sabato 15 giugno 2013

F-35: nuovo appello

Pubblichiamo l’appello promosso da Ascanio Celestini, Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Chiara Ingrao, Gad Lerner, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Cecilia Strada, Umberto Veronesi e Alex Zanotelli in vista della discussione alla Camera dei Deputati della mozione – sostenuta da 158 deputati SEL, PD e M5S) – che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35.

"Nei prossimi giorni la Camera dei Deputati discuterà una mozione di 158 parlamentari di Sel, Pd e M5S che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter.

In linea con le richieste e indicazioni della campagna «Taglia le ali alle armi» (che dal 2009 si batte contro i caccia) sosteniamo questa nuova iniziativa parlamentare e tutte quelle che si renderanno necessarie per bloccare una scelta così sbagliata.

Spendere 14 miliardi di euro per comprare (e oltre 50 miliardi per l'intera vita del programma) un aereo con funzioni d’attacco, capace di trasportare ordigni nucleari, mentre non si trovano risorse per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale è una scelta incomprensibile che il Governo deve rivedere.

Per questo chiediamo a tutti i Deputati di sostenere questa mozione e tutte le iniziative parlamentari tese a fermare il programma degli F35 e a ridurre le spese militari a favore del lavoro, dei giovani, del welfare e delle misure contro l’impoverimento dell’Italia e degli italiani".

Ascanio Celestini, Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Chiara Ingrao, Gad Lerner, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Cecilia Strada, Umberto Veronesi, Alex Zanotelli
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Dopo le dichiarazioni critiche sul progetto in campagna elettorale (provenienti dalla stragrande maggioranza dei gruppi politici), dopo che la campagna “Taglia le ali alle armi” aveva sottolineato l’esistenza in linea di principio di una maggioranza parlamentare per il “NO” al progetto Joint Strike Fighter, sono oggi dieci personalità di rilievo nazionale a lanciare un appello che si allinea alle richieste del movimento che si oppone ai caccia F-35.

Un appello diffuso in vista della discussione alla Camera dei Deputati di una mozione (sostenuta da 158 deputati SEL, PD e M5S) che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al progetto di costruzione ed acquisto dei caccia di quinta generazione.

Esponenti dell’informazione e della cultura come Gad Lerner, Roberto Saviano, Ascanio Celestini e Riccardo Iacona e personalità del mondo della Pace come Cecilia Strada e Chiara Ingrao; personaggi di rilievo pubblico (e primi firmatari di mozioni contro gli F-35 nella scorsa legislatura) come Umberto Veronesi e Savino Pezzotta e due figure importanti del mondo dell’impegno cattolico come padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti. Tutti insieme per chiedere al nostro Parlamento una scelta di responsabilità su questo tema particolare e su quello delle spese militari in generale.

“Ci troviamo di fronte ad un passo importante per far sentire con forza ai nostri Deputati come sia davvero necessario che il Parlamento riprenda in carico questo tema” afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo. Se è vero infatti che è oggi il Governo – a seguito di tutti i passaggi di autorizzazione previsti dalla legge – a poter decidere autonomamente sull’acquisto dei caccia F-35, è anche vero che la situazione è molto cambiata dal 2009 (data dell’ultima votazione parlamentare a riguardo) e nell’ottica della difficile situazione del paese su più fronti non si può certo tirare dritto come se nulla fosse mutato. “Va poi detto che da più parti (anche da chi non vuole subito una cancellazione del programma, e perfino dallo stesso nuovo Ministro della Difesa) si è sottolineata la necessità di avere sugli F-35 una franca e piena discussione in Parlamento” conclude Vignarca.

Nel testo dell’appello si sottolinea come la scelta di continuare ad acquisire i cacciabombardieri con capacità nucleare sia “incomprensibile” vista l’attuale mancanza di risorse “per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale”.

“Quella degli F-35 è una gran brutta storia che fa male agli italiani e alla nostra democrazia” commenta Flavio Lotti coordinatore della Tavola della Pace. “Gli F-35 fanno male agli italiani perché sottraggono preziose risorse che attendono di essere utilizzate per combattere la disperazione e la disoccupazione di molte donne e uomini del nostro paese. Gli F-35 fanno male alla nostra democrazia perché attorno a queste armi si muove un complesso reticolo di interessi politici, economici e militari che stanno inquinando e minando in profondità le istituzioni del nostro paese. Per questo è bene che il nuovo Parlamento si pronunci chiaramente.”

La campagna “Taglia le ali alle armi” ha già sottolineato con preoccupazione le recenti parole del Ministro Mauro che ha descritto il caccia F-35 come uno “strumento per la pace” da utilizzarsi in ottica di proiezione anche per interventi lontani dall’Italia.

“Il Parlamento ha un'ottima occasione per riavvicinarsi a un'ampia parte della popolazione, che è sicuramente contro gli F3-5 ­ sottolinea Grazia Naletto co-portavoce della campagna Sbilanciamoci! - Non possiamo mantenere anche su un tema delicato come questo la grande distanza tra le richieste e le convinzioni delle italiane e degli italiani e le scelte della nostra politica. In tal senso giudichiamo positivamente la presentazione di analoghi documenti per il NO agli F35 anche al Senato, auspicando che a breve possa avvenire anche in tale ramo del Parlamento una discussione approfondita”

La campagna “Taglia le ali alle armi” ribadisce, come già detto nei giorni scorsi, che la discussione alla Camera può diventare l’occasione per far crescere la consapevolezza che l’acquisto dei caccia F-35 non può essere condotto e deciso sulla base di dati parziali e non corretti, come invece è stato fatto in tutti questi anni. Le stime diffuse dalla nostra Campagna da tempo dimostrano come i dati del Ministero della Difesa riguardo ai costi, ai tempi, e alle ricadute occupazionali e tecnologiche siano assolutamente falsate e non corrispondano a verità. Il costo di acquisto dei 90 caccia previsti si attesterà su 14 miliardi di euro mentre il costo “di vita” dell’intero programma supererà i 50 miliardi di euro.

martedì 11 giugno 2013

Wu Ming per l'acqua pubblica

Wu Ming è un collettivo di scrittori italiani. Il loro sito è Giap.
Articolo tratto dal loro blog su Internazionale.it

Acqua pubblica

Il 12 e 13 giugno di due anni fa, circa 26 milioni di italiani hanno speso qualche minuto del proprio tempo per votare due sì al cosiddetto “referendum per l’acqua pubblica”. Oggi ognuno di loro farebbe bene a spendere altrettanti minuti per provare a capire cos’è successo nel frattempo e cosa si potrà fare in futuro.
Da più parti si sente ripetere che, come al solito, il referendum non è servito a niente. I privati continuano a gestire il servizio idrico locale e nelle bollette c’è ancora la famigerata percentuale per la remunerazione del capitale investito, ovvero: per fare profitti sicuri con un bene comune. Eppure, la narrazione del “voto inutile” va disinnescata, perché non solo è falsa, ma serve pure a delegittimare l’unico referendum vincente da diciassette anni a questa parte.
Certo non si può negare che la strada del cambiamento è stata fin dall’inizio piena di ostacoli. Giusto il tempo di abrogare le norme oggetto del voto, e subito il governo Berlusconi ha tentato di farle rientrare dalla finestra con l’articolo 4 del cosiddetto “decreto di Ferragosto”. Classica data balneare, utile per far passare nefandezze, ma la corte costituzionale ha bloccato il provvedimento proprio in virtù della volontà popolare uscita dalle urne. Poi ci hanno provato con il patto di stabilità, la manovra “salva Italia” del governo Monti e l’autorità per l’energia.
Tanto accanimento non dimostra solo che l’acqua è un buon affare, ma fa capire anche come gli sconfitti non possano accettare di esserlo. Perché accettarlo significherebbe ammettere che le risorse più preziose per la vita devono essere sottratte al mercato e alla libera concorrenza. Il che equivale a bestemmiare il credo neoliberista, mostrando che la logica del profitto non è in grado di trovare il giusto equilibrio con il benessere collettivo. Non a caso, gli anni dell’acqua privata sono stati anche quelli più poveri di investimenti per migliorare il servizio idrico.
Ma tanto accanimento significa anche che l’avversario è forte, agguerrito, e lo è grazie al risultato di due anni fa.
Gli inquilini del condominio Itaca di Modena, per esempio, hanno deciso di aderire alla campagna di obbedienza civile lanciata dal forum italiano dei movimenti per l’acqua. Visto l’esito del referendum, hanno deciso di obbedire alla legge e di togliere dalle loro bollette la percentuale di “remunerazione del capitale investito” (circa il 18 per cento). Per far questo, si sono semplicemente rifiutati di pagarla. La cifra è di poco conto: 500 euro all’anno per un intero condominio, eppure la multiutility Hera non ha voluto sentire ragioni e pochi giorni fa – dopo diverse “riduzioni di flusso” – senza nessun preavviso ha interrotto il servizio. Al che i cittadini sono andati in municipio con asciugamani e spazzolini da denti per chiedere al sindaco di poter usare la sua acqua. E il sindaco – che come tale è pure socio di Hera – ci ha messo una buona parola e ha fatto riaprire i rubinetti, anche se, da buon sostenitore del referendum, farebbe meglio a pretendere che l’azienda di cui è azionista rispettasse la volontà popolare.
Nel frattempo a Imperia la percentuale che i modenesi di Itaca si rifiutano di pagare è stata eliminata dalle bollette. A Vicenza si lavora per mettere la gestione dell’acqua in mano a una società di diritto pubblico e senza scopo di lucro. A Reggio Emilia hanno strappato il servizio idrico al controllo di Iren, una società mista. Inoltre il comune, nel suo nuovo statuto, garantisce “la gestione partecipativa del bene comune acqua”. A Trento si protesta contro la nuova In House spa. In Toscana, i comuni dell’ex Ato 3 (zona di Firenze, Prato e Pistoia) hanno respinto la nuova “tariffa truffa”, che di fatto ripropone la logica del profitto privato garantito in bolletta. L’unico a votare a favore è stato il sindaco Matteo Renzi. E poi Forlì, Palermo, Piacenza…
In tutte queste battaglie, la vittoria referendaria ha fatto da trincea: utile per coprirsi le spalle, certo non sufficiente per vincere la guerra e addirittura dannosa per chi sognava di potersi mettere comodo e invece si è preso i pidocchi, la febbre quintana e il colera.
Recintare un bene comune per sottrarlo alle enclosure del mercato finanziario è un primo passo indispensabile: il passo successivo consiste nel ridefinire con quali regole vogliamo utilizzare quel bene. Il referendum di due anni fa è molto utile anche per questo: ci sta facendo capire che il termine “pubblico” può voler dire tante cose. Di conseguenza, quando un bene o un servizio vengono privatizzati e poi si decide di tornare alla “gestione pubblica”, i tempi per ridefinire quel concetto sono lunghi, inutile farsi illusioni. In un momento di crisi economica non dobbiamo cedere all’idea che le decisioni vanno prese in fretta, quindi affidate a esperti, perché processi più partecipati porterebbero a soluzioni tardive. In questo caso, va benissimo discutere, confrontarsi e intanto tenere la posizione grazie alla trincea.
La vittoria nel referendum ci ha fatto capire una volta per tutte che le nostre istituzioni pubbliche non sono più adeguate a gestire i beni comuni. Pubblico non è sinonimo di “pubblica amministrazione”, e nemmeno di “statale”. Sappiamo bene che lo stato devia spesso e volentieri dalla strada del pubblico interesse per seguire gli obiettivi di quella o di quell’altra lobby. Per questo, riappropriarsi dello spazio pubblico non può essere una mossa di semplice conservazione, un ritorno al passato. E nemmeno si può sperare di raggiungere la meta a suon di riforme, modificando e migliorando l’esistente. Questa strategia può funzionare nell’immediato, ma sul lungo periodo bisogna rivendicare la necessità di istituzioni radicalmente nuove, che diano più potere alle comunità e ai cittadini.
Ecco allora che il sassolino gettato nell’acqua finisce per allargare il discorso con le sue onde circolari: dalla gestione del servizio idrico si passa alle questioni della democrazia, della governance, della rappresentanza.
Chi oggi osteggia l’applicazione del referendum, ha capito perfettamente qual è la posta in gioco.
È tempo che lo capiscano in pieno anche tutti gli altri, se non vogliamo perdere un’occasione preziosa.

domenica 9 giugno 2013

Restituire dignità alla funzione parlamentare


Tocci_TamTam15_s  Tocci_TamTam15_s
In Italia si approvano troppe leggi. Eppure è di moda sostenere che bisogna velocizzare l’attività parlamentare. È uno dei tanti luoghi comuni che sviano il dibattito pubblico. L’attività legislativa è stata piegata ad esigenze di autorappresentazione del potere politico, prescindendo da concrete esigenze di regolazione della vita pubblica. Legifero, ergo sum è il motto del politico mediatico.

Questa riduzione della politica alla legislazione ha reso quasi ingestibile la macchina statale. Ci sono le “leggi manifesto”, ad esempio molte leggi sulla sicurezza o sulla corruzione scritte sull'onda di eventi drammatici si rivelano successivamente insensati appesantimenti burocratici. Ci sono poi le leggi ideologiche che spesso finiscono per arenarsi nel contenzioso costituzionale, come nei casi delle ronde o della procreazione assistita. Ci sono le leggi bugiarde che dicono una cosa positiva per nascondere quella negativa facendo conto sulla confusione mediatica, come la legge Gelmini che prometteva più competizione tra gli atenei mentre li soffocava con la burocrazia. Ci sono le leggi approvate per calmare i mercati, che si sono sempre risolte con il peggioramento del debito, come dimostrano tutte le finanziarie di Tremonti.

L’attività legislativa è stata dominata dalle ossessioni del dibattito politico. Il fisco è stato travolto da un’alluvione normativa che non consentiva di applicare neppure le regole appena emanate perché nel frattempo erano già cambiate. Il governo Monti ha portato alla paralisi i Comuni sconvolgendo in pochi mesi tutti i tributi locali già ripetutamente modificati negli anni precedenti. In generale, può funzionare un Paese in cui si cambiano ogni anno le norme sulla scuola, sulla sanità, sugli incentivi alle imprese, sui servizi pubblici? E poi, senza senso del ridicolo, si istituisce perfino un ministero della semplificazione addetto a cancellare le norme che prima erano state ritenute miracolose.

I ministri ormai hanno perduto il senso del proprio ruolo, non amministrano più la macchina statale ma si sentono obbligati a lasciare un segno riscrivendo le norme di propria competenza. Il governo chiede tante deleghe legislative che poi non è in grado di utilizzare. Non si approvano più leggi organiche, ma solo leggi omnibus costituite da micro norme, che creano problemi interpretativi e contenziosi senza fine.

Perfino nel linguaggio corrente la parola riforma ormai indica la mera approvazione di una legge. Invece, la vera riforma dovrebbe essere un processo graduale e multifunzionale: definizione condivisa degli obiettivi; ricognizione delle risorse finanziarie, professionali e organizzative; analisi di esperienze analoghe; implementazione sociale delle regole; organizzazione delle strutture preposte all'attuazione; formazione degli operatori; monitoraggio degli interventi; valutazione dei risultati e modifiche in corso d’opera. In questo contesto, la norma dovrebbe essere solo uno degli strumenti per dare cogenza al processo. Al contrario, proprio il riduzionismo normativo è la causa principale del fallimento delle pseudo riforme italiane.

La bulimia legislativa rischia di soffocare la funzionalità dello Stato e la vitalità sociale. Eppure, nella mia esperienza parlamentare ho constatato scarsa consapevolezza del problema. Si è fatto credere all’opinione pubblica che con le regole di oggi non è possibile approvare leggi in tempi brevi; non solo è falso, ma di solito le più veloci sono anche le più sbagliate: il Porcellum e le norme ad personam sono state approvate in poche settimane; la manovra pensionistica della Fornero, viziata da errori gravi sugli esodati, in soli quindici giorni. Ciò nonostante si reclama la velocità parlamentare . Con un argomento tanto banale quanto falso: il mondo cambia e le leggi devono correre.

È solo un insensato futurismo legislativo. Aveva ragione Luigi Einaudi che considerava la lentezza parlamentare una fortuna per il Paese proprio perché limita l’ipertrofia normativa. Bisogna riscoprire la virtù dell'indugio parlamentare che fa decantare la discussione pubblica fino a che non si deposita in solide certezze alle quali si potrà dare il sigillo della forza dello Stato.

Restituire centralità al Parlamento è oggi un’esigenza ampiamente sentita, anche all’estero, come dimostra ad esempio il rapporto Norton sul caso britannico. Sulla base della mia esperienza propongo cinque miglioramenti che sono possibili anche a Costituzione invariata.

1 - Ridurre l’attività legislativa che oggi impegna quasi totalmente il tempo di lavoro parlamentare e limita tutte le altre funzioni. Sono sufficienti poche leggi l’anno, purché affrontino in modo organico i diversi argomenti, stabilizzando le decisioni per gli anni a venire ed eliminando tutta la micro legislazione che si è accumulata negli anni precedenti. Le prime dovranno essere ampie delegificazioni che delegano molte competenze all'amministrazione. In questo modo si ottengono due vantaggi, da una parte il Governo può provvedere alla gestione della cosa pubblica senza ricorrere a modifiche normative e nel contempo l'attività del Parlamento viene liberata da minuzie amministrative, compresi alcuni impegni di spesa, e può dedicarsi ad alta legislazione con la produzione di Codici unitari nei diversi campi.

2 - A fronte di una maggiore autonomia nella gestione della cosa pubblica il Governo è sottoposto ad un effettivo potere di indirizzo e controllo, che va reso cogente con regole molto più precise. Oggi una mozione serve come bandierina per chi la propone ma nella maggior parte dei casi non ha alcuna conseguenza pratica. Le interrogazioni sono attività burocratiche la cui risposta dipende dal ghiribizzo del Governo. Le stesse interrogazioni formali dovrebbero essere ridotte a questioni di rilevanza generale, mettendo però a disposizione dei parlamentari e dei cittadini strumenti diretti di accesso alle informazioni. Le audizioni parlamentari di funzionari dell’amministrazione e di manager di aziende pubbliche dovrebbero diventare strumenti temuti dalle burocrazie come accade nel parlamento americano.

3 - Le Camere devono dotarsi di strumenti efficienti di monitoraggio di tutte le attività amministrative. In particolare, bisogna istituire una struttura professionale di Policy analysis per verificare i risultati ottenuti dal Governo nell’attuazione delle leggi e acquisire indicazioni utili per la legislazione successiva. Questa attività di rendiconto è oggi completamente ignorata e spesso si approvano leggi che ripetono pedissequamente gli errori già compiuti. All'attività di controllo e indirizzo bisognerebbe dedicare gran parte del tempo disponibile.

4 - Il Parlamento deve essere la Casa delle Autonomie, il luogo di confronto e di concertazione permanente con le Regioni e gli Enti Locali, secondo l'ispirazione dell'articolo cinque della Costituzione, quel mirabile principio del Riconoscimento che fonda un prius storico e nazionale nelle comunità territoriali rispetto alla formazione statale. L’intuizione dei padri costituenti è stata smarrita da quando si è preso a parlare di federalismo e si è affermata l'usanza di collocare la Conferenza Stato-Regioni presso il Governo, escludendo il Parlamento da questa fondamentale relazione costituzionale.

5 - Infine, l'ascolto delle forze vive del paese dovrebbe essere il cuore dell'attività parlamentare. Non solo utilizzando tutte le tecnologie disponibili per garantire l'accesso alle informazioni e il dialogo con i cittadini, ma attivando canali di consultazione delle forze sociali, di associazioni e di esperienze significative della vita sociale e culturale. I lavoratori di una fabbrica, i cittadini che organizzano una petizione, gli studenti che invocano provvedimenti a favore dell'istruzione - per fare solo alcuni esempi - sono esperienze che devono trovare udienza e confronto secondo procedure ordinarie e ben definite.

Le competenze, le istituzioni culturali, le personalità che danno lustro al Paese dovrebbero essere di casa nelle sedi parlamentari per essere consultate sulle decisioni da prendere. Anche col supporto di un rinnovato ruolo del Cnel la concertazione sociale dovrebbe trovare un punto di riferimento costante nel Parlamento. Le iniziative legislative dei cittadini devono avere una maggiore garanzia di accesso al dibattito parlamentare, costringendo le parti politiche a dare risposte chiare sia positive sia negative.
Ma tutte queste innovazioni non sono sufficienti se non si ricostruisce il prestigio del Parlamento e dei suoi membri. Bisogna cancellare la parola privilegio dal dibattito politico. Gli emolumenti dei parlamentari si possono almeno dimezzare. Già oggi, infatti, il 50% di quello che ricevono non va nelle loro retribuzioni, ma finanzia la politica scaricando però su di loro un prezzo di immagine rispetto ai colleghi europei.

La gestione coordinata di una parte di tali risorse consentirebbe ulteriori risparmi e aumenterebbe la qualità del nostro lavoro. Si potrebbe condividere una moderna piattaforma tecnologica, utilizzando alte professionalità, per realizzare una potente macchina di comunicazione. Ci consentirebbe di tenere informati e ascoltare tutti i giorni i cittadini delle primarie, seguendo l’esempio della piattaforma Organizing for America di Obama.

Infine, è ineludibile la legge di attuazione dell’articolo 49 sui partiti al fine di assicurarne la trasparenza democratica e di ripensarne le modalità di finanziamento. L’unica via che può legittimare un contributo pubblico è il coinvolgimento dei cittadini nella scelta di finanziamento di ciascun partito. Ne abbiamo ragionato in un gruppetto di parlamentari ed è venuto fuori un disegno di legge che individua due strumenti: contributo pari all’uno per mille del gettito Irpef da ripartire secondo le indicazioni dei contribuenti; forte credito d’imposta per le libere donazioni private, secondo la proposta di Pellegrino Capaldo. Anche il presidente Letta ha espresso analoghi intendimenti nelle sue dichiarazioni programmatiche. Si può fare presto.

Questo modo di finanziamento sarebbe un incentivo a riformare la nostra organizzazione. Tutti i giorni, non solo le domeniche dei gazebo, dovremmo cercare il sostegno del popolo delle primarie, non solo per ottenere i finanziamenti, ma per mettere a frutto la disponibilità di milioni di elettori, coinvolgendoli nelle decisioni e nell’ampliamento dei consensi. Sarebbe il primo passo per costruire il grande partito popolare che il PD non è ancora riuscito a diventare.

Walter Tocci  
Deputato PD  (TamTamDemocratico)

venerdì 7 giugno 2013

Quindici anni di vita

In questa storia ci sono un bambino, una mina antiuomo, un mutilato, un professore. Il bambino si chiama Soran ed è nato nel Kurdistan iracheno. Ha una testa piena di capelli scuri, gli occhi grandi e un difetto: gli piace giocare. E giocare, si sa, è una delle attività “ad alto rischio” per i civili in tempo di guerra. La mina antiuomo si chiama Valmara 69. È nata in Italia, per la precisione a Castenedolo, provincia di Brescia, e da allora ne ha fatta di strada: Angola, Mozambico, Iran, Egitto, Sahara occidentale, Sudan… le Valmara 69 hanno girato il mondo e si sono fatte un nome, perché sono un’arma potentissima e micidiale, che uccide nel raggio di 25 metri dall’esplosione, e dissemina le schegge contenute al suo interno ferendo e mutilando in un raggio fino a 200 metri. Quando un bambino a cui piace giocare nei campi incontra una Valmara 69, la storia spesso finisce bruscamente: nel giro di tre secondi e nel raggio di 25 metri. Invece Soran, insieme a tre amici, era un po’ più lontano. Il boato, le urla, qualcuno che corre a prenderli e li carica su una jeep, poi 6 ore su strade dissestate fino ad arrivare, ormai è notte, alla porta di un ospedale, e poi in sala operatoria. Il mattino dopo, quattro ragazzini mutilati si guardano attorno, nel giardino dell’ospedale. Soran ha perso la gamba destra, e non è il più grave. [...] Dopo qualche giorno, i ragazzini mutilati tecnicamente sarebbero “guariti”. Potrebbero essere dimessi e mandati a casa: «Ecco la tua sedia a rotelle, immagino che sarai destinato a un futuro di invalidità, tu non potrai lavorare e qualcuno della tua famiglia nemmeno perché dovrà occuparsi di te – è proprio per questo che le mine antiuomo sono così apprezzate da chi fa la guerra, sai, un buon investimento per mettere in ginocchio la popolazione nemica – però magari potrai chiedere l’elemosina, chissà; ha vinto la mina, arrivederci e grazie, questo è il foglio di dimissioni», e fine della storia. Invece no, perché in quell’ospedale i medici – italiani, come la mina – hanno altri progetti. Due mesi e mezzo di fisioterapia e poi, finalmente, si può provare una protesi, fatta su misura. Un’ora al giorno, poi due, poi tre. Soran ha imparato a mettersi la protesi da solo, sistema bene i pantaloni, si guarda attorno. Fa tre passi, poi si mette a correre nel giardino dell’ospedale. Sorride. Ancora qualche giorno, e spunta un pallone da calcio: Soran e i suoi amici si mettono a giocare. Possono farlo ancora. Possono di nuovo camminare, correre, giocare, non sono destinati a un futuro di invalidità, potranno lavorare, potranno essere autonomi. Hanno vinto loro, non la mina. Fine della storia. E il professore? Giusto. Il professore ha ventisette anni, insegna il curdo a quattro classi di bambini di 5 e 6 anni. È sposato, ha due figlie e una testa di capelli scuri. Quindici anni prima aveva incontrato una mina italiana, e la sua storia poteva finire lì. Invece ha incontrato dei medici italiani, e oggi può scriversi da solo la sua storia, ogni giorno. Si chiama Soran.  
Cecilia Strada,
Quindici anni di vita, Emergency #66

Amnistia "tombale" in Guatemala?

Il processo a carico dell’ex dittatore José Efraín Ríos Montt (1982-1983), che sembrava essersi archiviato con la storica condanna a 80 anni prima del clamoroso passo indietro della Corte Costituzionale il 20 maggio, non riprenderà prima dell’aprile 2014.
È quanto ha comunicato il nuovo tribunale designato per celebrare il dibattimento – dopo il rifiuto a riaprire il processo opposto dai giudici che avevano già condannato il generale a riposo – il ‘Tribunal B de Mayor Riesgo’: la corte ha addotto come principale motivazione la fitta agenda delle cause arretrate, ben 26, spalmate su un calendario che prevede udienze fino al 31 marzo 2014.
Tutti processi prioritari – ha fatto sapere la corte – rispetto a quello per genocidio e crimini di lesa umanità perpetrati dall’esercito contro la popolazione indigena Maya Ixil; atrocità documentate anche dal rapporto ‘Guatemala nunca más’ (Guatemala mai più) redatto da monsignor Juan José Gerardi, assassinato da due militari il 26 aprile 1998. Per rispondere di questi crimini, l’ex dittatore è stato chiamato sul banco degli imputati dopo essere stato un protagonista della vita politica del Guatemala seguita alla guerra civile (1960-1996) protetto dall’immunità parlamentare, persa solo nel gennaio 2011.
La difesa dell’ex dittatore, 86 anni, punta tuttavia a ottenere un’amnistia per Ríos Montt e per il suo ex capo dell’intelligence militare José Mauricio Rodríguez Sánchez, processato con lui per 1771 omicidi commessi dai militari nel dipartimento nord-occidentale del Quiché. L’avvocato Francisco Palomo ha detto ai giornalisti che insisterà presso la Corte Costituzionale dopo che la Corte suprema di giustizia ha già bocciato per due volte la richiesta dal momento che i delitti di cui devono rispondere i due ex gerarchi del regime sono esclusi dalla Legge di Riconciliazione Nazionale del 1986, base giuridica addotta dai loro legali.