mercoledì 10 gennaio 2018

Yemen, mille giorni di terrore

Il Paese e’ sull’orlo di una delle carestie piu' terribili dell’era moderna. Lo racconta il rappresentante dell’Unicef in Yemen.

Volevo iniziare questo articolo raccontando cosa è successo nello Yemen da marzo, quando sono terminati due anni di guerra nel Paese...  Ma una storia e’ rimasta nella mia testa e non riesco a tirarla fuori finché non la scrivo. È la storia di Ali, che illustra tutto ciò che è successo da allora.
Ho incontrato Ali a settembre in un ospedale di Aden, nel sud del Paese, in una zona sotto il controllo del governo yemenita del presidente Hadi, in gran parte in esilio, ma che visita di tanto in tanto il posto. Ali si trovava nell'area di intervento contro il colera ed era collegato alla vita attraverso dei fluidi per via endovenosa. Il poco che ne è rimasto.
Ali aveva sette anni e non credo che pesasse in quel momento più di 15 chili. Era letteralmente pelle e ossa. Lo sguardo perso. Abbiamo provato più volte a parlare con lui, ma lui non era lì, solo il suo corpo ossuto e il suo sguardo perso. Inghiottendo le mie lacrime, chiesi a sua madre cosa fosse successo perche’ fosse stato portato cosi’ tardi e in quelle condizioni all'ospedale. Mi disse che aveva dovuto metterci un certo impegno per raccogliere il denaro di cui aveva bisogno per trovare un mezzo di trasporto per portarcelo. Non c'è risposta a tale ingiustizia.
Ali è stato salvato, ma molti bambini sono morti quest'anno per cause totalmente prevenibili. Con due anni di conflitto alle spalle, la situazione delle famiglie è solo peggiorata. I tassi di malnutrizione rimangono tra i più alti del mondo, con quasi due milioni di bambini malnutriti, e di questi, 385.000 con malnutrizione grave acuta. Anche se l'Unicef fornisce cure e cure a gran parte di loro in questa situazione, molti tornano poi al programma di trattamento perché una volta tornati a casa non hanno nulla da mangiare.
Lo Yemen è sull'orlo di una delle più terribili carestie dell'era moderna: sette milioni di persone, metà delle quali ragazze e ragazzi, dipendono dagli aiuti alimentari per mandar giu’ qualcosa una volta al giorno, e altri 10 milioni soffrono di insicurezza alimentare. Ci sono 17 milioni di persone che non sanno se mangeranno anche domani. Possiamo metterci al loro posto anche se è solo per cinque minuti?
In questo contesto l'epidemia di diarrea acuta (colera) che ha colpito lo Yemen quest'anno, coinvolgendo quasi un milione di persone, non è potuta arrivare in un momento peggiore. Il sistema sanitario era già collassato, senza budget da parte del governo o delle autorità di fatto, con tutti i professionisti della salute non retribuiti da ottobre 2016 e con metà dei centri sanitari chiusi. Grazie al lavoro dell'Unicef, dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e di altre agenzie delle Nazioni Unite e ONG, l'epidemia e la situazione sono state gestite. Ma il colera tornerà perché le infrastrutture sanitarie crollate e la mancanza di acqua e cibo sono i suoi terreni fertili. A questo dobbiamo aggiungere un focolaio di difterite che si sta diffondendo nel Paese. Al momento siamo tutti concentrati nell'ottenere i vaccini necessari, che con un po 'di fortuna (e molto lavoro) raggiungeranno Sanaa.
Mentre tutto questo stava accadendo, la guerra stava seguendo il suo corso e il porto di Hodeida e’ stato bloccato nello stesso momento dell'aeroporto di Sanaa. La maggior parte degli aiuti umanitari entra nel Paese attraverso questo porto e attraverso l'aeroporto nel caso di vaccini e medicinali dell'Unicef. Ma lo Yemen importa anche l'80% delle merci che consuma, tra cibo e carburante, e quindi il blocco è riuscito a soffocare una popolazione già impoverita, disoccupati, senza la possibilità di guadagnarsi da vivere e in situazioni estreme. E’ bene sapere che qui il carburante (diesel, benzina) è essenziale per la produzione e la distribuzione di acqua e il trattamento delle acque reflue. Senza carburante non c'è acqua e senza acqua non c'è vita. Fino ad oggi, siamo riusciti a ottenere aiuti umanitari con il contagocce, ma non le importazioni commerciali, senza le quali i prezzi di cibo, carburante e acqua sono saliti alle stelle. Le famiglie devono decidere tra l'acquisto di acqua o cibo.
Poche settimane fa, i due alleati nel nord del Paese che costituivano il governo di fatto, hanno iniziato a prendere le distanze e a combattersi tra loro. A Sanaa sono morte circa 200 persone, più di 400 sono state ferite e, soprattutto, il precedente presidente, capo di una delle fazioni che controllava il nord, e’ morto. Da allora il conflitto si è intensificato nella maggior parte del Paese. Si temono molte altre morti, incertezze, più povertà e niente di buono per bambini come Ali, la cui infanzia è stata interrotta da questo conflitto.
A soli sette anni, Ali ha sofferto sulla propria pelle la mancanza di cibo, la conseguente malnutrizione, mancanza di reddito nella famiglia e non ha potuto nemmeno prendere un autobus per l'ospedale, la mancanza di acqua pulita, e sicuramente ha assistito agli orribili echi della guerra, della paura e dell'incertezza.
Questi giorni di dicembre sono 1.000 giorni che e’ in corso il conflitto. 1.000 giorni di orrore per i più piccoli come Ali. Chiediamo solo agli uomini che decidono, per favore, di fermare la guerra nello Yemen, ora. I motivi per farlo si trovano in questo conflitto che molte vite innocenti stanno portando avanti.

Meritxell Relaño, rappresentante Unicef in Yemen
Articolo pubblicato sul quotidiano El Pais del 02/01/2018

lunedì 1 gennaio 2018

[Iran] Viva la libertà

Incendio, di Mana Neyestani
Ricevo messaggi da tanti di voi, amici italiani, perché avete letto o visto la notizia delle proteste in Iran e che hanno sparato e ucciso 6 persone.
Innanzitutto, io sto bene.
Mi chiedete cosa ne penso io. Cosa sta succedendo? Non lo so!
Vi dico solo che tutto è iniziato grazie a quelli come quel co###one maledetto di Ahmadinejad, che volevano mettere in ginocchio il governo del presidente Rouhani (e così mettendo fine alle riforme in Iran per sempre) facendo credere che è il governo di Rouhani che sta portando il paese verso una crisi economica ancora più devastante. Hanno organizzato delle manifestazioni tre giorni fa, a Mashhad, una città pro-regime, e la gente (pagata bene per farlo) si è lamentata della corruzione, dei problemi economici, della crisi ecc.ecc.
Il regime non si aspettava, però, che in quasi 30 città dell'Iran il popolo usasse questa opportunità di caos, per gridare sempre più forte "morte al dittatore" e "viva la libertà", com'è successo oggi a Tehran e Isfahan (ecco perché non ho avuto Internet e forse sparirò nei prossimi giorni).
Quindi sì, cari amici miei, quella che doveva essere una corda per strangolare le riforme (e con essa, il nostro futuro e la nostra libertà), è finita sul collo del regime.
Le manifestazioni di sicuro verranno soffocate in fretta con l'aiuto dei guardiani della rivoluzione come hanno fatto nel 2009 e sì, il governo attuale ha perso tanto potere e quindi le riforme non si faranno nemmeno nei prossimi anni, ma una cosa è certa ormai...
Il leader del mio paese ovvero, il dittatore Kh.ame.nei, ha i giorni contati...
IRAN purtroppo vedrà giorni bruttissimi nei prossimi mesi/anni... ma non ci sarà più il dittatore!





La storia di un palestinese ucciso due volte


Il tiratore scelto dell’esercito israeliano non poteva prendere di mira la parte inferiore del corpo della sua vittima: Ibrahim Abu Thuraya non ce l’aveva più. L’uomo di 29 anni, che lavorava in un autolavaggio e che viveva nel campo profughi Shati di Gaza, aveva perso entrambe le gambe dopo un attacco aereo israeliano nel corso dell’operazione Piombo fuso del 2008. Per muoversi usava una sedia a rotelle. Il 15 dicembre 2017 l’esercito ha portato a termine il suo lavoro: un tiratore scelto ha mirato alla sua testa e l’ha ucciso.
Le immagini sono orribili (abbiamo scelto di pubblicare solo la prima, NdR): Abu Thuraya in sedia a rotelle, spinto dagli amici, che invita a protestare contro la dichiarazione degli Stati Uniti che riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele, Abu Thuraya a terra che striscia verso la recinzione dietro la quale è imprigionata la striscia di Gaza, Abu Thuraya che sventola una bandiera palestinese, Abu Thuraya che solleva entrambe le braccia in segno di vittoria, Abu Thuraya trasportato dai suoi amici mentre muore dissanguato, il cadavere di Abu Thuraya steso su una barella, titoli di coda.
Il tiratore scelto dell’esercito non poteva mirare alla parte bassa del corpo della sua vittima, il 15 dicembre, e ha quindi deciso di sparargli alla testa e ucciderlo.
Si può ragionevolmente pensare che il soldato si sia reso conto che stava mirando a una persona in sedia a rotelle, a meno che non stesse sparando indiscriminatamente su una folla di manifestanti.
Abu Thuraya non era una minaccia per nessuno: che pericolo poteva rappresentare un uomo in sedia a rotelle privo di entrambe le gambe e imprigionato dietro una recinzione? Quanta malvagità e insensibilità occorre per sparare a una persona in sedia a rotelle? Abu Thuraya non è stato il primo, e non sarà l’ultimo, disabile palestinese ucciso dai soldati dell’esercito israeliano, i soldati più morali al mondo, come dicono alcuni.
L’uccisione di Abu Thuraya è passata praticamente inosservata in Israele. L’uomo era uno dei tre manifestanti uccisi quel giorno, un giorno come gli altri. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se dei palestinesi avessero ucciso un israeliano in sedia a rotelle. Quale furore si sarebbe scatenato, quale fiume d’inchiostro sarebbe stato riversato per parlare della loro barbarie e crudeltà. Quante persone sarebbero state arrestate, quanto sangue sarebbe stato versato per vendicare la cosa.

Crimine di massa

Ma quando i suoi soldati si comportano in maniera barbara, Israele tace e non sembra interessata. Nessuno shock, nessuna vergogna, nessuna pietà. Sperare in un’espressione di rimorso, rimpianto o scuse è impensabile. Anche l’idea di obbligare i responsabili di quest’omicidio criminale a rendere conto della loro azione è una pia illusione. Abu Thuraya è diventato un uomo morto quando ha osato partecipare alle proteste della sua gente, e la sua uccisione non interessa a nessuno, visto che era un palestinese.
Sono undici anni che la Striscia di Gaza è chiusa ai giornalisti israeliani. Si può solo immaginare quale fosse la vita di questo addetto a un autolavaggio di Shati prima della sua morte, come debbano essere state curate le sue ferite in assenza di servizi di riabilitazione decenti, in questo territorio posto sotto assedio, senza nessuna possibilità di ottenere delle protesi per le gambe.
Come si muovesse con una sedia a rotelle meccanica, non elettrica, nei vicoli polverosi del suo campo. Come abbia continuato a lavare auto nonostante la sua disabilità, dal momento che a Shati non esiste altra scelta, anche per le persone disabili. E come abbia continuato a lottare coi suoi amici, nonostante la disabilità.
Nessun israeliano potrebbe immaginare come si vive in quella gabbia, la più grande del mondo, chiamata Striscia di Gaza, parte di un esperimento di massa senza fine sugli esseri umani.
Bisognerebbe osservare quei giovani disperati che, nelle manifestazioni del 15 dicembre, si sono avvicinati alle recinzioni, armati di pietre che non potevano colpire nessuno, e che lanciavano attraverso gli spiragli esistenti tra le sbarre dietro le quali erano intrappolati.
Questi giovani non hanno alcuna speranza nella vita, anche quando possiedono due gambe sulle quale muoversi. Abu Thuraya aveva ancora meno speranze.
C’è qualcosa di patetico eppure dignitoso nella foto dell’uomo che solleva una bandiera palestinese, vista la doppia prigionia di cui è vittima: quella nella sedia a rotelle e quella nel suo paese assediato.
La storia di Abu Thuraya riflette le condizioni in cui vive il suo popolo. Poco dopo essere stato fotografato, la sua tormentata vita è giunta a conclusione. Quando, ogni settimana, le persone urlano: “Netanyahu a Maasiyahu!”, in prigione, qualcuno dovrebbe finalmente cominciare a nominare anche il tribunale dell’Aja.


Gideon Levy,
giornalista israeliano

venerdì 29 dicembre 2017

[Iran] Lo zero dell'amore

Sapete cos'è "lo zero dell'amore"?

Da noi si chiama ساعت صفر عاشقی
...mettendo questo nome in Google troverete tante foto, tutte brutte ma almeno capirete quanto sia importante per noi.
Lo zero dell'amore è esattamente l'ora 00:00 e si chiama così perché non esiste...
Non è ne' ieri e ne' domani... non è neanche oggi. È un minuto di nulla.
60 secondi che esistono solo per l'amore... e per questo le persone che si amano, spesso si danno il famoso bacio del buon 00:00 e si crede che i desideri che una persona buona fa nello zero d'amore vengano sempre esauditi!!
(Vabbè, è una cazzata... ma almeno fa capire che non siamo dei terroristi. Cioè... un popolo che crede ancora nell'amore, non può essere terrorista, no? Al massimo siamo cretini!)

Ecco
Ora, quando festeggerete il vostro nuovo anno a mezzanotte, pensatemi e fate un desiderio per me... tipo: ...vorrei che Jasmine imparasse bene l'italiano; o, che ne so, ...vorrei che Jass fosse più libera; o ...vorrei che quella lì smettesse di mangiare pasta col ketchup!
(Tanto non verrà esaudito , perché non è buona una persona che non mangia la pasta col ketchup)

sabato 23 dicembre 2017

[Iran] Yalda Mobarak

La sera del 21 dicembre noi festeggiamo YALDA.
Yalda è la notte più lunga dell'anno e da noi si festeggia perché da domani, i giorni saranno più lunghi e le notti più corte e così, da domani, avremo più luce nelle nostre vite.
In antica Persia, la notte rappresentava l'oscurità, il male, per questo in autunno la natura muore. Ma durante Yalda, il bene trionfa e il male viene sconfitto. E così da domani inizia il countdown per la primavera e la rinascita della natura.
Ecco perché noi in Iran, festeggiamo l'anno nuovo, nel primo giorno di primavera (20-21 marzo)
Yalda viene festeggiata con una riunione tra i membri della famiglia, mangiando melograno (che è il simbolo di Yalda), cocomero (che però si trova pochissimo), noci e dolci, leggendo le poesie del grandissimo amatissimo Hafiz...
Yalda Mobarak (felice Yalda a tutti!)

P.S:
le femmine che sono nate in questa sera, quasi tutte si chiamano Yalda.