lunedì 24 marzo 2008

AlReves: El Salvador


"San Romero de America"
Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto.

Monsignor Romero, l'arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l'arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: "Non uccidere!... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Nessuno deve adempiere una legge immorale! [...] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!". Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.
Il Salvador degli anni '70-'80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall'inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l'aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini "senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione".
Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l'estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro - sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos - che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell'esercito per sostenere la repressione militare.
In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la "contaminazione comunista", dopo l'esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l'area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.
Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'"opzione per i poveri" diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa "Teologia della Liberazione" che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.
Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell'attività pastorale e l'obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto "minacciati" da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.
Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.  
Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.
La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.
Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all'estero per far conoscere all'opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo "il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall'oligarchia terriera e dal regime".
Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un "incitatore alla lotta di classe" o un "sostenitore di un governo socialista di contadini e operai". Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant'Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.
Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.
A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno - aveva detto - risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

Andrea Chile Necciai



“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”
Oscar Arnulfo Romero

venerdì 15 febbraio 2008

AlReves: El Salvador


Alla mercè del TLC.
Come neoliberismo e turbocapitalismo stanno dissanguando il “Pollicino d’America”.

Il Paese più piccolo e più densamente popolato dell’America Latina (quasi 5 milioni di abitanti in un territorio grande come il nostro Piemonte, più altri 2 milioni già emigrati negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro), un passato recente insanguinato da una guerra civile senza vincitori e con molti sconfitti, un presente inesorabilmente segnato da povertà e sfruttamento. In El Salvador l’orologio del progresso sociale è fermo da più di mezzo secolo.
Se ai più questa nazione non riesce ad offrire una pur minima opportunità di dignitosa sopravvivenza, per altri rappresenta ancora un’ottima fonte di investimento e ricchezza. Da alcuni anni per effetto degli accordi sul libero commercio (o TLC), le grandi corporation degli Stati Uniti sfruttano l’occasione per realizzare enormi profitti - soprattutto nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia - , dopo aver acquisito le decotte aziende pubbliche a costi stracciati ed averle riconvertite in efficienti macchine per far soldi. E in prospettiva di un’evoluzione del TLC in tutta l’area centroamericana, la privatizzazione di servizi come la scuola, la fornitura d’acqua e di energia elettrica proseguirà - con ogni probabilità - fino al suo totale completamento, portando ad un progressivo aumento delle tariffe delle utenze. Secondo le previsioni più accreditate questo succederà tra breve, mentre è già un fatto che in soli quattro mesi la “canasta basica”, il paniere dei prodotti di prima necessità (come mais, riso e fagioli) ha fatto registrare aumenti dei prezzi del 50%, trainati anche dal continuo rialzo del petrolio.
Spalleggiati da un sistema di regole a loro del tutto favorevole, imprenditori di tutto il mondo possono costruire in El Salvador i loro impianti industriali beneficiando di agevolazioni - non solo di natura fiscale - concesse dal governo, senza essere obbligati a comprare le materie prime in Centroamerica, pagando misere retribuzioni e trattenendo per loro tutti i profitti. Incapaci di competere con i Golia stranieri, moltissime piccole e medie imprese nazionali (soprattutto del settore tessile e caseario) si trovano costrette a chiudere i battenti con pesanti ricadute negative sui livelli occupazionali.
La disoccupazione, incubo di moltissimi giovani, va aumentando nelle città come nelle zone rurali, aggravata dai licenziamenti di massa attuati dalle imprese pubbliche in corso di ristrutturazione o di privatizzazione; la verità è che la maggior parte della forza lavoro attualmente occupata trova impiego soltanto nel settore del cosiddetto “lavoro informale”, caratterizzato da un’alta “flessibilizzazione”, bassissimi salari e assenza di garanzie sindacali anche minime, o di copertura sanitaria. Alle donne, i soggetti più deboli della società salvadoregna, spettano quasi sempre i lavori più umili e faticosi - nei campi o nelle maquilas, gli enormi stabilimenti tessili o di elettronica che prosperano in tutto il Centroamerica grazie allo sfruttamento e ai salari da fame -, perché sono proprio loro a doversi prendere carico del mantenimento famigliare dopo essere state abbandonate dai loro coniugi, come accade in svariati casi.
In El Salvador, un altro modo per sbarcare il lunario è il piccolo commercio. Un esercito di venditori di strada abusivi affolla le principali città alla ricerca di una fonte di reddito alternativa al lavoro “tradizionale”, ormai introvabile per i più. Così, camminando per le caotiche ed irrespirabili calles della capitale, si possono incontrare ovunque banchi di vendita improvvisati dove è possibile trovare di tutto: dagli alimentari ai dvd pirata offerti a un dollaro.
Ma non finisce qui. L’introduzione del TLC con gli Stati Uniti ha avuto e sta avendo effetti devastanti soprattutto nel settore agricolo, a causa dell’inondazione sui mercati locali dei prodotti alimentari nordamericani, molto più competitivi grazie al loro minor costo e alle sovvenzioni governative di cui possono godere gli agricoltori e gli allevatori statunitensi. Tutto ciò si traduce, in termini sociali, nella disperazione di migliaia di contadini e di piccoli agricoltori falliti, ai quali non resta altra scelta che abbandonare le loro case e i loro appezzamenti di poche manzanas di terra in cerca di miglior fortuna nelle grandi città.
Grazie a questa sua spregiudicata politica economica nei confronti dei vicini centroamericani, il governo degli Stati Uniti può così passare all’incasso dei benefici politici derivanti dal consolidamento degli ultimi TLC. In questo modo la Casa Bianca avrà, di fatto, più controllo sulle già indebolite economie della regione e sui loro docilissimi governi; senza contare che avendo già stabilito una “testa di ponte” in Centroamerica, avrà in futuro buon gioco ad imporre analoghi trattati al resto del continente americano (Chavez & Co. permettendo).
Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali ed amministrative del 2009, in Salvador la lotta politica si fa, mese dopo mese, sempre più accanita. Lo stesso ARENA, il partito di estrema destra che governa dalla fine della guerra (1992), è lacerato da dissidi interni tra le varie correnti politiche che aspirano al mantenimento del potere, tra cui la mai decaduta casta militare, la vecchia oligarchia dei terratenientes, e le nuove lobbies economico-finanziarie legate alla new economy.
Sull’altro versante il FMLN sembra godere di più coesione, dopo la scelta dei due candidati alla Presidenza, Mauricio Funes e Salvador Sanchez Cerén. Il primo è un ex-commentatore televisivo con una visione politica “moderata e progressista”, molto popolare grazie alle sue inchieste giornalistiche di denuncia; l’altro, candidato alla vice-presidenza, con il suo passato da comandante guerrigliero rappresenta invece la corrente più radicale e più a sinistra del partito.
Per il FMLN l’occasione è più che mai propizia: sarà dunque il 2009 l’anno del cambio? Se sarà capace di proporsi come forza di governo, il FMLN riuscirà ad ostacolare il consolidamento di un sistema economico, voluto ed imposto dai gringos e dalle multinazionali, che sta lentamente riducendo in miseria la stragrande maggioranza dei salvadoregni?


Andrea Chile Necciai
El Salvador, febbraio 2008

mercoledì 2 gennaio 2008

AlReves: America Latina


“SHOCK ECONOMY” IN SALSA LATINA.

Negli ultimi decenni l’America Latina ha rappresentato il principale laboratorio di sperimentazione delle “terapie di shock”- l’insieme delle misure economiche cosiddette “di emergenza”, assai gradite alle grandi corporations e multinazionali - come le privatizzazioni su larga scala e i drastici tagli alla spesa sociale; misure che depauperano e indeboliscono lo Stato in nome del dogma del Libero Mercato.
In uno dei suoi saggi più letti, il defunto economista Milton Friedman (considerato a ragione uno degli artefici della dottrina neoliberista), che sembrava aver trovato la panacea per il capitalismo moderno, affermava che “soltanto una crisi, autentica o supposta, può produrre un cambiamento reale. Quando si produce una crisi, le azioni che si adottano devono dipendere dalle idee dominanti”.
Friedman seppe come sfruttare una crisi “su grande scala” a metà degli anni 70, quando entrò in contatto con il dittatore cileno Augusto Pinochet. In quel frangente il Cile, che già dovette sopportare lo shock improvviso del colpo di stato militare ai danni del governo legittimo del socialista Allende, stava soffrendo un periodo di grave crisi economica dovuto all'iperinflazione.
Di conseguenza, l’arguto Friedman raccomandò a Pinochet di imporre una repentina trasformazione dell'economia a base di tagli alle tasse, libero commercio, privatizzazione dei servizi pubblici, drastica riduzione della spesa sociale e “deregulation”. Il risultato fu la più grande trasformazione capitalista mai realizzata nella storia del Continente (meglio conosciuta come “Rivoluzione della Scuola di Chicago”); ma le conseguenze furono soprattutto: licenziamenti di massa, disoccupazione crescente e aumento delle povertà.
Mentre analoghi processi si stavano sperimentando negli stessi anni in Brasile, Uruguay ed Argentina, sempre contando sull’aiuto dei “cervelli” dell'Università di Chicago e sotto l’ala protettrice di brutali dittature militari, vale la pena ricordare che queste importanti riforme economiche, indubbiamente ideate “per il bene del paese”, furono propinate alle popolazioni interessate mediante terapie non proprio indolori in molte sale di tortura sudamericane, grazie al meticoloso lavoro di soldati e poliziotti addestrati negli Stati Uniti.
Negli anni 80 e 90 le dittature lasciavano lentamente spazio a fragili democrazie, ma l'America Latina non riuscì lo stesso a sfuggire alla “dottrina dello shock”. Anzi, nuove crisi preparavano il terreno per un'altra sfilza di “terapie d’urto” di stampo liberista: il problema dell'indebitamento agli inizi degli anni 80, seguito da un'ondata di iperinflazione e dal crollo dei prezzi delle materie prime, dalle cui esportazioni - del resto - dipendono ancora oggi molte economie della regione.
Oggi, in virtù di questi trascorsi, appare logico che la rivolta contro il neoliberismo abbia la sua avanguardia proprio in America latina, dove con coraggio intere popolazioni, istituzioni e movimenti politici continuano ad opporsi ad un modello economico che mostra sempre più le corde ma ha ancora la forza di imporsi come sistema dominante.
Come “cavie” del primo “laboratorio di shock” i latinoamericani hanno avuto molto tempo per capire i meccanismi di funzionamento delle politiche neoliberali, ma ora sembrano aver sviluppato i giusti anticorpi per proteggersi da nuovi, minacciosi venti di crisi. E pare anche che molti governi si siano gettati alle spalle, forse definitivamente, i fantasmi di un sistema economico devastante che per decenni ha avuto il solo merito di moltiplicare sofferenze e povertà dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco.

Andrea Chile Necciai

sabato 21 ottobre 2006

AL REVES: le nuove frontiere dell’America latina



Dal neoliberismo al “socialismo del XXI secolo”, realtà o utopia?

Da quando, agli inizi dell’Ottocento, fu concepita la “Dottrina Monroe”, gli Stati Uniti iniziarono ad esercitare una politica estera molto aggressiva nei confronti dei loro vicini sudamericani. Nel secolo scorso cavalcando il celebre slogan “l’America agli americani”, la nazione “culla della libertà” si arrogava il diritto di annettersi Porto Rico, occupare il Canale di Panama, installare dittature militari nel Cono Sud, combattere con mezzi sporchi una guerra illegale e mai dichiarata contro il Nicaragua sandinista, ed infine addestrare nelle sue strutture militari migliaia di torturatori esperti in operazioni di controinsorgenza.
Dopo il crollo del socialismo reale nell’Europa dell’Est e il conseguente indebolimento dei movimenti progressisti e rivoluzionari in tutto il mondo, le dittature militari che si erano insediate in America latina per salvaguardare gli interessi degli Stati Uniti (e dei poteri economico-finanziari) hanno lentamente segnato il passo in favore di forme di governo più presentabili, le cosiddette “democrature” - secondo la nota definizione coniata dallo scrittore Eduardo Galeano.
Se tali trasformazioni sono state determinanti a livello politico, il processo forse più significativo degli anni 80 e 90 è stato il graduale consolidamento dell’economia di mercato. Più di vent’anni di neoliberismo hanno provocato localmente il declino dell’agricoltura e della piccola industria, nonché una significativa perdita di posti di lavoro con ricadute negative sul piano sociale ed umanitario. Questo lento genocidio economico è oggi la principale causa dell’umiliante livello di povertà di quasi i 3/4 della popolazione latinoamericana e del progressivo impoverimento delle sue classi medie.
Nonostante i disastri sociali, politici ed ambientali collezionati negli ultimi anni da quei governi (di destra come di “sinistra”) che hanno messo in pratica i dettami economici di un capitalismo selvaggio e cannibale, ancora oggi molti Stati si lasciano cooptare dalle imprese transnazionali e dai massimi poteri finanziari, il FMI e la Banca Mondiale. “La vera posta in gioco in America Latina – osserva James Cockroft sul periodico “Rebelion” – è l’esercizio della sovranità nazionale per il controllo delle risorse fondamentali come il petrolio, il gas e l’acqua, la biodiversità, l’educazione, la sanità, i trasporti e la previdenza sociale, i settori bancario ed industriale. I movimenti sociali protestano oggi contro la privatizzazione delle fonti naturali, contro la mercificazione della vita e la logica dello sfruttamento imposte dalla globalizzazione neoliberista, insieme all’ingiunzione del pagamento del debito estero ereditato dalle dittature.” *
La svolta “a sinistra” delle ultime tornate elettorali, che hanno visto le popolazioni coinvolte eleggere candidati di tendenza progressista (è il caso di Kirchner in Argentina, di Tabaré Vazquez in Uruguay e di Michelle Bachelet in Cile), si spiega facilmente con il fallimento delle destre neoliberali che in poco più di una decade hanno fatto crescere a dismisura la povertà e l’esclusione sociale. Molti tra i neoeletti capi di governo, decisamente titubanti nei confronti dei Trattati di Libero Commercio e del fondamentalismo del mercato, continuano – loro malgrado – a contribuire al mantenimento del moribondo modello liberista. Il loro atteggiamento ambiguo si deve soprattutto alla “debilitazione del potere statale dovuta ai processi di privatizzazione dell’economia, ai nuovi accordi commerciali e al pagamento del debito estero. Tutto ciò ha lasciato molti governi in una situazione di estrema vulnerabilità e gli ha esposti al ricatto del capitale straniero.” *
Evidentemente però, i casi appena citati non valgono come esempio per le esperienze di governo in corso in Venezuela e Bolivia. In queste due nazioni la politica economica intrapresa dai rispettivi mandatari, Hugo Chavez ed Evo Morales, va decisamente in controtendenza. Rifiutando l’idea che possa (ri)sorgere un tipo di liberismo moderato e dal volto umano, i due Paesi andini hanno optato per un cammino di riforme rivoluzionarie basate sull’appoggio dello Stato alle istanze della popolazione e dei movimenti sociali. Morales invoca un socialismo comunitario fondato sulla reciprocità e la solidarietà, mentre da Caracas il presidente Hugo Chavez porta avanti il suo singolare progetto di “Alternativa Bolivariana per l’America latina” (ALBA), primo passo verso la costruzione del “nuovo socialismo del XXI secolo” perché, come suole ripetere lo stesso Chavez, “non esiste un altro mondo possibile in seno al capitalismo.”
La proposta alternativa all’attuale modello economico-sociale dominante suscita sempre più interesse in ogni angolo dell’America latina. Recenti sondaggi realizzati in Brasile e Venezuela mostrano che più della metà degli abitanti delle due nazioni si dicono favorevoli al passaggio ad un sistema più “socialista”, purché ciò non comporti la riassunzione di vecchi modelli del passato (vedi le tragiche esperienze dell’Europa dell’est). 
Il nuovo “socialismo sudamericano” si ispira al fondamentale principio dell’integrazione dei popoli e delle culture; un obiettivo che si può cogliere - secondo molti - soltanto attraverso la creazione di una confederazione di Stati fondata su basi solidali e cooperative. Dal dibattito attorno a questo tema emergono molteplici idee sul come realizzare l’ambizioso progetto. Tutte sembrano convergere su quattro punti in comune:
1)      Il primato dei valori umani. L’impegno di porre fine al patriarcato, al razzismo, al sessismo, allo sfruttamento di classe e al genocidio; opponendo a tutto ciò il rispetto del prossimo e la giustizia sociale.
2)      L’organizzazione partecipativa, distante da ogni autoritarismo di tipo stalinista, fondata sulla pianificazione in differenti livelli […] e sul principio della partecipazione popolare dal basso, in sostituzione della “partitocrazia” e dell’ “avanguardismo”.
3)      L’impronta internazionalista. […] Difesa comune dei popoli contro il neoliberismo e le aggressioni dell’imperialismo, attraverso la creazione di organizzazioni sovrastatali che promuovano la pace e il rispetto dei diritti umani, e nelle quali venga abolito il diritto di veto.
4)      La difesa della sovranità nazionale, dei principi di non-intervento e di autodeterminazione dei popoli […], in linea con gli ideali a cui si sono ispirati José Martì pensando a “Nuestra America”, e Simon Bolivar a “la gran patria.” *
Se il sistema neoliberista è giunto ormai al crepuscolo, come sembrano confermare gli sconquassi degli ultimi anni, la marcia del Nuovo Mondo verso altri orizzonti di civiltà è appena all’inizio del suo impervio cammino.

Andrea “Chile” Necciai


 

Note:
* “Le sfide dell’America latina all’imperialismo” di James D. Cockroft - Rebelion.