprende a regnare in tutto il paese. Quel che conta ora per Alfredo Palacio è rimanere al potere almeno fino al 2007, “forajidos” permettendo…

Andrea “Chile” Necciai

[Un sentito ringraziamento all’amico Dennis Garcia, coordinatore del “Forum sociale dell’Ecuador sull’acqua”, per la collaborazione prestata nella ricerca delle fonti.]

 

Note:
* “I forajidos di Quito” di Giovanni Allegretti - dal settimanale  “Carta” del  5/11 maggio 2005.
** “A comerse lo vomitado” di Francisco Herrera Arauz - da “Ecuador Inmediato” del 28/04/2005.



sabato 14 maggio 2005

AL REVES: Negroponte e la “diplomazia” americana



Sebbene tuttora immobilizzati nel “pantano iracheno”, gli Usa si preparano a nuove operazioni militari nello scacchiere mediorientale. Siria ed Iran sono già oggetto delle mire di Washington, mentre i neocon repubblicani sembrano più che mai determinati a chiudere la partita contro “centrali del terrore e stati canaglia”, più o meno minacciosi. Non a caso, la vera “perla” del secondo mandato di G.W. Bush alla Casa Bianca è stata la nomina di John Negroponte, diplomatico di carriera e già ambasciatore in Iraq, a capo di tutta l’intelligence statunitense.
La nuova carica di Direttore Nazionale delle quindici agenzie di spionaggio (tra cui spicca la CIA) conferisce a Negroponte poteri quasi illimitati, tanto che il nuovo gerente dovrà rispondere dell’operato dei servizi al solo Bush, potendo così godere di una larga autonomia che lo allontanerà il più possibile dalla sfera di controllo di Pentagono e Congresso. E a lui dovrà riferire persino il capo della CIA, l’austero Porter Goss.   
Ma chi è davvero John Dimitri Negroponte? Il suo passato di “uomo della diplomazia Usa” è costellato da complotti e nefandezze degne di un vero professionista dell’intrigo internazionale. Nato a Londra sessantacinque anni fa da genitori russo-americani, il nostro uomo si è fatto le ossa in Vietnam, dove è stato funzionario politico all'ambasciata americana dal 1964 al 1968 “al culmine della guerra, nel momento in cui si verificarono esecuzioni extragiudiziali e gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui i massacri perpetrati dalla tristemente famosa “Tiger Force” della 101° Divisione Aviotrasportata dell'Esercito”.*
Fin da principio per le sue credenziali di uomo scaltro e risoluto, John D. riesce facilmente a distinguersi agli occhi dei falchi dell’amministrazione repubblicana. Interventismo e determinazione nel perseguire gli obiettivi assegnati sono qualità che tutti gli riconoscono. Ciò gli assicura rapidi successi in carriera: Kissinger e Nixon lo adorano, e nel 1980 Ronald Reagan lo nomina addirittura Consigliere alla Sicurezza, missione che dovrà dividere con Colin Powell.
Un anno dopo, il nostro uomo viene inviato a Tegucigalpa (Honduras) in veste di ambasciatore, al fine di "assicurare il flusso degli aiuti statunitensi" vitali per questo paese che era "la base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua." ** In Honduras, in effetti, i mercenari “contras” erano armati e addestrati da specialisti statunitensi per compiere incursioni in territorio nicaraguense; queste cosiddette “operazioni militari” erano spesso dirette contro obiettivi civili (cooperative agricole, scuole, ospedali e centri abitati) allo scopo di indebolire le strutture logistiche ed assistenziali locali, la cui distruzione avrebbe presto portato il Paese al collasso. Il timore di Washington era che il Nicaragua sandinista si sarebbe presto trasformato in una seconda Cuba.
A questa aggressione ignobile il Nicaragua “rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: nel 1984 portò il caso contro gli Stati Uniti alla Corte Internazionale di Giustizia, a L’Aia. La corte ordinò agli Stati Uniti di smettere con "l'uso illegale della forza" […] e di pagare sostanziali risarcimenti. Ma Washington ignorò la corte, e pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nelle quali si appoggiava la decisione e si richiedeva con forza a tutti gli stati di rispettare la legge internazionale.” **
Il nome di Negroponte risulta anche nei voluminosi dossier dell’inchiesta sullo scandalo “Iran-Contras”, relativo al traffico clandestino di armi tra il paese degli ayatollah e gli Stati Uniti, i cui proventi furono utilizzati dagli stessi americani per finanziare la guerra contro il Nicaragua.
Ma i sandinisti non erano, evidentemente, l’unico obiettivo della repressione Usa in Centroamerica.
Negli anni ottanta la CIA creò lo scellerato Battaglione di Intelligence Honduregno 3-16, che si rese responsabile dell’assassinio di molti oppositori e dissidenti politici locali. Inoltre “nel 1982, gli Usa avevano negoziato il libero accesso allo spazio aereo dell’Honduras e insediato un centro di addestramento militare regionale per le forze dell’America Centrale, con lo scopo principale di fornire addestramento alle unità dell’esercito del Salvador. Nel 1994, la Commissione dell’Honduras sui Diritti Umani denunciava la tortura e la scomparsa di almeno 184 oppositori politici e accusava John Negroponte di numerose violazioni di diritti umani.” **
Dal canto suo, contando su un bugdet di oltre 77 milioni di dollari in aiuti (da spendere nelle operazioni di controinsorgenza), nei cinque anni del suo mandato l’ambasciatore Negroponte amministrò sempre con il pugno di ferro, tanto da meritarsi l’appellativo di "Proconsole", titolo riservato prima di lui solo ai potenti governatori dell'epoca coloniale.
Arriviamo così al 1989. La brillante carriera diplomatica di John Negroponte prosegue con la reggenza dell’ambasciata Usa in Messico. Nel periodo 1989-1993, in ossequio alle politiche economiche neoliberiste, riesce a condurre in porto il NAFTA (North American Free Trade Agreement), la cui applicazione ha provocato - fino ad oggi - “la perdita della terra e dei mezzi di sussistenza per un milione di messicani ed ha minato i diritti sindacali ed ambientali in Messico, Canada e Stati Uniti.” **
Nel 2001 il “Proconsole” approda finalmente alle Nazioni Unite, anche qui col ruolo di ambasciatore. Alla vigilia della Seconda Guerra del Golfo fornisce prove false sulla presenza in Iraq di “armi di distruzione di massa”, cercando in tal modo di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad avallare l’intervento militare americano contro il regime di Saddam Hussein.
Qualche mese più tardi, usando l’arma del ricatto politico riesce anche a strappare a Messico e Cile, inizialmente contrari alla guerra, l’appoggio militare incondizionato alle operazioni belliche in Iraq. Ed è proprio in Mesopotamia che John D. svolge l’ultimo mandato di ambasciatore per conto del governo di George Bush (2004). Il presidente americano ha sempre sostenuto di voler portare la democrazia in Iraq, e lo ha fatto utilizzando lo stesso esperto funzionario che fu inviato negli anni ‘80-‘90 in Centroamerica a dirigere le operazioni di “guerra sporca”.

Andrea “Chile” Necciai

 

Note:
* “Chi è John Negroponte, ambasciatore Usa in Iraq” - Action Center. Fonte: A.N.S.W.E.R. Coalition (Act Now to Stop War & End Racism).
** “John Negroponte: dal Centroamerica all'Iraq” di Noam Chomsky - 6 settembre 2004.

lunedì 2 maggio 2005

AlReves: USA


Negroponte e la “diplomazia” americana.

 Sebbene tuttora immobilizzati nel “pantano iracheno”, gli Usa si preparano a nuove operazioni militari nello scacchiere mediorientale. Siria ed Iran sono già oggetto delle mire di Washington, mentre i neocon repubblicani sembrano più che mai determinati a chiudere la partita contro “centrali del terrore e stati canaglia”, più o meno minacciosi. Non a caso, la vera “perla” del secondo mandato di G.W. Bush alla Casa Bianca è stata la nomina di John Negroponte, diplomatico di carriera e già ambasciatore in Iraq, a capo di tutta l’intelligence statunitense.
La nuova carica di Direttore Nazionale delle quindici agenzie di spionaggio (tra cui spicca la CIA) conferisce a Negroponte poteri quasi illimitati, tanto che il nuovo gerente dovrà rispondere dell’operato dei servizi al solo Bush, potendo così godere di una larga autonomia che lo allontanerà il più possibile dalla sfera di controllo di Pentagono e Congresso. E a lui dovrà riferire persino il capo della CIA, l’austero Porter Goss.   
Ma chi è davvero John Dimitri Negroponte? Il suo passato di “uomo della diplomazia Usa” è costellato da complotti e nefandezze degne di un vero professionista dell’intrigo internazionale. Nato a Londra sessantacinque anni fa da genitori russo-americani, il nostro uomo si è fatto le ossa in Vietnam, dove è stato funzionario politico all'ambasciata americana dal 1964 al 1968 “al culmine della guerra, nel momento in cui si verificarono esecuzioni extragiudiziali e gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui i massacri perpetrati dalla tristemente famosa “Tiger Force” della 101° Divisione Aviotrasportata dell'Esercito”.*
Fin da principio per le sue credenziali di uomo scaltro e risoluto, John D. riesce facilmente a distinguersi agli occhi dei falchi dell’amministrazione repubblicana. Interventismo e determinazione nel perseguire gli obiettivi assegnati sono qualità che tutti gli riconoscono. Ciò gli assicura rapidi successi in carriera: Kissinger e Nixon lo adorano, e nel 1980 Ronald Reagan lo nomina addirittura Consigliere alla Sicurezza, missione che dovrà dividere con Colin Powell.
Un anno dopo, il nostro uomo viene inviato a Tegucigalpa (Honduras) in veste di ambasciatore, al fine di "assicurare il flusso degli aiuti statunitensi" vitali per questo paese che era "la base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua." ** In Honduras, in effetti, i mercenari “contras” erano armati e addestrati da specialisti statunitensi per compiere incursioni in territorio nicaraguense; queste cosiddette “operazioni militari” erano spesso dirette contro obiettivi civili (cooperative agricole, scuole, ospedali e centri abitati) allo scopo di indebolire le strutture logistiche ed assistenziali locali, la cui distruzione avrebbe presto portato il Paese al collasso. Il timore di Washington era che il Nicaragua sandinista si sarebbe presto trasformato in una seconda Cuba.
A questa aggressione ignobile il Nicaragua “rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: nel 1984 portò il caso contro gli Stati Uniti alla Corte Internazionale di Giustizia, a L’Aia. La corte ordinò agli Stati Uniti di smettere con "l'uso illegale della forza" […] e di pagare sostanziali risarcimenti. Ma Washington ignorò la corte, e pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nelle quali si appoggiava la decisione e si richiedeva con forza a tutti gli stati di rispettare la legge internazionale.” **
Il nome di Negroponte risulta anche nei voluminosi dossier dell’inchiesta sullo scandalo “Iran-Contras”, relativo al traffico clandestino di armi tra il paese degli ayatollah e gli Stati Uniti, i cui proventi furono utilizzati dagli stessi americani per finanziare la guerra contro il Nicaragua.
Ma i sandinisti non erano, evidentemente, l’unico obiettivo della repressione Usa in Centroamerica.
Negli anni ottanta la CIA creò lo scellerato Battaglione di Intelligence Honduregno 3-16, che si rese responsabile dell’assassinio di molti oppositori e dissidenti politici locali. Inoltre “nel 1982, gli Usa avevano negoziato il libero accesso allo spazio aereo dell’Honduras e insediato un centro di addestramento militare regionale per le forze dell’America Centrale, con lo scopo principale di fornire addestramento alle unità dell’esercito del Salvador. Nel 1994, la Commissione dell’Honduras sui Diritti Umani denunciava la tortura e la scomparsa di almeno 184 oppositori politici e accusava John Negroponte di numerose violazioni di diritti umani.” **
Dal canto suo, contando su un bugdet di oltre 77 milioni di dollari in aiuti (da spendere nelle operazioni di controinsorgenza), nei cinque anni del suo mandato l’ambasciatore Negroponte amministrò sempre con il pugno di ferro, tanto da meritarsi l’appellativo di "Proconsole", titolo riservato prima di lui solo ai potenti governatori dell'epoca coloniale.
Arriviamo così al 1989. La brillante carriera diplomatica di John Negroponte prosegue con la reggenza dell’ambasciata Usa in Messico. Nel periodo 1989-1993, in ossequio alle politiche economiche neoliberiste, riesce a condurre in porto il NAFTA (North American Free Trade Agreement), la cui applicazione ha provocato - fino ad oggi - “la perdita della terra e dei mezzi di sussistenza per un milione di messicani ed ha minato i diritti sindacali ed ambientali in Messico, Canada e Stati Uniti.” **
Nel 2001 il “Proconsole” approda finalmente alle Nazioni Unite, anche qui col ruolo di ambasciatore. Alla vigilia della Seconda Guerra del Golfo fornisce prove false sulla presenza in Iraq di “armi di distruzione di massa”, cercando in tal modo di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad avallare l’intervento militare americano contro il regime di Saddam Hussein.
Qualche mese più tardi, usando l’arma del ricatto politico riesce anche a strappare a Messico e Cile, inizialmente contrari alla guerra, l’appoggio militare incondizionato alle operazioni belliche in Iraq. Ed è proprio in Mesopotamia che John D. svolge l’ultimo mandato di ambasciatore per conto del governo di George Bush (2004). Il presidente americano ha sempre sostenuto di voler portare la democrazia in Iraq, e lo ha fatto utilizzando lo stesso esperto funzionario che fu inviato negli anni ‘80-‘90 in Centroamerica a dirigere le operazioni di “guerra sporca”.

Andrea “Chile” Necciai

 

Note:
* “Chi è John Negroponte, ambasciatore Usa in Iraq” - Action Center. Fonte: A.N.S.W.E.R. Coalition (Act Now to Stop War & End Racism).
** “John Negroponte: dal Centroamerica all'Iraq” di Noam Chomsky - 6 settembre 2004.