Il 14 maggio 2012 la Corte Suprema degli
Stati Uniti ha negato alla Cubaexport il rinnovo del marchio Havana Club
nel registro dell'USPTO (Ufficio dei Marchi e Brevetti degli Stati
Uniti). Il veto deriva dalla Sessione 211 della Legge Omnibus, approvata
dal Congresso degli Stati Uniti nel 1998 e che si va a collocare nel
corollario delle normative atte a mantenere un feroce embargo nei
confronti dell'Isola Grande (attivo dal 1962).
Tale atto rappresenta una vittoria per la comunità anticastrista di Miami e ancor più per la multinazionale Bacardi che, in tal modo, ha l'opportunità di sottrarre un importante mercato al rum cubano. La difesa dell'Havana Club verte sul diritto alla Protezione della Proprietà Industriale e sull'internazionalità del marchio che nasce dalla sinergia tra la Cuba Ron ed il gruppo francese Pornad Ricard. Inoltre, la commercializzazione del prodotto interessa 120 Paesi portando il marchio al terzo posto dei rum più venduti al mondo. La gravità dell'ostruzionismo di Washington ha spinto María de los Ángeles Sánchez (direttrice dell'Ufficio Cubano della Proprietà Industriale) a dichiararsi pronta a rivedere (negativamente) dei rinnovi delle protezioni ai marchi statunitensi nell'Isola - nello specifico si parla di circa 6000 marchi e circa 800 brevetti. Dal punto di vista governativo, il 27 giugno 2012, Cuba ha esposto la propria denuncia contro gli Stati Uniti presso l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Ad esporre la questione è stata la consigliera Nancy Madrigal che ha affermato: «La negazione della licenza costituisce un atto conseguente all'ingiusta applicazione della Sessione 211 della Legge Omnibus di Assegnazione del 1998». Inoltre la consigliera, sottolineando che dietro tale ingiustizia si cela la comunità di Miami, ha esposto la seguente denuncia:«Questi [gli anticastristi] ricevono ingenti contributi finanziari dalla compagnia Bacardi, in cambio del mantenimento intatto della normativa che offre copertura giuridica per usurpare il marchio e il mercato di questo rum genuinamente cubano». Tale denuncia alla OMC è stata appoggiata dalle sovranità di Angola, Argentina, Bolivia, Brasile, Cina, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Venezuela e Vietnam. Infine va evidenziata la contromossa dell'azienda franco-cubana che sta optando per la reintroduzione del prodotto sul mercato nordamericano mediante un nuovo marchio (Havanista). Tale strategia comporta l'elaborazione e l'imbottigliamento del prodotto nelle Antille così da raggirare la Legge Omnibus. In definitiva si evince l'ostinazione di Washington nel perseguire un embargo ultra trentennale che appare, superficialmente, una mera "ripicca" del passato - Cuba e la Rivoluzione hanno privato gli Stati Uniti dell'ennesima stella sulla propria bandiera e di un'importante base strategica nel mare caraibico. Con un'analisi più approfondita, tuttavia, si palesa l'interesse politico di ogni legislatura statunitense a preservare un embargo garante del favoritismo elettorale (sempre più influente) della Florida.
William Bavone
Clarissa.it, 22 Settembre 2012 | |
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mercoledì 10 ottobre 2012
Cuba, anche il rum fa geopolitica
domenica 31 luglio 2011
AlReves: i 5 cubani
La verità sequestrata
Il
caso dimenticato dei cinque cubani detenuti negli Stati Uniti
E’ notizia di qualche settimana che il Dipartimento di Stato USA ha inserito
Cuba - per la trentesima volta - nella sua particolare lista nera degli “Stati patrocinatori del terrorismo
internazionale”.
Per tutta risposta, le autorità cubane rimandando le accuse al mittente hanno
sottolineato a più riprese come il governo degli Stati Uniti, “che storicamente
ha praticato il terrorismo di Stato, le esecuzioni extragiudiziali, i sequestri
di persona, gli assassini con aerei non pilotati, la tortura e le detenzioni
illegali, che ha stabilito carceri segrete, che è responsabile della morte di
centinaia di migliaia di civili innocenti come risultato delle sue guerre di
occupazione e di conquista in Iraq e in Afghanistan […]”, non possieda la minima autorità morale per giudicare un paese come
Cuba, che è stato ripetutamente vittima di aggressioni illegali e che ha sempre
seguito un percorso irreprensibile nella lotta al terrorismo internazionale.
Da parte nordamericana l’obiettivo (mai dichiarato) è sempre lo stesso:
giustificare l’anacronistico blocco economico e le politiche restrittive contro
Cuba diffondendo false accuse, come la solita “bufala” del terrorismo
internazionale, oppure aggrappandosi a pretesti assurdi nel tentativo di gettare
discredito sul governo cubano.
Per quest’ultimo, la prova più evidente della doppia morale degli USA è
rappresentata dal caso giudiziario dei “Los Cinco”: i cinque informatori cubani
condannati per spionaggio e cospirazione, rinchiusi dal 1998 nelle carceri di
massima sicurezza dello Zio Sam.
L’accusa.
Dal 1959, anno dell’insediamento della Revolución, ad oggi Cuba ha subito
numerosissimi atti terroristici per mano di gruppi paramilitari eversivi - come
“Alpha 66”
e “Omega 7”
- che operano indisturbati in Florida e che notoriamente sono finanziati dalle lobbies anticastriste e dalla Cia.
Nel settembre del 1998, al momento del loro arresto, i cinque agenti dell’intelligence cubana Antonio Guerrero,
Fernando Gonzalez, Gerardo Hernandez, Ramon Labaniño e René Gonzalez stavano operando
in territorio statunitense come infiltrati per scoprire i piani contro Cuba,
messi a punto dai gruppi anticastristi di stanza a Miami.
L’arresto, eseguito dal FBI, avvenne poco tempo dopo l’abbattimento di due
velivoli di “Hermanos al rescate” (un’organizzazione
eversiva composta da esiliati cubani con base a Miami) da parte dell’aviazione
militare cubana. I due aerei, che secondo fonti cubane stavano sorvolando lo
spazio aereo dell’isola senza essere autorizzati, poterono essere intercettati
grazie alle informazioni passate dai cinque agenti cubani. E per questo il
principale accusato, Gerardo Hernandez, è stato giudicato direttamente
responsabile dell’abbattimento dei due aerei e condannato a due ergastoli.
Il governo degli Stati Uniti accusò prontamente tutti e cinque gli agenti di
“spionaggio e cospirazione per conto di una nazione straniera” - in realtà, i
capi d’accusa contestati ai cinque furono, in tutto, ben 24 -, mentre quello
cubano si difese sostenendo di aver inviato negli Usa i cinque unicamente con l’ordine di infiltrarsi tra
le file dei gruppi terroristici anticubani, allo scopo di ottenere informazioni
utili circa le loro attività terroristiche.
Il
giudizio.
Il processo contro i Cinque Cubani, cominciato a Miami nell’autunno del
2000, si concluse nel giugno 2001 dopo 7 lunghi mesi di dibattimento. Nelle
udienze sono comparsi più di 70 testimoni e sono stati presi in esame più di un
centinaio di dossier contenenti trascrizioni e documenti probatori, compresi 15
volumi con le narrazioni dei fatti.
Alla fine, la condanna più pesante (due ergastoli) toccò a Gerardo
Hernandez; Guerrero e Labaniño ricevettero anche loro l’ergastolo, mentre
Fernando e René Gonzalez furono condannati rispettivamente a 19 e a 15 anni. In
tutti e cinque i casi fu inflitta la massima pena per quel genere di reati.
In seguito alle vibranti proteste giunte non solo da parte cubana ma anche
da numerosi ambienti politico-culturali e dell’opinione pubblica
internazionale, nell’agosto 2005 l’undicesimo tribunale della Corte d’Appello
di Atlanta sospese le condanne, ordinando l’esecuzione di un nuovo processo.
Ma appena un anno dopo - a sorpresa - la stessa Corte, sovvertendo la decisione
della precedente sentenza, confermò tutte le condanne della Corte di Miami e
mise il sigillo finale a questo singolare caso giudiziario, nonostante l’aperta
opposizione di due dei suoi membri, i giudici Byrch e Kravitch, secondo i quali
“si è trattato di un caso d’eccezione nel quale si doveva imporre un cambio di
sede [il trasferimento del processo dalla sede di Miami, ndr], dovuto al
pregiudizio latente nella comunità di Miami che rende impossibile la
composizione di una giuria imparziale”*.
Le
conclusioni.
In spregio alle garanzie legali sancite dal diritto statunitense e da quello
internazionale, i cinque cubani sono stati sottoposti ad un processo iniquo ed imparziale nella città dove
impera la mafia d’origine cubana, la stessa
che ha avuto buon gioco “nello scatenare una violenta e fallace campagna
propagandistica per manipolare
l’opinione pubblica di Miami e la giuria del tribunale, cosa che è stata
ripetutamente denunciata dagli avvocati della difesa”.**
Dalla data del loro arresto sono passati più di dodici anni, e tuttavia i
“Cinque Cubani” godono attualmente del sostegno di innumerevoli associazioni e di
gruppi di solidarietà in tutto il mondo: tra le personalità più influenti c’è
il presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU, Miguel D’Escoto, che ha sempre
denunciato la loro detenzione come “ingiusta ed illegale”.
L’ultima voce levatasi a difesa dei cinque informatori è quella del Senato
belga che, in seguito all’infaticabile opera di sensibilizzazione del “Comitato
belga per la liberazione dei Cinque”, ha recentemente approvato una risoluzione
che esige dal governo statunitense “un intervento immediato per ottenere la scarcerazione
dei cinque detenuti cubani”.
Note: *es.wikipedia.org/Los cinco cubanos presos en los Estados Unidos. **www.freeforfive.org/es/thefive.
sabato 10 luglio 2010
AlReves: El Salvador
Un terrorista
chiamato “El Panzón”
Chi
è Francisco Chávez Abarca, il braccio destro di Posada Carriles
I servizi di sicurezza venezuelani
sono riusciti a mettere le mani sul terrorista salvadoregno Francisco Chávez Abarca, considerato il braccio destro
di Luis Antonio Posada Carriles - l’ex agente della CIA attualmente in attesa
di giudizio negli Usa per violazione della legge sull’immigrazione -, responsabile
dagli anni ’70 di una serie di attentati contro Cuba e di altre “operazioni
eversive” compiute in vari paesi del subcontinente.
Chavéz
Abarca, meglio conosciuto con il nomignolo di “El Panzón", stava tentando
di entrare in Venezuela munito di credenziali e passaporto falsi. Le intenzioni
del criminale salvadoregno sono ancora sconosciute, ed è probabile che neppure
gli interrogatori del Sebin (il servizio di intelligence bolivariano), o
dell’Interpol, porteranno a qualche confessione.
Cosa
è andato a fare El Panzón in
Venezuela? Che tipo di incarico o di missione è stato chiamato a svolgere nel
paese bolivariano? E per conto di chi? Per il momento il quadro della
situazione è ancora oscuro; sono invece ben conosciute le attività criminali a
cui si è fin qui dedicato il personaggio in questione.
Se
si scorre il curriculum vitae di
Francisco Chávez Abarca, la sequenza dei crimini da lui commessi è davvero
impressionante: si va dal traffico di droga agli attentati dinamitardi,
passando per le truffe e il furto di automobili. Per quest’ultimo reato il
nostro uomo ha già scontato due anni di prigione in Salvador, insieme ad altri
21 membri della banda specializzata in “robo de carros”; secondo la
magistratura salvadoregna si trattava di “una delle principali organizzazioni
criminali a livello centroamericano, specializzata nel furto e nella rivendita
di autoveicoli”.
Nel
corso degli anni ’90, El Panzón fu
pure implicato in altre attività illecite come il narcotraffico, la vendita di
armi e il riciclaggio di denaro sporco, operando questa volta in Guatemala.
Nonostante
questi ed altri precedenti penali, nell’ottobre del 2007 un giudice
salvadoregno decise a sorpresa la scarcerazione di Chavéz Abarca, senza che il
detenuto fosse mai stato chiamato a rispondere davanti alla giustizia dei suoi
delitti più gravi, quelli legati al terrorismo internazionale.
Alla
fine degli anni 80’,
quando El Panzón si mise a servizio dell’agente
segreto della CIA Posada Carriles, quest’ultimo era impegnato ad organizzare il
traffico illegale di armi per i “Contras”, i mercenari addestrati dagli Usa ed
utilizzati nella guerra “sporca” e mai dichiarata contro il Nicaragua
sandinista.
Per
tutti gli anni ‘90, utilizzando diversi pseudonimi, il criminale salvadoregno
si rese utile all’organizzazione clandestina di Posada, svolgendo un’infinità
di “missioni” tra El Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua, soprattutto
come reclutatore di uomini adatti a compiere attentati o sabotaggi. Come nel
caso della campagna terroristica del 1997 contro Cuba, concepita dalla
Fondazione Nazionale Cubano Americana (FNCA) - un ente socio/culturale di “copertura”
utilizzato dalla CIA in funzione anticastrista - e diretta personalmente da
Posada dal suo quartier generale situato in un rifugio segreto a San Salvador.
Chavéz
Abarca ricevette l’incarico da Posada Carriles di selezionare dei mercenari
e di addestrarli all’uso di esplosivi per compiere attentati dinamitardi sul
suolo cubano. Alla fine, fu scelto Ernesto Cruz León, un salvadoregno “degno di
fiducia”, per collocare le bombe in alcune strutture alberghiere de L’Avana.
Il
primo ordigno, confezionato con 600 grammi di esplosivo C-4, esplose nella
discoteca Aché dell’Hotel Meliá Cohíba, il 12 aprile del 1997, causando
soltanto danni materiali. Il 30 aprile venne disinnescato un altro ordigno (di 400 grammi di C-4)
nascosto in un vaso nel corridoio del 15° piano dello stesso albergo. Qualche
giorno più tardi, mentre El Panzón si
trovava in Messico, un’altra bomba fu fatta detonare. In quell’occasione l’obiettivo
scelto erano gli uffici della compagnia cubana Cubanacán che opera a Città del
Messico.
Infine, una quarta bomba fu
collocata nell’atrio dell’Hotel Copacabana, sempre a L’Avana e sempre dagli
stessi attentatori. Esplose il 4 settembre 1997, provocando la morte del
giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo.
Chávez
Abarca, El Panzón, sarà presto estradato a Cuba dove verrà giudicato per terrorismo,
al contrario del suo “principale” Posada Carriles che, alla veneranda
età di 84 anni, può ancora godersi il suo “esilio dorato” negli Stati Uniti, in
attesa di un giudizio che - probabilmente - non arriverà mai.
Andrea Necciai
sabato 8 maggio 2010
AlReves: Cuba
Fuoco di fila
sulla Revolución
I
diritti umani e l’offensiva mediatica contro Cuba
Come è noto, il clamore suscitato
dalla tragica morte di Orlando Zapata e dallo sciopero della fame inscenato da
un altro detenuto, Guillermo Fariñas, ha riacceso la polemica sul tema dei
diritti umani e della dissidenza politica a Cuba.
La notizia della morte di Zapata è
apparsa sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari di tutto il mondo. Ciò
ha prodotto una nuova campagna di demonizzazione contro il governo di Cuba, che
negli ultimi mesi era già stato ripetutamente “aggredito” dai media. E, da un
po’ di tempo, anche sulla rete grazie all’opera dei blogger
anti-sistema (tra i quali spicca la giovane “cyber-dissidente” Yoani
Sanchez), diventati gli artefici della moderna propaganda anticubana. Se n'è
accorto anche il Pentagono che ha cominciato ad investire molto denaro e
risorse nel neonato settore della cyberguerra
- un tempo “guerra psicologica” - contro i Paesi nemici o non allineati agli
Stati Uniti.
Sulle presunte violazioni dei
diritti umani e della libertà d’espressione a Cuba, le critiche più aspre
giungono dai colossi editoriali di Stati Uniti ed Europa (inclusa buona parte
della stampa nostrana), i quali controllano le maggiori testate e i più
importanti canali radiotelevisivi (inter)continentali.
Tuttavia alla maggior parte di
questa informazione, sempre molto attenta alle vicende cubane, continuano a
sfuggire alcuni fatti non proprio irrilevanti. Ad esempio, dall’ultimo rapporto
di Amnesty International (2009), organismo chiaramente super partes, risulta che in 23 dei 27 Stati che compongono
l’Unione Europea sono state commesse negli ultimi anni gravissime violazioni
dei diritti umani: carcerazioni arbitrarie, sequestri, torture ed omicidi
extragiudiziali. A Cuba non è mai stato registrato un solo caso simile.
In Francia, la culla dei diritti
umani, solo nei primi due mesi di quest’anno si sono verificati più di 20
suicidi di detenuti, tra cui un adolescente di 16 anni. Ma la stampa
transalpina ha del tutto trascurato queste “beghe interne”, preferendo
piuttosto concentrarsi sulla perniciosa questione delle persecuzioni subite dai
“dissidenti” cubani incarcerati, e sul caso Zapata.
L’ipocrisia dell’informazione sull’America Latina.
A differenza di quanto accade nelle
“moderne e liberali” democrazie latinoamericane, dove la violazione della
dignità umana, i sequestri e gli assassini di Stato, le torture e i suicidi dei
detenuti non sono eventi sporadici ma quotidiani, a Cuba per ricordare anche
solo un fatto analogo a quello di Orlando Zapata dobbiamo tornare indietro di
almeno 50 anni. Ciò nonostante, ai grandi media non mancano i pretesti per dare
addosso al regime cubano, ad ogni sospetto di violazione dei diritti umani o
sulla base di semplici rumors.
Intanto però si continua a tacere,
o a glissare, su ciò che di assai peggio sta succedendo nel resto del
continente latinoamericano. Ad esempio, non è stata pronunciata una sola parola
di condanna sulle centinaia di vittime della dittatura honduregna (da poco
trasformata, per evidenti motivi di immagine, in “Stato democratico” dopo le
elezioni-farsa), che continua a reprimere l’opposizione civile del paese con la
violenza e le esecuzioni sommarie.
Poco o nulla si è detto, invece,
sul ritrovamento in Colombia dell’ennesima fossa comune con migliaia di vittime
dei corpi paramilitari e dell’esercito colombiano, il principale alleato degli
Stati Uniti nel Cono Sud; oppure sulle
mattanze di sindacalisti, giornalisti scomodi ed attivisti sociali che si
verificano quotidianamente in Paesi “modello di democrazia” come il Guatemala,
il Messico, il Cile o il Perù; od ancora sui moderni metodi di interrogatorio -
o per meglio dire di tortura - adottati ancora oggi dalle polizie di mezza America,
come la “bolsa” o la “picana” di argentina e cilena memoria.
Umani con diritti.
Vittima di un blocco economico
anacronistico e di un accanimento mediatico senza precedenti, malgrado tutti
gli errori e le sue contraddizioni interne, in fatto di salvaguardia dei
diritti umani Cuba può ancora vantare al mondo le sue conquiste. Vale la pena,
ancora una volta, ricordarle.
1) Tutti i cittadini cubani hanno
diritto e accesso gratuito agli ospedali e ai servizi sanitari.
2) La scuola è per tutti, non ci
sono università private, e tutti i cittadini cubani hanno accesso gratuito ai
centri scolastici ed educativi. Già nel 1961 Cuba era diventata “territorio
libero dall’analfabetismo”.
3) Cuba è, secondo l'UNICEF,
l'unico paese dell'America Latina che ha eliminato la denutrizione infantile,
anche durante il duro "periodo especial"degli anni '90, e vanta la
più alta speranza di vita del cosiddetto Terzo Mondo (78 anni). Il suo tasso di
mortalità infantile è il più basso dell'America Latina e dei Caraibi (4,7 per ogni
mille nati vivi), inferiore persino a quello degli Stati Uniti.*
4) Secondo il rapporto del 2006 riguardante il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Cuba occupa il 50° posto per l'elevato sviluppo umano (su un totale di 177 paesi studiati), vale a dire quelle società che migliorano le condizioni di vita dei propri cittadini attraverso un incremento dei beni che servono a soddisfare i bisogni primari e complementari e la creazione di un ambiente in cui si rispettino i diritti umani.*
4) Secondo il rapporto del 2006 riguardante il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Cuba occupa il 50° posto per l'elevato sviluppo umano (su un totale di 177 paesi studiati), vale a dire quelle società che migliorano le condizioni di vita dei propri cittadini attraverso un incremento dei beni che servono a soddisfare i bisogni primari e complementari e la creazione di un ambiente in cui si rispettino i diritti umani.*
Infine, nonostante le sue
ristrettezze economiche, Cuba è sempre la prima ad inviare nei paesi più
bisognosi del terzo mondo medici, infermieri, maestri e tecnici specializzati
(come nel caso dell’assistenza alimentare e sanitaria fornita ad Haiti dopo la
catastrofe del terremoto). E sempre mettendo al primo posto il principio e la
pratica della solidarietà con altri esseri umani.
Andrea Necciai
Note:
*”22 Particolari su Cuba che forse non
conoscete” di Red Informativa Virtin (tratto da Latinoamerica
e tutti i sud del mondo n.108).
sabato 19 agosto 2006
AL REVES: le mani su Cuba
Torna in auge il più folle dei progetti di G.W. Bush.
Il 20 maggio del 2004 il presidente Bush annunciò con
grande clamore di aver messo a punto un piano infallibile per abbattere
l'odiato regime castrista e gettare così le basi per una futura “annessione” di
Cuba. La divulgazione del documento, che risultava essere composto da più di
450 pagine, scatenò sulle prime una pioggia di critiche all’indirizzo del suo
incauto autore, per piombare subito dopo nel dimenticatoio.
Dopo più di due anni di imbarazzante silenzio sul tema,
ecco riapparire sul sito del Dipartimento di Stato americano, in data
20/6/2006, l’estratto di un nuovo “progetto” per la dissoluzione di Cuba, che
alcuni media di Miami (molto vicini agli interessi della comunità anticastrista
locale) hanno già ribattezzato, enfaticamente, “borrador”. In questo nuovo documento vengono annunciate nuove e più
severe misure “per accelerare la caduta della Cuba socialista”.
Per raggiungere finalmente lo scopo tanto agognato, cioè
porre fine a quasi cinquant’anni di rivoluzione cubana, il governo
nordamericano - seguendo i suggerimenti del “Piano Bush” - dovrà percorrere tre
fondamentali linee d’azione:
1)
Ulteriore inasprimento del blocco economico,
probabilmente attraverso un irrigidimento della già “asfissiante" legge
Helms-Burton;
2)
Aumento dei finanziamenti a favore dei gruppi di
dissidenti politici (e di mercenari-terroristi) che operano all’interno e al di
fuori della nazione cubana;
3)
Intensificazione della campagna di propaganda e disinformazione,
per delegittimare il regime castrista ed aumentarne il discredito soprattutto a
livello internazionale.
Secondo il “Piano Bush” una volta raggiunto il controllo
dell’isola, il necessario processo di transizione dal sistema socialista al
nuovo “capitalismo dei Caraibi” sarà affidato ad una specie di governatore
generale, con funzioni analoghe a quelle di Paul Bremer (l’ex amministratore
dell’Iraq occupato), investito del pomposo incarico di “Coordinatore della
ricostruzione di Cuba”.
Il nuovo burocrate - che pare sia già stato nominato (!),
confidando evidentemente nelle più rosee previsioni circa l’esito di
un’eventuale invasione - si dovrà occupare innanzitutto della restituzione agli
antichi possessori di tutte le proprietà confiscate dalla Rivoluzione dopo il
1959, con conseguente sfratto di migliaia di famiglie che ne stanno tuttora
beneficiando; l’operazione dovrà compiersi sotto la supervisione dell’apposita
“Commissione del Governo degli Stati Uniti per la devoluzione delle proprietà
di Cuba”.
Un altro importante capitolo da affrontare riguarderà la privatizzazione dell’economia del Paese,
compresi i settori dell’educazione e dei servizi sanitari (vale a dire, i due
più importanti benefici di cui può ancora godere il popolo cubano): “tutte le
cooperative verranno sciolte e sarà immediatamente ripristinato il vecchio
sistema del latifondo; sarà inoltre eliminato il vecchio apparato di assistenza
sociale e chiuse tutte le strutture per anziani (pensionati e ricoveri)”.* Di
tutto ciò si dovrebbe occupare un altro fondamentale apparato governativo, il
“Comitato permanente del Governo degli Stati Uniti per la ricostruzione
economica di Cuba”.
Ora però, per
muovere una guerra contro Cuba (e sempre che si opti per una soluzione
militare), gli Usa saranno costretti a trovare un pretesto più che credibile.
Storicamente, esiste già al riguardo un’impressionante serie di precedenti che
partono dall’(auto)affondamento della corazzata “Maine” nel Mar dei Caraibi
(che provocò nel 1898 l’inizio della guerra ispano-americana), passando per
Pearl Harbour (7 dicembre 1941), fino ad arrivare all’attentato dell’11
settembre 2001, il casus belli
dell’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq.
Del resto, già a
partire dal lontano 1962 Cia e Pentagono avevano cominciato ad elaborare
strategie per giustificare un attacco contro Cuba. Ciò è testimoniato
dall’esistenza di numerosi documenti declassificati chiamati “Piani
Northwoods”. Ad esempio, nella sezione denominata “Annex to appendix to
enclusure A” di uno di questi fascicoli i compilatori, alcuni brillanti esperti
di strategia militare del Dipartimento della Difesa, suggerivano di:
·
Diffondere a Cuba voci false utilizzando radio
clandestine;
·
Dare vita a finti attacchi, sabotaggi e rivolte
nella baia di Guantanamo, sede della base americana, accusando poi le forze
cubane;
·
Bruciare con bombe incendiarie i raccolti di
nazioni come Haiti, Repubblica Dominicana o altre, fornendo poi prove della
responsabilità cubana.
Ma forse il vero
problema per Bush è che l’invasione di Cuba da parte di soldati americani
sarebbe - in qualsiasi caso - mal tollerata dalla comunità internazionale, per
non parlare poi del rischio di subire
ingenti perdite. Perciò nell’eventualità di un attacco all’isola, il “lavoro
sporco” toccherebbe ai soliti gruppi di paramilitari prezzolati (stile
“contras”) - come già accaduto nel 1961 nel caso del fallito tentativo di
invasione alla Baia dei Porci - evitando in tal modo situazioni di guerra
“molto imbarazzanti” che vedrebbero coinvolte truppe regolari dell’esercito
degli Stati Uniti.
Perfettamente
adatte a questo scopo sono le decine di unità paramilitari di estrema destra
che da anni compiono in Florida i loro cicli di addestramento, tollerate quando
non incoraggiate dalle stesse autorità statunitensi. I loro capi sarebbero
disposti, e senza alcuna esitazione, ad impegnarsi in incursioni sul territorio
cubano, come ha più volte dichiarato pubblicamente Romy Frometa, sedicente
comandante dell’unità denominata “Commando F-4”, già responsabile in passato di
attività terroristiche e di sabotaggio a Cuba e in Venezuela.
In aggiunta ai
guerriglieri di destra altri “enti” foraggiati dalla Cia, come la “Fondazione
Caribe” o la ben più celebre “Fondazione Nazionale Cubano Americana” (FNCA),
continuano a rivelarsi delle preziose fonti di appoggio alla causa
anticastrista, sia a livello propagandistico che sotto un profilo
logistico-militare. José Antonio Llama, ex direttore della FNCA, durante
un’intervista rilasciata ad un’emittente televisiva americana, ha confessato di
aver personalmente provveduto ad acquistare per conto della sua fondazione “un
elicottero da carico, 10 aerei ultraleggeri, 7 imbarcazioni, 1 lancia veloce e
del materiale esplosivo”, in vista di un loro l’impiego in operazioni di
sabotaggio sull’isola caraibica.
E così, mentre
Mr. Bush non perde occasione per lanciare crociate contro “stati canaglia” e
fantomatiche centrali del terrorismo internazionale, il governo da lui
presieduto continua a proteggere e a far circolare a piede libero terroristi del
calibro di Orlando Bosch e di Antonio Posada Carriles (membro, quest’ultimo,
del commando che nel 1976 fece esplodere un aereo di linea cubano con centinaia
di passeggeri a bordo), garantendo loro l’assoluta impunità. Al contrario i
cinque informatori cubani, arrestati ingiustamente nel 1998 mentre stavano
indagando sulle attività terroristiche dei gruppi anticastristi presenti in
Florida, rimangono tuttora reclusi nelle carceri di massima sicurezza
americane; anche di fronte all’intervento dell’Alto Commissariato per i Diritti
Umani dell’Onu che ha dichiarato arbitraria ed illegale la detenzione dei
cinque cubani, sollecitando il Governo degli Stati Uniti a risolvere detta
situazione.
Tutto questo
continua ad accadere, oggi, nel Paese che si propone al mondo intero come
alfiere della libertà e della democrazia.
Andrea “Chile” Necciai
Note:
* “Il Piano Bush di assistenza a una Cuba libera”.
Cronaca di una guerra annunciata.
Ricardo Alarcón de Quesada.
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