sabato 1 novembre 2014

Pinerolo

Comunicato

Poche ore fa, il Consiglio Comunale di Pinerolo ha approvato a larga maggioranza la deliberazione di trasformazione di SMAT SPA  in Azienda speciale consortile di diritto pubblico.
Il testo della deliberazione, proposto dal Comitato provinciale Acqua Pubblica di Torino e fatto proprio dai consiglieri Luca Salvai (Movimento 5 Stelle) e Giorgio Canal (SEL) è stato oggetto di esame e discussione approfondita da parte dei consiglieri comunali in più riunioni.
Con il voto a larga maggioranza di poche ore fa,  il Consiglio comunale di Pinerolo  ha dimostrato il rispetto dovuto alla volontà popolare espressa nel Referendum del 12-13 giugno 2011,  e la ha attuata dando coerente prova di vera democrazia.
Un segnale positivo e incoraggiante che dimostra quali favorevoli  risultati può conseguire il confronto serio e trasparente tra movimenti di base e istituzioni.
Ancora una volta : si scrive acqua e si legge democrazia.

Comitato Acqua Pubblica Pinerolo
Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino
30 ottobre 2014

mercoledì 22 ottobre 2014

Per una alleanza sull’acqua

A tre anni dal referendum, l'obiettivo della ripubblicizzazione pare arenato in un vicolo cieco. Da Emilio Molinari, storico fondatore del Comitato italiano per un contratto mondiale sull'acqua, una riflessione e un invito a ripartire, a partire dalla sottoscrizione di una "Carta dell'acqua" e del superamento di alcuni steccati "ideali", come quello dell'azienda speciale
L’obbiettivo della ripubblicizzazione dei servizi idrici si è arenato in un vicolo cieco.
A tre anni dal referendum solo Napoli ha trasformato il servizio da società per azioni (SPA) in house ad azienda speciale.
I successi del movimento stanno nell’aver fermato la Multiutility del Nord, respinto a Cremona il tentativo di far entrare i privati nella gestione in house, impedito al Comune di Roma di vendere altre quote di ACEA, nello scorporo dell’acqua a Trento e -si spera- a Reggio Emilia, e nell'aver aperto in Toscana la discussione sullo scorporo dell'acqua dalle aziende partecipate da ACEA.

L’ostilità dei governi e l’attacco allo stesso referendum erano scontati.
Ma ciò non spiega il vicolo cieco in cui si è arenato il movimento. Credo sia tempo di rivedere criticamente non il contenuto della ripubblicizzazione in sé, ma la strategia con la quale è stato perseguito, improntata al rigido spartiacque della coerenza al vincolo quasi ideologico dell’eliminazione delle SPA in house. Prescindendo dalla lettura della realtà, dai rapporti di forza, dalla capacità di farsi capire dalla gente, dai limiti stessi presenti nel risultato referendario che, al di la della volontà degli elettori, di certo fermava l’obbligatorietà all’ingresso dei privati.
Non c’è stato un percorso, dove accumulare forze, con tappe e obbiettivi intermedi da cui ripartire con le alleanze possibili.
Anzi, alla rigidità è stata aggiunta una campagna sulla “obbedienza civile” con relativa autoriduzione delle tariffe, che non poteva che arenarsi.
Ma in questa visione, oggettivamente, tutti i Comuni, tutti i sindaci e tutte le aziende in house non potevano che diventare avversari da attaccare. E il movimento si è connotato come parte di un fronte di giuste “resistenze” ( No Tav, No Mose, No Expo, No Dal Molin, No al gassificatore, No alla precarietà, No agli sgomberi delle case, etc) tenuto assieme dall’involucro politico/ideologico “del fronte antagonista dei beni comuni”.
Uno stretto recinto, nel quale le ragioni dell’acqua, la novità della sua cultura inclusiva, si sono perse assieme all’anima universale, il linguaggio popolare, la capacità di dare passione a tanti e costruire ampie adesioni e alleanze.
Da qui l’impantanamento tra estremismi e interpretazioni giuridiche, localismi, attività sindacali sulla tariffa, ricorsi ai tribunali.

Facciamo una pausa di riflessione per ripartire.
Proviamo a pensare a quei Comuni e (perché no) anche a quelle aziende in house, che resistono all’ingresso dei privati o quelle che vorrebbero disfarsi dei privati,  come a nostri interlocutori e possibili alleati.
Perché c’è una relazione profonda tra la volontà di privatizzare i servizi pubblici locali e quella di svuotare d’ogni ruolo e  credibilità i Comuni. Una consapevolezza, dovrebbe perciò rafforza l’altra e l’alleanza non è solo una opportunità, ma una strategia politica da perseguire.
Oggi tutte le istituzioni sono sotto attacco e i Comuni sono la prima linea. Vincoli economici, soppressione/privatizzazione, Sblocca-Italia, ne sono l’espressione.
E in prima linea lo sono nel reggere l’urto della reazione dei cittadini per la decadenza dei servizi, del territorio, etc.
Ma ormai la sottrazione di sovranità alle istituzioni ad ogni livello è la politica del nostro tempo. Dalla troika al trattato USA-UE, si va prefigurando un nuovo ordine mondiale che privatizza la politica e la trasferisce alle sedi finanziarie e ai tribunali arbitrari delle Multinazionali.
Un esempio sono gli organismi extra-istituzionali sull'acqua.
Le multinazionali sono diventate soggetti decisionali e attori ufficiali della “governance”, termine che oggi sostituisce i “Governi politici e rappresentativi.”
Il Consiglio mondiale dell'acqua, partecipato dall'ONU, è presieduto da SUEZ e VEOLIA (a loro volta controllate da Goldman Sachs).
Il CEO Water Mandate, delegato dall'ONU, con più di 100 aziende multinazionali di tutti i comparti produttivi, protese ad assicurare acqua alle loro produzioni.
Da una parte lo svuotamento delle istituzioni e dall’altra la mercificazione di tutta l’acqua, il suo prezzo, il full recovery cost, la Borsa dell’acqua e la compra vendita dei diritti allo sfruttamento.
Negli USA-Canada-Cile-Australia, la compravendita dei diritti allo sfruttamento dell’acqua è già operante e per darne una idea il magnate texano Boone Pickens ha comprato un lago in Alaska e lo rivende all'Arabia Saudita e alla Cina.
In Cile, l'acqua dei fiumi è lottizzata e venduta all'asta e la concessione ha la priorità sui bisogni essenziali degli abitanti del luogo. Il “Water Grabbing” è la realtà di tutta l’Africa.
Nella Detroit della crisi dell'auto, 90mila persone sono private dall'accesso all'acqua perché indigenti.
Nell'ambito di EXPO, è la multinazionale Barilla a lanciare un Protocollo mondiale sull'alimentazione, ed è la politica e l’associazionismo ad aderire, mentre a Nestlé viene delegata la piazza tematica dell’acqua, escludendo l’acqua pubblica di Milano.

Tutto il contesto ci vede correre verso il suicidio idrico.
15 milioni di persone all’anno si devono spostare nel mondo solo per effetto di scelte tecnologiche inerenti all’acqua.
Alla domanda di acqua del 2030, verrà a mancare il 40% della risorsa.
Il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e la metà degli abitanti dei grandi centri urbani vivrà in baraccopoli, con problemi d'acqua potabile, servizi igienici, smaltimento dei rifiuti e reti energetiche.
Una realtà che scarica su Comuni e aree metropolitane i drammatici problemi di questo secolo, al contempo privandoli di ruolo, di poteri e di risorse.
La corruzione e l’impotenza screditano la politica e le istituzioni, dall’ONU in giù, fino ai Comuni, e cresce nei movimenti l’idea di combatterle, di metterle tutte tra i “nemici”. Ma il nostro compito è altro. È quello di riconquistarle, in quanto istituzioni, alla politica, al bene pubblico, alla fiscalità generale per le opere e i servizi di interesse generale. Difendendone il ruolo con la stessa volontà con la quale difendiamo la Costituzione.
Ripartire dall’acqua con i Comuni che vogliono ritrovare l’orgoglio del loro ruolo, la volontà di “disobbedire” e non solo sui diritti civili.
Per mettere in sicurezza l’acqua potabile e i servizi pubblici come la raccolta dei rifiuti.
 

Per affermare il diritto all’acqua potabile e ai servizi sanitari.
Per costruire una rete di Città dell’acqua (water policy), ma anche di imprese pubbliche e in house, che si muovano con in testa la visione di quale città progettare. Non con l’anarchia dei costruttori, ma con i cittadini, il territorio agricolo e l’acqua circostante. Con i contadini veri con i loro prodotti (food policy). Una rete che in Italia e in Europa sia in grado di fare politica (non vincere sul mercato delle utilities). Soggetti, capaci di conquistare ai governi leggi e direttive.
Per rimuovere assieme gli ostacoli alla riappropriazione delle quote delle grandi società per azioni -A2A, ACEA, IREN, HERA- in mano ai privati.
Per promuovere incontri tra sindaci di tutto il mondo, affinché l’ONU concretizzi quella che è stata una grande vittoria del movimento: la risoluzione del 2010 con la quale l’acqua potabile e i servizi igienici, sono diventati un diritto umano imprescrittibile.
Per costituzionalizzare il diritto all’acqua.
Per Protocolli, Trattati e organismi internazionali garanti del diritto all’acqua e non del suo commercio, che fissino regole, principi, quantità e ne sanzionino le violazioni.
Per impedire la formazione di grandi multi-utility nazionali e quotate in Borsa.
Per dotarsi di una Carta dell’acqua, nella quale gli aderenti si impegnano a:
- promuovere l’acqua pubblica del proprio acquedotto;
- promuovere nelle scuole la cultura dell’acqua;
- fuoriuscire dalla logica della tariffa, garantendo il diritto ai 50 litri al giorno per ogni persona e il risparmio con una tariffa progressiva;
- non togliere l’acqua a nessun cittadino o immigrato, Rom o baraccato;
- dare vita a un fondo con le imprese, per progetti nel Sud del mondo attraverso partenariati pubblico/pubblico.

Il movimento dell’acqua ha indicato a tutti un qualcosa di straordinariamente nuovo.
Qualcosa da cui partire non solo per realizzare gli obiettivi in sé, ma per riprendere a ragionare sul nostro tempo, sulla necessità di una nuova visione della politica e dei movimenti con al centro i diritti universali.
L’abbozzo per trovare la strada perduta da una politica agonizzante e per chiamarla a salvarsi e a salvare la democrazia.


sabato 11 ottobre 2014

Naomi Klein: Salvare il pianeta o salvare il neoliberismo




Da poco uscito in Canada e negli Stati Uniti, This Changes Everything, ultima fatica della giornalista canadese, pone in termini radicali il problema del rapporto fra emergenza climatica e capitalismo neoliberista, aprendo anche la discussione sulle strade possibili per arrivare al superamento tanto della prima quanto del secondo.

intervista a Naomi Klein di Micah Uetricht, da In These Times

Che le lancette dell'orologio del cambiamento climatico siano in movimento – e sempre più speditamente col passare dei giorni – non è certo una novità. Al pari di molti altri la giornalista Naomi Klein ha passato diversi anni sentendosi sopraffatta dalle dichiarazioni sempre più apocalittiche degli scienziati sull'incombere di un destino tragico per il nostro pianeta, decidendo per lo più di ignorarle. Del resto, per molto tempo Klein è stata totalmente impegnata a rivelare i tanti abusi commessi da multinazionali come Microsoft e Nike nel suo primo libro, No Logo (1999), e l'imposizione, a diversi popoli recalcitranti in giro per il mondo, di politiche economiche liberiste e diseguaglianze sociali crescenti nel volume uscito nel 2007, Shock Economy.

Col passare degli anni, tuttavia, Klein ha cominciato a rendersi conto non solo del fatto che i mutamenti climatici sono così onnicomprensivi e urgenti da non poter essere ignorati ma anche di come essi rappresentino un'opportunità unica. Il cambiamento climatico "potrebbe essere la migliore risorsa argomentativa che i progressisti abbiano mai avuto a disposizione", sostiene la giornalista, per dar vita a quei movimenti dal basso a carattere di massa in grado non solo di imporre adeguate misure per la protezione dell'ambiente ma anche di ingaggiare una battaglia contro le diseguaglianze economiche, creare società più democratiche, ricostruire un forte settore pubblico, venire alle prese con ingiustizie di genere e razziali che datano da lunghissimo tempo e con un'infinità di altre questioni.

Fare tutto ciò, ad ogni modo, richiederà ben altri sforzi rispetto a quello di cambiare qualche lampadina. "Ciò che era necessario fare per diminuire le emissioni non è stato sinora fatto" scrive Klein, "perché fondamentalmente entra in conflitto con il capitalismo della deregolamentazione". Nel suo nuovo libro, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate (pubblicato di recente da Simon & Schuster ma ancora non disponibile in italiano, n.d.t.), l'autrice analizza il fallimento delle grandi organizzazioni ambientaliste (un universo da lei ribattezzato "Big Green") e di quegli amministratori delegati che si ritiene siano animati da intenti filantropici, la posizione dei negazionisti di destra che mostrano in realtà di comprendere la posta in gioco del cambiamento climatico molto meglio di tanti progressisti e la realtà dei movimenti di base che si uniscono per combattere il riscaldamento globale.

Il suo libro prende le mosse da un esame critico delle tesi della destra e di quanti negano la realtà dei mutamenti climatici. Ciò è comprensibile, sia perché la destra ha intrapreso una campagna molto efficace finalizzata a sostenere che il riscaldamento globale non è reale, in modo da sbarrare la strada a nuove leggi potenzialmente utili, sia perché, come lei stessa sostiene, i negazionisti di destra comprendono in realtà molto meglio della maggior parte dei progressisti ciò che è in gioco nel tentativo di dare una soluzione al problema del cambiamento climatico: la rimessa in discussione, da cima a fondo, del capitalismo di libero mercato per come lo abbiamo conosciuto. Per quale motivo la destra capisce il cambiamento climatico meglio della sinistra?

Innanzitutto è importante avere ben chiaro che il movimento negazionista è non di rado interamente il prodotto del pensiero liberale e liberista. Think tank di destra come Cato, l'American Enterprise Institute e l'Heartland Institute hanno un ruolo predominante nell'organizzazione di raduni annuali come l'Heartland Conference o nelle pubblicazioni del movimento.

Heartland, ad esempio, è attualmente conosciuta soprattutto come un'istituzione di negazionisti del riscaldamento globale e molte persone credo ne abbiano sentito parlare solo in riferimento alla conferenza sul cambiamento climatico che organizza annualmente. Tuttavia, Heartland è in realtà prima di tutto un think tank che sponsorizza l'ideologia del libero mercato. Esiste da molto tempo, ed esiste per promuovere il programma neoliberista duro e puro fatto di deregulation, politiche di austerità e politiche antisindacali. Un pacchetto di misure politiche che conosciamo bene.

Quando, alla conferenza di un paio di anni fa, ho intervistato Joe Bast, il capo di Heartland, l'ho trovato piuttosto schietto in proposito. Mi disse di aver cominciato ad interessarsi al cambiamento climatico non perché avesse riscontrato dei problemi dal punto di vista scientifico ma perché aveva capito che se i dati scientifici erano veri e non sottoposti a confutazione ciò avrebbe significato che, dal punto di vista della regolamentazione statale, "tutto fa brodo". L'intervento dello Stato in economia si sarebbe così dimostrato necessario. Si sarebbero dimostrati necessari investimenti nel settore pubblico. In buona sostanza, tutto il loro programma ideologico sarebbe stato condannato a rimanere al palo.

È per questo, mi ha spiegato, che lui e i suoi colleghi hanno scelto di difendere le posizioni acquisite, riuscendo alla fine a rinvenire quelle che ritengono essere delle imprecisioni scientifiche. Se lei dà un'occhiata a chi sono realmente i negazionisti, risulta chiaro che ciò che li muove è il desiderio di mettere al sicuro l'agenda neoliberista.

Costoro hanno assolutamente ragione quando affermano che una crisi di queste proporzioni implica una risposta collettiva, investimenti nel settore pubblico e una forte regolamentazione. Ciò non equivale a dire che implichi il socialismo. All'interno del campo della regolamentazione statale si dà un'ampia gamma di risposte possibili, alcune delle quali sono a mio avviso ben poco auspicabili, mentre altre decisamente di più. Ma l'idea che possa esserci una risposta ai mutamenti climatici interna a un'ottica di laissez faire è piuttosto assurda.

La ragione per cui tutto ciò ha una sua importanza risiede nel fatto che quest'ultima idea coincide con quella che i principali gruppi ambientalisti ci hanno propinato: è possibile affidare al mercato la risoluzione del problema. In realtà, i precedenti ci dicono che l'essersi affidati al mercato ha comportato un aumento delle emissioni pari al 61 per cento a partire dal momento in cui avremmo presumibilmente cominciato ad affrontare il problema del cambiamento climatico.

Leggendo il capitolo del libro intitolato "Big Green", dedicato alle principali organizzazioni ambientaliste che lei sottopone ad una stroncatura piuttosto minuziosa, sono rimasto colpito da quanto le risposte di destra e quelle di sinistra al problema del cambiamento climatico rispecchino i mutamenti politici che hanno caratterizzato in generale destra e sinistra nell'epoca dell'egemonia neoliberista. Da un lato abbiamo infatti una destra che ha in realtà ben chiara la posta in gioco e ha pertanto assunto la linea dura al fine di impedire qualsiasi tipo di soluzione anche solo moderatamente progressista; dall'altro, ci sono dei progressisti sempre più in balia di una deriva destrorsa e per lo più arrendevoli di fronte all'agenda della destra. Può parlarci un po' di Big Green?

L'universo del Big Green è fatto di semplici progressisti, si tratta di un movimento molto liberal. La sinistra in quanto tale ha infatti pressoché rinunciato a confrontarsi con il tema del cambiamento climatico. Salvo rare eccezioni, a sinistra la questione climatica non ha mai preso vero slancio come problematica a sé stante e si è sempre configurata piuttosto come un'appendice di qualcos'altro. È significativo il fatto che, quando il movimento di Occupy si è costituito, il primo manifesto programmatico che elencava tutti i mali del capitalismo non facesse parola del cambiamento climatico. Si tratta a mio avviso di una svista rivelatrice.

Penso che il cambiamento climatico sia il miglior argomento che abbiamo mai avuto a disposizione contro la tendenza alla destabilizzazione della vita sul nostro pianeta insita nel capitalismo. Eppure, la sinistra si è come chiamata fuori. Parte di tutto ciò è anche l'idea che il movimento contro il cambiamento climatico abbia a che fare con Al Gore – per l'amor di Dio! – con le star di Hollywood e con un generico progressismo. Noi gente di sinistra non volevamo avere nulla a che spartire con costoro, per cui abbiamo di buon grado abbandonato il cambiamento climatico nelle mani dei Big Green.

Credo abbia giocato un ruolo anche una sorta di stanchezza che pesa sulle spalle degli attivisti di sinistra, dal momento che ci si chiede di occuparci di così tante questioni e questa qui, nello specifico, dava l'impressione di essere seguita da altri. In questo senso, non è che le persone di sinistra abbiano mai pensato che il cambiamento climatico non fosse in atto, semplicemente lo hanno trattato dicendo: "Ok, questa me la risparmio, perché ho una sacco di altre cose da fare e in fin dei conti non mi sembra una questione così urgente".

Penso infine che sia difficile tenere adeguatamente in considerazione le conseguenze della paura di fare errori che caratterizza molte persone. Le politiche climatiche sono il regno dell'incertezza. I Big Green sono riusciti a trasformare una problematica che è in realtà piuttosto semplice in qualcosa di sorpredentemente inaccessibile e misterioso.

Ci si confronta qui con due universi che sono entrambi problematici. Uno è quello della scienza e l'altro quello della politica. Ambedue sono in apparenza molto complicati. Si tratta di un ambiente che può risultare tutt'altro che accogliente, se uno non ne fa parte. Un ambiente fatto di persone che si sventolano vicendevolmente in faccia grafici e tabelle. E va detto che i negazionsiti, col loro gridare costantemente "Ecco, vi abbiamo beccato!", hanno in qualche modo esercitato un condizionamento. Molti si sono sentiti obbligati ad essere estremamente circospetti, a non dare nulla per scontato; si sono sentiti impossibilitati a stabilire un collegamento fra le condizioni metereologiche estreme e la questione climatica, perché le due cose non sono sovrapponibili. Per un bel po' di tempo si è fatta una certa fatica a parlar chiaro.

Quando il linguaggio si fa così circospetto, complesso e specializzato, il messaggio che arriva alle persone comuni è che hanno a che fare con un club esclusivo, di cui non sono parte. Penso che tutto ciò valga anche per le persone di sinistra.

Lei sottolinea che il sistema capitalista è responsabile della difficile situazione in cui ci troviamo dal punto di vista climatico, poi però fa anche riferimento, per lo più en passant, alla necessità di un cambiamento di stile di vita da parte di tutti coloro che abitano in paesi come gli Stati Uniti e il Canada. A un certo punto menziona l'abbandono di alcuni dei valori dell'Illuminismo che ritiene connessi con l'estrattivismo. Devo dire che mi innervosisco parecchio, talvolta, quando sento gente di sinistra che parla di voltare le spalle ad alcune parti dell'Illuminismo e della modernità.

Penso che vada chiarito in maniera molto netta che affrontare la questione del cambiamento climatico non significa essere contrari alla tecnologia. Il punto è il bisogno che abbiamo di trasformare la tecnologia in un potere diffuso e non centralizzato. La tecnologia può svolgere un ruolo centrale praticamente in ogni tipo di trasformazione, ma questo non significa che tutte le tecnologie vadano bene ed abbiano effetti positivi.

Dobbiamo fare molta attenzione al culto feticistico e totalmente reazionario di un qualche idilliaco passato. Allo stesso tempo, però, l'aver frequentato un po' i geoingegneri mi ha veramente messo addosso una paura boia. È evidente che più proseguiamo lungo questa strada, più l'idea baconiana di progresso finisce per coincidere con l'imbrigliamento e il controllo della natura, più prenderanno piede questo tipo di tecnologie che comportano rischi sempre più estesi e sempre maggiori.

Ritengo che dobbiamo effettivamente aprire un dibattito che abbia al centro la questione fondamentale del nostro ruolo su questo pianeta, se esso debba cioè consistere o meno nel dominare la natura e se noi esseri umani dobbiamo considerarci in guerra con quest'ultima. Non sono contro la scienza, ma andremo verso una moltiplicazione dei rischi veramente preoccupante se non cominciamo a domandarci, in maniera decisamente scomoda, fino a che punto si estende la nostra intelligenza. Non dobbiamo sguazzare nell'ignoranza, ma la sopravvalutazione della nostra intelligenza può essere foriera di enormi pericoli.

Verso la fine del libro lei parla della sua crescente insofferenza nei confronti di quei movimenti privi di strutture stabili che ha invece difeso in passato, primo fra tutti il movimento no global che animò diversi momenti di protesta all'inizio del nuovo millennio. Ciò è dovuto all'urgenza della questione climatica o ci sono altre motivazioni?

Non penso di essere la sola a provare quest'insofferenza. Ritengo che si sia trattato di un'evoluzione e che la mia generazione – la generazione degli attivisti no global, la generazione di Seattle – si sia lasciata trasportare un po' troppo nella sua avversione per le strutture. Tutto ciò che puzzava di politica e di istituzioni era visto in maniera sospettosa. Nella generazione di Occupy e nei movimenti europei anti-austerità osservo invece il desiderio di trovare una via che sappia raggiungere un equilibrio fra la convinzione della necessità del decentramento e la legittima diffidenza nei confronti del potere statale centralizzato da un lato e un serio impegno politico e di prassi politica dall'altro.

È per questo che dedico una parte abbastanza significativa del libro ai successi, per quanto imperfetti, della transizione energetica tedesca. Questa è un'importante vittoria dei movimenti sociali: Angela Merkel non ha fatto quello che ha fatto a causa del suo buon cuore, ma perché la Germania ha il più forte movimento antinuclearista del mondo e, più in generale, un movimento ambientalista molto agguerrito.

La rapidità della transizione tedesca lascia sbalorditi. Stiamo parlando di un paese che, nell'arco di dieci anni e mezzo, è arrivato a produrre il 25 per cento della propria energia da fonti rinnovabili, in buona parte ricorrendo a cooperative decentrate e controllate dalle comunità locali. Tuttavia, la cosa non si è svolta all'insegna del "Ehi, facciamolo, io e i miei amici vogliamo metter su una cooperativa energetica"... Si è trattato piuttosto di una politica nazionale generalizzata che ha creato un contesto nel quale si sono potute moltiplicare una serie di alternative che, sommate fra di loro, hanno dato vita al più significativo processo di transizione energetica del mondo, almeno per come la vedo io.

Conosco personalmente alcuni attivisti del movimento ambientalista tedesco. Anche loro affondano le proprie radici politiche nel movimento no global, e un tempo erano molto più propensi a respingere in maniera sdegnata l'idea di impegnarsi in politica. Oggi, tuttavia, le persone si sporcano le mani. Lo si vede a Seattle, con la lotta per il salario minimo. Lo si vede a Chicago con il movimento degli insegnanti. Lo si vede in Islanda, con il movimento anti-austerità che dà vita ad una sua propria creatura politica. Lo si vede in Spagna con Podemos. Sempre più spesso nascono nuove organizzazioni tramite le quali le persone cercano di trasformare l'essenza stessa della politica.

Non è solo la scienza del clima a rendermi insofferente. Quando difendevo l'assenza di strutture del movimento no global lo facevo soprattutto per cercare di respingere i tentativi di cooptarlo posti in essere da altre realtà, che comparivano improvvisamente dicendo: "Ecco qui, ho per voi un programma in dieci punti". Io rispondevo: "Dateci tempo, saremo noi stessi a produrre un programma, prima o poi". Però non lo abbiamo fatto.

Non ho mai sostenuto che non dovessimo avere un programma, ero solo alla ricerca di un catalizzatore e di un quadro adatto nel quale inserirlo. Credo che il cambiamento climatico, col suo fondare la necessità della trasformazione su basi scientifiche, il suo darci un termine temporale e la sua capacità di fare da collettore di tanti movimenti diversi, possa oggi essere sia quel quadro che quel catalizzatore.

Vorrei farle una domanda sul sindacato. In alcuni punti del libro lei fa infatti riferimento ai sindacati, ad esempio a proposito della Blue-Green Alliance.[1] D'altro lato, però, è abbastanza evidente che tanto i sindacati Usa quanto quelli canadesi sono ben lontani dall'avere realmente compreso la portata della questione climatica. In che modo, secondo lei, la nuova generazione di ambientalisti – "Blockadia", come la chiama nel suo libro – dovrebbe guardare al sindacato e relazionarsi ad esso?

Penso si sia ormai molto diffusa all'interno del movimento contro l'oleodotto Keystone [2] un'autocritica (che anch'io faccio mia) secondo la quale sarebbe stato meglio coinvolgere sin dall'inizio anche una componente sindacale. Quando erano ormai due anni che lottavamo contro quel progetto è saltato fuori un rapporto molto accurato che spiegava come gli investimenti dirottati verso di esso sarebbero potuti servire a creare una quantità nettamente superiore di posti di lavoro ecologicamente puliti, come farlo e come coinvolgere a questo scopo tutta una serie di realtà sindacali.

Non penso che i giovani ambientalisti di oggi ce l'abbiano con i sindacati. Vedo al contrario una spinta molto forte a lavorare insieme e a proporre modelli che contengano soluzioni corrette. Molte tensioni si concentrano sicuramente attorno ai progetti di nuovi oleodotti. Credo che a New York (alla People's Climate March, tenutasi lo scorso 21 settembre, n.d.t.) vedremo una forte presenza sindacale, ed è questo uno degli aspetti più inediti e interessanti di questo appuntamento unitario.

Le opportunità mancate, da entrambe le parti, ormai non si contano più. È evidente che ci sono settori del movimento operaio statunitense che continuano a sprecare grandi energie nella difesa di un numero molto esiguo di posti di lavoro pessimi, soprattuto se li si confronta con l'opportunità che abbiamo di creare un numero veramente elevato di posti di lavoro di qualità. Tuttavia, penso che dovremmo andare un po' oltre il semplice parlare di posti di lavoro: la questione vera è l'attività lavorativa in quanto tale.

Il libro si confronta da vicino col fatto per cui le risposte keynesiane, prese singolarmente, non ci portano al raggiungimento dell'obiettivo. È necessario cominciare a discutere della necessità di ridurre alcune parti della nostra economia per espanderne invece altre. Ciò significa ad esempio ampliare la fetta destinata al lavoro di cura. Significa riconoscere il lavoro che non è considerato tale, come è appunto nel caso della cura dei figli o degli anziani. Significa cominciare a parlare di reddito minimo garantito. Dobbiamo andare oltre la semplice discussione sui posti di lavoro.

Da un certo punto di vista, per il sindacato tradizionale si tratta di una sfida ancora più impegnativa, non appena smettiamo di parlare solo di posti di lavoro e cominciamo invece a discutere di come valorizzare l'attività lavorativa in generale. Sono convinta che una battaglia per il reddito minimo garantito, un dibattito reale e vivo su questa questione, potrebbero portare alla costituzione di un blocco elettorale di un certo peso. E ciò potrebbe avere degli effetti positivi sul sindacato.

Nel libro viene sottolineata tutta una serie di possibili connessioni fra le questioni di genere, la lotta delle lavoratrici domestiche, il reddito minimo universale, la questione dei risarcimenti, tutti temi che cominciano ad imporsi sempre di più ma che sono completamente isolati l'uno dall'altro.

Una cosa che trovo emozionante è che il mio libro può servire ad incoraggiare altri a dire: "Ehi, anche questa questione ha a che fare con il clima. Devo scriverne in qualche modo, Klein l'ha menzionata solo di sfuggita". E devo dire che sto già avendo un ritorno di questo tipo, ad esempio di gente che mi scrive: "Dovresti dire qualcosa in più sull'esercito e sulle guerre, sul finanziamento della ricerca di base e sull'istruzione pubblica...". E, veramente si tratta di una lista infinita.

Mi auguro che siano tante le persone di sinistra che, leggendo il libro, si sentano stimolate a scrivere a loro volta. Che si tratti di critiche, di cose tipo "hai dimenticato questo", "ecco un'altra cosa" o in qualunque altro modo ciò si esprima. Abbiamo assolutamente bisogno di un dibattito di questo tipo.

Molte delle notizie riguardanti i disastri climatici che si profilano all'orizzonte rischiano di portare ad una paralisi dei sensi e al nichilismo. Lei scrive in modo molto commovente di come è riuscita a lasciarsi alle spalle un po' di questo senso di paralisi, circostanza che l'ha portata a decidere di avere un figlio. Tuttavia, oltre a preoccuparci del fatto che le persone vengano alle prese con la devastazione cui porteranno i cambiamenti climatici, non dovremmo anche essere in apprensione per il fatto che esse dovranno confrontarsi con l'enorme portata delle contromisure da intraprendere – ad esempio, privare le grandi multinazionali dei combustibili fossili di profitti miliardari – e che potrebbero alzare le mani in segno di resa di fronte a compiti così gravosi?

Non penso sia nulla di più spaventoso di quanto si è cercato di fare con Occupy Wall Street. Nulla di più preoccupante dello sfidare le banche. C'è una forza, che ci spinge a combattere collettivamente questa crisi esistenziale, che è allo stesso tempo fonte di timore e una potenziale spinta ad agire. Non sto dicendo che tutto ciò non faccia paura. Tuttavia, i movimenti progressisti assumono sempre su di sé grandi sfide. Tutti siamo consapevoli, credo, del fatto che dobbiamo venire alle prese con ricchezze consolidate, con diseguaglianze mostruose presenti nei nostri rispettivi paesi e con il controllo che le grandi aziende esercitano sulla politica. Il punto non è se dobbiamo farlo o meno: sappiamo tutti che dobbiamo farlo. Sappiamo tutti che non possiamo sottrarci a questa battaglia.

(traduzione di Marco Zerbino)

NOTE

[1] Realtà associativa Usa che riunisce in un unico organismo alcuni fra i più grandi sindacati di categoria statunitensi (ad esempio il sindacato dei metalmeccanici, quello dei lavoratori dell'industria automobilistica e quello del settore sanitario) e diverse importanti associazioni ambientaliste. Scopo dell'associazione è quello di costruire "un'economia americana più pulita, più giusta e più competitiva" (n.d.t.).

[2] Il progetto Keystone XL riguarda la costruzione di un megaoleodotto che dovrebbe servire a trasportare il petrolio delle sabbie bituminose canadesi fino alle coste texane del golfo del Messico. (n.d.t.).

(MicroMega, 10 ottobre 2014)

giovedì 9 ottobre 2014

Acqua è anche un problema di sovranità

Care/i,
segnalo un'interessante notizia.
Mons. Luis Infanti Della Mora, vescovo della regione dell'Aysen nella Patagonia cilena, ha ricevuto il “Premio Unesco per il Programma Idrologico Internazionale 2014” per il suo contributo alla protezione delle acque soprattutto quelle su cui insisteva il progetto di Enel di costruzione delle dighe sul fiume Pascua e Baker
(Paolo Corsetti)

Per l'occasione, nel complimentarsi per il tangibile riconoscimento dovuto agli sforzi pastorali e civili del vescovo, la redazione di [NSDT] ripropone la registrazione audio originale dell'incontro tenutosi a Pinerolo nel maggio del 2011, durante la campagna referendaria sui Beni Comuni.

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- Premiato il Vicario apostolico di Aysen: “l’acqua è anche un problema di sovranità”

Aysen (Agenzia Fides) – Il Vicario apostolico di Aysén, Sua Ecc. Mons. Luis Infanti Della Mora, ha ricevuto un importante riconoscimento per il suo contributo alla protezione delle acque da parte del Comitato Cileno per il Programma Idrologico Internazionale dell'UNESCO (CONAPHI Cile).
Secondo la nota inviata all’Agenzia Fides da una fonte locale, la motivazione del “Premio Unesco per il Programma Idrologico Internazionale 2014”, che è stato consegnato al Vescovo il 2 ottobre da Isabel Allende, rappresentante del Senato, nella sede del Congresso, trae origine dalla Lettera pastorale pubblicata da Mons. Infanti nel 2008 con il titolo “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”. Il Presule affermava: “siamo in un momento storico in cui ci viene data l'opportunità di un profondo cambiamento culturale, per far rivivere la vita del nostro pianeta”, ed invitava a riflettere sul valore dell'acqua come elemento vitale per l'umanità. Ieri, parlando a Radio Universidad de Chile, Mons. Infanti ha ricordato che ormai “è già passato un bel po’ di tempo da quell'epoca” e purtroppo non ci sono stati grandi cambiamenti, tranne l’annuncio di modificare il Codice dell'acqua e riconoscere l'acqua come un diritto fondamentale dell'uomo.
“Questo è stato un barlume di speranza, ma la luce è ancora molto nascosta” ha detto il Vescovo parlando alla radio, ed ha aggiunto: "Non vorrei che questo ritardo, già abbastanza significativo, sia il risultato di pressioni, di lobby, di coloro che hanno il potere dell'acqua e sono i proprietari dell'acqua in Cile, perché chi ha il potere dell'acqua, ha più potere di quelli che detengono il business del petrolio". Per Mons. Infanti la proprietà dell'acqua è anche una questione di sovranità, come ha ripetuto diverse volte, citando il caso di Aysén, dove il 96 per cento delle acque della zona è di proprietà della società italiana Enel.  (Agenzia Fides, 03/10/2014)


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domenica 5 ottobre 2014

Un'altra difesa è possibile (ma ci vuole una firma)

Il movimento italiano per la pace ha lanciato una nuova Campagna, iniziata il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi e giornata internazionale Onu per la nonviolenza.
'Un'altra difesa è possibile' è questo il titolo dell'iniziativa promossa da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!, Tavolo Interventi Civili di Pace. Oltre trenta iniziative pubbliche, coordinate dal Movimento Nonviolento, hanno celebrato il 2 ottobre e disegnato una Mappa dell'Italia nonviolenta da Palermo a Bolzano.
Ma qual è l'obiettivo di questa Campagna? Perché i pacifisti, in un momento di semplificazione istituzionale, di tagli alla spesa, di riduzione dei costi della politica, propongono addirittura un nuovo Dipartimento statale? Perché un tema così apparentemente lontano dai bisogni reali dei cittadini? Le risposte sono più semplici e chiare di quanto possano apparire.
I nonviolenti vogliono l'istituzione ed il finanziamento di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta. Lo strumento è una Legge di iniziativa popolare (il cui titolo è già stato registrato alla Corte di Cassazione e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale). La raccolta delle 50.000 firme necessarie per depositare la proposta alla Camera dei Deputati si concluderà tra 6 mesi. La prossima data di mobilitazione nazionale sarà il 4 novembre, anniversario dell'inutile strage della prima guerra mondiale, e la consegna firme alla Presidente della Camera, on.Boldrini, è prevista il 25 aprile 2015. Poi ci sarà la pressione per far discutere la Legge prima nelle competenti Commissioni e poi in Aula. I deputati dell'intergruppo parlamentare per la pace hanno già offerto il proprio sostengo.
Obiettivo della Campagna è quello di dare uno strumento in mano ai cittadini per far organizzare dallo Stato la difesa civile, non armata e nonviolenta - ossia la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; la preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; la difesa dell'integrità della vita, dei beni e dell'ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni - anziché finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle vere minacce che lo colpiscono e lo rendono invece minaccioso agli occhi del mondo. Lo strumento politico della legge di iniziativa popolare vuole aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che "ripudia la guerra" (art. 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il "sacro dovere della difesa della patria" (art. 52).
È un principio che non è mai stato attuato davvero, perché per difesa si è sempre e solo intesa quella armata, affidata ai militari. Invece per i nonviolenti la difesa della patria è difesa della vita, dell'ambiente, del territorio, dei diritti, della dignità, della pace, del lavoro. Per difendere davvero questi beni comuni servono strumenti adeguati. La Difesa civile non armata e nonviolenta è la difesa della patria condotta con metodi non militari, alternativa alla difesa armata.
Nel concreto, la proposta di legge che i cittadini potranno sottoscrivere dice che il Dipartimento per la difesa civile comprenderà i Corpi civili di pace e l'Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo e avrà forme di interazione e collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco ed il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale. Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra, cioè la realizzazione di una difesa civile alternativa alla difesa militare. Il finanziamento della nuova difesa civile dovrà infatti avvenire grazie alla possibilità per i contribuenti di destinare la quota del sei per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche all'incremento della copertura delle spese di funzionamento del Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta ed al finanziamento delle attività dei Corpi Civili di Pace e dell'Istituto di ricerca sulla Pace e il Disarmo. Non si tratta di spendere di più, ma di spendere meglio.
La Campagna vuole aprire nel paese una dibattito sul concetto stesso di 'difesa': un'idea che abbiamo lasciato per troppi anni in esclusiva ai militari, e di cui oggi ci dobbiamo riappropriare. Per difendere i nostri diritti, il nostro ambiente, il nostro lavoro, sono più utili i famigerati F35, o piuttosto un 'esercito di pace' che ci costerebbe anche molto meno? Sotto questa luce, la Campagna 'Un'altra difesa è possibile' è quanto mai concreta e vicina ai bisogni di chi sta soffrendo la crisi.

Mao Valpiana
Presidente nazionale del Movimento Nonviolento