sabato 29 giugno 2013

I No Tav? Sono un intero popolo

Sbaglia chi crede che a battersi contro l'alta velocità in Valsusa siano solo i grillini, gli ambientalisti e magari i black bloc. Qui, giusto o sbagliato che sia,  c'è una comunità di 40 mila persone (famiglie, operai, contadini) in lotta da vent'anni 
di Tommaso Cerno,
l'Espresso (25 giugno 2013) 

Sotto quel pilone di cemento armato c'è il professor Gigi, che insegna Aristotele e Platone ai No Tav. La pensionata Ermanna, che sforna 20 mila panini l'anno ai sit in. Il pescivendolo Emilio, che regala branzini a chi fa la guerra contro l'Alta velocità. Il benzinaio Agip che lavora per la Erg, mentre il collega è di ronda. E poi gli dà il cambio. C'è la nonna black bloc, protesi all'anca, che tira su nei boschi come una capra: «Prendete me, se ci riuscite!». Sono loro l'altro popolo dei No Tav. L'altra Val di Susa. Quella che pochi conoscono e nessuno racconta mai. Perché si pensa che i fotogrammi di guerriglia nei cantieri di Clarea o della Maddalena, così come i lacrimogeni e i manganelli, siano la protesta più forte e radicale che soffia da queste montagne. Ma non è così. Adesso che è arrivata l'estate e il cantiere scaverà cinque volte più veloce di prima, adesso che sta per essere messa in funzione la "grande talpa", la trivella già nel mirino dei gruppi ambientalisti, "l'Espresso" è tornato a Susa. Per raccontare chi sono gli altri. Quarantamila anime abbarbicate sotto il monte Rocciamelone, in una vallata già sfregiata dalla vecchia linea Torino-Lione, dall'austostrada A32 Frejus e da due statali. Tre generazioni appese al destino di un treno da 300 chilometri l'ora. Nonni, figli e nipoti in guerra contro un mostro d'acciaio.

NUOVA RESISTENZA
Sotto la Sacra di San Michele, il monastero simbolo del Piemonte che dall'alto del monte Pirchiriano sorveglia la grande spianata della Dora, Val Susa ha tutta l'aria di un'italica striscia di Gaza. Larga un paio di chilomentri, lunga una sessantina. A Caprie le bandiere No Tav già sventolano dappertutto. E va così fino a Chiomonte, sopra Susa, e fino al valico del Moncenisio. Ecco, qui non vive solo una comunità montana. Qui non ci sono normali paesi, con i santi patroni e le guerre di campanile. Qui migliaia di famiglie sono in simbiosi fra loro. Legate da un patto d'amore e di lotta più forte del tifo, delle parentele, del voto politico. «C'è il germe di una nuova Resistenza», racconta Maurizio Galliano, assessore del comune di Sant'Ambrogio. Guadagna 120 euro al mese e, quando parla di Roma, grida alla "casta" come Beppe Grillo, che infatti nel suo Comune ha fatto boom. Lui è pronto a lasciare la poltrona per tornare a essere solo un No Tav. Vuole comprarsi un bosco. E mandarci i turisti a sentire i suoni della natura. Non ha paura di pronunciare la parola "scontri". Né di raccontare i lacrimogeni. O i black bloc. E questo perché a Susa il movimento No Tav è, ormai, ovunque. E' come un blob, come l'acqua che tracima. Qui ci si sposa dentro le baracche di legno dei presidi No Tav. Con tanto di foto in abito bianco e bandiera. I bimbi ci fanno la prima comunione sotto quei tendoni diroccati. Qui, per colpa di un treno fantasma, sono saltate amicizie trentennali. Da Franco al ristorante non ci si va con i parenti, che vogliono la ferrovia, ma con gli amici No Tav. Alle feste di paese suonano gratis le bande No Tav. E cucinano i cuochi No Tav. Le maratone sono No Tav. L'Anpi sfila con i No Tav. Gli alpini hanno lo stemma No Tav sul cappello. I tornei di rugby sono No Tav. Il calcio è No Tav. Importa poco se tifi Milan o Juve, importa se tifi treno oppure no. E così per le gare ciclistiche. Come quelle che corre Aldo Giuliano, 49 anni, del Velo Club Val Susa. Pedala in Italia e in Francia senza bisogno di un tunnel, dice. E sulla sua maglia c'è solo una scritta.
Anche il tempo che passa, in Val di Susa, è No Tav. I calendari sulle pareti non mostrano seni nudi, né frati che vaticinano il futuro. Raccontano picchetti, sit in, proteste, botte nel cantiere. I fumogeni della polizia sono i loro fuochi d'artificio a Capodanno. E le ferite da manganello le loro stigmate a Pasqua. Alla scuola elementare, insieme ai libri di testo, si leggono le favole scritte dalle maestre della valle. C'erano una volta i partigiani, oggi ci sono i No Tav. E ancora il festival del cinema è No Tav. E pure la fiera della lettura: "Una montagna di libri contro il Tav". Se vai al bagno, non c'è scritto di lasciare pulito. C'è scritto così: «Ricordati che l'acqua è un bene comune». E qui ci credono.

GANDHI TRA I MONTI
Chi liquida la questione Susa con i black bloc, insomma, si sbaglia di grosso. Chi la mette giù parlando di violenti contro uomini del fare, sbaglia anche lui. Non è storia facile, la protesta di Susa. Né è storia di questi mesi. Tutto comincia nel 1990, dentro uno sgangherato cinema di paese. Si sente un boato. Poi un treno che passa. Non sono i fratelli Lumière e quel coso non va a vapore. E' il Tgv francese, lanciato a tutta velocità nelle vallate. A portarlo in quella sala è stato Mario Cavargna, ingegnere del Politecnico di Torino. Ha fissato su un nastro l'urlo di quel serpente di lamiera e l'ha fatto ascoltare ai valsusini. In quei mesi sono nate Habitat e Pro Natura, antenate di una rivolta che oggi ha più di vent'anni.
Quel giorno c'era anche Gigi Richetto. Di mestiere professore di filosofia al liceo scientifico di Bussoleno. Un tipo esile, serafico, con due occhi celesti che trapassano. Da queste parti lo conoscono tutti, eppure nei Tg nessuno parla di lui. Zoppica sul piede sinistro, la voce è un sussurro. Mai uno scatto d'ira. Bene, questo signore è il leader spiriturale dei No Tav. Qualcuno qui lo chiama "Gandhi". E chi è salito in questi anni al presidio di Venaus, o a Vaie, ha potuto vederlo all'opera con la moglie Maria. Come il suo amato Aristotele, a passeggio sui prati alpini, fa lezione di filosofia ai No Tav. Non parla di traffico merci. Né di linee ferroviarie. Per quello ci sono gli ingegneri: «Io insegno la filosofia resistente», racconta a "l'Espresso", «perché la nostra è una democrazia dei corpi, noi siamo sempre in marcia, e non solo contro un'opera inutile, uno spreco di miliardi, soprattutto in difesa della democrazia». E gli assalti? E la violenza? E la guerriglia? «Qualcuno vorrebbe ridurre il movimento No Tav a una questione di ordine pubblico, ma non è così. Negli scontri furono fatte cose canagliesche dallo Stato: bruciarono i libri. E' da lì che abbiamo organizzato le lezioni di filosofia nel campeggio No Tav, prima a Chiomonte, dove la polizia tirava i fumogeni, poi altrove. L'idea è trasmettere il senso della misura. E' stata commessa una violenza e non vogliamo cadere nella stessa tracotanza. Eppure nessuno racconta questo, agli occhi dell'opinione pubblica i violenti saremmo noi».    
Che sia lui a mettere in bella la parabola dei No Tav, lo si capisce pure al mercatino di Condove. Perché là parlano tutti come Richetto. Il salumiere, la parrucchiera, l'ambulante venditrice di cappelli, gli studenti e gli operai. E basta sfogliare un libro di storia della Val Susa per capire che nemmeno questo è un caso. I No Tav, da queste parti, sono nati prima ancora dell'Alta velocità. Siamo nel 1970, quando il treno più moderno faceva poco più dei cento all'ora. A Bussoleno si parlava solo della Moncenisio, la prima fabbrica in Italia a sospendere la produzione di armi su imposizione degli operai. A guidarli c'era Achille Croce, classe '35, nativo di Condove. Ed era lui, prima di Gigi, il Gandhi della vallata. Attorno a quel voto molti volti noti dei No Tav di oggi, a partire dal leader Alberto Perino. Fino a Richetto, che ospitava l'operaio pacifista nel suo liceo. Anche allora a far lezione di filosofia. Anche allora ai ragazzi della vallata.

SPIRITELLO GIACU
A guardare la rete metallica che ingabbia il cantiere, il filo spinato, il Lince di guardia, l'esercito dispiegato e tutto il resto, ti domandi dove corra, a Susa, il sottile confine fra guerra e pace. Da queste parti la risposta è "Giacu". Già. Proprio come nelle leggende dei pellerossa, di notte, fra i pini, senti spesso invocare lo spiritello: «Giacu! Giacu! Giacu! Uhuhuh...». Mette i brividi ascoltare gli ululati, lungo il sentiero che porta in Clarea, sotto la cima dell'Ambin, dove il cantiere del Tav si sta inghiottendo roccia e bosco. Perché Giacu non è solo leggenda quassù. Giacu prende vita quasi tutte le notti. Da Susa come da Bussoleno, da Caprie come da Sant'Ambrogio, i più combattivi della vallata salgono al cantiere dopo il tramonto. Un modo per farsi sentire. Per tenere alta l'attenzione: «E' lì che evochiamo Giacu. Qualcuno grida da nord, qualcun altro da sud», racconta Emilio Scalzo, il pescivendolo della Val Susa. Al mercato non c'è un ambulante che non lo saluti come un fratello. Siciliano, fronte larga, pelle di cuoio, mani come badili, sguardo dritto. Lui sta con la gente, ma sta anche nel ventre della montagna a lottare. Lui un confine netto fra guerra e pace non ce l'ha, né vuole erigerlo: «Quando i poliziotti sentono chiamare Giacu, cercano di capire quanti siamo e da dove veniamo. E noi ci spostiamo sempre e grattiamo con le pietre sui cancelli. Facciamo rumore, serve a tenerli svegli, visto che il governo ci ripete che quel cantiere lavora 24 ore su 24», ride amaro: «Questo è Giacu. L'anima della montagna. Siamo noi. Io, prima dei No Tav, avevo pregiudizi sui centri sociali e sui no global. Oggi dico che sono ragazzi meravigliosi. Il No Tav ci ha aperto la mente. Ci ha fatti adulti».

LAUDATE SUSA
Capita pure di incrociare una Panda lanciata a bomba sulla Statale 25 del Moncenisio. Al volante una signora bionda, sui cinquanta, che sorride sempre. Si chiama Gabriella e, ogni santo giorno, si fa tutta la vallata per raccogliere pellegrini. Già, pellegrini. Lei è cristiana, cattolica, osservante. E quella via Francigena che passa per Susa è il suo cammino di Santiago, fino al cantiere del Tav. Sono una quarantina di minuti, se non sei un alpinista provetto. Li chiamano i "cattolici per la vita della valle" e pregano là, dove giornali e tivù tante volte hanno mostrano violenza e feriti, dove la montagna s'è piegata alle ruspe: «Iubilate deo, Alleluya», intona Gabriella. E gli altri dietro. A volte dieci. A volte cento. Tutti in cerchio attorno alla statua di San Pio da Pietrelcina, proprio sotto i piloni dell'autostrada. Prima avevano la loro colonna votiva. Poi se l'è inghiottita il cantiere che avanza. «Preghiamo per la Val di Susa, ma anche per un mondo più giusto, dove le persone siano rispettate, aiutate dal potere politico e non umiliate e depredate».
I soldati di corvée a bordo del Lince, in questo piccolo Afghanistan in terra di Barolo, hanno l'ordine di presidiare ogni angolo. Basta che un'ombra s'allunghi lungo il costone del monte, che quelli si mettono in assetto. Binocoli, radio, piantoni. Con i pellegrini, però, c'è imbarazzo. Alcuni militari salutano con la mano, altri no: «Una volta ci siamo persi nei sentieri durante uno scontro», racconta Angela: «Siamo finiti in bocca a un plotone. Finché una donna poliziotto ci ha aiutati. Io l'ho abbracciata, nonostante fosse della polizia. E ho pensato che Cristo, ogni tanto, manda anche a loro un po' di umanità. C'è diffidenza, ma sono cristiani». La questione non è, però, di fede. E' che Stato e cittadini, qui a Susa, hanno il divieto di parlarsi. Poi, fuori, cambiano registro anche gli agenti: «Se ci mandano qui, noi che possiamo farci? Lavoriamo tantissimo, senza un euro di straordinario. E sembriamo noi i nemici». Nemici no, ma divisi da qualcosa di più del filo spinato, quello sì. E sorvegliati da un occhio più attento delle telecamere a circuito chiuso.  
A pochi passi c'è il campo della memoria, un minuscolo cimitero di guerra che ormai dista poco dalle fauci del mostro. Ancora qualche metro e appare un villaggio neolitico. Grotte e antri come in un film. Rischia di essere inghiottito dalle ruspe pure quello, ma chissenefrega nel Paese che lascia crollare Pompei. Per i No Tav sarebbe l'ennesimo sfregio alla valle: «Sugli alberi ci avevamo costruito le case di legno, per presidiare il cantiere. I poliziotti ce le hanno abbattute. Resta qualche trave incastrata fra i rami. Ma fu un'esperienza straordinaria. I vecchi mandavano i ragazzi in cima ai castani e insegnavano loro a usare la motosega, a battere i chiodi, a legare gli steccati. Per difendere la Val di Susa c'è stato un passaggio di saperi, di tradizioni», racconta Federico. Poi indica un castagno col tronco grosso come un pilone dell'A32. In tre non si riesce ad abbracciarlo: «E' stato piantato 270 anni fa, prima della Rivoluzione francese. Ce n'era un intero bosco, serviva per fermare le frane. Se noi tagliamo un ramo secco finiamo nei guai con la Forestale, loro hanno abbattuto centinaia di alberti secolari». E il problema si riproporrà a breve proprio con quel castagno. La polizia teme che l'estate sarà calda anche per questo. Ma loro ci sperano ancora. Fra sacro e profano: «Ci sono Cristo e Giacu a proteggere la valle».

DONNE CONTRO
Se segui per Chianocco, dove avrebbe dovuto passare il Tav nel vecchio progetto, sbatti su una baita coperta di edera. Dentro ci passano le giornate tre pensionate. Si chiamano Ermanna Ronca, Lilia Biancodolino e Marina Martin. Per riportare lavoro in valle, si sono comprate pecore e capre. Filano la lana e hanno messo in piedi una scuola di cucito. Fanno maglie e coperte per scaldare i No Tav durante i sit in. Da buone mamme, hanno aperto pure la scuola di cucina e sfamato un milione di persone dal '91, quando ci fu la prima manifestazione: «Facciamo migliaia di panini in pochissimo tempo, ormai, e ogni euro finisce al movimento. Ognuno paga quanto può. Se hai un euro, costa un euro, altri poi magari te ne lasciano 10 o 20». Ultima trovata è il corso di Tai Chi. Non per moda, «l'arte cinese insegna a restare in piedi per ore senza dolori», spiega Marina che ha cresciuto figli e nipoti a pane e No Tav. A sei anni, i bimbi sono già in piazza. Quando a Susa è passato il Giro d'Italia c'erano le scorte della polizia. I bambini le hanno viste e hanno cominciato gridare: «No Tav, No Tav, No Tav!». Ai tempi degli scontri di Venaus, invece, le strade furono chiuse e gli scolari obbligati a mostrare i documenti per andare in classe. Così pure le vecchine in visita al camposanto: «Dicono che siamo violenti, ma da noi non parte nemmeno un'oliva. Ci ha viste? Invece una mia amica è stata calpestata, un'altra picchiata», sussurra Ermanna, che ha due protesi alle gambe, ma scala i monti quando c'è da fare un presidio. Lilia, poi, ha lasciato il marito all'ospedale. «Doveva operarsi di tumore, gli ho detto: "Amore, andrà tutto bene, ma io non ci sarò. C'è il presidio No Tav. E noi non possiamo essere da un'altra parte". Era d'accordo anche lui».
Un'altra volta, sotto la neve di dicembre, migliaia di persone si sono messe in fila dal notaio. Volevano comprare un metro quadrato di terra. In Val Susa non vale molto, ma per loro era l'affare della vita. Perché quel puzzle di famiglie, omonimie, comproprietà poteva far saltare l'iter degli espropri. «Lo Stato ha sempre strumenti per batterci», scuotono la testa. «Ma quel giorno ognuno di noi aveva la coscienza di un pellerossa, con la tenda piantata sul suo metro di terra, ad aspettare i sudisti pro Tav».

AIUTO, ETINOMIA
Non son tutti di Susa, però, i veri valsusini. Daniele Forte, per esempio, è un ingegnere di 37 anni. Ha lasciato Torino per salire fin qui. S'è comprato una baita a Rubiano e ci vive con la moglie. Non cercava silenzio, né fiordalisi o scoiattoli: «Sono venuto qui perché c'era il movimento No Tav. Tanti da Torino lo stanno facendo. In questa valle c'è un fenomeno unico in Italia, si sta vivendo una rivoluzione». Una rivoluzione che, da due anni, ha un baricentro. Si chiama Etinomia, da etica ed economia, è un'associazione come le antesignane Habitat e Pro Natura negli anni Novanta. Daniele è il presidente e da mesi riceve mail da mezza Europa. Gruppi, movimenti, associazioni che vogliono importare il modello Susa. E poi si scrive con i giovani turchi di Istanbul, che seguono da tempo i No Tav. Chi pensa a Etinomia, insomma, come un'azienda, non ha capito bene la musica. «Se cerchi un idraulico in Val Susa, chiami Etinomia. Se ti serve un elettricista, telefoni a Etinomia», spiega Daniele. Qui tutto è No Tav. Quando il barbiere Mario è finito ai domiciliari dopo gli ultimi scontri al cantiere, Etinomia in poche ore ha messo in piedi una catena di solidarietà. E nel negozio di Bussoleno si sono alternati i barbieri di tutta la valle, senza pretendere un euro: «E' il superamento del concetto di concorrenza, si può dire che noi siamo il "sì" dentro il "no" di questo movimento. Se lo Stato pensa di fermare questo processo, possiamo dire che ha già perso».
Ogni giorno, Etinomia aiuta qualcuno. I ragazzi sfigurati dall'esplosione di un ordigno bellico. Le famiglie dei bikers morti in strada. Le donne incinte che perdono il lavoro. Un welfare alternativo allo Stato, che unisce migliaia di valsusini. Dal riccone che ha ristrutturato "il fortino" romano, offrendolo gratis per matrimoni, anniversari e feste comandate. Fino a chi deve tirare sull'euro. Così, se di sera non sai che fare, niente discoteca. In Val Susa c'è di sicuro un convegno di Etinomia. E là centinaia di persone che sorridono. Più che sulla pista da ballo. 

venerdì 28 giugno 2013

Bisignani e l'Italia occulta

L'uomo che sussurra ai potenti”, edizioni Chiarelettere, è in testa alla classifica dei saggi italiani. L'autore è il vicentino Paolo Madron, 57 anni tra due giorni, milanese d'adozione, giornalista economico di vaglia, già vice a Panorama, ora direttore del quotidiano on line Lettera43. Con lui Luigi Bisignani, 59 anni, faccendiere, amico dei potenti, a sua volta potentissimo: sa di Grillo e degli Usa, di tangenti, di P2 e P4, di Ior e congiure. 
Quasi più dei contenuti, incuriosce il fatto che Luigi Bisignani abbia deciso di parlare. Come è accaduto?

Con Bisignani ci conosciamo da quando era alle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi. L'ho rivisto l'estate scorsa, alla fine degli arresti domiciliari per l'inchiesta P4: gli ho detto “sono 30 anni che sei al centro delle vicende economiche e politiche, avrai qualcosa da raccontare”. Mi rispose un no secco. Dopo due giorni mi richiamò e ammise che non era una cattiva idea.
Che cosa lo ha spinto... catarsi o la voglia di essere di nuovo al centro delle trame?
Credo che sia finito per lui il tempo in cui stare dietro le quinte. «Era uno sport nazionale ogni volta che c'era un intrigo chiamarmi in causa, adesso basta, racconto io» mi ha spiegato. È in fondo il bilancio di un sistema arrivato al capolinea, Bisignani fa i conti con 30 anni di poteri prendendone le distanze. Oggi fa il consulente, credo alla luce del sole.
Avete registrato tutto, visto che si tratta di materiale così delicato?
Abbiamo lavorato su appunti che lui mi passava e io rivedevo e sistemavo in forma di intervista: in realtà il libro in una prima stesura era di 500 pagine, ne abbiamo eliminate oltre 150... C'era tanto altro da scrivere, forse preludio a “L'Uomo che sussurra 2”. A fine marzo abbiamo chiuso il testo, ma non abbiamo fatto in tempo a presentarci al Salone di Torino perchè tre studi legali hanno voluto più tempo per esaminare tutto.
Nella prima presentazione lei e l'editore Chiarelettere avete parlato di pressioni per non farlo uscire.

In realtà minacce non ne sono arrivate, qualche telefonata a lui sì del tipo “ma che senso ha”, “perchè parlate di quella cosa”. Dopo la trasmissione su La7 con Mentana si è fatto vivo l'aministratore delle Ferrovie invitandoci alla prudenza. Un libro che dà fastidio ma che Bisignani ha certamente usato per lanciare messaggi. Lo si ascolta e si pensa: «Sa molto più di quel che dice».
Sicuramente il libro si presta a molte interpretazioni e ci saranno messaggi rivolti a qualcuno. Se mi ha usato non lo so, ma questo è un problema che ogni giornalista ha quando gestisce delle fonti di un certo tipo. Devo dire che avere Bisignani ex giornalista come partner di scrittura e per di più come mia fonte per anni è stato un gioco scoperto. Spesso questi personaggi li usi, altrettanto si viene usati. Un rischio da correre.
Un giornalista come lei non si sorprende di nulla, ma ci saranno episodi sui quali le rilevazioni le hanno fatto più effetto...

Sicuramente il racconto dei fatti di sesso in Vaticano, oppure le rivelazioni sullo Ior, sul caso di Emanuela Orlandi così come la congiura interna al Pdl contro Berlusconi ordita da Alfano e Schifani. Molto interessante la parte sui servizi segreti, su come funzionano... lì siamo proprio bordeline. Ho avuto la sensazione di scrivere un centesimo di quello che si potrebbe.
Quarta edizione, 70 mila copie in un mese. Chi compra questo libro?

Non solo gli addetti ai lavori, ma anche il grande pubblico che vuole addentrarsi nei mille misteri italiani. C'è poco gossip nel senso tradizionale: si raccontano i vezzi di Gheddafi, quello che c'è sulla tavola del Papa, gli hobby du Andreotti... ma niente olgettine. Bisignani è divertente nel raccontare le abitudini private dei suoi interlocutori ma ad esempio è stato fermo sulle cene di Arcore, non ne ha voluto parlare. Io chiedevo di sapere, non c'è stato verso.
Il capitolo più complesso?
Forse la maxi tangente Enimont. Alla fine viene da concludere che è proprio Bisignani a rappresentare meglio l'Italia degli ultimi 30-40 anni, quella che si regge sui poteri occulti. Credo che il libro faccia percepire con chiarezza come in questo Paese a livello pubblico si continui a ripetere che bisogna premiare il merito e le capacità ma in realtà nessuno lo pratica. Dalla prima alla terza Repubblica continua a funzionare diversamente: vale solo il sistema di relazioni di cui si fa parte, la copertura dei poteri che uno ha, a tutti i livelli. Anche manager apparentemente solidi mostrano di dover appartienre a gruppi e logiche trasversali per poter restare al loro posto o in primo piano. È un mutuo soccorso di società segrete, di patti, di logge, di una rete, di amicizie e favori. Bisignani parla più del passato remoto e prossimo che del presente. È stato reticente su molti aspetti ma ha voluto svestirsi di quell'anima nera che gli hanno sempre attribuito. Dice: non sono un lobbista, non sono un faccendiere. Ha certamente esercitato un grandissimo potere con abilità ed intelligenza, attraversando governi diversi da Berlusconi a D'Alema a Prodi, rimanendo praticamente nell'ombra. Fino al funerale di Andreotti non c'erano sue foto recenti in circolazione. Il fatto di fare regìa è molto cardinalizio. Del resto lui è stato vicinissimo ad Andreotti e ad alcune personalità vaticane: c'è molta romanità nel libro, qualcosa avrà pur imparato.
Reazioni dal Vaticano?
 In alcuni passaggi “L'uomo che sussurra ai potenti” sembra il proseguimento di “Vaticano Spa” e “Sua Santità” di Nuzzi.
Che io sappia nessuna reazione. Intanto è cambiato il Papa.
Reazioni dal Corriere della Sera? Il direttore De Bortoli non sarà stato felice di essere indicato tra quelli che consultavano regolarmente Bisignani..
Avevo informato De Bortoli, per questioni di amicizia personale, una settimana prima dell'uscita del libro di quanto lo riguardava. So che alcuni colleghi del Corriere si sono ben guardati dal portare il libro in redazione ed hanno preferito consultarlo fuori. Non c'è l'indice dei nomi in fondo: è quasi fatto apposta, tutti devono cercarsi nelle pagine.
Si è reso conto dell'effetto delle rivelazioni?
Ho chiuso con la consapevolezza che sarebbe stato un libro importante e col sollievo di un libro rapido da scrivere... molto di più di quello con Cesare Romiti.


Nicoletta Martelletto,
Giornale di Vicenza del 28.06.2013

mercoledì 26 giugno 2013

Altreconomia ha bisogno di noi

In anteprima, l'editoriale del direttore, dal numero 151 di Ae
Altreconomia ha bisogno di voi  
Pietro Raitano - 25 giugno 2013
 
La carta stampata e l'informazione in generale vivono un momento di crisi. Una possibile risposta al calo delle vendite, è il ricorso massivo alla pubblicità (che pure arranca). Noi, però, abbiamo fatto scelte diverse: non vogliamo avere "editori occulti", né accettare inserzioni non in linea con l'etica e il manifesto della nostra rivista.
Il nostro appello così, è rivolto a voi lettori: abbonatevi ad Altreconomia. Solo così potremo continuare a fare il nostro lavoro, che oggi è a rischio 
 
Qualche settimana fa, il lettore di un ottimo settimanale di rassegna stampa internazionale ha inviato al direttore della testata una lettera.
Vi sottolineava il “certo effetto” che aveva provato nel vedere una pubblicità della società Benetton proprio dopo un articolo in cui si raccontava della tragedia del crollo di una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh, di cui Benetton probabilmente si serviva. Il direttore della rivista ne ha preso spunto per farne l’editoriale, rispondendo in sintesi che la pubblicità permette di pagare i diritti per gli articoli tradotti e mantenere basso il prezzo di copertina, senza compromettere l’indipendenza delle scelte redazionali (come proprio la presenza del pezzo sul crollo dimostrava).

Non è uno scoop ricordare la crisi economica della carta stampata e dell’informazione in generale. Basta qualche dato: secondo la Fieg, la Federazione italiana degli editori di giornali, nel 2012 e per il quinto anno consecutivo il settore registra dati negativi. I quotidiani da soli hanno perso oltre un milione di copie vendute al giorno, il 22%. Dal 2006 a oggi i periodici hanno perso 800 milioni di euro di ricavi, il 27%.
In questo contesto di cali delle vendite, la pubblicità ha quindi un ruolo strategico. Nei primi 4 mesi del 2013 le inserzioni hanno portato agli editori 2,1 miliardi di euro, il 18,7% in meno rispetto allo stesso periodo del 2012 (dati Nielsen). Sono andati persi quasi 500 milioni di euro. Da sola la televisione si è accaparrata il 57% del totale. Crollo per quotidiani e periodici (rispettivamente -24,8% e -23,9%). La crescita del mercato della pubblicità on line (+1,4%) non arriva nemmeno lontanamente a tamponare il calo totale. Internet nei primi 4 mesi del 2013 ha portato in tasca alle testate on line 164 milioni di euro, 2 milioni in più rispetto al 2012. Secondo la Fieg, il 2012 è stato il peggiore degli ultimi 20 anni per investimenti pubblicitari.
Dal combinato di questi fattori è facile trarre una conclusione: l’informazione arranca, ci sono sempre meno soldi per pagare giornalismo di qualità, la pubblicità -che, solo per i periodici, costituisce il 20% delle entrate- è ossigeno irrinunciabile.
Un altro lettore del settimanale di cui sopra ha replicato al direttore, chiedendogli “Senza la pubblicità di Benetton il buon giornalismo avrebbe le gambe per camminare? Se sì, perché non rinunciarvi? Altrimenti, siamo sicuri che nel legame tra inserzionista ed editore quest’ultimo abbia davvero l’ultima parola?”.
Noi aggiungiamo altre due riflessioni, dalle quali discendono le scelte che abbiamo fatto in materia. La prima: dando per scontata l’indipendenza delle scelte redazionali, accettare pubblicità di aziende il cui comportamento consideriamo scorretto vuol dire accettare soldi che da quel comportamento in qualche modo derivano. La seconda: pubblicare una pubblicità vuol dire contribuire alla filiera commerciale dell’azienda che l’ha promossa, ovvero accreditare l’azienda agli occhi dei lettori. In sostanza, vendere pubblicità vuol dire vendere l’attenzione dei propri lettori, consentire a una società (e al suo messaggio) di raggiungerli facilmente, con una sorta di corsia preferenziale. Allora ci chiediamo: è lecito accettare inserzioni, ad esempio, sessiste? O che spingono al gioco d’azzardo? O che addirittura siano delle truffe, come tanti banner on line? È neutro avere sul proprio sito i proclami di politici dalla dubbia reputazione, o banner che rimandano a video hard di questa o quell’altra starlette televisiva? È un dilemma cui di recente è andato incontro anche Le Monde, la cui redazione ha deciso di pubblicare un’inserzione contro i matrimoni omosessuali, provocando reazioni molto decise tra i lettori (e l’editore, tra l’altro).

Noi abbiamo fatto scelte differenti che costano caro, ma sulle quali non torneremo indietro.
Ma anche noi dobbiamo fare i conti con un calo dei ricavi, che oggi mette a dura prova il proseguimento della nostra esperienza editoriale.
Pertanto, prima di lasciarvi per la pausa estiva con questo numero doppio, vi lanciamo un appello: se pensate che il lavoro che facciamo sia importante, abbonatevi, fate abbonare i vostri amici, regalate abbonamenti ad Altreconomia. --- 

Altreconomia ha bisogno di voi!

giovedì 20 giugno 2013

Se ARPA suona...

Nel corso dell'ultima riunione del Comitato Locale di Controllo della scorsa settimana, il giorno 13/6/2013, ARPA ha confermato che durante l'incidente occorso all'inceneritore del Gerbido il 2 e 3 maggio 2013 non si sa che emissioni inquinanti ci siano state, perché la centralina di controllo posta a camino (e costata 1.65 milioni di euro) è andata in black-out...
ARPA ha evidenziato che i comportamenti di TRM durante l'incidente sono stati ritenuti non pienamente conformi alle autorizzazioni ambientali, e pertanto ARPA stessa ha segnalato il comportamento di TRM alla magistratura.
Non sono stati forniti paricolari su questi "comportamenti" poichè -ha detto ARPA- coperti dal segreto istruttorio. E' tutto questo solamente 2 giorni dopo l'entrata in funzione dell'inceneritore !

Insomma, nel momento più critico quando sarebbe stato necessario il massimo controllo, la centralina di controllo delle emissioni a camino era spenta, pur essendo teoricamente collegata al quadro elettrico del gruppo elettrogeno di emergenza. Come mai?
Forse "per sbaglio" è stata scollegata per evitare che rilevasse picchi elevatissimi di emissione, ben dimostrati dal fumo nero delle fotografie? Oppure la gestione di un impianto altamente inquinante viene fatta in maniera approssimativa e superficiale? Tentativo doloso di insabbiare dati scomodi o incapacità? Lo stabilirà la magistratura.
Sul sito il comunicato stampa ufficiale inviato a tutte le redazioni.

Ricordiamo come sempre l'iniziativa in corso della raccolta fondi per le nostre analisi
5 EURO PER DIFENDERCI DALL'INCENERITORE.
http://www.rifiutizerotorino.it/index.php/donazioni/don-analisi-mediche
(un piccolo gesto, 5 euro, un giro di caffe' offerto ai vostri amici, anche per chi ha gia' donato).


TENETE INFORMATI I VOSTRI AMICI ! INOLTRATE LE NOSTRE EMAIL !
A presto

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Scomunica “temporanea” per un sacerdote dichiaratamente massone

grand oriente di Francia Capita (purtroppo) raramente. Ma a volte capita che gli eccessi – specie di taluni sacerdoti ‒ vengano puniti con la fermezza richiesta da Magistero e Tradizione. È quanto verificatosi nel caso di don Pascal Vesin, di 43 anni, Parroco a Megève, nell’Alta Savoia: secondo quanto rivelato dall’edizione on line del settimanale “L’Express”, il reverendo è stato destituito dal proprio ministero grazie all’intervento del Vaticano. A far problema la sua appartenenza alla massoneria francese, appartenenza cui non aveva alcuna intenzione di rinunciare, benché assolutamente incompatibile con la Fede Cattolica. Tanto da indurre Roma ad assumere una sanzione ritenuta assolutamente eccezionale da Claude Legrand, Segretario della Grande Loggia Nazionale di Francia: resta sacerdote, «ma senza il diritto d’esecitare», come precisato dalla Diocesi d’Annecy, da cui dipende la Parrocchia.
«Da qualche tempo sulla mia testa pendeva questa spada di Damocle ‒ ha dichiarato candidamente il prevosto – ma non pensavo che giungessero a tanto», dimenticando forse come la Dichiarazione emessa in merito il 26 novembre 1983 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, con specifica approvazione di Papa Giovanni Paolo II, ribadisca la condanna e la diffida relativa all’appartenenza alle “logge”: «I loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la Dottrina della Chiesa, perciò l’iscrizione ad essa rimane proibita – si legge. ‒ I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Per questo don Vesin ha ricevuto una “scomunica temporanea” con il divieto assoluto di ricevere i Sacramenti, secondo quanto previsto dalla vigente norma. Anche se lui sembra non riuscire a capacitarsene, ritiene la guerra tra Chiesa e massoneria un residuo della Terza Repubblica ed anzi sostiene che oggi «non sia più di moda».
Don Vesin è entrato a far parte nel 2001 di una loggia del Grand’Oriente di Francia, prima obbedienza massonica nel Paese, spesso oltre tutto evidenziatasi per le sue posizioni giudicate decisamente anticlericali. Nel 2010 una fonte anonima aveva rivelato al Vescovo di Annecy, mons. Yves Boivineau, la doppia appartenenza dell’ecclesiastico, che in un primo tempo aveva negato. Nel 2011 tuttavia la voce era tornata a circolare con insistenza e questa volta il sacerdote aveva dovuto confessare, rifiutandosi, nonostante gli fosse stato esplicitamente chiesto, di lasciare la massoneria, definendola anzi «complementare» alla Chiesa ed apprezzandone l’«intervento nelle questioni sociali». Senza successo i tentativi esperiti dal Vescovo nella speranza di un suo ravvedimento. «Ci tengo a questa libertà di pensiero e di parola che mi viene ispirata dal Vangelo», aveva provocatoriamente ribattuto don Vesin. Nel marzo scorso la Congregazione per la Dottrina della Fede ha assunto quindi il netto provvedimento, definito una sorta di “medicinale” da un comunicato della Diocesi, in cui si specifica come la punizione «possa esser levata», nel caso il Parroco “ribelle” giunga a miti consigli e decida finalmente di lasciare la loggia. V’è da chiedersi, se questo basti: pare che nella sua Parrocchia il sacerdote fosse conosciuto per le sue posizioni iconoclastiche. Inoltre, si sarebbe pronunciato a favore del matrimonio dei preti e delle “nozze gay”, che a suo avviso la Chiesa «sbaglierebbe a combattere», poiché ciò farebbe percepire «una forte puzza di omofobia».
Una vicenda che solleva due gravi interrogativi: 1) anche nel caso il Parroco in questione rinunciasse al grembiulino, v’è da chiedersi che affidabilità possa dare ai suoi fedeli ed alla Chiesa; 2) quanti altri sacerdoti si trovano oggi nella stessa situazione di don Vesin? Secondo il Segretario, Claude Legrand, alla Gran Loggia Nazionale di Francia apparterrebbero circa 26.000 sacerdoti. E nel mondo?