sabato 1 maggio 2004

AlReves: El Salvador


La destra trionfa in Salvador

 Elias Antonio Saca, ex cronista sportivo e imprenditore radiotelevisivo, è stato eletto il mese scorso Presidente della Repubblica del Salvador. La tornata elettorale, svoltasi in un clima di generale tranquillità (salvo alcuni atti di intemperanza tra le opposte fazioni politiche), ha visto imporsi largamente il partito di estrema destra ARENA - fondato negli anni 80 dal fanatico Roberto D’Aubuisson, mandante dell’assassinio dell’Arcivescovo Romero oltre che responsabile di massacri e torture negli anni della guerra civile (75.000 vittime e 8.000 desaparecidos) - con il 59% dei suffragi.
Sull’altra sponda, il Frente Martì para la Liberacion Nacional (il partito nato dalle ceneri della guerriglia insurrezionale) con il suo candidato Schafik Handal si è dovuto accontentare del 35%, pur raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni amministrative e per il rinnovo del Parlamento del marzo 2003. In quell’occasione, il FMLN riuscì a conquistare una quota significativa di seggi nell’Assemblea Legislativa (31 su 84) e a prevalere in numerosi municipi del Paese. 
La sorprendente affermazione di ARENA è il frutto di una campagna elettorale incentrata sulla demonizzazione dell’avversario (a questo proposito, è stato determinante il ruolo svolto dai media radiotelevisivi schierati all’unisono a favore di Saca), e finalizzata a suscitare terrore tra i salvadoregni per i pericoli derivanti da un’eventuale vittoria del Frente.
Gli spauracchi sventolati dalla destra, come la minaccia del comunismo o la rottura delle relazioni con gli Stati Uniti, hanno fatto buona presa su quella fetta di elettori ancora indecisi sulle intenzioni di voto. Ma più di tutto, in questo mare di propaganda ingannevole, ha pesato l’argomento del blocco delle remesas - le rimesse in denaro dei salvadoregni emigrati per lavoro negli States, indirizzate ai parenti rimasti in patria, che rappresentano oggi una fondamentale fonte di reddito per migliaia di famiglie. “Non ci saranno più remesas con la sinistra al governo”, hanno intonato in coro gli areneros nel corso della loro campagna elettorale, ribattezzata da molti come “sucia”.
Secondo i rapporti redatti dagli osservatori stranieri, il monitoraggio elettorale ha fatto rilevare un gran numero di casi di irregolarità durante lo svolgimento del voto. Svariate denunce presentate al Tribunale Supremo Elettorale raccontano di persone pagate con piccole somme (da 20 a 50 dollari) affinché si convincessero a votare per ARENA; molti altri elettori, in larga parte dipendenti di imprese private, non hanno potuto esercitare il diritto al voto a causa del ritiro del loro documento d’identità (DUI) da parte dei datori di lavoro.
Inoltre, è stato accertato che migliaia di cittadini (non residenti) sono stati fatti affluire in massa dai paesi confinanti (Honduras, Nicaragua e Guatemala), dietro pagamento e con DUI falsi, con l’istruzione di recarsi ai seggi loro indicati e votare per ARENA. Questo fatto spiega anche l’incredibile record di affluenza al voto raggiunto in questa consultazione: ben il 73% degli aventi diritto - secondo i dati ufficiali - su una popolazione di 6 milioni di abitanti, fenomeno ben raro per un popolo che ha sempre palesato segni di disamore nei confronti della sua classe politica dirigente.
Altri “fattori esterni” hanno contribuito ad alterare la regolarità del processo elettorale. Il ruolo giocato nell’ombra dagli Usa per impedire la vittoria del FMLN non si è limitato al solo sostegno economico (si parla di milioni di dollari di finanziamenti ricevuti dal governo di ARENA come contributo alla campagna elettorale).
Alla vigilia del voto in Salvador, il Sottosegretario di Stato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, Roger Noriega, aveva più volte dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso “un’eventuale presa di potere da parte di un’ex formazione guerrigliera”. In tal caso - tra l’altro - la Casa Bianca avrebbe visto seriamente compromessa la realizzazione del TLC (Trattato di Libero Commercio) - l’accordo multilaterale tra gli Usa e gli Stati del Centroamerica che attende la ratifica dell’Assemblea Legislativa salvadoregna entro la fine del 2004 -, nei confronti del quale i vertici del FMLN si sono sempre dimostrati ostili.
In ballo c’è anche il futuro del Piano Puebla Panama, che dovrebbe dotare tutti i Paesi del Centroamerica (ivi incluso El Salvador) delle infrastrutture necessarie per mettere in atto gli accordi sul libero commercio.
Il PPP, nato principalmente dall’esigenza di soddisfare la richiesta di fonti energetiche dell’ingordo mercato Usa, prevede la costruzione di 25 dighe (per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica), il rafforzamento della rete viaria Messico-Panama e la realizzazione di “corridoi naturali” per facilitare la ricerca biologica delle compagnie chimico-farmaceutiche. E’ inutile rammentare che l’attuazione di questo megaprogetto avrebbe, per tutte le nazioni coinvolte, conseguenze socio-ambientali davvero devastanti.  
Dal punto di vista militare, l’importanza strategica che la piccola repubblica del Salvador riveste nello scacchiere mesoamericano - la base statunitense di Ilopango (non molto distante dalla capitale) è uno dei maggiori capisaldi della regione - conferma gli sforzi compiuti dalla Casa Bianca per mantenere in loco un’amministrazione “subalterna” ai suoi interessi. Non è un caso, infatti, che dal 1994 (anno delle prime elezioni del dopoguerra) ad oggi, non vi sia mai stata alternanza al governo.
Ora, per ARENA comincia il terzo mandato presidenziale consecutivo. Durerà fino al 2009.
Nel frattempo, società civile e opposizione frentista fanno quadrato in vista della ripresa delle lotte contro il processo, lento ma progressivo, delle privatizzazioni (nel mirino delle “corporations” straniere ci sono già sanità e fonti idriche). Per il ”Pulgarcito dell’America Latina” si prospetta un altro quinquennio di sacrifici.  
(Andrea Chile Necciai)

venerdì 2 aprile 2004

AlReves: America Latina


L’offensiva neoliberista in America Latina

Fino alla metà degli anni novanta, il panorama politico latinoamericano evidenziava ancora un netto predominio delle forze liberiste. Dopo la sconfitta finale del “socialismo reale” e di tutte le esperienze politico-istituzionali legate a quella sfera, la dottrina economica dei “Chicago Boys” (gli economisti dell’Università di Chicago, artefici del dogma del “Libero Mercato”) andava affermandosi in tutto il mondo senza trovare ostacoli. A partire dagli anni ‘80, l’inoculazione in massicce dosi di quel programma neoconservatore vide come paesi capofila gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna della Tatcher e, a seguire, tutti gli altri Stati - europei e non -  “dipendenti” dal modello economico occidentale.
Nell’America Latina, due dittature militari su tutte hanno rappresentato l’avanguardia del neoliberismo con forti legami con la “scuola di pensiero” nordamericana: quella argentina (1976-1983) e quella cilena (1973-1990). Quindi, lentamente ma implacabilmente, il “nuovo” ordine liberista andava sostituendosi alle vecchie politiche keynesiane degli anni ‘50-‘60 (caratterizzate dall’egemonia dello Stato nella gestione dell’economia nazionale), favorito dalle pressioni esercitate sui governi da organismi multilaterali come il Fmi, la Banca Mondiale, gli accordi del Gatt e il Wto.
Gli effetti socioeconomici più nefasti determinati dall’applicazione di tali politiche furono - e, disgraziatamente, continuano ad essere - principalmente quattro:
- Aumento rilevante della disoccupazione, a causa della “deregulation” e dei processi di ristrutturazione aziendale nel campo dell’impresa pubblica e privata;
- Flessibilizzazione e precarizzazione del mondo del lavoro, con conseguente perdita di garanzie e diritti sindacali per i lavoratori;
- Destrutturazione ed impoverimento del Welfare, per effetto dei tagli alla spesa pubblica nel settore dei servizi (trasporti, scuola, energia), della previdenza e dell’assistenza sociale;
- Privatizzazioni selvagge e scriteriate estese a settori “strategici” delle economie nazionali (come industria pesante ed aziende energetiche) o alla sanità. 
Evidentemente, questa riconfigurazione del mondo non è avvenuta senza resistenze ed opposizioni da parte delle popolazioni coinvolte. Una nuova fase del protagonismo popolare cominciò con l’insurrezione zapatista del 1994, la quale si caratterizzò - almeno nella sua fase iniziale - più come fenomeno locale che come avanguardia del risveglio dei movimenti sociali d’opposizione al liberismo. Nella sfera istituzionale seguì poi l’elezione di Chavez in Venezuela; “il suo impegno contro le strutture politiche tradizionali, costruite in mezzo secolo di accordi tra le classi dominanti e la corruzione statale” servì a confermare che qualcosa di nuovo stava finalmente accadendo.
“Nel gennaio del 1999 il Plan Real entrò in crisi in Brasile e portò con sé i suoi vicini del Cono Sur  - tutti già contaminati dall’instabilità finanziaria internazionale precedente. Con diverse caratteristiche, forti manifestazioni di rivolta popolare si svolsero in paesi come l’Ecuador (2000), l’Argentina (2001) e la Bolivia (2003) provocando la caduta dei governi che insistevano nell’applicare le dure ricette neoliberiste del “consenso di Washington” e del Fmi”.*
Parallelamente a questi eventi, altre mobilitazioni indigene, sindacali e/o popolari ebbero luogo in diversi paesi con l’intento di porre un freno alla privatizzazione dei servizi (come la sanità in Salvador) o delle imprese (come l’elettricità in Perù o in Paraguay); “per impedire lo sfruttamento da parte delle multinazionali dei beni pubblici (come l’acqua o il gas in Bolivia), per rivendicare i diritti dei popoli indigeni (in Messico, Ecuador e Bolivia), per protestare contro la fascistizzazione della sfera pubblica (in Colombia), per rivendicare terre per i contadini (in Paraguay e Brasile), per impedire l’applicazione dei trattati di libero commercio o per contrastare il colpo di stato contro un governo che disturba l’imperialismo nordamericano e le classi dominanti locali (in Venezuela)”.*
Nel segno della continuità con i movimenti popolari, a partire dal 2000, diverse consultazioni elettorali assegnarono la vittoria alle sinistre. Il caso più significativo di questa “svolta” è senza dubbio quello del Brasile che vide il trionfo di Lula da Silva, leader carismatico del Pt (Partito dei lavoratori), con il sostegno di una larga coalizione di centro-sinistra comprendente - tra gli altri - anche il movimento dei contadini “Sem Terra”. Fu poi la volta dell’Ecuador di Lucio Gutierrez, appoggiato dagli attivisti indios della Conaie, e dell’affermazione in Bolivia di Evo Morales (candidato del Mas) che, pur perdendo nei confronti del rivale della destra, fece comunque registrare un risultato storico.
Oggi il quadro delle lotte contro il sistema neoliberista appare, nel suo complesso, come un puzzle composto da tante tessere disposte “alla rinfusa”, ognuna di colore diverso e con una propria specificità. Preoccupa l’assenza di una strategia comune - o meglio - di un “cemento ideologico” (rappresentato in passato dai nazionalismi e, in varie forme, dal pensiero marxista) in grado di provvedere all’omogeneizzazione di tali - e tanti - fenomeni alternativi in tutta l’area subcontinentale americana.
E’ pur vero che l’avanzata delle forze progressiste - che in Sudamerica si oppongono, in diversa misura, al disegno statunitense di espansione dell’ALCA (Accordo di Libero Commercio delle Americhe) - ha indotto governi “moderati” come Argentina e Paraguay a schierarsi su posizioni progressiste; ma le prove più impegnative devono essere ancora affrontate.
Aspettando il responso elettorale delle presidenziali in Uruguay (dove possono svilupparsi nuove ed interessanti esperienze), l’unica alternativa praticabile - per ora - si può riassumere in un’unica parola: resistenza.
(Andrea "Chile" Necciai)

 

Note:
* “America Latina: un laboratorio antiliberista” di Gustavo Codas, dirigente della Cut brasiliana e membro della Segreteria Organizzativa del FSM di Porto Alegre.

lunedì 1 marzo 2004

AlReves: Venezuela


Il sogno bolivariano di Hugo Chavez

 “Non mi darò pace finché ogni essere umano che vive in questa terra non avrà casa, lavoro e un mezzo di sostentamento”. Così, in una delle tante interviste rilasciate al New York Times, il presidente venezuelano Hugo Chavez ribadisce i propositi delle “riforme bolivariane” introdotte dal suo governo. Riforme che lo hanno reso, nel tempo, un personaggio molto amato nella sua nazione ma altrettanto discusso all’estero.   
I suoi detrattori (se ne contano molti anche in Europa) lo definiscono con disprezzo “demagogo populista” e “comunista amico di Castro” per la popolarità che si è conquistato presso i ceti poveri e la simpatia, sempre ostentata, per il “lider maximo” cubano.
Oggi, per gli stessi motivi, il “caudillo” venezuelano è inviso ai massimi centri del potere economico (FMI e Banca Mondiale) nonché agli ambienti della Casa Bianca. In effetti, l’ostilità dichiarata nei confronti dei programmi di austerità del Fondo Monetario Internazionale - il principale responsabile, secondo lo stesso Chavez, del sottosviluppo dei paesi latinoamericani - continua a danneggiare la sua credibilità all’estero e soprattutto agli occhi dell’Occidente.
Dopo il fallito colpo di stato contro il corrotto governo in carica (1992), l’ex colonnello dei paracadutisti Hugo Chavez sale al potere nel 1998 mediante libere elezioni. In quel passaggio cruciale per il processo democratico in Venezuela,  riesce a sconfiggere duramente entrambi i partiti tradizionali - Accion Democratica e Copei avevano spadroneggiato per decenni, spartendosi il 90% dei voti - e a relegarli ad uno striminzito 9%, forte del sostegno popolare che lo proietta al 57% dei consensi.
Appena insediato, il nuovo governo comincia a varare un vasto pacchetto di riforme economiche (ben 49) per mettere mano alla ristrutturazione di interi settori dell’economia del Paese. Le misure più controverse riguardano, in particolare, agricoltura e risorse energetiche (petrolio e idrocarburi).
La tanto contestata “Legge sulla Terra”, promulgata nel 2001, conferisce allo Stato pieni poteri per la confisca e la ridistribuzione dei terreni privati coltivati “che eccedano una certa dimensione e che siano giudicati improduttivi”. Inoltre, come recita la legge, “gli agricoltori sono tenuti a mostrare i titoli di proprietà delle terre che utilizzano a partire dal 18 dicembre (8 giorni dopo l'entrata in vigore del provvedimento) onde evitare l'espropriazione”.
Come è facile rilevare, il senso di questa riforma agraria va nella direzione di una più equa distribuzione della terra, a tutto vantaggio delle piccole “haciendas” e dei contadini “sin tierra” sempre penalizzati dallo strapotere del grande latifondo. Per di più, la legge stabilisce una severa regolamentazione della proprietà dei terreni coltivabili: una misura quanto mai necessaria per far fronte al fenomeno dilagante dell’occupazione abusiva.
Il Miami Herald, riportando uno studio fatto dall'Istituto Nazionale Agricolo del Venezuela, stima che quasi il 95% dei proprietari terrieri non possiede titoli legali sulle proprietà che occupa. Ecco perché nelle ore convulse del golpe del 2002 - quello ordito dalla Cia e dalla confindustria venezuelana per rovesciare Chavez - si sono visti i grandi latifondisti protestare in piazza: la terra agli indios poveri sarebbe stata per loro una vera “ingiustizia”.
Sul versante della politica petrolifera, Chavez intende continuare l’esportazione dell’”oro nero” a Cuba ad un prezzo ridicolo, puntando viceversa ad un innalzamento dei prezzi negli scambi verso Usa e paesi ricchi. Il suo vero obiettivo è rendere il Venezuela (il maggior esportatore dell’America Latina e l’unico stato della regione a far parte dell’Opec) sempre più indipendente nella gestione dell’estrazione e della commercializzazione del greggio. Come è ovvio, tale orientamento politico risulta particolarmente sgradito agli Usa - principali fruitori del petrolio venezuelano - che, di conseguenza, continuano a mettere in atto azioni di rappresaglia contro il paese andino.
Nel 2001 dopo la presidenza Clinton, “i repubblicani cominciarono ad accusare Chavez di appoggiare i gruppi guerriglieri di tutta la zona della Cordigliera ed iniziarono a percepire la sua politica come ulteriore elemento di instabilità”. Da quel momento la Casa Bianca ha puntato a bloccare l'economia interna venezuelana, come nel 1973 fece per Salvador Allende, sostenendo un coacervo di forze che facevano resistenza a Chavez, fino a giungere al golpe (fallito) dell’aprile del 2002 che intendeva consegnare il governo a una giunta di esponenti legati a doppio filo con l’oligarchia confindustriale e terriera del Paese. Giunta capeggiata dall’imprenditore Pedro Carmona Estanga, leader della potente Federcameras (la confindustria locale).
Oggi, a quasi due anni dal colpo di stato contro-bolivariano, l’opposizione a Chavez è andata rafforzandosi, contando vieppiù sull’appoggio di stampa e mass media. Il potente apparato televisivo venezuelano “funziona praticamente all’unisono, a reti unificate 24 ore al giorno, talvolta con una propaganda apertamente terrorista che fa sfacciatamente appello alla violenza e alla ribellione militare, violando tutte le leggi in materia”. I principali network nazionali, controllati direttamente o influenzati dalla destra militare e imprenditoriale, mettono in onda incessantemente “un micidiale cocktail di menzogne, manipolazione dell’informazione e violenza psicologica” nel tentativo di screditare il governo costituzionale e di attirare nuovi settori del Paese in appoggio ad una soluzione violenta della crisi.
Ma a dispetto dell’ossessiva campagna di diffamazione mediatica, il sostegno della popolazione a Chavez si mantiene ben saldo (negli strati medio-bassi come nell’esercito). E, per il momento, né l’ostruzionismo dell’opposizione né l’ostilità degli Stati Uniti sembrano in grado di arrestare quest’originale processo di trasformazione del Paese che passa sotto il nome di “Nuova Rivoluzione Bolivariana”.
(Chile)


“Siamo qui per portare alla vittoria la rivoluzione e lo dimostreremo consegnando ancora una volta ai contadini titoli di proprietà della terra e titoli di credito agevolato per intraprendere un’attività autonoma, o meglio, in cooperativa. E’ con questa distribuzione della terra dei latifondi eccedenti i 5.000 ettari, come con l’assegnazione dei titoli di proprietà urbana agli abitanti dei quartieri poveri, che avanzano le nostre riforme e che si compie una vera rivoluzione sociale. Noi abbiamo una priorità: insieme al pane vogliamo restituire  la dignità.” (Hugo Chavez Frìas)

domenica 1 febbraio 2004

AlReves: Colombia


I misfatti del “Plan Colombia”

 Una terra sterminata con quasi 40 milioni di abitanti; un paradiso di biodiversità (oltre 2.000 le specie di uccelli) in una galassia di paesaggi multiformi e variopinti: foreste pluviali, savane, vulcani e montagne di oltre 5.000 metri, una rete fluviale colma di risorse idriche. E’ la Colombia, paese meraviglioso e ricco di contrasti. La sua economia è una delle meno disastrate dell’America Latina, grazie soprattutto all’abbondanza di merci esportate: petrolio, gas naturali, carbone, smeraldi e caffè in primis, senza contare i traffici illegali di coca ed eroina.
Ancora oggi, però, 8 milioni di colombiani vivono in condizioni di povertà estrema; il grave squilibrio sociale nel paese porta il 10% più ricco a possedere un reddito 133 volte maggiore del 10% più povero. La Colombia è anche la nazione che “vanta” il più alto numero di omicidi e di assassini politici del continente (quasi 90 ogni 100.000 abitanti), con un vasto campionario di vittime che comprende, oltre alla gente comune, anche sindacalisti, esponenti politici, giornalisti ed attivisti dei diritti umani. Ormai la violenza non risparmia più nessuno, in un ginepraio di contrasti interni alimentati da una guerra civile che dura da oltre cinquant’anni e dalle lotte armate per il controllo del narcotraffico.
La lunga spirale di violenza ha inizio nel 1948 con la contrapposizione tra i due principali attori della scena politica: le forze liberali e progressiste da una parte e i nazional-conservatori legati alla difesa dei privilegi delle classi dominanti, dall’altra. Durante gli anni della Guerra Fredda, gli scontri si intensificano anche a causa dell’ingerenza degli Stati Uniti. I Gringos temono il diffondersi del “morbo comunista”, dopo il successo della rivoluzione cubana e la crescente attività dei movimenti insurrezionali in tutto il continente latinoamericano.
La strategia politico-militare che gli Usa applicano in quella porzione di mondo si rifà alla celebre “Dottrina della Sicurezza Nazionale”. Essa prevede essenzialmente l’invio di finanziamenti e di supporti logistici a tutte quelle forze “reazionarie” (in genere contingenti regolari, corpi paramilitari, oppure eserciti privati a servizio di “terratenientes”) presenti nelle aree più esposte al “pericolo rosso”. In realtà, nel caso colombiano, lo scopo non dichiarato è quello di pervenire al controllo diretto delle risorse energetiche indispensabili all’industria nordamericana, ed altrettanto necessarie alle compagnie multinazionali interessate ad incrementare il “prelievo” sottocosto di materie prime.
Anche oggi il copione non è mutato, con gli americani impegnati a fondo nella realizzazione del “Plan Colombia” proposto nel 1998 dal governo Pastrana: un mastodontico progetto di aiuti militari ed economici che in poco tempo ha fatto della Colombia uno dei maggiori beneficiari dell’assistenza militare statunitense. In gioco ci sono importanti investimenti nell’area delle Ande, come il consolidamento dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) e la salvaguardia di interessi in attività legali e illegali.  
Nel quinquennio 1996-2000, con il pretesto della lotta al narcotraffico, il governo colombiano ha ricevuto dagli Usa e da altri partner più di 1.300 milioni di dollari in aiuti di vario genere (in prevalenza apparati militari e sistemi d’arma). Questa spesa è destinata ad aumentare anche nei i prossimi anni, dal momento che le forze armate rivoluzionarie (FARC e ELN) controllano una porzione consistente di territorio ed hanno raggiunto col tempo un livello di organizzazione e di efficienza pari a quello di un esercito professionale.
Attualmente le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la formazione guerrigliera più numerosa dell’America Latina) presidiano la zona sudorientale della nazione, vale a dire giacimenti petroliferi, allevamenti intensivi, coltivazioni di coca e principali fiumi. Al più piccolo ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, gruppo filocubano di 5.000 combattenti) resta il controllo dell’area occidentale e del bacino dell’Orinoco (piantagioni di cotone e, in parte, caffè, coca e papavero). Completano il quadro delle unità combattenti colombiane i paramilitari di destra delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), milizie locali al soldo di latifondisti e narcotrafficanti.
Le AUC rivendicano la propria presenza in 350 municipalità colombiane, circa la metà del totale, con l’obiettivo di contrastare i guerriglieri di sinistra. Per ammissione degli stessi capi, i paramilitari controllano sia coltivazioni di coca sia raffinerie di cocaina, e considerano le Farc come semplici concorrenti di una piccola parte dell’enorme affare della cocaina in Colombia.
Senza ombra di dubbio, dietro all’uso propagandistico del problema droga si cela il tentativo di tagliare le finanze alle forze insurrezionali ed assegnare ad enti istituzionali filo Usa il controllo di un affare che sfugge almeno per il 30%. Tuttavia, “mentre si continuano a criminalizzare i produttori di droga - commenta il ricercatore Ricardo Vargas Meza - si lascia fuori ogni disposizione internazionale in fatto di riciclaggio e di contrabbando di armi e non si tocca minimamente il tema dell’importazione nel paese di precursori chimici per il processamento degli stupefacenti (l’80% proviene legalmente dagli Usa, il 16% dall’Europa e il resto da Venezuela Messico e Cina [n.d.r.]), diluendo così la responsabilità dei paesi del nord del mondo, loro principali esportatori”.
D’altronde, neppure le grandi multinazionali sono estranee al gigantesco giro d’affari legato alla commercializzazione degli stupefacenti, sembrano anzi aver raggiunto il monopolio
sull’importazione dei composti chimici più comunemente utilizzati nella raffinazione del prodotto.
La Shell, per esempio, è l’unica fornitrice di acetone, la cui importazione è giustificata a favore di una propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i carichi di carbonato di sodio vengono autorizzati per le esigenze di alcune case di dentifrici, tra cui la Colgate.
Nel corso degli anni, l’applicazione del “Plan Colombia” ha prodotto effetti devastanti anche sull’ecosistema andino. Fin dagli anni 70, l’uso massiccio di diserbanti chimici e di fumiganti sulle coltivazioni di coca e marijuana è causa di danni rilevanti alla flora ed alla fauna del paese e di un preoccupante incremento di malattie nella popolazione esposta.
Tra i principali responsabili del disastro ambientale c’è il “Fusarium oxysporum”, un fungo creato in laboratorio attraverso esperimenti di manipolazione genetica “in grado di attaccare piante e microrganismi presenti nel suolo sino a 50 cm di profondità”. Inoltre, è stato rilevato che i terreni infestati da questa spora “non possono più servire per nessun processo di coltivazione alternativa”. Questo fenomeno costringe intere masse di popolazione contadina ad esodi forzati verso territori ancora incontaminati.
Secondo il rapporto dell’Università di Medellin sui “Danni ambientali del Fusarium oxysporum”, al micidiale fungo verrebbe attribuita “l’origine dell’esplosione dei casi di cancro e leucemia tra la popolazione [nelle zone rurali con presenza di coltivazioni illegali] e una riduzione delle difese immunitarie dalle infermità che derivano da affezioni virali o da denutrizione”.
Anche i composti chimici trovano in Colombia larghe possibilità di impiego. Tra i più conosciuti (e deleteri) figurano gli erbicidi “Paraquat” e “Triclopyr” - già sperimentati dagli americani “con successo” in teatri d’operazione come Vietnam ed Indocina - e il micidiale defoliante “Tebuthiuron”, ritirato dal commercio in Perù a causa dei “danni irreversibili agli ecosistemi terrestri ed acquatici e agli stessi esseri umani”.
Dall’autunno del 2001 la denominazione “Plan Colombia” è stata sostituita con la più convincente “Iniziativa Regionale Andina” (IRA). Ma la sostanza e gli scopi del progetto non sono cambiati.
Dalla Colombia, intanto, continuano a giungere notizie di massacri di civili (opera per lo più delle forze dell’AUC), in aggiunta ai consueti bollettini di guerra che parlano di ingenti perdite di tutti i contendenti in campo.
(Chile)