giovedì 9 febbraio 2012

come si cambia

come è cambiata la nostra credibilità in così poco tempo...
sembra un'era fa, eppure sono passati solo pochi mesi

con maggiore speranza

beppe

martedì 7 febbraio 2012

Elezioni in Senegal

Sarà la “primavera sub-sahariana”?

Il paese nel caos, dopo il via libera alla candidatura di Wade per un terzo mandato presidenziale.
I giovani, protagonisti delle proteste, difendono democrazia e legalità costituzionale 

senegal 01 672 458 resize 500x333 Elezioni in Senegal: sarà la “primavera sub sahariana”?
Tensioni e scontri in Senegal
Tensioni in Senegal, in vista delle elezioni, il prossimo 26 febbraio. Il paese sembra essere sull’orlo della guerra civile, dopo il via libera alla candidatura del presidente uscente, Abdoulaye Wade, per un terzo mandato consecutivo e l’esclusione di Youssou N’Dour, alle elezioni presidenziali.
La ricandidatura dell’attuale presidente, 85 anni di cui 12 al potere, è stata confermata dal Consiglio Costituzionale, secondo cui il limite della nuova Costituzione (non più di due mandati) non riguarda Wade, già eletto quando la legge entrò in vigore, nel 2001. Decisione che ha mandato su tutte le furie l’opposizione senegalese: protagonisti del fronte anti-Wade, Youssou N’Dour, escluso dalle elezioni con la motivazione di non aver saputo presentare un numero sufficiente di firme valide (diecimila) e i leader del “Movimento del 23 giugno” (M23), che hanno definito la candidatura di Wade un vero e proprio “colpo di stato costituzionale”.
Le tensioni politiche, negli ultimi giorni, sono esplose in varie zone del paese, con scontri e tafferugli che hanno provocato l’uccisione di un poliziotto e di alcuni manifestanti nella capitale, Dakar, e a Podor (nel nord del paese). Secondo alcuni media locali, l’intenzione era quella di marciare sul palazzo presidenziale. Un’escalation di violenza, di fronte alla quale sono arrivate le reazioni della comunità internazionale: la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, ha dichiarato che gli Usa, pur rispettando la legalità della ricandidatura di Wade, sono convinti che “la dignità di un capo di Stato consista nel lasciare il posto alla nuova generazione”. Più cauta la posizione di Parigi, che, da ex potenza coloniale, si è rammaricata del fatto che “tutte le sensibilità politiche non possano essere rappresentate”. Preoccupazioni internazionali sempre più forti verso un paese, che non ha mai conosciuto un colpo di stato, conquistando, negli ultimi decenni, un posto privilegiato tra i paesi africani, dove i valori democratici sono fortemente radicati.
Un paese che, oggi, deve affrontare una frustrazione diffusa contro una politica caratterizzata da favoritismi verso una ristretta élite e dal peggioramento delle condizioni sociali della gran parte della popolazione: una delusione ancora maggiore dopo che l’elezione dello stesso Wade nel 2000 aveva posto fine al dominio del partito socialista, aprendo la strada a quell’alternanza al potere, tipica dei sistemi democratici consolidati.
Ecco allora che il pensiero corre, inevitabilmente, alle ultime “rivoluzioni” del Nord Africa, con la speranza di una “primavera senegalese”: anche in Senegal la lotta è portata avanti soprattutto dai giovani, che, a differenza dei loro coetanei tunisini o egiziani, non chiedono riforme per una maggiore democratizzazione, bensì il mantenimento dell’ “acquis democratico” e della legalità costituzionale. Sono proprio loro i simboli della resistenza democratica, i giovani rappers locali, ispirati dalle rivolte nei paesi arabi, che, ancora una volta, si ritrovano in piazza (questa volta, piazza dell’Obelisco, a Dakar) per denunciare la decadenza sociale, morale ed etica del loro paese. E non è un caso che il candidato escluso, Youssou N’ Dour, abbia a che fare proprio con queste nuove dinamiche socio – culturali, in un paese che costituisce un’eccezione nel panorama africano, per la sua straordinaria effervescenza politico – sociale. Così, l’attaccamento al potere di un presidente ultraottantenne deve fare i conti con il movimento “Y’en a marre!” (“Siamo stufi!”), poi rinominato M23, dopo la manifestazione del 23 giugno, che lo ha costretto a rinunciare al progetto di riforma costituzionale, che avrebbe favorito la successione alla guida del paese di suo figlio Karim, modificando la percentuale dei voti (25%), necessaria per essere eletto presidente al primo turno. Un movimento, in grado di mobilitare grandi masse di senegalesi, all’interno del quale sono confluiti partiti, sindacati e organizzazioni non governative.
La paura è che ora il Senegal possa scivolare nel caos di una guerra civile. Ma non solo: molti temono anche il rischio di conflitti religiosi e dell’integralismo islamico, in un paese, in cui i cristiani – pur costituendo la minoranza della popolazione (6%) – hanno sempre partecipato al dialogo interreligioso, conservando un indiscusso riconoscimento pubblico. Un rischio, d’altronde, già apertamente denunciato nel 2003 dall’intellettuale cattolico Jérôme N’Dour: “E’evidente che oggi si assiste a un ribollire di slanci islamisti in Senegal – ha sottolineato -. Ma questo fondamentalismo è spesso ispirato dall’esterno, in quanto nel paese le confraternite vi hanno sempre posto un freno”. Tuttavia, “le ambizioni politiche di taluni religiosi – continua –  rischiano di invertire questa tendenza. Alcuni di loro hanno studiato in Pakistan, Egitto e Arabia Saudita, paesi che finanziano molte associazioni musulmane che stanno penetrando anche nelle regioni rurali, sotto la copertura di progetti di sviluppo”.

, DirittoDiCritica (6 febbraio 2012)


sabato 4 febbraio 2012

Acqua Pubblica: Torino chiama Italia

Nuovo appuntamento di Radiowave International
con i cittadini che nel nostro paese difendono i diritti di tutti, a partire dall'acqua.

VAI alla trasmissione
http://host117-227-149-62.serverdedicati.aruba.it/al-ritmo-dei-nostri-passi/9676-acqua-pubblica-torino-chiama-italia
 

Mariangela Rosolen di Torino (coordinatrice regionale del comitato 2Si per l'Acqua Bene Comune), illustra l'organizzazione e la situazione con il gestore locale. Pronti a partire con la Campagna di Obbedienza Civile i 13 "sportelli aperti" su Torino

Marco Bersani di Attac Italia e del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua Pubblica. Uno sguardo globale della situazione italiana  riguardo alla Campagna di Obbedienza Civile. Un accenno anche alla discussione interessante che si è aperta la settimana scorsa con il Presidente di Publiacqua Erasmo De Angelis


La Diga di Quimbo in Colombia

Azione urgente contro la diga El Quimbo in Colombia

Qualora fosse portata a termine, la diga di El Quimbo inonderebbe uno dei territori più fertili dello stato colombiano di Huila. Centinaia di pescatori, contadini e lavoratori del comparto dei trasporti dipendono dal Magdalena, il fiume dove sorgerebbe l’impianto idroelettrico, per le loro fonti di sostentamento e per il loro lavoro.

È dal 2008 che le comunità locali protestano contro il progetto e propongono delle alternative per lo sviluppo economico della regione. Lo scorso gennaio, uno sciopero di 15 giorni ha fermato la costruzione del mega-sbarramento. Nonostante la situazione così controversa, la EMGESA, società sussidiaria del gruppo Endesa-Enel, non sembra essere intenzionata a dare ascolto alle istanze della popolazione del posto, tanto che l’8 febbraio ha in previsione di deviare il corso del Magdalena, primo fondamentale passo per il completamento della diga.
Per questa ragione l’organizzazione colombiana CENSAT, ha lanciato un’azione urgente in cui chiede a coloro che hanno a cuore la sorte del Magdalena di scrivere al ministro dell’Ambiente della Colombia per domandare un immediato stop ai lavori di deviazione delle acque del fiume.
Per aderire all’azione urgente: http://censat.org/index.php?option=com_chronocontact&chronoformname=quimboener2012en

Per saperne di più sulla diga di El Quimbo:
http://www.staccalaspina.org/index.php/dighe/ultime-notizie-dighe/318-il-grido-di-matambo

http://plataformasur.blogia.com/


Pagina facebook del movimento di resistenza alla diga in Colombia 

venerdì 13 gennaio 2012

COMBAT BOOK

Tassati, mazziati, indignati
I libri di rivolta contro l'agonia italiana

di Maria Rosaria Iovinella

Una buona protesta ha i suoi libri e i suoi intellettuali di riferimento. Lo dimostrano i colleghi statunitensi degli indignados italiani, puntellati in pubblico e sui media da intellettuali come Cornel West, Slavoj Zizek e Joseph Stiglitz.
Pensate che a ispirare la rivoluzione contro Wall Street siano Stéphane Hessel e simili? Errore. Tra i miti intellettuali della rivolta americana c'è per esempio un libro del 2007, Lost People: Magic and the Legacy of Slavery in Madagascar, scritto dall'antropologo David Graeber, che analizzava la coesistenza di nobili e schiavi nella comunità di Betafo, in Madagascar.
La protesta nordamericana è accademicamente alta e chiama in causa i migliori studi di genere. E noi italiani? Indigniamoci altrettanto, ma senza populismi, con la conoscenza critica dei problemi e degli argomenti con cui inchiodare un sistema logoro, che ha perso la capacità di rispondere alla domanda di cambiamento del Paese.
Ecco 10 libri sul tema scelti per voi da Lettera43.it

10. Tre pezzi facili sull'Italia

Per indignarsi meglio e di più, tanto vale superare l’urgenza puntuale dei problemi e contestualizzare i motivi del malessere. I mali dell’Italia, ristagno economico in primis, partono da molto lontano, cioè da quella stagione politica che l’avvento diSilvio Berlusconi nel 1994 ha interrotto senza sanarne le ferite.
Michele Salvati, economista e politologo, è tornato indietro alle radici del pesante deficit di riforme strutturali e del debito pubblico per argomentare le origini delle difficoltà attuali. La gravità di quel lascito della Prima Repubblica è stata sottovalutata colpevolmente anche nell’ultimo decennio ma, nel momento della furia contro il Palazzo, è giusto non confondere in maniera acritica colpe, mali e omissioni. Di interesse, nel volume, è anche la riflessione sulle anomalie del sistema politico e sulla qualità della democrazia in Italia.
Michele Salvati, Tre pezzi facili sull’Italia, Il Mulino, 136 pagine, 14 euro

9. La zavorra

Nemmeno il mito del federalismo come paradigma di efficienza da applicare a tutto il Paese uscirebbe indenne dall’attuale stagione della contestazione pubblica. Leggere per credere l’inchiesta di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria che esamina il federalismo alla siciliana, ovvero la più avanzata forma di autonomia in materia di tasse, personale, urbanistica e ordine pubblico.
Migliaia di geometri e ingegneri assunti per non attuare le pratiche di sanatoria; un parlamentino dove gli onorevoli guadagnano quanto i senatori della Repubblica; funzionari amministrativi in pensione anticipata anche con meno di 25 anni di servizio.
La Sicilia come metafora di un discorso più ampio. Difficile è infatti sottovalutare un sistema che, con il mito del decentramento, ambisce spesso alla disinvolta gestione degli emolumenti e alla duplicazione di quei privilegi per combattere sulla carta i quali abbaia contro il potere centrale.
Enrico Del Mercato, Emanuele Lauria, La zavorra, Laterza, 156 pagine, 14 euro

8. Tassati e mazziati

Perfetto combat book ai tempi della manovra lacrime e sangue quello di Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre.
Cifre da capogiro, in materia di tasse, per l’Italia che secondo l'Ocse è al quinto posto tra quelli industrializzati che pagano più imposte: 46,9%. L’amarezza sulle tasse dirette (657 miliardi di euro, pari mediamente a 43,2 euro per ogni 100 prodotti) diventa furia pensando a quelle indirette o occulte: l'Iva per gas ed elettricità è calcolata sulle accise; Tarsu e Tia, per i rifiuti, hanno a loro volta una tassa ulteriore di accompagnamento; l'Iva sul prezzo dei carburanti è altresì calcolata sul valore delle accise.
E il tax freedom day, il giorno dell' anno in cui la nostra paga non risente dei prelievi fiscali? Se nel 2000 giungeva il 5 giugno, oggi arriva il 25. A conti fatti, sono 20 giorni dopo. Un libro di pregio, ben argomentato che spegne definitivamente anche il mito politico di governi che amano tassare il popolo e altri che non metterebbero mai «le mani nelle tasche dei cittadini».
Giuseppe Bortolussi, Tassati e mazziati, Sperling & Kupfer, 178 pagine, 16,50 euro

7. L'assedio. La Costituzione e i suoi nemici

Il Palazzo è sotto assedio? La classe politica subisce più o meno lo stesso trattamento che riserva alla Costituzione. La carta dei nostri padri fondatori è troppo spesso vilipesa o ignorata. O, peggio ancora, forzata nei suoi aspetti fondamentali, come il famoso riferimento all’immunità parlamentare.
Michele Ainis, costituzionalista, ha passato in rassegna le prassi incostituzionali, i tentativi di «controriforme», gli assedi volti a sovvertire i valori costituzionali e la più generale lacerazione che separa sempre di più i nostri rappresentati dallo stesso patto civile sul quale giurano.
Il saggio, certo, favorisce l’indignazione, ma paradossalmente ci dice anche che tutto quello che serve per far funzionare il Paese è già nero su bianco, da moltissimi anni.
Michele Ainis, L’assedio. La Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, 271 pagine, 15 euro

6. Regole

Pensate che in Italia ci siano troppe regole che limitano anche il potenziale economico della nazione? Esatto, ma non è questa la chiave di tutto. Le norme ci sono ma sono sbagliate e nascondono un’incomprensione di fondo che Roger Abravanel, manager e consulente, e Luca D’Agnese, che ha a sua volta trascorsi manageriali, hanno ben spiegato in questo volume: non è l’assenza di regole a favorire il mercato, ma la presenza delle stesse.
Eppure da noi, un’ideologia di fatto anticapitalista frena da 40 anni il Paese, impedendo di capire che lo Stato è fondamentale per regolare tutte le transazioni, anche quelle che incarnano il meglio del laissez-faire. Una disamina interessante, che non si limita a denunciare, ma propone anche le alternative, in campi sensibili come l’università e la scuola.
All’insegna di una morale valida anche nei tempi bui che viviamo: il rispetto delle leggi non è solo bello, ma utile, perché conviene.
Roger Abravanel, Luca D’Agnese, Regole, Garzanti, 367 pagine, 18,60 euro

5. Sotto la pelle dello Stato. Rancore, cura, operosità

La stagione dell’indignazione prima o poi è destinata a passare. Ma quali sono i soggetti deputati al rilancio del Paese e da quali basi può partire la rinascita? Aldo Bonomi, sociologo insigne, ha tracciato il ritratto di uno Stato lacerato, dove anche il territorio si polarizza in comunità dai comportamenti eterogenei e conflittuali.
Cosa resta, dopo una lunga stagione politicamente violenta, che ha spesso diviso gli italiani tra rancorosi, populisti e giustizialisti? Per lo studioso sono i soggetti che operano nel campo della comunità di cura (le professioni dell’inclusione sociale e della cura, l’insegnamento e la giustizia) a poter creare una massa critica positiva che può ridare slancio e futuro anche a chi ora vive il grande autunno dello scontento.
I comportamenti collettivi, insomma, vanno ripensati, ma a patto che l’operosità prevalga sui rancori, anche quelli generati da invidia sociale.
Aldo Bonomi, Sotto la pelle dello Stato. Rancore, cura, operosità, Feltrinelli, 187 pagine, 14 euro

4. In nessun paese. Perché sui diritti dell'amore l'Italia è fuori dal mondo

Tasse, fisco, lavoro sono ottimi motivi per provare rabbia in Italia. Ma il futuro di un Paese passa anche dalla partita dei diritti, in particolare quelli legati alle norme contro l'omofobia e le discriminazioni. Per non parlare delle coppie di fatto, una realtà ormai consolidata, ma ancora esclusa da importanti scelte legislative.
Gli autori, tra cui il vicepresidente del Partito democratico Ivan Scalfarotto, hanno affrontato un tema scottante, quello del diritto all’amore, in un Paese che fa ancora troppe distinzioni tra cittadini di serie A e di serie B, per motivi ideologici e religiosi. Gli stessi che una sana indignazione deve mettersi alle spalle, perché la felicità è il vero diritto universale, anche in Italia.
Ivan Scalfarotto, Sandro Mangiaterra, In nessun paese. Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo, Piemme, 219 pagine, 17,50 euro

3. Ribelliamoci. L'alternativa va costruita

Rottamare i grandi vecchi fa parte di un processo comune ai movimenti degli indignados mondiali. Ma occhio alle dovute distinzioni, soprattutto se si parla di una colonna della politica e della cultura italiana come la 'rossa' Luciana Castellina.
Proprio come il collega francese Stéphane Hessel, che pure ha undici primavere in più, in questo libro Catellina ha richiamato giovani e non a una ribellione responsabile che trova fondamento in un ideale passaggio di testimone, quello dell’impegno civile.
L'intellettuale e scrittrice si chiede anche se, a furia di dichiarare morte le grandi ideologie, non si sia perso di vista un potente motore che le stesse alimentavano: la riforma complessiva del soggetto umano. Un invito a superare i singoli 'ismi', ma senza perdere la loro spinta utopica.
Luciana Castellina, Ribelliamoci. L’alternativa va costruita, Aliberti, 79 pagine, 7,90 euro

2. Licenziare i padroni?

Nell'autunno caldo in cui si torna a parlare di licenziamento senza giusta causa, il titolo è di sicura presa. Ma quando i capitani di industria italiani avrebbero meritato il siluramento? Secondo Massimo Mucchetti, quando negli anni Novanta non colsero l’occasione per svoltare in tema di mercato, trasparenza, concorrenza, preferendo continuare in un capitalismo vecchio, che preferiva la speculazione finanziaria all'innovazione e allo sviluppo.
Il saggio del giornalista del Corriere della Sera, scritto nel 2003, ha ancora il pregio di illuminare i mali di un Paese dove troppi padroni hanno guardato al loro tornaconto, senza investire in una crescita di cui avremmo beneficiato tutti. E che oggi quindi, non possono reclamare con disinvoltura il diritto al licenziamento facile o a una flessibilità non garantita, senza aver paura di conseguenze violente e anacronistiche.
Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli, 249 pagine, 7,50 euro

1. Contro i giovani. Come l'Italia sta tradendo le nuove generazioni

Il Paese che ha rovinato i suoi giovani, sui quali gravano già alla nascita migliaia di euro di debito pubblico e pensionistico, ora è costretto a ricredersi sugli anni passati a pagare pensioni di invalidità spesso fasulle, a creare posti pubblici spesso inefficienti, a concedere pensioni di anzianità definite baby, quasi per ironia.
Ora che il futuro di tutti appare ipotecato, il tempo per riflettere è ormai agli sgoccioli. Eppure Tito Boeri e Vincenzo Galasso invitano i quarantenni a imboccare la strada delle riforme nel mondo del lavoro, delle professioni, dei servizi e del welfare, anche per i loro fratelli più giovani. A patto che qualcuno, in alto, faccia finalmente spazio.
Tito Boeri, Vincenzo Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Mondadori 158 pagine, 15 euro

...buona lettura
(consigliato gastroprotettore!)