domenica 16 maggio 2021
Ciao, sei un umano
domenica 18 aprile 2021
La voce di Vittorio non si è mai spezzata né è stata dimenticata
Intervista a Egidia Beretta, mamma di Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso a Gaza il 15 aprile 2011. In dieci anni ha continuato a trasmettere il messaggio di suo figlio. Cambiano le generazioni che vogliono conoscerlo e il filo non si spezza...
Come si sente nel decimo anniversario?
EB
Per me non si tratta di una ricorrenza da ricordare in maniera diversa.
In parte sono serena, ma la mancanza di mio figlio per me è sempre
enorme e anche se, come ho detto, questi anni mi hanno portato tanto
affetto, non dimentico mai che tutto parte da un assassinio.
Cosa ricorda oggi a mente fredda di quei giorni? Vede tutto nella stessa maniera?
EB
A volte ho dei ricordi vaghi, a volte confusi, altre mi attardo a
ripercorrere tutti i passi e quelle ore. Altre ancora mi scrollo tutto
di dosso. Ricordo con grande dolore il momento in cui mia figlia
Alessandra sentì alla tv che avevano trovato un corpo e che era di
Vittorio. Andai da Ettore, mio marito, che era nel letto gravemente
malato: “Il nostro Vittorio è morto”, gli dissi. La telefonata della
Farnesina arrivò poco dopo.
Che cosa sa dei rapitori rimasti in vita? Ha mai cercato un contatto?
EB
L’unico contatto è stato con i loro familiari, che ci chiesero di
intercedere presso il tribunale militare di Gaza affinché non fosse
applicata la pena di morte e così facemmo. Non mi è mai interessato, né
interessa, avere un contatto con loro.
Li ha perdonati?
EB
No, assolutamente. Per perdonare una persona devi conoscerla, vederla,
cercare di capire. Non lo volevo allora e non lo voglio oggi.
Lei allora mi disse che aveva una
sua idea su quello che è successo a suo figlio, l’ha cambiata? Perché
secondo lei è stato ucciso?
EB Fin
dall’inizio ho pensato che ci fosse un mandante più in alto degli
esecutori, anche se non so dare contorni definiti alla mia sensazione.
Forse credere che non sia stato semplicemente un colpo di testa è un
tentativo di lenire il cuore. Penso che sia stato ucciso per metterlo a
tacere, lo penso oggi più di ieri, anche se non ho ricevuto nuove
informazioni o prove a riguardo.
Lei ha scelto di continuare a
diffondere il messaggio di suo figlio invece che condurre una battaglia
per rivendicare la verità di quello che è successo. Crede che non si
arriverà mai alla verità? O le basta quella giudiziaria?
EB
L’ho fatto perché credo che nel mio caso sia un dispendio inutile di
energie, anche per la mia anima, conservare per sempre questo rancore.
Apprezzo chi lo fa, come i genitori di Giulio Regeni, ma quella è un
altro tipo di battaglia -su come, dove e soprattutto sulle
responsabilità di quello che è accaduto- e capisco la loro scelta. Io so
di avere un altro compito, il compito che Vittorio mi ha affidato e che
mi aiuta a restare più serena, una condizione dello spirito migliore
per quando ci rincontreremo. La mia sarebbe una battaglia contro i
mulini a vento e allora mi accontento della verità giudiziaria, anche se
non ho mai nascosto alcune perplessità, in particolare sulle ricerche.
Il mio unico rincrescimento è che non è stata fatta luce fino in fondo
sul presunto leader del gruppo, il giordano.
Come sono stati questi anni in giro per l’Italia a raccontare suo figlio? Che bilancio ne trae?
EB Sono
contenta. L’eredità di Vittorio è ancora fortissima, la sua voce non si
è mai spezzata né è stata dimenticata. I primi giovani a cui l’ho
raccontato sono cresciuti e adesso ci sono le nuove generazioni, quelli
che erano troppo piccoli per ricordare, che vogliono conoscerlo. È un
filo che non si spezza.
Che cosa resta ai ragazzi di Vittorio?
EB
Gli resta in mente il Vittorio fermo, deciso, che non ha mai rinunciato
a seguire i suoi ideali, la sua via, utopia, nonostante le difficoltà e
le privazioni. Li stupisce la forza interiore che lo ha portato ad
andare avanti, la costanza e la voglia di superare le difficoltà. E li
sorprende che io non mi sia opposta alle sue scelte, ma lo abbia
lasciato “volare”. Quando mi domandano il perché, stanno pensando ai
loro sogni e sperando nelle loro madri.
Cosa ha imparato da tutti questi incontri?
EB Che
ci sono molte più persone di quanto si possa pensare generose,
altruiste, che aspirano ad una vita in cui possano aiutare gli altri.
Che l’Italia e gli italiani sono un popolo grande. L’ho capito per
l’accoglienza e l’affetto che ho sempre ricevuto e che mi ha dato la
forza in tutti questi anni. C’è un’Italia che si conosce poco, che
esiste e resiste.
L’uccisione di suo figlio l’ha cambiata, se sì in che senso?
EB
Sono sempre stata una persona che tendeva a vedere l’umanità negli
altri e lo sono ancora, anzi forse ora di più, perché l’ho constatata di
persona. La mia quotidianità certo è cambiata: ho molti contatti, il
lavoro della Fondazione che prima non c’era e che avrei preferito non ci
fosse, ma che ha dato forma alla positività degli incontri, agli
scambi… È incredibile notare come tanti siano desiderosi di
“appropriarsi” delle esperienze di Vittorio.
Vittorio è stato inserito tra le
vittime del terrorismo e con i fondi avete rinsaldato la Fondazione Vik
Utopia. Che cosa avete realizzato in questi anni?
EB La fondazione (fondazionevikutopia.org)
è nata nel 2012 con fondi nostri, addirittura con i risparmi che erano
rimasti sul conto di Vittorio. Il riconoscimento di vittima del
terrorismo è arrivato nel 2015 e i fondi solo successivamente. Ogni anno
finanziamo due-tre progetti nello spirito di Vittorio, cioè lasciare
qualcosa di costruito, concreto, e che vada a beneficio soprattutto dei
bambini o dei ragazzi, i più fragili e bisognosi, e a cascata
naturalmente anche delle loro famiglie. A Gaza abbiamo realizzato
diversi progetti, ma anche in Africa, Sud America, Europa, in
Afghanistan, quest’anno in Bosnia.
A livello istituzionale è cambiato qualcosa? È stata contattata da esponenti politici in questi anni?
EB
Nessuno si è avvicinato. Tutti mi chiedono perché anche a livello
istituzionale non venga ricordato e io rispondo che non lo so. Di certo
io non vado a cercare niente o nessuno. Io e Alessandra siamo state
invitate a Roma per la giornata nazionale delle vittime del terrorismo e
siamo andate un paio di volte, ci sembrava un dovere, ma è qualcosa di
molto molto formale.
Anche grazie a lei ci sono state
molte iniziative dedicate a Vittorio. C’è qualcosa che vorrebbe che
ancora non è riuscita a fare?
EB
Mi piacerebbe andasse a buon fine un documentario realizzato da due
giovani laureati alla scuola d’arte di Roma. Il progetto prevede diverse
forme di espressione, tra cui anche l’animazione, con la graphic novel che Stefano Piccoli ha dedicato a Vittorio. Per ora è fermo, spero riparta.
Per l’anniversario avete previsto qualche iniziativa?
EB
Se ci fossimo trovati in un’altra situazione (senza Covid-19), lo
avremmo ricordato a Bulciago ad aprile. Mi sto meravigliando di come
tanti lo stiano facendo o lo faranno in quei giorni. Ricordo, tra gli
altri, il podcast “Le ali di Vik”; un’iniziativa
dell’associazione Assopace Palestina; uno spettacolo dell’Anpi di
Aprilia tratto dal libro di Vittorio; l’evento “Buon compleanno Faber”
organizzato dalla biblioteca di Monserrato in Sardegna, il contest lanciato dall’agenzia giornalistica Nenanews. Le persone ci hanno sostituito.
Non se l’aspettava?
EB
No, anche se forse il funerale è stato un presagio. Ricordo lo stupore,
la gioia e la riconoscenza per tutte quelle persone. Il fatto che venga
continuamente ricordato significa tanto per me, significa che quella
vita errabonda, che ci teneva un po’ in pensiero, è stata la cosa più
bella che Vittorio potesse fare per lui e per molti altri.
Cosa vuol dire per lei “restare umani”?
EB
Questa è la domanda più difficile perché tutte le risposte rischiano di
sembrare frasi fatte. Credo che significhi guardarsi attorno, non stare
rinchiusi dentro le mura dell’egoismo ma mettersi a disposizione.
sabato 10 aprile 2021
Con chi si lega la Lega nell’Unione Europea?
La Lega è risultata nelle ultime elezioni nazionali il primo partito e come tale è presente nella larga maggioranza che sostiene variamente il governo Draghi. La formazione del quale è coinciso con una sorprendente conversione “europeista” della Lega a sostegno del programma di Mario Draghi “europeista ed atlantista”, deciso sostenitore dell’irreversibilità dell’euro. In questa miscela c’è quanto basta per evocare esplosive alchimie politiche anche in Europa, come risulta chiaramente dai movimenti in corso nel Parlamento europeo, che interessano gruppi politici quasi tutti a dimensione variabile.El Salvador, il nuovo presidente
Il 28 febbraio Nuevas ideas ha vinto trionfalmente le elezioni politiche e amministrative. Il partito, fondato nel 2018, ha ottenuto almeno 56 seggi sugli 84 disponibili in parlamento, e dunque avrà una maggioranza dei due terzi. Non era mai successo dalla fine della guerra civile nel 1992.
I risultati del voto hanno spazzato il sistema politico nato con il ritorno alla pace: per quasi trent’anni il paese è stato dominato da due partiti, il Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln), un partito di sinistra nato dai gruppi di guerriglieri, e l’Alianza republicana nacionalista (Arena), un partito conservatore fondato da un ex militare di estrema destra che si opponeva alla guerriglia. Il 28 febbraio i due partiti hanno ottenuto in totale meno di una ventina di seggi.
I critici considerano la sua scesa come un pericolo per la democrazia. Bukele controlla il potere legislativo e quello esecutivo, e ora la maggioranza in parlamento gli dà la possibilità di influenzare quello giudiziario. Nei prossimi mesi, infatti, il parlamento dovrà nominare un nuovo segretario alla giustizia e cinque giudici della corte suprema.
Secondo alcuni l’atteggiamento del presidente è all’origine dell’omicidio di due attivisti dell’Fmln, uccisi lo scorso gennaio. È stato il più grave atto di violenza politica dalla fine della guerra civile. Come altri leader populisti, anche lui alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Senza portare prove, ha parlato di possibili brogli e prima delle chiusura dei seggi ha organizzato una conferenza stampa per esortare la popolazione a votare. Secondo alcuni alti funzionari il risultato elettorale ammorbidirà Bukele, che oltre a twittare freneticamente contro i suoi critici è anche molto attento alla sua popolarità.
Il vicepresidente Félix Ulloa dice che la “resistenza” della burocrazia e del parlamento hanno “provocato un conflitto nell’animo del presidente”. Altri sono più preoccupati: “Vedremo come governerà ora che non esistono più ostacoli”, osserva Alex Segovia, economista ed ex esponente dell’Fmln.
Bukele ha davanti a sé sfide difficili. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato la gestione della pandemia in Salvador, e il governo ha investito in ospedali e negli aiuti economici per alleviare gli effetti dell’emergenza. Ma le autorità hanno anche imposto un confinamento così estremo che la corte suprema ha dichiarato incostituzionali alcuni provvedimenti. Le misure adottate dal governo hanno contributo a una contrazione economica di quasi il 9 per cento nel 2020, tra le più forti della regione. Il debito pubblico salvadoregno si attesta al 90 per cento del pil. Il crimine, la corruzione e la povertà sono diffusi. Bukele afferma di non avere nessuna ideologia e di volere solo risolvere i problemi del paese.
Ma secondo Bertha Deleón, ex avvocata del presidente che lo ha abbandonato dopo l’irruzione in parlamento, l’uomo non ha alcun piano. “È tutta pubblicità, nient’altro”, spiega. I consulenti del presidente sono asserviti alla sua volontà. Tra i suoi collaboratori più stretti ci sono due suoi parenti: uno guida il partito mentre un altro ha gestito la sua campagna elettorale.
I risultati ottenuti finora sono contrastanti. Prendiamo l’esempio della corruzione, che Bukele ha promesso di eliminare. All’inizio del suo mandato il presidente ha effettivamente creato una commissione indipendente per la lotta al fenomeno. Tuttavia il suo governo non ha fornito alcuna spiegazione su come abbia speso i milioni di dollari ricevuti dai donatori durante la pandemia. Quando la commissione anticorruzione ha inviato al ministro della giustizia alcune prove della cattiva gestione dei fondi, il governo ha ostacolato le indagini. A novembre la polizia, che al pari dell’esercito sembra schierata più con Bukele che con lo stato, ha impedito ai propri agenti di entrare nel ministero della salute per raccogliere ulteriori prove sui contratti di approvvigionamento, alcuni dei quali firmati con aziende di proprietà di parenti dei dipendenti del ministero.
Dopo l’elezione di Bukele il tasso di omicidi è calato, e il presidente ama ricordarlo agli elettori ogni volta che può. Sono stati aumentati gli stipendi alle forze di sicurezza che hanno ricevuto strumenti più efficaci e sono spesso in missione aree del paese segnate dalla criminalità. Ma gli esperti sottolineano che il tasso di omicidi era in calo già dal 2015, molto prima del 2019. Secondo il think tank International crisis group la riduzione del crimine potrebbe essere il segnale che lo stato è sceso a patti con le bande. Questi accordi, solitamente, sono deleteri.
I salvadoregni potrebbero essere disposti a ignorare le tendenze autoritarie del loro leader se continueranno a credere che lui si preoccupa per loro. Molti, in ogni caso, si aspettano poco dai politici. Il sostegno alla democrazia come forma migliore di governo è al 28 per cento, il più basso del continente insieme al Guatemala. “È una storia che si ripete, nella nostra regione”, sottolinea Celia Medrano, candidata alla Commissione interamericana per i diritti umani, un’istituzione regionale. “Il presidente vuole (e può) fare la storia, ma ha bisogno di imparare dalla storia”, dice Medrano.
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale
martedì 8 dicembre 2020
Patrick Zaki
L’Egitto è un paese sovrano.
Perché dovrei chiedere al mio governo
di intervenire per liberarlo?
E poi perché il mio paese dovrebbe fare qualcosa per lui se non sta facendo nulla per ottenere verità e giustizia per il cittadino italiano Regeni? Il buonismo è stucchevole, bisogna essere realisti. L’Egitto è un partner importante, se non facciamo affari con le dittature, ci penseranno altri stati senza scrupoli a farle. Avete sentito cosa ha detto Macron poche ore fa? Nemmeno lui vuole interrompere “i rapporti di dialogo con l'Egitto" ha spiegato, perché “vorrebbe dire influenzare negativamente il paese nella sua lotta al terrorismo”. Le armi all’Egitto servono anche per questo. Per difendere gli egiziani dai terroristi! E visto che noi italiani produciamo armi è bene che siamo noi a vendergliele. Vendere armi e prendere da loro le risorse del sottosuolo è indispensabile per l’Italia. Lo dice pure un intellettuale importante, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che “esiste un’importante ragion di Stato (l’Eni…) che invita ad evitare una rottura con l’Egitto”. L’ha scritto poche settimane fa che “E’ assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni «#veritapergiulioregeni» e altre analoghe”?
E infatti dice che bisogna smetterla con questi appelli inutili e ha fatto la “proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola”.
E poi chi mi garantisce che Zaki non sia davvero un terrorista? Se fosse solo un innocuo studente che si batte per degli ipotetici diritti, perché tutti gli altri studenti egiziani che studiano all’estero non vengono arrestati quando tornano in patria per le vacanze? Magari non è un terrorista, ma è possibile che sia una testa calda, un provocatore. Uno che ha passato il segno. Si tratta di uno studente, una persona che ha studiato, dovrebbe saperlo che nel suo paese certi comportamenti sono un reato. E poi ho sentito dire che è un omosessuale. Io non sono gay, ma non ho niente contro i gay. Ho tanti amici gay. Non mi piace quando ostentano la loro diversità, quando fanno le parate con le piume in testa, ma nel loro privato sono liberi di fare quello che vogliono. Sono contrario al matrimonio tra gay, ma per il resto devono avere gli stessi diritti delle persone normali. In Italia è così, ma in certi paesi è un reato. Anche tanta gente di “sinistra” che lo difende dovrebbe saperlo. E dovrebbe ricordarsi che anche in Unione Sovietica era un reato.
Perché nessuno dice niente per i nostri pescatori sequestrati in Libia?
Perché non si stracciavano le vesti per i nostri marò?
…
Caro lettore, se sei arrivato fin qui e sei d’accordo con quanto hai letto sappi che sei un razzista. Che tra te e i carnefici che sequestrano, torturano, uccidono, che ci guadagnano denaro e potere
l’unica differenza
è che tu
non ci guadagni niente
a essere una carogna.
(Ascanio Celestini)
#FreePatrickZaki


