venerdì 15 giugno 2018

[Iran] Siamo campioni insieme


Lo dico con orgoglio perché mi sento fiera!
In una delle piazze più importanti di Tehran era stato messo un grandissimo billboard per i mondiali, con l'immagine degli uomini di tutte le razze e minoranze etniche che vivono in Iran, però nel disegno c'erano solo gli uomini. Nessuna donna!!!

Abbiamo firmato una petizione (con le attiviste ancora in circolo della campagna un milione di firme), abbiamo scritto tante lettere al parlamento e abbiamo fatto girare la cosa sui social fino alla nausea, ed ha funzionato!!!!!!

Hanno cambiato l'immagine del billboard con una foto di uomini e donne iraniane che cantano l'inno prima della partita (con la scritta: با هم قهرمانیم, siamo campioni insieme. یک ملت یک ضربان: un popolo un battito)
Ed è gooooooooooooooooooal!

1-0 per noi!
Non posso più scrivere #mainagioia
forse almeno oggi: #soddisfazioni


Jass.

mercoledì 9 maggio 2018

in ricordo di Ermanno Olmi

Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù è il libro che il maestro Ermanno Olmi, che ci ha lasciato in questi giorni, scrisse 5 anni fa per Piemme.

“la Repubblica” del 4 marzo 2013 ne anticipò l’incipit

Cara Chiesa, non so più a chi rivolgermi e anche tu non mi vieni in aiuto. Ci parli di Dio ma sai bene che nessun dio è mai venuto in soccorso dell’umanità.
Nella lotta tra bene e male, l’uomo è sempre stato solo. Già nel racconto biblico si comincia con un delitto:«Che hai fatto Caino? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo dove sei nato…» dunque, dio ha udito benissimo il grido del fratello ucciso, ma non ha fatto nulla per trattenere la mano fratricida.
E adesso?  Cosa sta accadendo a tutti noi?  Come abbiamo fatto a ridurci così ?  troppo spesso ho la sensazione di non sentirmi in relazione con gli altri. Anche con le persone che mi sono più vicine. Mi trovo in uno stato confusionale, come se ognuno parlasse per conto proprio annaspando nel nulla.
Cara Chiesa di cristiani smarriti, ho deciso di scriverti non tanto per fede ma perché tu hai più di duemila anni di storia e forse puoi aiutarci a capire i nostri comportamenti. Abbiamo smarrito la via maestra della pacifica convivenza. Ovunque conflitti di religione, separazioni di razze. Chi crede in dio sa bene che il Creatore ha fatto l’uomo e la donna, ma non le razze. E che neppure ha dato di più ad alcuni per farli ricchi perché con il loro denaro umiliassero i poveri. Così ho deciso di scriverti.
Perché in questo tempo bastardo anche tu mi deludi, e mi dispiace. Probabilmente sono mosso più dal sentimento che dalla ragione. Del resto, è il sentimento che presiede ogni ragionamento.
Voglio credere, Chiesa di Cristo Gesù, che tu abbia i tuoi buoni motivi che io non posso conoscere né sarei in grado di capire: questioni istituzionali, ragioni di Stato. Ma ugualmente non riesco del tutto a giustificarti, perché vorrei sentire che prima d’ogni altro motivo c’è il tuo impulso di madre a proteggerci, e che sopra tutti i tuoi pensieri ci siamo noi, i tuoi figli. Io, e tanti come me, vorremmo che nelle difficoltà che ogni giorno dobbiamo affrontare non mancasse mai il tuo conforto. In momenti come questi che stiamo vivendo, sembra perduta ogni solidarietà fra gli uomini. Non mi dimentico che ci sono tanti cristiani di buona volontà, preti e laici, che prima ancora che nelle gerarchie ecclesiastiche si riconoscono in coloro che hanno più bisogno del nostro aiuto. Non sono soprattutto gli umiliati, i reietti che Cristo ti ha affidato?
Ma chi sono io, cara Chiesa, per pretendere di interrogarti e tirarti dentro a questioni di cui non sono all’altezza? Mi faccio coraggio pensando che chiunque poteva rivolgersi con confidenza a Gesù come ora io mi rivolgo a te. Non tanto perché tu debba a me delle spiegazioni. Tu sai bene quali sono i tuoi compiti e come agire, ma almeno aiutami a capire certi tuoi comportamenti a cominciare dall’attaccamento ai beni temporali. Mostraci che hai davvero a cuore i più deboli e diseredati. Che come vedi, sono sempre più numerosi e vengono al mondo solo per morire. Ma tu, Chiesa, ci dici che sono proprio costoro i primi presso il cuore di Gesù. E allora, se sei davvero Chiesa soccorritrice, ricordati anche della solitudine dei ricchi che non troveranno mai quiete nelle loro ricchezze.
Quel che adesso sto per dire disturberà gerarchie e devoti benpensanti e tutti coloro che proclamano la Chiesa madre di tutti. Ma tu, Chiesa dell’ufficialità, sei una madre distratta, più sollecita nei fasti dei cerimoniali che nell’annunciare la prima di tutte le santità: quella di coloro che credono in te anche soffrendo per le ingiustizie subite.
Sono convinto che tutto l’Occidente – e questa nostra Italia sempre più sfiduciata e incapace di nuovi slanci – abbia bisogno di un supplemento d’anima. Quel Gesù di Nazareth, falegname e maestro, col suo esempio può farci ancora ritrovare la gioia di come spendere il bene prezioso della nostra esistenza.
Invece tu, vecchia Chiesa che hai innalzato tanti altari di Cristo, sembri averlo dimenticato. Proprio tu! ecco perché oggi molti s’interrogano: «Quale sarà il luogo delle beatitudini dove il Maestro tornerà all’appuntamento coi nuovi discepoli di questo nostro tempo?…». Sei davvero tu, Chiesa cattolica, la casa aperta non solo ai cristiani obbedienti, ma anche a coloro che cercano dio nella libertà, oltre i loro dubbi?
Assisto sconsolato a quanto sta accadendo in Vaticano in questi ultimi mesi: intrighi, processi, scandali di pedofilia, movimenti di capitali nelle banche della stessa Chiesa. Il compianto cardinal Martini, nel momento estremo del suo congedo ci ha lasciato il suo ammonimento: «Siamo una Chiesa rimasta indietro di duecento anni, una Chiesa carica di addobbi e orpelli…». Una Chiesa ricca per i ricchi.
Ho nella mente un turbinare di interrogativi che non mi danno tregua. Quanti anni sono passati dal Concilio Vaticano II? E dal poverello di Assisi cosa abbiamo imparato e poi trascurato? E dai martiri di ogni tempo e di ogni fede? Cattolici, protestanti, ortodossi: eppure eravamo tutti ai piedi della stessa Croce. Ma cosa sono duemila anni nella storia dell’umanità? Ne sono trascorsi appena cinquanta dal Concilio Vaticano II e troppo poco è rimasto della buona novella di quella straordinaria assemblea di fedeli. E che grande fermento: in quei giorni si sentì la brezza di una nuova primavera. Giovanni XXIII scosse la sonnolenza di una Chiesa che si affidava più alla “liturgia del rito” che alla “liturgia della vita”. E tutto il mondo, cristiano e no, accolse l’invito ad aprire menti e cuori perché entrasse nella Casa di Cristo aria fresca e luce limpida. Ma poco è davvero cambiato nella Chiesa di Roma. Né dopo il Concilio né dopo duemila anni di cristianità.
Ancora una volta, come dopo quella notte nel Getzemani, qualcuno ha tradito. Ancora una volta, su tutti i monti degli ulivi, Gesù è uno sconfitto. Siamo tutti degli sconfitti

giovedì 19 aprile 2018

[Iran] Paradosso

Tra tutte gli elementi che ci sono nella lingua, in letteratura e in generale, io amo di più il paradosso. Forse perché ci vivo dentro.


Questo è il muro della redazione del giornale BiGhanoon dove lavoravo. Il proprietario del palazzo ha deciso che il giornale porta troppi guiai e vuole costruire un appartamento nuovo e darlo in affitto a un gruppo di avvocati e medici.
Mentre io non c'ero, i miei colleghi hanno traslocato, prima del nuovo anno, e ora sono in un altro posto, per fortuna più vicino a me, anche se non posso più lavorare con loro (e con nessuno). Paradosso.

Prima di traslocare, però, hanno deciso di scrivere una mia frase sul muro, per ricordarmi, perché non c'ero al tempo del trasloco.
Il muro verrà giù tra un po'; e comunque leggerla lì, vederla, mi riempie di gioia e di tanto dolore. Paradosso.

Fisso il muro; tanti ricordi belli e brutti.
Amo e odio la mia terra.
Paradosso.

E capisco. Non vivo in un grande paradosso.
Sono io il paradosso.


ایستادم. نیامدی. حالا گنجشک ها در من لانه کرده اند.
(rimasi in piedi. Tu non arrivasti. Ora in me gli uccellini hanno fatto nido)

Jass.


  

lunedì 26 marzo 2018

Giustizia per Marielle

Uccisa a Rio Marielle Franco: aveva denunciato gli omicidi nelle favelas

Trentotto anni, la consigliera comunale è stata assassinata con quattro colpi di pistola alla testa.
I sicari hanno anche ucciso il suo autista e ferito lievemente una sua assistente

Marielle era nata e cresciuta alla Maré, il vergognoso benvenuto di Rio de Janeiro per chi sbarca all’aeroporto internazionale. Dietro tristi pannelli, ufficialmente antirumore, e tra i fetori di un mare morto da tempo, vivono 130.000 abitanti in quello che è definito «complesso» di una dozzina di favelas. Il tassista che sfreccia verso gli alberghi sulle spiagge raccomanda finestrini chiusi. Per l’odore nauseabondo e il «non si sa mai».
Veniva da qui Marielle Franco, 38 anni, consigliere comunale, morta ammazzata mercoledì sera a causa della lotta coraggiosa per i diritti della sua gente, povera e di colore come lei. In primo luogo il diritto di non finire ammazzata per mano degli squadroni della polizia. E la sua è stata una vera e propria esecuzione. Sapevano tutto: che lei era in quell’auto, seduta dietro, sono andati a colpo sicuro nonostante la notte e i vetri scuri.
Dalla macchina affiancata al semaforo sono partiti dieci colpi, che hanno ucciso Marielle insieme ad Anderson Gomes, l’autista. In perfetto stile mafioso: tappare una bocca e spaventare le altre.
Era appena uscita da un dibattito pubblico sul tema a lei più caro, la violenza sulle donne nelle aree di rischio, tutto filmato sui social. E alle 21,30, nel mezzo di un’importante partita del Flamengo per la coppa Libertadores, il tam tam della rete ha sconvolto la vita dei tanti abitanti di Rio che la conoscevano e l’avevano votata.
Nel 2016, esordiente in politica, Marielle Franco aveva preso 46.000 preferenze, la quinta più votata alle comunali. Militava in un piccolo partito di sinistra, il Psol, da sempre in prima linea a Rio sul tema dei diritti umani. Con il leader del partito, Marcelo Freixo, Marielle aveva lavorato per anni. A causa delle loro accuse sugli abusi di forza della polizia, qualcuno li definiva «amici dei banditi». Freixo è anche diventato personaggio di un film sulla violenza a Rio che ha fatto il giro del mondo, Tropa de Elite.
Ha dunque il suo primo omicidio eccellente la nuova guerra di Rio de Janeiro, deflagrata dopo i «fasti» dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi. Con la classe politica corrotta spazzata via dai giudici, i narcos e le milizie paramilitari si sono ripresi gli spazi perduti negli anni in cui la città era sotto gli occhi del mondo.
Il governo centrale ha risposto commissariando Rio con i militari, e il governatore è stato esautorato da un generale poche settimane fa. Contro questa misura estrema, possibilmente foriera di altre morti e brutalità nelle favelas, lottava Marielle Franco.
Qualche giorno fa, il suo gruppo politico aveva convocato a Rio i giornalisti stranieri per lanciare una iniziativa di monitoraggio e denuncia sull’intervento dei militari a Rio. Ma chi l’ha uccisa dunque? La polizia corrotta, le milizie, i narcos? In tanti potrebbero aver avuto questo interesse.
Quattro giorni prima di morire Marielle aveva denunciato la morte ingiustificata di due giovani, alla periferia nord di Rio, per mano della polizia. Appena poche ore prima dell’agguato, aveva scritto su Twitter: «Quante altre persone dovranno morire prima che questa guerra finisca?». Soltanto la scorsa notte a Rio sono state ammazzate cinque persone. Tra loro Marielle e Anderson.

Rocco Cotroneo,
Corriere.it del 15 marzo 2018
 
 

 


FIRMA L'APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL
"Giustizia per Marielle"


domenica 25 marzo 2018

La guerra dell’acqua, 500 conflitti per conquistarla

I rapporti di Onu e Cia: “Le risorse idriche sono una vera emergenza”
Roberto Giovannini, LaStampa

Per l’acqua si combatte: finora sono documentati dalla Banca Mondiale ben 507 conflitti legati al controllo delle risorse idriche. Tra tanti, l’esempio della guerra civile in Siria, dove secondo molti esperti la sequenza di molti anni di siccità ha certamente contribuito allo scatenarsi della crisi. E di questo passo, in un pianeta sovrappopolato e il cui equilibrio climatico sta cambiando in una direzione sfavorevole, c’è il rischio che per la sempre più strategica acqua si combatterà e si morirà.

Entro il 2030 - lo dicono i dati delle Nazioni Unite -addirittura il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress idrico. E perfino la Cia, in un suo documento, ha affermato che «le questioni idriche sono principalmente una questione di stabilità mondiale». Anche se il 70 per cento del pianeta Terra è coperto dall’acqua (di cui in questi giorni ricorre la Giornata mondiale, NdR), di questa risorsa fondamentale per la vita soltanto una parte piccolissima, lo 0,5 per cento, è acqua dolce e potenzialmente utilizzabile per gli umani e per i loro miliardi di animali da allevamento. Per metterci le mani sopra si combatte militarmente, ma anche economicamente: così come da tempo avviene per i terreni agricoli e per le risorse minerarie, già oggi Stati e aziende sono al lavoro per accaparrarsi l’acqua. Sottraendola ad altri Stati o -cosa molto più facile - a comunità locali colpevoli di vivere vicino a una risorsa di valore immenso.

Dopo il land grabbing, dunque, è già suonata l’ora del water grabbing, un neologismo che probabilmente diventerà in futuro di uso sempre più comune. È di questo fenomeno che parla Water grabbing, le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (EMI editore), un libro firmato da Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto - dice - e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide». Già oggi quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo vivono senza acqua potabile sicura, «nonostante ormai da otto anni l’Onu abbia dichiarato il diritto umano all’acqua come primario e indiscutibile», afferma Iannelli, presidente del Water Grabbing Observatory. Una situazione che rischia di peggiorare, visto che non ci sono norme internazionali in grado di mettere la museruola agli appetiti idrici di Stati e multinazionali. Appetiti che qualche benemerita iniziativa di ripubblicizzazione di una risorsa che dovrebbe essere di tutti non riescono a frenare. Mentre paradossalmente si spreca in modo colossale, tra infrastrutture inadeguate e sistemi agricoli e urbani dall’impatto non più sostenibile. E il preziosissimo liquido viene utilizzato senza troppi pensieri per il fracking di gas e petrolio, che spesso porta a un inquinamento delle falde, o per la produzione di energia elettrica. Il prezzo del water grabbing, intanto, lo pagano i più deboli. Il libro racconta le conseguenze umane della costruzioni di monumentali dighe, come quella delle Tre Gole in Cina, che ha comportato il trasferimento forzato di 1,2 milioni di persone, o quella Gibe III in Etiopia, che ha sconvolto la vita di 400 mila poverissimi Oromo. O indirettamente: sono i più poveri ad essere travolti dai conflitti militari e dalle tensioni politiche. In Siria, ma anche tra India e Cina per il controllo del fiume Brahmaputra, tra Autorità palestinese e governo israeliano, tra Cina, Vietnam, Laos e Cambogia per il controllo del Mekong.
E l’Italia? I numeri dicono che le riserve idriche si sono dimezzate in appena sette anni. Siamo davvero convinti di non essere coinvolti?

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La sfida globale perché sia un diritto per tutti
Michel Temer
(Presidente della Repubblica Federativa del Brasile)

L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base - tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e condizione per la vita umana - è un diritto. Eppure 2 miliardi di persone nel mondo sono prive di una fonte d’acqua sicura in casa; circa 260 milioni, più dell’intera popolazione brasiliana, devono camminare più di mezz’ora per raggiungerla e 2,3 miliardi hanno carenza di servizi igienici. Garantire l’accesso a questo bene è una delle principali sfide del nostro tempo.

In Brasile si concentra il 12% dell’acqua dolce del pianeta, eppure non siamo immuni dai problemi relativi all’acqua. Le grandi città hanno affrontato la mancanza di approvvigionamento, ma persiste l’inaccettabile carenza di servizi igienico-sanitari. È nota la sofferenza che le siccità causano nel Nordest brasiliano. Per rispondere a tali pressanti domande ospitiamo in questi giorni a Brasilia l’ottavo Forum Mondiale dell’Acqua, con più di 40 mila partecipanti provenienti da oltre 160 Paesi. Sono presenti capi di Stato e di governo, governatori e sindaci, parlamentari e magistrati, rappresentanti di organizzazioni internazionali e del mondo accademico, del settore privato e della società civile. Una diversità di attori che arricchisce il Forum. La scelta del Brasile come Paese ospitante del più importante evento globale sulle risorse idriche non stupisce. Abbiamo già ospitato Rio 92 e Rio +20, in cui si è sottolineato lo stretto rapporto tra sostenibilità idrica e sviluppo.

Più di recente, siamo stati tra i primi a ratificare l’Accordo di Parigi su una delle principali minacce al diritto all’acqua: il cambiamento climatico. Questo tradizionale protagonismo estero è ancorato a misure concrete sul piano interno. Il Brasile è consapevole che acqua e servizi igienico-sanitari sono sinonimi di preservazione ambientale e noi abbiamo fatto della sicurezza idrica il pilastro delle nostre politiche per l’ambiente.
Per preservare i corsi d’acqua, abbiamo implementato il programma «Piantatori di fiumi», con l’impiego di strumenti digitali nella difesa delle sorgenti e delle aree di preservazione permanente. Abbiamo fatto grandi progressi anche nella protezione delle foreste, ampliando le aree di conservazione e invertendo la curva della deforestazione in Amazzonia, in precedenza in ascesa. E stiamo per creare due vaste aree di tutela della biodiversità marina. È così, proteggendo gli ecosistemi, che proteggeremo le nostre fonti d’acqua.

Avere acqua è essenziale, ma non sufficiente. È necessario che essa raggiunga chi ne ha bisogno. Proprio di questo tratta un antico progetto, la trasposizione del fiume São Francisco, che stiamo ultimando a beneficio di 12 milioni di abitanti del Nordest. Già concluso l’asse che porta acqua in Pernambuco e Paraíba, siamo ora nella fase finale del tratto che raggiungerà il Ceará.

Nel contempo, non trascuriamo la sostenibilità: abbiamo lanciato il progetto «Novo Chico», teso alla rivitalizzazione del fiume São Francisco. Quanto ai servizi igienico-sanitari, stiamo concludendo un progetto di legge teso a modernizzare il quadro normativo del settore e incoraggiare nuovi investimenti. A spingerci è la ricerca per l’universalizzazione di questo servizio di base.

Questo è il Brasile che ospita il Forum Mondiale dell’Acqua: un Brasile in cerca di soluzioni comuni per problemi globali, che fa e continuerà a fare la propria parte per preservare la nostra risorsa naturale più preziosa.

sabato 17 marzo 2018

Microplastica nelle bottiglie d’acqua, allarme contaminazione

Tracce di microplastiche sono state trovate nell’acqua in bottiglia di oltre il 90 per cento dei marchi più diffusi. A rivelarlo è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità secondo la quale i livelli di plastica nelle bottiglie sono circa il doppio di quelli che si trovano nell’acqua del rubinetto.
L’analisi è stata condotta su 259 bottiglie 11 marchi diversi di 9 paesi del mondo, e in media sono state trovate 325 particelle di plastica per ogni litro di acqua venduta. Lo studio arriva in seguito a un’inchiesta dell’organizzazione giornalistica Orb Media.
Delle 259 bottiglie testate, solo 17 erano prive di plastica. Le analisi sono state condotte dall’Università di Fredonia, negli Stati Uniti.
Gli scienziati che hanno lavorato al rapporto hanno dichiarato di aver trovato circa il doppio delle particelle di plastica nell’acqua in bottiglia rispetto a un precedente studio sull’acqua del rubinetto.

Secondo il nuovo studio, il tipo più comune di frammento di plastica trovato era il polipropilene, lo stesso tipo di plastica utilizzato per realizzare i tappi di bottiglia. Le bottiglie analizzate sono state acquistate negli Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico, Libano, Kenya e Tailandia.
Gli scienziati hanno usato il colorante rosso Nilo per fluidificare le particelle nell’acqua. Questo colorante tende ad aderire alla superficie della plastica ma non alla maggior parte dei materiali naturali.
Lo studio non è stato pubblicato su una rivista e non è stato sottoposto a una peer review scientifica.
I marchi analizzati sono Aqua (Danone), Aquafina (PepsiCo), Bisleri (Bisleri International), Dasani (Coca-Cola), Epura (PepsiCo), Evian (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Brunnen), Minalba (Grupo Edson Queiroz), Nestlé Pure Life (Nestlé), San Pellegrino (Nestlé) e Wahaha (Hangzhou Wahaha Group).

“Le microfibre di plastica sono facilmente presenti nell’aria. Chiaramente ciò si sta verificando non solo all’esterno ma all’interno delle fabbriche”, hanno detto gli scienziati.
Il problema delle microplastiche è diventato allarmante e più grave di quanto ipotizzato. Jacqueline Savitz, del gruppo di ricerca Oceana, ha dichiarato: “Sappiamo che la plastica si sta formando negli animali marini e questo significa che anche noi siamo esposti”.
Nestlé ha criticato la metodologia dello studio, affermando in una dichiarazione alla CBC che la tecnica che usa la colorazione rossa del Nilo potrebbe “generare falsi positivi”.
La Coca-Cola ha detto alla BBC di avere metodi di filtrazione rigorosi, ma ha riconosciuto l’ubiquità delle materie plastiche nell’ambiente, il che significa che le fibre di plastica “possono essere trovate a livelli minimi anche in prodotti altamente trattati”.
Un portavoce della Gerolsteiner ha affermato che anche la società non può escludere che la plastica entri nell’acqua imbottigliata da fonti aeree o da processi di imballaggio. Il portavoce ha dichiarato che le concentrazioni di materie plastiche in acqua derivanti dalle proprie analisi erano inferiori a quelle consentite nei prodotti farmaceutici.

giovedì 15 marzo 2018

Cumhuriyet, per ora niente lieto fine

Cumhuriyet” [Repubblica, NdR] è il più antico quotidiano turco ancora in circolazione, fondato nel 1924. Il direttore e alcuni giornalisti sono stati arrestati nel 2015 e rilasciati nel 2016. Il direttore dell’edizione online è stato arrestato nel 2017 per un’inchiesta sulla morte sospetta di un procuratore capo. Lo hanno seguito in carcere altri giornalisti del quotidiano, come ricorda Can Dündar in questo articolo.


Il film “The Post" fa pensare al destino del giornale “Cumhuriyet”.
Quando nel nuovo film di Steven Spielberg ho visto quello che accadde al “Washington Post”, allorché fece conoscere come il governo USA aveva ingannato il popolo sulla guerra del Vietnam, ho pensato involontariamente al mio giornale “Cumhuriyet”, quando scoperchiò le bugie del governo turco a proposito della fornitura di armi in Siria. Quello che i miei colleghi vissero al “Washington Post”, una generazione fa, lo stiamo vivendo noi oggi alla stessa maniera.
In che modo sfacciato i governi si nascondano dietro la scusa del “segreto di stato” per celare le loro menzogne lo si può vedere in due scene. Quando Nixon nello studio ovale urla: “Quello che fanno questi giornalisti è alto tradimento! Bloccate le pubblicazioni, avviate le indagini!”, vediamo un politico che oggi ispira Erdogan. La somiglianza dei pubblici ministeri americani, che minacciano di arrestare il redattore capo del “Post”, coi pubblici ministeri turchi che ci hanno messo in carcere e ci volevano tenere per tutta la vita dietro le sbarre, ci è di ammonimento.
Quando vediamo come i giornalisti, nonostante le pressioni, le minacce e i rischi, si impegnino al servizio della verità e difendano i loro resoconti, noi pensiamo ai nostri colleghi che oggi conducono la lotta per la verità sottoposti a una massiccia pressione. Noi sappiamo che la persecuzione è una parte inevitabile, necessaria della lotta per la libertà di parola, che viene condotta da centinaia d’anni.
E’ naturale che tra il caso del “Washington Post” e del “Cumhuriyet”, accanto a molte somiglianze, ci siano anche notevoli differenze: il nostro film non è ancora arrivato al lieto fine del “Post”.
A questo proposito due sono gli elementi interessanti: il primo è che in Turchia non ci sono più giudici indipendenti che possano firmare un verdetto in cui si stabilisce il principio che “la stampa non serve a coloro che governano, ma a coloro che sono governati”. Se la Giustizia statunitense degli anni Settanta fosse stata agli ordini del governo, come oggi accade in Turchia, la storia sarebbe stata scritta in modo diverso. Questa è la prova più importante del fatto che senza uno stato di diritto e la divisione dei poteri non può esserci alcuna libertà di stampa.
La seconda differenza consiste nel fatto che la solidarietà, che gli altri media americani dimostrarono al “Washington Post”, non si è manifestata per il “Cumhuriyet”. Al contrario, l’attacco principale è venuto proprio dai media “al servizio di coloro che governano”. Questo spiega perché Erdogan, prima della presidenza, decise di diventare patron dei media. Come si spiega anche con gli attuali attacchi di Trump contro i media.
A un’altra cosa ancora fa pensare il film “The Post-L’editrice”(*): il “Cumhuriyet” viene pubblicato da una fondazione indipendente. Esso non ha, quindi, un capo. Di conseguenza anche gli “amici del capo” non hanno possibilità alcuna di intervenire nella politica editoriale del giornale. Il film dimostra una volta di più che l’indipendenza dei media è così fondamentale che non può essere lasciata alla benevolenza dell’editore.
I “Pentagon Papers” prepararono la fine di un governo che mentiva al popolo, e consolidarono la fama di un giornale che scoperchiò la verità. Il “Cumhuriyet”, invece, è oggi un giornale, la cui dirigenza è in prigione, perché ha smascherato un governo che mentisce al popolo..
Comunque, non c’è menzogna che viva più a lungo della verità.
La storia della stampa presenta centinaia di esempi a favore del fatto che sono i difensori della verità, alla fin fine, a eliminare coloro che cercano di occultarla.
Ed è giusto che sia così.




Can Dündar,
Die Zeit” 8/2018 del 14 febbraio 2018


(*) “L’editrice” [“Die Verlegerin”] è il titolo con cui è uscito in Germania il film “The Post”, che in Italia ha mantenuto il titolo originale.

giovedì 8 marzo 2018

[Iran] otto marzo


Cara mamma,
Ora che ti scrivo questa lettere mancano poche ore all'8 marzo. Tra qualche giorno ci sarà anche la giornata nazionale della mamma, qui. Quest’anno non ci sei e io ti penso più che mai!
Mamma, ti ricordi quando ero piccola e ti compravo sempre dei regali per la giornata della mamma? Una volta comprai un bellissimo velo rosso. Ero così felice e fiera… ti piaceva tanto. Ancora oggi penso che il rosso sia il colore giusto per te, ma ora so che non dovevo regalarti un velo! Nessuno regala a una colomba, una gabbia. Nessuna donna merita di ricevere un velo come regalo. Nessuna donna merita di dover portare il velo!

Mamma, ricordi quell’anno che ti avevo comprato un libro di ricette per la festa della mamma? Pensavo che ti avrebbe fatto felice. E ti ha fatto veramente felice. Non capisco perché invece di regalarti questo libro, non ho deciso di cucinare per te per un giorno, una settimana, per tutta la vita!
 
Mamma! Oggi è il nostro giorno e io mi accorgo che pure il nostro rapporto ha un colore maschile, che il mio amore per te era tutto maschile. Non mi hai insegnato come trattarti da donna perché nemmeno tu sapevi come dovevi essere trattata. Oggi io so che meritavi di più, che meriti di più, che meritiamo di più. E sai, mamma, non sono da sola! 

Oggi non ho nessun regalo per te, mamma; solo un “perdonami”. Proverò con tutta me stessa ad amarti da donna, come donna. E tu promettimi che sarai sempre prima una donna e poi, la mia mamma...

Ti voglio bene mamma
 

Tua
JASS


La strage degli ulivi e l’affaire Xylella




La Commissione europea ha usato due pesi e due misure, con la complicità delle istituzioni nazionali che non hanno avuto nulla da obiettare, per la gestione di organismi nocivi da quarantena? Dalla lettura dei dispositivi europei emanati sembrerebbe di sì.

Cerchiamo di analizzare questi documenti. Nel 2015, a distanza di poche settimane l’una dall’altra, la Commissione europea ha emanato due Decisioni di esecuzione, la 789/2015 e la 893/2015, per due organismi nocivi inseriti entrambi in Lista Eppo 1 (la lista degli organismi da quarantena), Xylella Fastidiosa (riscontrato in Salento) e Anoplophora Glabripennis (riscontrato in Lombardia). Entrambi sono considerati organismi da quarantena, ma la Commissione ha deciso di trattarli in maniera diversa per quanto riguarda le eradicazioni.

Per la Xylella è stato imposto, anche con l’uso della forza pubblica, di procedere con lo sradicamento di tutte le piante “potenzialmente ospiti”, solo con esami visivi e con delle supposizioni degli ispettori fitosanitari, senza esami analitici nel raggio di cento metri intorno alla pianta dichiarata infetta in fascia di contenimento.
Per l’altro organismo nocivo, invece, è stato concesso di andare in deroga all’abbattimento delle piante “per motivi connessi al particolare valore sociale culturale o ambientale”! Chiaro? La Commissione prevede che per il patogeno trovato in Lombardia, l’Anoplophora Glabripennis, si può andare in deroga agli abbattimenti, non come sta accadendo in questi giorni nel brindisino, precisamente a Cisternino, dove invece si impone il taglio indiscriminato delle piante ritenute potenzialmente ospiti.

Tutte e due le risoluzioni portano la stessa firma, il Commissario europeo Vytenis Andriukaitis (per approfondire suggeriamo l’articolo del professor Luigi Cerciello Renna dal titolo Xylella, l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggi).

ARTICOLI CORRELATI

Sorvoliamo su quanto abbiamo ripetutamente scritto – e per il quale abbiamo ricevuto in questi anni offese, ritorsioni o ‘messaggi particolari’ (ma rassegnatevi, perché perdete solo tempo; piuttosto non nascondetevi e rispondete ai nostri rilievi) – a proposito della mancanza dei dati epidemiologici (con prove di laboratorio che certifichino la presenza di una epidemia da xylella, da non confondere con il Co.di.r.o., Complesso del Disseccamento Rapido dell'Olivo) sulle vere cause dei disseccamenti in zona infetta, batterio oppure verticillium o altro.
Sorvoliamo sulle parole pronunciate dall’allora procuratore capo Cataldo Motta (“L’Unione europea è stata tratta in inganno con una falsa rappresentazione dell’emergenza xylella fastidiosa, basata su dati impropri e sull’inesistenza di un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento degli ulivi”).
Sorvoliamo sulle forti contestazioni allo studio di Efsa che dimostrerebbe il nesso causa/effetto xylella con disseccamento olivi (mancanza di peer-review indipendente ed approvata dalla comunità scientifica internazionale).

Quello su cui non si può sorvolare è che nel frattempo Xylella Fastidiosa è passata da Lista Eppo 1 (come era nel 2015), a Lista Eppo 2, ma è sempre soggetta agli stessi decreti legge nazionali e le stesse decisioni. Quindi le eradicazioni vengono imposte, per un aspetto prettamente burocratico. Ma mentre in Lombardia o nelle altre zone in cui è stato riscontrato il patogeno Anoplophora Glabripennis i proprietari di alberi (che hanno un valore paesaggistico e sociale) possono salvare le loro piante senza grossi problemi, a Ostuni e Cisternino sono costretti invece a ricorrere al Tar (e a sopportare anche pressioni e spese). Questo per le rispettive fasce di contenimento.

A questo punto non ci possono più essere alibi per nessuno, né per le associazioni di categoria, spesso cieche e sorde di fronte a queste palesi contraddizioni, né per quegli agronomi collusi con le stesse associazioni e con le baronìe universitarie, né per quei giornalisti appiattiti su un’impostazione che traballa sempre più, né per la maggior parte dei politici locali che fanno finta di non capire rendendosi tutti complici di queste scelleratezze.
Xylella è un problema di politica economica e di riconversione agricola che si vuole imporre, senza se e senza ma, al nostro territorio? Questa è la domanda cui tutti dovrebbero dare risposte.

Un’altra riflessione da fare è legata ad una incredibile variabile di questa storiella: il vettore, la famigerata Philaenus spumarius comunemente conosciuta come ‘sputacchina‘.
In questi anni ne abbiamo sentite di tutti i colori (in tutti i sensi): “Se andate in Salento tenete i finestrini delle automobili ben chiusi per evitare che gli insetti saltino all’interno e vengano così trasportati in altri luoghi” – disse un ricercatore barese; oppure ”un insettuccio polifago grande meno di mezzo centimetro, che di suo non si sposta più di cento metri, ma ha una predilezione per i colori intensi, si attacca spesso alle automobili con le carrozzerie metallizzate e per questo motivo è stato definito “autostoppista”; ma anche “Xylella, nessun rischio nel Barese. Gli esperti: ‘Occhio ai viaggi in auto’, l’insetto infatti, attratto anche dai colori chiari, nonostante le piccolissime dimensioni, potrebbe saltare fin dentro il veicolo, usufruendo di ‘passaggi’ indesiderati”.
Tenendo presente come sta andando avanti la storiella dell'”avanzata inesorabile del batterio” – che sembra si sposti alla media costante di circa trenta chilometri all’ anno (da Gallipoli 2013 a Cisternino 2018), salvo poi fare incredibili salti di diversi chilometri come nel caso dei focolai puntiformi che sarebbero stati ritrovati a Ceglie Messapico o Cisternino in aperta campagna distanti molti chilometri da Oria, cioè dal punto più a nord della cosiddetta ‘zona infetta’ (super sputacchina?) – fosse vero tutto quello che ci hanno sempre raccontato, possibile che mai nessuna sputacchina sia riuscita, in oltre quattro anni, ad imbarcarsi su di un’auto dai “colori intensi” o “chiari” o multicolor per farsi un bel viaggetto fino a Bari, Foggia, Pescara o Toscana?
Più che una variabile aleatoria la sputacchina appare così una costante prevedibile, un po’ come le dichiarazioni a rate di certi pentiti.

Durante il consiglio comunale aperto tenuto a Cisternino alcuni giorni fa sul problema eradicazioni, è emerso che la positività dei tre olivi sarebbe stata riscontrata a settembre 2017, ma la notifica dei decreti di eradicazione è avvenuta a febbraio 2018, cioè dopo oltre cinque mesi. Stiamo parlando di un intervento fortemente invasivo: per ogni olivo infetto infatti dovranno essere sradicate tutte le piante potenzialmente ospiti nel raggio di cento metri intorno, cioè presenti in un’area di oltre tre ettari.
Si presume possano esserci circa centocinquanta/duecento piante da sradicare intorno ad ogni olivo dichiarato infetto.
Ora, supponendo fosse tutto vero quello che ci hanno raccontato finora, soprattutto sull’ineluttabilità e tempestività degli interventi per “fermare l’avanzata inesorabile del temibile batterio”, com’è possibile un simile ritardo quando poi la Decisione 789 impone che il proprietario sia “immediatamente informato della presenza o sospetta presenza dell’organismo specificato” e “lo Stato membro deve rimuovere immediatamente nel raggio di cento metri … le piante ospiti … le piante notoriamente infette..le piante che presentano sintomi indicativi…”?

Stiamo affrontando una finta emergenza, o una vera farsa?


Crocifisso Aloisi
*consigliere comunale nel Comune di Galatone (Lecce).
Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

(Fonte: Comune-info)

martedì 6 marzo 2018

[Iran] la fontana



Una vecchissima signora, credo abbia 90 anni, sale sul muretto della fontana (?) con molta fatica e si toglie il velo.
E lo sventola come fanno le ragazze della strada #Enghelab !


Ora la Fontana è così.
Succede -non nel medioevo ma nel 2018.
Tehran, IRAN


 



   
JASS.


sabato 3 marzo 2018

[Iran] Sono una delle ragazze di #Enghelab

WhiteWednesday: una manifestante

Dopo 30 anni di vita, solo recentemente sono venuta a conoscenza di alcuni miei diritti di donna, anche se possono essere definiti come diritti di ogni essere vivente, ma qui, in Iran, i diritti umani sono solo per gli uomini e i diritti per le donne sono sotto un’altra categoria.
Comunque non è di questo che voglio parlare (almeno non questa volta, per vostra fortuna)!

Io, da piccola, pensavo che il mio diritto di donna, dopo i 18 anni, sarebbe stato il permesso di cambiare la ricetta del brodo della bisnonna e non metterci più i piselli. Anche se i piselli ci sono ancora e dopo aver letto il libro “Ingoia il Rospo” li ingoio senza dire niente. Spero però di trovare il coraggio necessario per poterli almeno mettere da parte nel piatto, uno di questi giorni.
Devo confessare che l’arrivo delle parabole e dei canali satellitari, è stato un aiuto enorme alla mia trasformazione esistenziale e a quella di tante altre ragazze/donne iraniane.
Perché prima vedevamo solo le nostre mamme, zie, nonne. Tutte uguali, tutte sposate, tutte obbedienti e spesso incinte.
Ma avendo avuto accesso ai canali turchi e, anni dopo, a quelli europei, riuscimmo a vedere un mondo diverso dal nostro. Vedemmo le donne “vere”. Quelle belle, bionde, truccate, sexy, libere e felici.

Raggiunti i 18 anni, capii che i miei diritti erano decisamente superiori a quelli che pensavo.
Fino a quell’età, non avevo mai comprato gli occhiali da sole perché a mio padre non piacevano. Diceva che solo le “poco di buono” mettevano gli occhiali da sole e che era un modo per far capire agli uomini “poco di buono” che erano disponibili. Poi, in TV, vidi che, nel mondo, c’erano persino delle donne che compravano gli occhiali e li mettevano sui capelli mentre guidavano: straordinario!
Quando mi accorsi che avevo il diritto di comprarmi gli occhiali e metterli, anche fuori casa, fiera di questa scoperta che mi avrebbe cambiato la vita, feci un minuto di standing ovation per me stessa.

Però devo dire che la svolta ci fu con i miei 21 anni, quelli che ricordo come pietra miliare della mia esistenza. Ero seduta con delle amiche sulle panchine fuori dall’università, tutte con i nostri occhiali da sole e un bicchiere di thè tra le mani, per scaldarci, quando venne una nostra amica molto trasgressiva e coraggiosa. Aveva una bibita colorata – di quelle senza zucchero che bevevano le donne fighe in TV – e disse con molto orgoglio: “Sapete che anche noi abbiamo il diritto di tornare a casa dopo il tramonto?”. Noi tutte pensammo che ci volesse solo prendere in giro: “Bugiarda! Mica siamo maschi!”. Lei però continuò seriamente: “Io torno a casa verso le 8, solo poche ore prima di mio fratello perché questo è un mio diritto”.
Pensai tra me e me: “Rivoluzionaria!! Ma di sicuro ci vuole far fare una brutta figura davanti ai nostri genitori con questo scherzetto…”. Ma lei mise i suoi occhiali sul velo e disse: “Questa è la verità, sfigate! Noi abbiamo quasi gli stessi diritti dei nostri fratelli”.
“Allora non sta scherzando! Chissà quant’è bello passeggiare da sola per le strade e guardare le vetrine” pensai con un velo di tristezza.
Quanto avrei voluto essere come lei.
La stessa sera decisi di comunicare alla mia famiglia questo mio nuovo diritto. Mentre cenavamo dissi: “Io ho il diritto di tornare a casa dopo il tramonto”.
Tutti si interruppero, mi guardarono con stupore, poi ripresero a mangiare, pensando che fosse solo una delle mie battute. Mio padre disse: “Passami l’acqua: ti ho detto mille volte che le donne non raccontano barzellette”. Gli risposi: “Padre, hai sentito cosa ho detto? È un mio diritto!”.
Lui sussurrò a mia madre: “Ha trovato il codice di quei canali lì?”. Mia madre arrossì e mi guardò con rabbia e mi fece capire con il movimento degli occhi e le sopracciglia, che dovevo stare zitta.
Rimasi zitta, per anni, ma rimasi convinta che c’era qualcosa di giusto in quello che avevo detto. E poi, di quali canali parlava mio padre?


A 26 anni, sentii una cosa che mi fece fissare il muro della mia stanza per 5 ore.
Non riuscivo a gestire tutti i pensieri e le sensazioni che bombardavano la mia esistenza: “Le donne hanno il diritto di viaggiare da sole come gli uomini”.
Pure adesso, a 30 anni, mentre lo scrivo, mentre lo penso, mi sento svenire da quanto mi suona folle e incredibilmente piacevole sapere di avere questo diritto.
Trovo così coraggiose le donne straniere che viaggiano da sole senza chiedere il permesso scritto di un loro parente maschio!
“Quanto vorrei essere come loro. Che ingiustizia essere nata qui!”.
Ma mi feci una promessa: “Prima di morire farò tutto quello che non mi hanno mai permesso di fare perché sono nata femmina e perché, per loro, sono una creatura inferiore e incapace di intendere e volere”.

Ho 30 anni. Poche settimane fa ci sono state proteste contro il regime totalitario in Iran, contro discriminazione, corruzione, povertà, censura. Stavamo cenando e al telegiornale parlavano delle ragazze arrestate per le strade della capitale, perché si erano tolte il velo dicendo che era un loro diritto scegliere il proprio abbigliamento. Mio padre arrabbiato commentava: “Svergognate! Vorrebbero pure il diritto di vivere da sole senza essersi sposate”.
Oh! Sarebbe bello! Perché non ci ho pensato prima? Dissi: “Non è che ho pure questo diritto e non me lo avete detto?”. Mio padre, nervoso, tossì e mia madre cambiò argomento: “Mangia i piselli e stai zitta”…
… No! Non è andata così! Avrebbe potuto, ma non è andata così!

Per tanti anni non ho saputo di avere dei diritti.
Ora ho 30 anni e so di avere dei diritti e lotto per averli.
Io sono una delle ragazze di #Enghelab .
Io tolgo il mio velo perché questo è un mio diritto.




 JASS.
(
articolo pubblicato su syndromemagazine.com)
 

mercoledì 28 febbraio 2018

Rapporto MOBILARIA2018, la situazione di Torino

Decarbonizzare i trasporti è la parola chiave che ricorre nelle politiche europee per la mobilità, decisamente necessaria per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra dopo l’Accordo di Parigi. L’Europa punta infatti ad abbattere le emissioni di C02 del settore trasporti almeno del 60% entro il 2050. 
Le “disruptive technologies” dopo l’energia trasformeranno rapidamente il mondo dei trasporti: l’avanzata della mobilità elettrica nel mondo, la ricerca in corso sui veicoli a guida autonoma, la sharing mobility in crescita, ne sono una prova concreta. 
Ma l’Italia è ancora purtroppo uno dei paesi europei in cui l’inquinamento dell’aria fa più vittime, con 79.820 morti premature in Italia nel 2014, secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. E la componente traffico è tra quelle che producono più inquinanti.

Non va dimenticato che la Commissione Europea ha avviato da tempo una procedura di infrazione contro il Governo Italiano per i problemi di qualità dell’aria ed i superamenti di NO2 e PM10. Di recente - a gennaio 2018 - il Commissario Europeo per l’Ambiente ha comunicato al Governo Italiano, che se non prenderà adeguate e rapide misure per la riduzione dei due inquinanti, la Commissione procederà al deferimento alla Corte di Giustizia. Un nuovo pacchetto per la qualità dell’aria “Clean Air Policy Package”, è stato emanato dalla Commissione Europea nel 2013 per il conseguimento a breve termine degli obiettivi esistenti e per il raggiungimento al 2030 di nuovi limiti per la qualità dell’aria. 
Tutto questo avrà un forte impatto anche sulla situazione delle città italiane che dovranno confrontarsi con limiti sempre più restrittivi. La riduzione dell’inquinamento atmosferico in ambito urbano produce elevati benefici pubblici e privati: solo i vantaggi per la salute e l’ambiente consentirebbero alla collettività di risparmiare decine di miliardi di euro di esternalità negative. Peraltro il settore dei trasporti è responsabile di un quarto delle emissioni di C02 ed ha visto un leggero aumento delle emissioni, invece che una loro riduzione, rispetto al 1990. Considerati inoltre gli impegni al 2030 che prevedono per l’Italia un taglio del 33% delle emissioni dei trasporti rispetto al 2005, occorre un deciso cambio di marcia nei prossimi anni. Occorre quindi puntare i riflettori su questo settore. 

A questo serve il rapporto MobilitAria 2018 (QUI versione pdf):
fornire Uno stato reale della situazione della mobilità urbana e della qualità dell’aria nelle 14 grandi città negli ultimi 10 anni. Da questa analisi si deduce che nel complesso i provvedimenti adottati, la riduzione del traffico a causa della crisi e il miglioramento delle emissioni dei veicoli hanno fatto registrare un miglioramento della qualità dell’aria. Ma restano situazioni critiche, congestione e superamenti costanti dei parametri fissati dalle direttive europee: quindi il lavoro da fare a scala metropolitana è davvero ancora imponente. Sembra opportuna quindi, la definizione di un Piano Nazionale per la Qualità dell’Aria, che d’intesa con le Regioni, avvii una programmazione di lungo termine per il contrasto dell’inquinamento atmosferico a scala nazionale, per la messa a sistema di progetti ed investimenti nei settori della mobilità, per l’utilizzo e la produzione di energia pulita e rinnovabile nelle città. Far crescere la bicicletta, la mobilità pedonale, la sharing mobility, potenziare il trasporto collettivo e la cura del ferro, puntare sul veicolo elettrico e le innovazioni tecnologiche, sono gli ingredienti essenziali della soluzione. 

Gianni Silvestrini
direttore Scientifico Kyoto club 
Nicola Pirrone
direttore cnr-iia consiglio nazionale delle ricerche istituto sull’inquinamento atmosferico



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Pag. 105 - LA SITUAZIONE A TORINO
(per la visione del Rapporto completo si rimanda al link precedente)

La qualità dell’aria della città di Torino è monitorata da 5 stazioni di cui 3 di tipologia traffico urbano e 2 di fondo urbano, in particolare le stazioni di monitoraggio di Consolata, Grassi, Rebaudengo sono di traffico urbano mentre Lingotto e Rubino di fondo urbano.
La città di Torino presenta in media 77 giorni di pioggia con una precipitazione totale annua sulla media del periodo 2006-2016 di circa 987 mm.
Nel periodo temporale preso in esame (2006-2016), dalle analisi eseguite sulle stazioni di traffico, fondo e sulla media della città è emersa una riduzione delle concentrazioni dei tre inquinanti. Nel dettaglio si osserva un trend del valore medio della città in riduzione del -32% per l’NO2, -47% per il PM10 e -26% per il PM2,5.
Le elaborazioni dei dati, nella decade in esame, ha permesso di evidenziare una lieve diminuzione delle concentrazioni medie di no2, sia della media complessiva (-32%) sia per le singole stazioni di traffico e fondo urbano (rispettivamente -26% e -29%); tuttavia, nonostante questa generale riduzione le concentrazioni sono comunque maggiori rispetto al limite normativo in vigore. Diversamente, è possibile osservare una marcata riduzione delle concentrazioni medie di Pm10 per la città (-47%) che ha consentito negli ultimi quattro anni di avere valori medi prossimi o al di sotto del valore limite.
Per quanto attiene alle concentrazioni medie del Pm2,5 si osserva un andamento pressoché costante con concentrazioni comprese nell’intervallo 28-40 μg/m3, ma sempre superiori al valore limite.
Entrando nel merito dei superamenti orari dell’no2, nell’arco temporale considerato, si assiste ad un decremento degli stessi rispetto ai valori limite per entrambi gli inquinanti; tuttavia, il numero di superamenti risulta sempre maggiore rispetto al limite imposto dalla normativa (eccezion fatta per l’NO2 negli  anni  2008,  2011,  2012  e  2014).  Diversamente, nel caso del Pm10 i superamenti giornalieri sono sempre in numero maggiore rispetto al limite dei 35 annuali (fino a valori di 194 superamenti, registrati nel 2006).
Approfondendo la situazione relativa alla tipologia di stazione emerge che la media delle stazioni di traffico dell’no2 ha subìto un lieve decremento, drasticamente nel 2007 e poi nuovamente dal 2010, ma nonostante ciò presenta concentrazioni sempre superiori al limite. Lo stesso avviene per le stazioni di fondo che più regolarmente tendono a ridurre le concentrazioni che rimangono sempre sopra i limiti, ad eccezione delle annualità 2014 e 2015.
Entrando nel merito del Pm10 si osserva un decremento generale maggiormente evidente per le stazioni di fondo, che ha portato le concentrazioni a ridursi notevolmente, registrando valori anche al di sotto del limite a partire dal 2013; da questo anno per i tre successivi le concentrazioni sono rimaste stabili. Per le stazioni di traffico si osserva un decremento dal 2006 al 2010, dopo di che si sono registrate concentrazioni molto elevate per i due anni successivi, fino a ridursi e rimanere costanti a partire dal 2013. Probabilmente tale incremento risulta correlato con un numero ridotto di giorni piovosi (per l’anno 2011) e con le ridotte precipitazioni cumulate (per l’anno 2012).

Concludendo, per la città di Torino, pur osservando un miglioramento della qualità dell’aria, questo non è sufficiente a rientrare nei limiti normativi in particolare per PM10 e NO2. 
Risultano sfavorevoli in tale contesto le condizioni meteoclimatiche che non consentono una dispersione e diluizione degli inquinanti, e che richiedono azioni ancora più incisive di riduzione delle emissioni inquinanti.

venerdì 16 febbraio 2018

[Iran] il tatuaggio

Immaginate con me: vi siete fatti un tatuaggio quando eravate molto molto giovani; ma, con il passare degli anni, vi siete piano piano accorti che non andava più bene, o non vi piaceva più, o vi causava problemi vari. E ora non lo volete più...

- Potete pensare che ormai c'è e ci sarà per sempre. Pazienza.
- Oppure potete pensare: ok, dovrò sopportare il dolore e spendere tanti soldi ma lo toglierò con il laser.
Ora immaginate che questo tatuaggio ve lo abbiano fatto appena nati. Non è un piccolo tatuaggio da nascondere. No. È sul tutto il vostro corpo, grande come voi. Le opzioni sono sempre quelle di prima, o lo lasciate o lo togliete. Ok?

Adesso voglio che voi sappiate una cosa...
A me, e a tantissime persone come me, hanno fatto un enorme tatuaggio appena nati. Si chiama Islam.
Siamo nati da genitori musulmani e loro da genitori musulmani e così via. Abbiamo tutti questo tatuaggio enorme che ci distingue dal resto del mondo. Le due opzioni che c'erano prima, qui non funzionano più!

Perché o resti musulmano (e ti comporti da musulmano e pazienza se non ti piace e sei infelice), o cambi religione...
In Iran la legge islamica sciita dice: chi cambia religione dall'Islam a un'altra religione principale (religioni di Abramo, Mosè, Gesù) deve essere allontanato dalla società musulmana, cioè non può mangiare con loro, non può sposarsi con loro, non può fare affari con loro, non può essere sepolto nel loro cimitero ecc. Invece, dice sempre la legge islamica, chi abbandona l'Islam per diventare ateo o far parte di un'altra religione non principale (come il buddismo, per esempio) ha il "sangue gratis", cioè se viene ammazzato da un musulmano, questi non deve rispondere davanti alla legge come un assassino, ma come uno che ha fatto il suo dovere, basta che lui possa dare le prove della infedeltà religiosa della persona che ha ucciso (e quasi sempre è proprio il regime islamico ad arrestarli e poi impiccarli).
Ci sarebbe una via di mezzo: cambiare Paese. Andare in un Paese dove cambiare religione non vuol dire essere perseguitato dal governo e dai fedeli radicali.
L'unico problema che c'è, è che questo tatuaggio non va via del tutto. Resta il segno e l'inchiostro è stato così velenoso, che ha danneggiato il tuo essere.
Potresti anche decidere di non essere più musulmano, ma crescere sotto tutta questa pressione per anni ti ha segnato dentro. Non sei come i cittadini di questo nuovo Paese. Sei sempre diverso perché l'Islam non è stato solo una religione per te e per il tuo popolo, ma è la tua cultura, il tuo modo di pensare e agire, il tuo stile di vita...

Puoi non essere più musulmano, ma resti sempre un mediorientale con la cultura islamica.
A meno che tu non vada a studiare bene per anni te stesso, la tua cultura e tutti i suoi aspetti, non potrai mai essere diverso da tutto gli altri musulmani.

Ecco. Questa parte è quella che manca ai migrati musulmani mediorientali in Italia (secondo me). Pensano di essersi liberati da secoli e secoli di discriminazione, dolore e pressione, ma non sanno che loro hanno tutto questo dolore dentro e lo portano in giro sempre e non se ne libereranno cambiando Paese o religione, persino nome e cognome.
E, sempre secondo me (che non sono ne' esperta ne' saggia), l'unico modo che c'è per far integrare i migranti è insegnare loro proprio questo.
Non con rabbia. Non con umiliazione. Non con odio. Perché a tanti di noi hanno detto come non vivere per non finire all'inferno ma mai come vivere per entrare in paradiso!

E se volete veramente liberarvi per sempre da tutti i rifugiati e migranti e naufraghi ... fate un'unica manifestazione nazionale, tutti uniti, contro una sola cosa: Guerra!
Guerra per il petrolio, guerra per chi deve avere potere assoluto sul medio oriente, guerra per esportare democrazia, guerra per aiutare chi soffre sotto un regime totalitario e altre mille scuse che le "nazioni forti" hanno usato in tutti questi anni per fare guerre nel mondo.

Tutti questi migranti non sono la causa dei problemi che ci sono ora, loro sono la conseguenza del silenzio che abbiamo mantenuto per anni.



PS:
La notizia più bella di oggi (15 febbraio):
Zia Nabavi, attivista, dopo 3164 giorni in galera (8 anni) , è stato rilasciato!!!!

Bentornato a casa Zia!
L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'aperto

Inceneritore del Gerbido, qualche cifra

LE EMISSIONI
Secondo il progetto originario presentato da TRM (società proprietaria dell'impianto del Gerbido, oggi privatizzata), l'inceneritore emette ogni giorno dalla ciminiera 10'080'000 di metri cubi di fumi tossici.
Questo dato non viene mai esplicitamente dichiarato per intero, neanche sui documenti tecnici: si parla di 140'000 mc all'ora per ciascuna delle 3 canne di cui è composta la ciminiera.
La moltiplicazione è banale, ma evidentemente i promotori ed i loro sponsor politici hanno moltissima paura di dire quali sono i numeri totali in gioco. I valori dichiarati da TRM per le sostanze inquinanti vanno quindi moltiplicati per... 10 milioni!! E questo ogni giorno. Partendo da numeri espressi in "zero virgola qualcosa", si arriva a:
  • 300 kg di ossido di carbonio (CO) al giorno
  • 700 kg di ossidi di azoto (NOx) al giorno
  • 50 kg di acido cloridrico (HCl) al giorno
  • 100 kg di anidride solforosa (SO2) al giorno
E molti altri ancora sono gli inquinanti emessi. Molti di essi non si vedevano a Torino e dintorni dagli anni ’70!!! Evviva il progresso!
Con l'aumento del quantitativo di rifiuti bruciato stabilito dal decreto "Sblocca Italia", aumentano anche i fumi, fino ad un valore che possiamo stimare in 12-13 milioni di metri cubi al giorno.

TRM ammette che c'è emissione di diossine, furani, policlorobifenili (PCB), idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e metalli pesanti. Queste sostanze sono dette “microinquinanti” perché sono altamente cancerogene anche in dosi piccolissime, cioè di miliardesimi di grammo (o nanogrammi). Sempre secondo i dati ufficiali dello Studio d'Impatto Ambientale di TRM, l'inceneritore emette ogni giorno almeno:
  • 0.5 kg di mercurio
  • 0.3 kg di arsenico, cromo, piombo, nickel, cobalto ed altri metalli pesanti
  • 100 g di idrocarburi policiclici aromatici
  • 1 mg di diossine/furani al giorno cioè un milione di nanogrammi (ng) o un miliardo di picogrammi (pg).
Si tenga presente che, secondo le stime dell'Unione europea del 2001, la produzione d'acciaio nell'intera Europa ha prodotto 350 g (trecentocinquanta grammi!) di diossine*. A Seveso, la concentrazione massima assoluta riscontrata al suolo dopo l'incidente fu di 580.4 μg/mq (microgrammi al metro quadrato di terreno)*.
l limite massimo di presenza di diossine negli alimenti è oggi variabile (a seconda dell'alimento) fra 0.006 e 0.001 ng per grammo di alimento (da 1 a 6 picogrammi per grammo)*.
Per comprendere meglio questi numeri, ricordiamo che un milligrammo (mg) è 1/1000 di grammo, un microgrammo (μg) è un millesimo di milligrammo (o un milionesimo di grammo), un nanogrammo (ng) è un milionesimo di milligrammo (o miliardesimo di grammo), ed un picogrammo (pg) è un miliardesimo di milligrammo (o un millesimo di miliardesimo di grammo).
* Dati da: APAT - Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici - Diossine Furani e PCB – Febbraio 2006 - ISBN 88-448-0173-6

PM10 e PM2,5
Sembrerà strano, ma l'inceneritore non deve rispettare nessun limite per il PM10 o il PM2,5. La vostra automobile invece si. A titolo d'esempio, un'auto diesel euro5 o euro6 (dall’utilitaria al mega-SUV) non può emettere più di 5 mg/km (millesimi di grammo ogni km) di PM10. L'inceneritore per legge può emettere 10 mg/mc (millesimi di grammo per metro cubo di fumi), ma "garantisce" che ne emette solo 3. Meno di un'auto? No! Infatti dipende da quanti metri cubi di fumi emette! E visto che come s'è detto sopra sono 10 milioni i mc emessi al giorno, è facile calcolare che per fare le stesse emissioni di UN giorno di inceneritore un'auto diesel euro5 o 6 deve fare ben 6 milioni di chilometri.

L'inceneritore inoltre non non ha limiti specifici per il PM10, ma solo per le “polveri sospese totali”, senza distinguere quanto queste polveri sono fini. Ma come è ormai stato dimostrato ed certificato anche dall'OMS, le polveri sono tanto più pericolose quanto più sono fini, perché penetrano più a fondo nei polmoni.
Inoltre le polveri non sono tutte uguali né sono pericolose di per sé: dipende dalle sostanze di cui sono fatte. La polvere di cacao o farina non è come lo scarico delle auto. Allo stesso modo la polvere derivante dalla combustione del gasolio nelle automobili di certo è meno tossica di quella di un inceneritore, perché il gasolio bene o male è una sostanza uniforme e controllata, e non un miscuglio indifferenziato di rifiuti vari (plastiche, batterie, inchiostri, apparecchi elettronici, pneumatici, schifezze varie) come quello che brucia l'inceneritore.
Le polveri dell'inceneritore contengono diossine, furani, PCB, metalli pesanti ecc. Infatti quelle raccolte dai filtri sono classificate come “rifiuti pericolosi”. Molto peggio che i tanto criticati diesel. Ciò che i filtri non trattengono, sono quindi rifiuti pericolosi, e ne vengono emessi almeno 30 kg al giorno (dato di progetto). La normativa (d.lgs 133/2015) comunque permette al “nostro” inceneritore di emettere “legalmente” fino a 100 kg/giorno. Fate un bel respiro!
E queste quantità sono il risultato del "filtraggio del 99,9% delle polveri" che viene publicizzato da TRM, giornali e TV come risultato dei sistemi di "depurazione dei fumi": già solo lo 0,1% rimanente quindi sono quantità di polveri altissime!
Infine, la pianura padana, essendo circondata da alte montagne, favorisce la concentrazione degli inquinanti: in altre situazioni i fumi si disperderebbero (vedi altri inceneritori installati in luoghi più aperti e ventosi o sulle coste), mentre nel nord Italia questi fumi ristagnano. Quando i soliti propagandisti vi raccontano di altri inceneritori in giro per l'Europa, si dimenticano di dirvi questo importante particolare: noi siamo chiusi in una camera a gas. Oltretutto, perchè si limitano i motori diesel, e non gli inceneritori di tutta la pianura padana, che producono polveri molto più pericolose?

Premesso che i valori sopra indicati sono quelli più ottimistici e che la normativa vigente permette "legalmente" di avere fumi anche 10 volte più contaminati, sempre "nel rispetto dei limiti", purtroppo i fatti (vedi incidenti del 2013 e 2014) hanno mostrato che spesso le emissioni "sforano" anche questi limiti già molto permissivi.
Inoltre, è bene ricordare un aspetto importantissimo: i “limiti di legge” dicono solo quanto possono essere “sporchi” i fumi (mg di sostanza inquinante per metro cubo di fumi)… NON esiste nessun limite a QUANTO fumo può essere emesso! I 10 milioni di mc di fumi al giorno possono diventare 100 o anche 1000 milioni, senza violare NESSUNA LEGGE. Un po' come se, parlando di inquinamento prodotto dal traffico veicolare, si parlasse solo di valori euro2-3-4 senza preoccuparsi minimamente se circolano 10 automobili o 10 milioni.
Quindi, quando TRM, il Comune, la Provincia, la Regione o l'ARPA cercano di tranquillizzarvi dicendo che “l'inceneritore rispetta i limiti di legge”, vi stanno prendendo in giro: si dimenticano di dirvi che il limite più importante (la quantità totale di inquinanti) non è previsto dalla legge!!!
In ogni caso, per metalli pesanti e microinquinanti organici (diossine, furani, IPA, PCB) i controlli definiti "in continuo" secondo TRM sono in realtà "una volta al mese". Lo dice ufficialmente l'ARPA.

INCIDENTI
Purtroppo fin dall'inizio l'attività dell'inceneritore è stata segnata da due incidenti con emissioni totalmente fuori controllo e problemi che hanno portato l'ARPA a denunciare alla magistratura il comportamento di TRM, la società di gestione. Nelle pagine relative all'incidente del 2-3 maggio 2013,quello del 10-11 luglio 2013 ed alla segnalazione dell'ARPA sono disponibili più informazioni sui fatti avvenuti, ovviamente minimizzate da TRM e dai suoi sponsor politici.
Altri incidenti (fra i molti) si sono verificati il 23 novembre 2013 ed a Natale 2013. Cerchiamo di  tenere traccia qui... ma non riusciamo a riportarli tutti, sono troppi!!
In ogni caso, la scarsa correttezza di chi gestisce l'impianto e la pericolosità delle emissioni sono sotto gli occhi di tutti: se il buongiorno si vede dal mattino siamo proprio messi male...

L'inceneritore viene fatto per eliminare le discariche? Questa è un'altra favola (o fake news, come si dice oggi!) che vi raccontano. In realtà il progetto prevede che si porti in varie discariche:

  • 110-120 tonnellate di ceneri pesanti (ritenute nocive)
  • 9-10 t di ceneri volanti (rifiuti pericolosi)
  • 5-7 t di prodotti sodici residui (polveri separate dal filtro a maniche, rifiuti pericolosi).
Tutto ciò, sempre "al giorno". Poi, moltiplicate per 365 e per almeno 20 anni di funzionamento previsto. Ovviamente il volume di materiale risulta ridotto, ma la tossicità è maggiore.
Con l'aumento di circa il 20% dei rifiuti bruciati, permesso dal decreto "Sblocca Italia" di Renzi, naturalmente queste quantità sono aumentate: a Torino si smaltiscono anche i rifiuti della Liguria, governata dal centro-destra. Insomma, destra o sinistra gli affari sono affari...

Il flusso di massa dell'impianto è stato definito, sulla base dei dati di progetto, dal Politecnico di Torino. Puoi trovare i dati tecnici in questa pagina.

venerdì 9 febbraio 2018

[Iran] un sacco

Dunque... la campagna del mercoledì bianco va avanti (White Wednesdays: ogni mercoledì ci vestiamo di bianco e, dove possiamo, ci togliamo il velo), ma, grazie alle ragazze di Enghelab (VIDEO), ora siamo viste e ascoltate anche dall'estero.
Proprio per questa visibilità che abbiamo ora, la reazione del regime iraniano è più violenta; ma proprio per non avere di nuovo problemi con "Human Rights", stanno iniziando ad usare il cervello e fanno propaganda contro chi si toglie il velo dicendo che sono "spie pagate da organizzazioni internazionali", e quindi nemici della terra e del popolo (l'accusa per cui sono stata arrestata nel 2010).
 

Vedete questi qua nella foto? Sono apparentemente due
giovani che protestano contro chi protesta per la legge del velo obbligatorio. Ma quando andate a vedere chi sono realmente, trovate che tutti e due vengono pagati da Sepah-e Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) dal 2014!!!
Cioè... una ragazza normale, pagata da nessuno, mamma di un bambino di un anno, protesta, va in galera, ci rimane per più di un mese ed è nemico del popolo e questi qua fanno la stessa identica cosa (in più disturbando con quella bandiera enorme), sono pagati dal regime, diventato "eroi che salvano l'Islam dal male", vengono intervistati dalla tv nazionale…
Allora penso che è vero... più hai paura, più ti comporti in un modo assurdo e senza senso...

Il regime iraniano ha paura di noi!
E questo, a me, piace un sacco.